Il copione di vita: come condiziona le nostre scelte?

In che modo il copione di vita influisce sulle nostre scelte? Quali sono i legami tra passato, presente e futuro? Eric Berne definiva il copione come “un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli avvenimenti successivi, e che culmina in una scelta definitiva”. Si tratta di un piano autolimitante, dal finale prevedibile, che, a partire dalle prime esperienze, arriva a condizionare l’intera esistenza. In assenza di un lavoro su di sé, il copione agisce perlopiù ad un livello inconsapevole. Così, spesso senza saperlo, si compiono scelte che tendono a confermarlo e ad andare verso quel preciso finale. L’adattamento nel bambino Il bambino impara sin da subito a sviluppare i modi di pensare, sentire e agire che più gli consentono di adattarsi all’ambiente in cui vive. Secondo la definizione del copione, il bambino prende una decisione. In realtà, più decisioni, che vanno ad incidere sulla propria vita. Tali decisioni però non vanno intese come un processo riflessivo e consapevole. Basti pensare che alcune di queste avvengono già durante il periodo preverbale, sulla base delle sensazioni ed emozioni attraverso cui inizia l’esperienza di sé, degli altri e del mondo. Il bambino è per sua natura dipendente. Cioè, per sopravvivere e crescere ha bisogno di qualcuno che si prenda cura dei suoi bisogni. Pertanto, il suo adattamento è finalizzato a garantirsi il più possibile la vicinanza, le attenzioni e l’amore delle sue figure genitoriali. Tuttavia, ciò che rappresenta il migliore adattamento nei primi anni di vita diventa inadeguato per i bisogni dell’età adultà. Il copione diventa così uno schema limitante, che conferma gli aspetti rigidi e dipendenti, impedendo l’autonomia e la realizzazione della persona. La decisione infantile e le scelte successive Se, ad esempio, il bambino percepisce che così com’è non va bene e che deve fare in modo di essere più bravo, più ubbidiente, più rispondente a come lo desiderano gli altri, può prendere la decisione che non potrà mai essere amato così com’è. Che, nonostante tutti i suoi sforzi, non sarà mai abbastanza, per cui sarà sempre abbandonato e, alla fine, resterà solo. Si struttura così un copione drammatico, fatto di convinzioni svalutanti e di scelte che andranno a confermare il non andare bene e il non poter essere amato. La persona da adulta tenderà, per esempio, a ricercare persone critiche ed emotivamente indisponibili. A manipolare assumendo la posizione esistenziale di vittima, mostrandosi compiacente ma al tempo sofferente per poi accusare l’altro della sua mancanza d’amore. Accumulerà così nel tempo esperienze che confermeranno il copione, l’abbandono e la solitudine come destino ineluttabile. Il legame tra passato, presente e futuro Quando si vive nel copione, il presente non può essere vissuto pienamente, né liberamente. Vi è un passato che tende a riattualizzarsi, nella ripetizione delle esperienze antiche. E un futuro che viene anticipato attraverso scenari, salvifici o catastrofici, che sottraggono dalla realtà e confermano il tornaconto, il finale di copione. Lavorare sul copione vuol dire portarlo alla luce e renderlo innanzitutto consapevole alla persona. In modo che le gestalt possano essere chiuse ed il passato possa essere storicizzato. Così che vengano abbandonati i vantaggi degli aspetti dipendenti e delle posizioni esistenziali svalutanti. E, infine, che l’orizzonte del futuro, libero dai condizionamenti antichi, possa riacquisire la dimensione del possibile e della realizzazione di sé e dei propri desideri.
SELF-COMPASSION: avere un atteggiamento compassionevole verso se stessi

Come riconoscere la propria sofferenza e rispondere con gentilezza. Che cos’è la self compassion? E perchè è così importante? La self- compassion è un’abilità che presuppone un atteggiamento di cura verso se stessi. In molti modelli terapeutici basati su evidenza scientifiche sta trovando ampio utilizzo e numerosi sono i benefici nei disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, traumi, dipendenze. Ma non solo! La vita spesso ci pone davanti a delle grandi sfide a cui noi rispondiamo trattandoci con giudizi critici e severi. Avere questo tipo di atteggiamento, invece, implica essere consapevoli che tutti soffriamo nella vita e che non siamo soli. La self-compassion è stata introdotta da Kristin Neff. Fa parte delle cosiddette psicoterapie della terza onda, come l’acceptance and compassion therapy (ACT). Secondo la Self-Compassion alcuni degli ingredienti cardine per sviluppare un atteggiamento compassionevole verso se stessi sono: La consapevolezza nei confronti dei propri vissuti, delle proprie esperienze interne aiuta ad accettarsi riducendo o eliminando il giudizio. La connessione con gli altri esseri umani e con l’universalità della sofferenza. Un atteggiamento gentile nei confronti di se stessi. Quando si sta vivendo un momento di sofferenza, dunque, proviamo a fermarci un attimo e a riconoscere il nostro dolore. Siamo portati, invece, ad evitarlo, a fuggire, a provare “distrazioni”, a fare cioè tutto quello che in realtà non ha a che fare con la gentilezza verso noi stessi. Ma se fosse un nostro amico a soffrire? Cosa gli direi? Non esistono cose giuste o sbagliate da dire, ma probabilmente il nostro amico vorrebbe presenza, comprensione e non di certo giudizi. Perchè quando invece siamo noi a soffrire, non utilizziamo lo stesso atteggiamento di cura riservato ad un amico? Il secondo step importante dunque è rispondere con gentilezza, ovvero “sganciarci” da giudizi severi o dalle classiche storie del “non sono abbastanza bravo”. Pensiamo di nuovo al nostro amico immaginario: cosa gli diremmo in un momento di sofferenza? E proviamo a rivolgere quelle parole a noi. Ricordiamoci che possiamo commettere qualche errore, che siamo umani.
L’autocritica: Il potere di guardare dentro di sé

L’autocritica è una delle abilità psicologiche più importanti che possiamo coltivare per il nostro benessere emotivo e il nostro sviluppo personale. Si tratta di un processo di autovalutazione in cui riflettiamo obiettivamente su noi stessi, i nostri comportamenti e le nostre azioni, senza giudizio eccessivo o autocondanna.Mentre l’autocritica può essere vista come un’abilità positiva, può anche diventare dannosa se non è gestita correttamente. È un processo complesso che coinvolge la valutazione di sé stessi, delle proprie azioni e dei propri risultati. può essere una spada a doppio taglio se non gestita con cura. Vediamo quindi alcuni approfondimenti su come l’autocritica può influenzare diversi aspetti della nostra vita e come possiamo sviluppare una relazione più sana con essa. 1. Impatto sull’Autostima L’autocritica eccessiva può danneggiare l’autostima e minare la fiducia in sé stessi. Quando ci critichiamo costantemente, finiamo per vedere solo i nostri difetti e ci sentiamo inadeguati. Questo ciclo negativo può portare a sentimenti di depressione e ansia. È importante quindi bilanciare l’autocritica con l’auto-compassione, riconoscendo anche le nostre qualità e i nostri successi. 2. Relazioni Interpersonali L’autocritica può influenzare anche le nostre relazioni con gli altri. Quando siamo iper-critici nei confronti di noi stessi, possiamo diventare sensibili alle critiche altrui e reagire in modo difensivo. Inoltre, l’autocritica eccessiva può impedirci di essere autentici nelle relazioni, poiché temiamo il giudizio degli altri. Coltivare un atteggiamento più compassionevole verso noi stessi ci rende più aperti e autentici nelle nostre interazioni con gli altri. 3. Performance e Successo Mentre un po’ di autocritica può spingerci a migliorare le nostre prestazioni e raggiungere i nostri obiettivi, un eccesso di essa può avere l’effetto opposto. La paura di fallire o di non essere abbastanza buoni può paralizzarci e impedirci di agire. Invece di concentrarci solo sui nostri fallimenti, è importante riconoscere anche i nostri successi e le nostre realizzazioni. Questo ci dà fiducia nelle nostre capacità e ci motiva a perseguire i nostri obiettivi. Tuttavia, quando utilizzata in modo sano e costruttivo, l’autocritica può essere un potente strumento per il cambiamento e la crescita personale. Benefici dell’Autocritica 1. Autoconsapevolezza: L’autocritica ci aiuta a conoscere meglio noi stessi, identificando i nostri punti di forza e le nostre aree di miglioramento. 2. Crescita Personale: Riflettere sulle nostre azioni ci permette di imparare dagli errori e di sviluppare nuove competenze. 3. Responsabilità: Prendere responsabilità per le nostre azioni ci aiuta a sviluppare un senso di controllo sulla nostra vita. 4. Relazioni Salutari: Essere in grado di valutare in modo obiettivo il nostro comportamento può migliorare le nostre relazioni, poiché siamo più aperti alla critica costruttiva e più consapevoli degli effetti delle nostre azioni sugli altri. Strategie per gestire l’Autocritica Per gestire in modo sano l’autocritica, possiamo adottare diverse strategie: 1. Compassione verso sé stessi: Accettare che siamo esseri umani e che fare errori è naturale. Trattiamo noi stessi con gentilezza e compassione, proprio come faremmo con un amico in difficoltà. 2. Obiettività: Cerchiamo di guardare alle nostre azioni con occhi obiettivi, senza essere troppo severi né troppo indulgenti. 3. Focalizzarsi sulle soluzioni: Piuttosto che concentrarsi solo sui problemi, concentriamoci anche sulle soluzioni e sui passi da compiere per migliorare. 4. Limitare la rumination: Evitiamo di rimuginare sui nostri errori in modo ossessivo. Impariamo dalle esperienze passate e lasciamole andare. 5. Imparare dall’esperienza: Piuttosto che condannarci per i nostri errori, impariamo dalle esperienze passate e usiamole come opportunità di crescita e miglioramento. L’autocritica può essere una forza positiva nella nostra vita se gestita con cura e consapevolezza. Ci permette di crescere, imparare e migliorare come individui. Tuttavia, è importante trovare un equilibrio tra autovalutazione e auto-compassione per evitare di cadere nella trappola della negatività e della bassa autostima. Con la pratica e l’impegno, possiamo trasformare l’autocritica da una fonte di angoscia a un catalizzatore per il nostro sviluppo personale e il nostro benessere emotivo.
I fantasmi in rete: il fenomeno del ghosting

Negli ultimi tempi, si sta diffondendo il fenomeno dei fantasmi del web: il ghosting. Esso consiste in un atteggiamento di sparizione completa e improvvisa in cui si interrompono i rapporti in modo brusco; comportamento utilizzato sempre più frequentemente soprattutto nelle relazioni on line. Insieme all’orbiting e al breadcrumbing, con il ghosting si attuano comportamenti in cui si è poco rispettosi nei confronti della vittima. Inoltre, chi si affida a tali modalità comportamentali non si assume la responsabilità delle proprie azioni e della fine della relazione. L’atteggiamento più diffuso è quello di non rispondere alle telefonate e ai messaggi, arrivando talvolta a bloccare l’utente coinvolto. Alcuni, inoltre, cancellano il proprio profilo o eliminano il contatto tra le amicizie e i followers. Gli aspetti caratteristici del ghoster sono prevalentemente legati all’insicurezza e alla scarsa stima di sé. Questi fantasmi digitali cominciano a prediligere questo tipo di relazioni perchè più facilmente gestibili, sia dal punto di vista pratico e soprattutto dal punto di vista emotivo. Non hanno responsabilità, nè vogliono assumerla e, inoltre, non sviluppano un senso di colpa per il loro comportamento. In talune occasioni, poi, spiano attraverso altri profili o mediante contatti in comune la propria vittima. La sensazione creata in quest’ultima è proprio una presenza/assenza non giustificata e non giustificabile. Ciò che ne deriva, sempre in chi lo riceve è un senso di smarrimento e sfiducia nelle relazioni interpersonali future. Si determina poi un circolo vizioso in cui c’è rabbia e confusione per l’improvvisa assenza, per poi passare ad una spasmodica ricerca del fantasma per ricevere spiegazioni, che ovviamente non arrivano. Il tutto poi ricomincia da capo, minando comunque la propria autostima e la propria sicurezza. Bisognerebbe quindi essere onesti con se stessi, accettando ed elaborando la perdita, pur senza le adeguate spiegazioni, evitando così rimuginii e sensi colpa.
Quando il rifiuto è difficile da tollerare

Il rifiuto è uno dei temi più presenti in terapia, sia sul piano delle paure sia su quello della realtà concreta. Per la gran parte delle persone, è un’esperienza difficile da gestire. Le varie forme di rifiuto che possiamo ricevere L’esperienza del rifiuto può assumere diverse forme ed avere un impatto più o meno significativo su noi stessi, sulla relazione con l’altro e sulla nostra vita in generale. L’altro può rifiutare una nostra proposta, un nostro invito, qualcosa che noi gli offriamo o che gli chiediamo. Così come può rifiutare alcuni nostri comportamenti e talvolta anche rifiutarsi di proseguire la relazione con noi. In ogni caso, il rifiuto è un “no” che noi riceviamo dall’esterno. Il rifiuto inevitabilmente procura una certa frustrazione cui possono accompagnarsi diverse emozioni. Dispiacere, delusione, paura, rabbia. A volte, però, può essere intollerabile e la reazione, sia interna che esterna, non del tutto coerente con la situazione reale. Si tratta di una risposta che solo in una quota ha a che fare con quanto sta accadendo, mentre in gran parte è riconducibile ad un irrisolto che la persona ha dentro di sé. Perchè il riifuto fa così male? L’essersi sentiti rifiutati da bambini, in genere, è ciò che porta, nella maggior parte dei casi, ad avere da adulti difficoltà ad elaborare il rifiuto. Il rifiuto vissuto da bambini può appartenere ad esperienze di abbandono ma, più comunemente, al non essersi sentiti accettati per il proprio modo di essere. Così, la persona adulta che non ha elaborato la ferita originaria, invece di viversi l’esperienza del “no” che riceve oggi, entra nel rifiuto di sé e rivive quanto vissuto allora. Sente di non poter essere apprezzata e amata così com’é: “l’altro mi rifiuta perchè non vado bene”. La svalutazione di sé può assumere varie connotazioni, ad esempio: “Non sono abbastanza, sono un incapace, non sono degno di amore”. L’essersi sentiti, al contrario, sempre approvati e accontenati in qualsiasi richiesta, può ostacolare l’elaborazione del rifiuto come impossibilità di lasciar andare quel senso infantile di specialità e integrare una esperienza diversa. La svalutazione verso se stessi qui è implicita nel tentativo di conservare il privilegio antico come unico modo per riconoscersi e sentirsi riconosciuti. In altri casi, invece, vi può essere stato da bambini il ricorso a difese narcisistiche come migliore forma possibile di adattamento all’ambiente. In questo caso, la persona si protegge in una illusoria perfezione infantile. Evita di coinvolgersi emotivamente e svaluta l’importanza che l’altro ha per sé. Tenta in questo modo di tenere fuori l’esperienza del rifiuto per evitare il crollo dell’immagine di sé costruita fino a quel momento. In ogni caso, alla base della personalità vi è una carenza di autoriconoscimento. La paura del rifiuto Il riifuto può essere molto presente anche sul piano delle fantasie come scenario catastrofico che condiziona l’esistenza. La persona può sottrarsi al contatto con l’esterno o affrontarlo con l’idea che sarà rifiutato. Oppure leggerà come rifiuto ciò che di fatto non lo è, applicando un filtro sulla realtà che gli impedirà di vedere le cose per come sono. Altre volte, lo scenario può essere salvifico, di riscatto dal proprio copione. Mentre altre volte ancora, il rischio di essere rifiutati può essere negato. In ogni caso, ne deriveranno una serie di evitamenti e manipolazioni che la persona metterà in atto per confermare il rifiuto o ricercare l’approvazione all’esterno, rimanendo nella svalutazione. Da questa posizione infantile, la persona non può attivare il proprio Adulto. Non può riconoscere adeguatamente la realtà nè trovarvi risposte congruenti. Resta dipendente, nella proiezione di aspetti propri non integrati e nella riproposizione del passato. Il riifuto come esperienza sana Il “no” serve a individuarsi e a differenziarsi. A separarsi dall’altro. A riconoscere i confini e a rispettarli. Attraverso il “no” che riceve dall’ambiente, il bambino incontra l’esterno. Se questo limite è sano e protettivo, cioè non svaluta e non attacca l’essere, il bambino imparerà a riconoscere sia se stesso che l’altro e la realtà in cui vive in modo adeguato. Come esperienza sana, il rifiuto ha a che fare con un rischio che bisogna correre per vivere. Per crescere e realizzarsi e avere rapporti autentici. Quando incontriamo gli altri, quando presentiamo il prodotto del nostro lavoro, quando ci mostriamo con la nostra spontaneità, quando ci esponiamo nella nostra intimità, in ogni piccola o grande esperienza di vita, le cose possono non andare secondo i nostri desideri e secondo le nostre aspettative. Tollerare questa possibilità, affrontarla come una esperienza frustrante e talvolta anche dolorosa ma che nulla toglie al nostro valore e a ciò che siamo come persone, diventa obiettivo centrale di ogni terapia.
La festa del papà tra ricordi e riconoscimenti

La Festa del papà tra ricordi e riconoscimenti per un sano sviluppo emotivo.
Arteterapia e creatività

L’arteterapia si impone come un metodo rivoluzionario nel campo del benessere mentale, sfidando l’idea tradizionale che relega la creatività a una dotazione di pochi eletti. Questa disciplina, radicata nella convinzione che ogni persona possieda una capacità innata di espressione artistica, si propone di rendere l’arte accessibile a tutti, indipendentemente dal contesto socio-economico o culturale di appartenenza. Attraverso l’adozione dell’arte anonima, che omette l’identità dell’artista, l’arteterapia invita a una valutazione delle opere basata puramente sul loro impatto visivo ed emotivo, liberandosi dai pregiudizi legati alla notorietà dell’autore. In parallelo, l’arteterapia promuove la creazione di comunità, dove individui di varie estrazioni si incontrano per condividere esperienze creative in un contesto di supporto reciproco. Questi gruppi fungono da laboratori di benessere collettivo, incentivando l’esplorazione di nuove forme di espressione e facilitando il dialogo. La pratica dell’arteterapia si estende oltre il beneficio individuale, toccando la sfera sociale mediante la costruzione di ponti comunicativi e promuovendo un senso di appartenenza e inclusione. L’espressione artistica diventa così non solo uno strumento di introspezione e cura personale, ma anche un veicolo per il miglioramento sociale, in grado di stimolare il dialogo, l’empatia e la comprensione reciproca. L’arteterapia, quindi, non solo offre una via per il benessere personale attraverso la creatività, ma si afferma anche come un movimento culturale che riconfigura il ruolo dell’arte nella società. Con il suo approccio inclusivo, l’arteterapia con la scuola di formazione Poliscreativa invita a riconsiderare il potenziale dell’espressione artistica come mezzo di connessione umana e di trasformazione sociale, promuovendo una visione della creatività come elemento fondamentale per il benessere individuale e collettivo. Attraverso la pratica dell’arte anonima e la formazione di comunità di pratica, l’arteterapia sfida le barriere tradizionali, promuovendo un approccio più democratico e inclusivo all’arte e al benessere, e contribuendo alla costruzione di una società più coesa e consapevole del potere trasformativo della creatività.
Esplorando la Comfort Zone: un’analisi psicologica

La comfort zone è un concetto ampiamente discusso nell’ambito della psicologia e dello sviluppo personale. Si riferisce a uno stato mentale in cui un individuo si sente sicuro, a suo agio e privo di stress. È una sorta di territorio psicologico familiare, in cui le sfide sono poche e le minacce percepite sono minime. Tuttavia, mentre la comfort zone offre una sensazione di sicurezza e stabilità, può anche limitare la crescita personale e impedire il raggiungimento del pieno potenziale. La comfort zone: amica o nemica? La comfort zone è una condizione naturale dell’essere umano. Dal momento che gli esseri umani sono creature abitudinarie, tendiamo a cercare ambienti e situazioni che ci offrano familiarità e prevedibilità. Quando siamo all’interno della nostra comfort zone, ci sentiamo al sicuro e in controllo delle situazioni che affrontiamo. Tuttavia, se ci attardiamo troppo in questo stato, rischiamo di perdere l’opportunità di sperimentare nuove esperienze e di crescere come individui. Il ruolo dell’ansia e della paura: L’ansia e la paura giocano un ruolo significativo nel mantenimento della comfort zone. Spesso, il timore dell’ignoto o il timore di fallire ci impediscono di allontanarci dalla familiarità della nostra zona di comfort. Queste emozioni possono creare una barriera psicologica che ci trattiene e ci impedisce di esplorare nuovi territori e nuove sfide. Tuttavia, è importante comprendere che l’ansia e la paura sono reazioni naturali e che superarle è fondamentale per la crescita personale. Importanza della sfida: Superare la comfort zone è fondamentale per la crescita personale e lo sviluppo. Affrontare nuove sfide e sperimentare nuove esperienze ci aiuta a sviluppare fiducia in noi stessi e a migliorare le nostre capacità. È attraverso il superamento di ostacoli e il confronto con situazioni difficili che possiamo scoprire il nostro vero potenziale e raggiungere livelli più elevati di realizzazione personale. Inoltre, uscire dalla comfort zone ci permette di ampliare i nostri orizzonti, acquisire nuove competenze e connetterci con persone diverse da noi. Come superare la comfort zone: Superare la comfort zone richiede coraggio e determinazione. È un processo graduale che può essere facilitato attraverso piccoli passi progressivi. Ecco alcuni suggerimenti pratici per allontanarsi dalla comfort zone: 1. Imposta obiettivi sfidanti: Sfida te stesso impostando obiettivi che ti spingano al di là delle tue abitudini e delle tue capacità attuali. Ad esempio, potresti impegnarti a imparare una nuova lingua o a partecipare a un evento sportivo che ti metta alla prova fisicamente.2. Sperimenta nuove attività: Prova attività o hobby che ti mettano a disagio inizialmente, ma che ti offrano l’opportunità di imparare e crescere. Potresti, ad esempio, iscriverti a un corso di teatro o a una lezione di cucina.3. Accetta il fallimento: Sii disposto a fallire e a imparare dagli errori. Il fallimento fa parte del processo di crescita e può portare a nuove opportunità di apprendimento. Non lasciare che il timore di sbagliare ti impedisca di provare nuove cose.4. Cerca il supporto: Cerca il sostegno di amici, familiari o professionisti che possano incoraggiarti e motivarti nel tuo percorso di crescita personale. Parla delle tue sfide e delle tue aspirazioni con persone fidate che possano offrirti sostegno e incoraggiamento quando ne hai bisogno. La comfort zone può offrire una sensazione di sicurezza e stabilità, ma può anche limitare il nostro potenziale e impedirci di crescere come individui. Superare la comfort zone richiede coraggio, impegno e apertura mentale. È un viaggio emozionante e gratificante che porta a una maggiore consapevolezza di sé, una maggiore fiducia in sé stessi e una maggiore realizzazione personale. Sfida te stesso ad abbracciare il cambiamento e a esplorare nuovi territori, e scoprirai un mondo di opportunità che ti attendono al di là dei confini della tua zona di comfort.
La relazione basata sull’orbiting: ci sei o non ci sei?

Un nuovo modo di creare una relazione, che sta sviluppandosi soprattutto attraverso l’utilizzo smodato dei social è l’orbiting. Questo termine, di origine anglosassone, significa appunto, orbitare, girare intorno a qualcosa o a qualcuno. Concretamente, nell’orbiting, una persona esprime verbalmente la decisione di interrompere la relazione con qualcuno, ma in effetti, il suo comportamento manifesta esattamente l’opposto. Abbiamo, quindi, la fine di una frequentazione reale, del piacere di incontrarsi, per poi essere presente solo ed esclusivamente nella vita virtuale. La manifestazione più palese dell’orbiting è caratterizzata dai likes sulle varie piattaforme di socializzazioni, dalle visualizzazioni e dai commenti ai posts e stories pubblicati. Il continuo orbitare nella vita dell’altro, in primis, crea confusione e disagio nella vittima, ma anche un senso di sfiducia nelle relazioni con gli altri. Le cause principali che spingono una persona ad utilizzare questo comportamento sono molteplici. Il tipo di relazione che rimodula un orbiter a suo piacimento è quello di portarla in una zona grigia, dai confini ambigui, in cui non ha obblighi di responsabilità nei confronti dell’altro. In questo modo, assume la maschera della persona matura, che sa andare oltre la fine del rapporto, ma che in realtà continua a controllarne soprattutto gli stati d’animo e le future relazioni. Resta comunque una mancanza di rispetto nei confronti dell’altro. Dal punto di vista della vittima, la reazione resta sul piano della confusione. Da un lato, si ha la percezione di una continua invadenza nella propria vita, creando quindi dubbi sul rapporto cessato. Dall’altro, inoltre, si alimenta anche un senso di colpa per non riuscire a troncare definitivamente questa relazione ormai distorta. Ne risente, quindi, inoltre, anche la propria autostima e la gestione della socializzazione reale e virtuale. Chi sospetta di essere bersaglio di questo subdolo comportamento, dovrebbe avere la capacità di allontanare il proprio orbiter anche dalla vita virtuale, troncando così ogni contatto.
Il conflitto interiore: riconoscerlo per superarlo

Alla base di ogni situazione problematica e di ogni sintomo vi è sempre un conflitto: una lotta più o meno consapevole tra parti interne. Molte persone arrivano in terapia lamentando di non saper cosa fare nella situazione che stanno vivendo. Alcune volte descrivono un vissuto generalizzato ed in figura non c’è un conflitto vero e proprio, ma una sensazione diffusa di smarrimento e impotenza. Altre volte, invece, vi è un blocco che deriva dal prendere una decisione. “Cosa devo fare?” Nella mia pratica clinica, la domanda che più spesso mi viene rivolta e con cui si arrovella la maggior parte delle persone è: “cosa devo fare?”. L’approccio più comune di fronte ai problemi, ma in generale di fronte alla vita, è quella di dirigere tutta l’attenzione verso la ricerca dell’azione necessaria per uscire fuori dall’impasse. Questa focalizzazione sulla soluzione, in realtà, invece di aiutare, finisce con il rafforzare i meccanismi di evitamento responsabili del malessere. Proviamo ad approfondire questo punto. L’evitamento alla base del malessere Secondo la psicoterapia della Gestalt, il ciclo di contatto o di gratificazione dei bisogni è costituito dalle seguenti fasi: “cosa sento”, “cosa voglio”, “cosa faccio”, “cosa sento dopo averlo fatto”. In ciascuna di queste fasi, può insorgere un conflitto che interrompe il processo naturale ed a volte vi possono essere anche più interruzioni. Il “cosa devo fare”, ad esempio, è spesso l’esito di una interruzione in più fasi. Nella maggior parte dei casi, ciò che accade è che il problema presentato non abbia tanto a che fare con quale sia l’azione più adatta a rispondere alla situazione che si sta vivendo, il “cosa faccio”, ma con qualcosa che viene prima: il “cosa sento” e il “cosa voglio”. Se la persona non è in contatto con ciò che prova e con ciò che vuole, non sarà in grado di riconoscere i propri bisogni e non potrà arrivare nè a scelte nè a comportamenti consapevoli. Nè tantomeno a sentirsi soddisfatta. Con molte probabilità, cercherà all’esterno la risposta che non trova in sè, deresponsabilizzandosi. Il “devo” della domanda, infatti, fa appello ad un genitore che arrivi in soccorso. Portare l’attenzione al corpo, come luogo del sentire, e connettersi ai propri vissuti è l’esperienza principale su cui si fonda la nostra salute. Da cui non possiamo prescindere per vivere in maniera sana e consapevole. Ciò vuol dire riconoscersi in tutti i propri aspetti e, anche, incontrare i propri conflitti. Riconoscere il conflitto Il primo passo per superare qualsiasi conflitto è riconoscerlo. Anche se ovvio, nella realtà molte persone vogliono risolvere senza conoscere. In presenza di un sintomo, ad esempio, si tende a percepire ciò che si manifesta nel corpo come un qualcosa di estraneo di cui doversi sbarazzare in fretta e si può fare molta fatica ad accettare che si tratta invece di parti di sé, da integrare e non da eliminare. Chiarire il conflitto e dargli voce Il secondo passo necessario è chiarire il conflitto e dargli voce. Il lavoro gestaltico accompagna attraverso una modalità esperienziale ad individuare le parti in lotta e poi a metterle in dialogo, esprimendo per ognuna ragioni, emozioni, bisogni. La persona può così esplorare le diverse prospettive e lavorare per la risoluzione. Aumentando la sua presenza, può inoltre accedere ad una consapevolezza piena. Diversamente da ciò che avviene con il solo parlare, lo sperimentare mette in un contatto diretto ed immediato con i propri vissuti. Utilizza insieme ogni livello di funzionamento: cognitivo, emotivo e somatico. Alcune parti sono più difficili da riconoscere e danno molte informazioni sull’origine del blocco. E’ molto comune, ad esempio, il rifiuto a guardare come dentro il “non riesco” si nasconda un “non voglio” e come per una stessa cosa che si desidera fortemente in realtà ci sia anche una volontà contraria. Se guardiamo all’impasse da una prospettiva analitico-transazionale, lo stato dell’Io Genitore invia allo stato dell’Io Bambino messaggi svalutanti. Ad esempio: “Non crescere”, “Non avere successo”, “Non essere intimo”; “Devi essere perfetto”, “Non devi sbagliare”, “Devi essere buono con tutti”, “Non fidarti di nessuno”, “Non puoi farcela”. Tali messaggi ostacolano la gratificazione dei bisogni e l’espressione libera e spontanea di sé con l’esclusione di aspetti propri. L’integrazione tra le parti e l’autonomia Tutto il lavoro in psicoterapia è un lavoro di integrazione che porta a tenere insieme tutte le proprie parti in una totalità armonica. E’ un lavoro di ristrutturazione della personalità, che guarda al dialogo interno e ai contenuti svalutanti interiorizzati. I conflitti si sciolgono quando il Bambino interiore trova all’interno un Genitore capace di sostenerlo e guidarlo nel mondo, in modo che l’Adulto possa compiere scelte congruenti con bisogni e desideri.