Gli adolescenti e il mondo della scuola

di Tonia Bellucci

Gli adolescenti e il mondo della scuola

La trasformazione dei modelli educativi familiari e la diffusione dei mass media ma soprattutto dei social, sono solo alcuni dei fattori che hanno promosso cambiamenti particolarmente significativi sul modo di interpretare la relazione con la scuola e i docenti da parte delle ultime generazioni di adolescenti. L’epoca di internet e del narcisismo richiede una nuova modalità di declinare l’autorevolezza adulta che tengono conto del funzionamento psichico, affettivo e relazionale dei ragazzi e delle ragazze nati e cresciuti nel nuovo millennio.

L’adolescenza è stata definita, in base alle soggettive manifestazioni, in svariati modi: tempesta emozionale, età sospesa ed anche età dello tsunami, “la più delicata delle transizioni” (Hugo). Le abitudini di vita e i comportamenti degli adolescenti enfatizzano fragilità e problematicità, descrivendo questa età di mezzo come una fase «a rischio» della vita, da cui bisogna sperare di uscire indenni. L’adolescenza, al contrario, è anche un’età di potenzialità ed opportunità: un cantiere aperto dello sviluppo cerebrale e psicologico, un’ancora in costruzione, dove tutto viene rimesso in discussione e rilanciato.

In questa fase di sviluppo, entrano in campo in modo determinante due agenzie educative: la famiglia e la scuola, sono ambienti educativi ottimali affinché gli adolescenti possano svilupparsi e crescere adeguatamente. La qualità del clima familiare è fondamentale all’interno del percorso di crescita e di costruzione dell’identità. Gli adolescenti, alla ricerca di autonomia e indipendenza dalle figure di riferimento, necessitano della guida e dell’incoraggiamento di quest’ultime al fine di poter stabilire e raggiungere con perseveranza determinati obiettivi, specie quelli che riguardano la formazione ed il futuro. La scuola, d’altro canto, è un luogo formativo per l’identità cognitiva, emotiva, sociale e culturale dei ragazzi, ma anche possibile teatro di malessere e insuccessi.

Nelle interazioni che avvengono a scuola, oltre alle trasformazioni del corpo, le richieste dei pari, dei docenti e dei genitori, il confronto con i pari, le aspettative dell’adolescente stesso e la necessità di emergere, si incontrano ma soprattutto si scontrano.

Il temperamento personale, il natura le percorso di maturazione cerebrale, l’ambiente familiare ed il contesto scolastico in questa fase della vita di ogni essere umano espongono, come dicevamo, a continui rischi ed opportunità, coerentemente con la cultura e le specificità del tempo in cui cresce ogni generazione.

Oggi, le ricerche ci mostrano come, nell’ambito del rischio, l’ansia e le manifestazioni di disagio connesse ad essa (vd. attacchi di panico e ritiro sociale) sono predominanti e possono influire negativamente su prestazioni e relazioni, nonostante l’impegno e l’investimento emotivo messo in campo dai ragazzi e dalle ragazze, ma esistono anche altre forme di inibizioni o di sintomi che rendono la vita dei ragazzi complessa e che dopo la pandemia hanno assunto forme più gravi.

Ad ogni pericolo, tuttavia, sono collegate potenzialità e vi sono alcuni temi dei quali le agenzie educative devono tenere conto:

  1. l’adolescente ha già un suo sapere proprio (sul linguaggio, sui segreti di famiglia, sulla sua storia, su quello che gli altri vogliono da lui), a cui è importante dare spazio;
  2. l’adolescente deve perdere qualcosa del suo piacere, i suoi oggetti (vd. internet, smartphone, videogiochi) per poter entrare nel legame e per poter accogliere qualcosa del sapere che gli viene proposto e/o imposto;
  3. le richieste di impegno e senso di responsabilità devono essere adeguate all’età di riferimento;
  4. sostenere i giovani non significa allontanarli dalle prove, dai rischi e dalle sfide che lo attendono e che spettano ad ogni età, quali riti di passaggio verso l’età adulta.

Sicuramente tutto ciò che accede nella v i t a degli adolescenti è estremamente complesso.

La scuola vuole impegno e senso di responsabilità: per i bambini è la prima prova “da grandi”, mentre per i ragazzi un ulteriore test in un momento molto delicato in cui la loro personalità è in fase di definizione. Studiare è faticoso e quando entrano in gioco insicurezze e difficoltà la fatica cresce e la situazione si complica; i ragazzi delle superiori, in particolare, hanno un programma di studio da rispettare ma contemporaneamente hanno bisogno di socializzare con i compagni, e questa relazione non sempre rende le cose facili.

Gli adulti di riferimento hanno il compito di rassicurare, cercando di favorire un’adeguata comprensione della situazione senza sottovalutare o, peggio ancora, sminuire il malessere. È necessario cercare di non essere protettivi al punto da non lasciare libertà di esprimersi ed agire, cercare di ascoltare i bisogni considerando che le reazioni si differenziano da persona a persona in base alle esperienze e alla storia personali, alle motivazioni di tipo socioculturale o causate dalla stessa realtà scolastica.

Bruner sottolinea limportanza di un forte legame fra cultura e educazione, sostenendo un’idea di scuola come promotore di principi educativi che siano in stretta interdipendenza con la cultura e le risorse di cui si dispone, dal momento che ciò che viene insegnato e appreso non può “essere isolato dallo posizione che ha la scuola nella vita e nella cultura dei suoi studenti”.

Gli ambienti educativi, in definitiva, dovrebbero diventare “possibilità per l’adolescente di sperimentare e cogliere nelle esperienze di apprendimento e di conoscenza la funzione di sostegno al Sé che i valori culturali possono offrire”.

In fondo, “l’adolescenza non è altro che una volata verso la vita.” (J. Bruner).

Non dobbiamo immaginare necessariamente scenari catastrofici, ma da adulti sappiamo che la vita di ognuno di noi può assumere mille sfumature spesso difficili da gestire anche per un adulto, figuriamoci per un adolescente! In quel momento dovrà essere presente l’adulto di riferimento che, sebbene mai andato via, ma rimasto solo in attesa in una sorta di cono d’ombra, dovrà essere pronto ad affiancare il ragazzo. La parte difficile per l’adulto sarà proprio rimanere nell’ombra fino a quel momento.

È vero che i ragazzi sono in una fase di costruzione della loro personalità rivolgendosi in modo più naturale ai coetanei, tuttavia, è da tenere a mente che noi adulti non spariamo dalle loro vite e, anche senza che, se accorgano o che noi ce ne accorgiamo, ci osservano: come parliamo, come ci atteggiamo nei loro confronti, nei confronti degli altri membri della famiglia, dei colleghi, degli amici, ma anche come ci prendiamo cura del nostro corpo, come viviamo le nostre passioni ecc. Latentemente loro  ci osservano e incamerano il nostro esempio, e lo fanno fin da piccolissimi, agendo noi sulla loro personalità in modo lento e continuato come una goccia che modella la roccia. E di questa azione inarrestabile non possiamo non prendere atto impegnandoci per offrire dei modelli il più sani possibile.

In sostanza, i ragazzi, in adolescenza, costruiscono la loro personalità e ricercano punti di riferimento puntando spesso in modo naturale agli amici, nonostante questo, gli unici che per esperienza, affetto e lungimiranza possono dargli le certezze affettive, educative e relazionali di cui hanno bisogno rimangono i loro adulti di riferimento.

Cosa può fare la scuola?

Cosa si può fare nelle scuole per prevenire e intervenire quando un giovane mostra dei segnali di disagio psicologico?

Oggi più che in passato, le forme di disagio psichico si caratterizzano per un problema determinato dall’eccessiva presenza di oggetti, soldi, internet, droga che vanno a saturare un vuoto con cui invece è fondamentale confrontarsi. Il processo di separazione-individuazione consente lo sviluppo di fattori che determinano la costituzione dell’identità personale, unitaria e permanente da un lato, articolata e in divenire dall’altro.

Ecco allora che nel dipanarsi di tali scenari, la scuola può configurarsi come luogo in cui può essere favorito e messo a lavoro questo processo di separazione simbolica con cui l’adolescente si confronta tutti i giorni. L’adolescente andrà alla ricerca di esperienza nuove ma nello stesso tempo continuerà a guardare indietro, nella sicurezza della sua storia e nelle sue radici, è indispensabile che la scuola supporti il suo bisogno di autoaffermazione e lo spinga in avanti verso la realizzazione del Sé.

L’insegnante può fare tanto in questa direzione. Attraverso l’ascolto può creare una relazione educativa, in cui la soggettività dell’alunno viene messa in primo piano. La scuola, dunque, può svolgere una funzione fondamentale, perché apre ad un legame sociale rinnovato e rinnovabile, offre uno spazio alternativo a quello culturale dominante e familiare, indirizzando i ragazzi verso una progettualità futura, fatta di speranza, e di fiducia in sé stessi.

La sfida più grande per la scuola è la possibilità di trasmettere qualcosa dell’arte del “vivere”.

La funzione dell’insegnante è fondamentale non solo per identificare le situazioni a rischio ed inviarle ad un professionista per un consulto psicologico ma soprattutto per sostenere nelle quotidiane attività didattiche una prospettiva di prevenzione del disagio psicologico adolescenziale, auspicabilmente attraverso un lavoro di collaborazione con lo psicologo, talvolta neuropsichiatra e le altre figure professionali che ruotano intorno al giovane.

Il docente può operare dei piccoli grandi cambiamenti, senza supplire né al ruolo di genitore, né tanto meno a quello di psicologo, ma semplicemente svolgendo una funzione di catalizzatore per la curiosità e i processi di apprendimento degli alunni.

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