
Nella dipendenza siamo abituati a riconoscere l’impulso in un pensiero preciso: «Voglio consumare, adesso». Ma l’impulso può presentarsi anche in una forma meno evidente: «Voglio stare bene subito». Due spinte apparentemente opposte, che possono finire per rendere ancora più difficile il percorso di cura.
L’impulso a tornare alla sostanza
Quando arriva il desiderio di consumare, la persona può sentire di dover agire immediatamente. Un’emozione difficile, una situazione stressante, un senso di vuoto o una tensione diventano qualcosa da interrompere il prima possibile.
La sostanza promette una risposta rapida: alleviare il disagio, allontanare un pensiero, modificare uno stato emotivo. Eppure, provare un impulso non significa necessariamente doverlo seguire. Tra il desiderio e l’azione può aprirsi uno spazio, anche piccolo, nel quale riconoscere ciò che sta accadendo e scegliere come rispondere.
È proprio questo spazio che un percorso di cura aiuta gradualmente a costruire.
L’impulso a guarire
C’è però un’altra forma di impulsività, meno riconoscibile e forse più sorprendente: quella di chi vuole guarire immediatamente.
La persona intraprende un percorso, prova a modificare le proprie abitudini, affronta le difficoltà e si aspetta di stare meglio. Ma il malessere persiste, il desiderio ritorna, i cambiamenti sembrano troppo lenti.
«Perché sto ancora così?»
«Se dopo tutto questo tempo sto ancora male, forse non ce la farò mai».
«Forse questo percorso non fa per me».
Anche qui compare una difficoltà a tollerare il tempo. La persona non vuole necessariamente tornare alla sostanza: vuole uscire dalla sofferenza. Ma quando il cambiamento non arriva con la rapidità desiderata, può interpretare la fatica come un fallimento e la lentezza come la prova che nulla stia funzionando.
L’impulso non dice sempre “voglio consumare per stare meglio”. A volte dice “voglio stare meglio subito, altrimenti smetto di crederci”.
Non tutto il malessere, naturalmente, deve essere semplicemente sopportato: è importante poterlo condividere con chi accompagna il percorso e valutare insieme se siano necessari degli aggiustamenti.
Non è soltanto una questione di ricaduta
Questa difficoltà ad aspettare può riguardare anche altre aree della vita. A volte si interrompe una relazione non appena arriva una difficoltà, si abbandona un progetto quando i risultati tardano, si prende una decisione importante nel pieno della rabbia o si cerca immediatamente qualcosa di nuovo per allontanare la noia.
Non significa che tutte le persone con una dipendenza siano impulsive in ogni ambito. Significa, piuttosto, che può essere utile osservare un meccanismo più ampio: la difficoltà a rimanere in contatto con una condizione scomoda senza sentire il bisogno di modificarla subito.
Per questo il percorso di cura non riguarda soltanto la rinuncia alla sostanza. Deve diventare anche un’occasione per imparare a riconoscere i propri stati emotivi, tollerarli e rispondere in modo diverso.
Allenarsi ad aspettare
Attendere non significa restare immobili o aspettare passivamente che il tempo risolva le cose. Significa imparare a non trasformare immediatamente ogni bisogno, emozione o desiderio in un’azione.
All’inizio del percorso, questo può voler dire attraversare un momento di malessere senza interpretarlo automaticamente come un motivo per ricadere. Accettare che il cambiamento richieda tempo, che alcuni giorni siano più difficili di altri e che il desiderio possa ripresentarsi anche quando si stanno facendo progressi.
Qui entra in gioco la fiducia: non la certezza che tutto andrà bene, ma la disponibilità a continuare a lavorare, verificare ciò che accade e chiedere aiuto quando serve, senza giudicare l’intero percorso sulla base di una singola giornata.
Ma l’attesa va allenata anche quando si comincia a stare meglio.
Quando il malessere diminuisce, può emergere l’idea che il problema sia ormai superato. Si può avere voglia di interrompere il percorso, abbandonare le strategie costruite o smettere di prestare attenzione ai propri segnali di rischio.
Eppure, stare meglio non significa aver concluso ogni lavoro su di sé. Significa anche imparare a proteggere ciò che si è costruito, senza vivere nella paura costante di una ricaduta.
Lo spazio in cui possiamo scegliere
Non tutto ciò che sentiamo ci chiede di agire subito.
Nella dipendenza, imparare ad aspettare significa scoprire che tra il desiderio e la risposta esiste uno spazio. All’inizio può sembrare piccolo, quasi impercettibile. Con il tempo, quello spazio può diventare il luogo in cui la persona torna a scegliere.
Non si tratta di non desiderare più, né di non stare più male. Si tratta di non essere costretti a fare immediatamente qualcosa per ogni cosa che si prova.
Bibliografia
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