L’abuso infantile: una chiave di lettura

Definizione Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’abuso infantile è “qualsiasi forma di maltrattamento fisico, emotivo, sessuale o di trascuratezza che si traduce in un danno reale o potenziale alla salute, allo sviluppo o alla dignità del bambino“. Stiamo quindi parlando di qualsiasi azione, o mancanza di azione, da parte di un adulto o di un’altra persona in una posizione di potere o fiducia, che causa danni fisici, psicologici o emotivi a un bambino. I dati più aggiornati ci informano che circa 1 bambino su 5 potrebbe subire una qualche forma di abuso sessuale prima dei 18 anni. Si stima che circa 1 ragazza su 8 a livello globale abbia subito violenze prima dei 18 anni. Tra i ragazzi, circa 1 su 11 ha subito abusi nella sua infanzia. Rispetto allo scorso anno, l’ansa ci dice che nei soli primi sei mesi del 2024 abbiamo assistito ad un aumento del 10% di abusi sui minori rispetto al biennio 2022-2023. Gli autori delle violenze sono principalmente uomini, italiani, di età compresa tra i 35 ed i 64 anni (60%). La difficoltà di parlarne L’abuso infantile resta spesso silente in quanto costernato di vissuti di vergogna e colpa da parte delle vittime di abuso. Lo spunto di riflessione che vorrei lasciare in questo articolo riguarda la comprensione di come “noi altri”, professionisti della salute mentale, istituzioni, educatori e genitori contribuiamo a rendere il fenomeno ancora più silente e non individuabile. In primis la lettura degli abusi come episodi sensazionalistici, ovvero perpetrati da individui “pazzi, malati, cattivi, poco vicini a noi persone per bene”, crea l’immagine rassicurante di un fenomeno non così diffuso e soprattutto lontano da noi. Crea inoltre l’aspettativa stereotipata di una vittima e un abusante che sono estremamente lontani dalla realtà e che ci permettono di cadere nella minimizzazione del fenomeno. I media contribuiscono moltissimo a questo tipo di descrizione del fenomeno, utilizzando termini come “tragedia”, “nessuno poteva immaginarlo”, o anche ricalcando aspetti culturali come l’immigrazione, quando i dati riportano che più del 60% di chi commette reato di abusi su minori in Italia è di nazionalità italiana. L’inefficacia degli interventi Questo tipo di visione orienta anche gli interventi sul contrasto al fenomeno in una direzione inefficace, che predilige la messa in guardia delle vittime, piuttosto che l’educazione di tutti coloro che potrebbero diventare perpetratori di violenza. Ne deriva che è colpa della vittima, che non è stata troppo attenta, pensiamo ad esempio agli stupri di gruppo a carico di adolescenti minorenni di cui siamo stati spettatori negli ultimi fatti di cronaca; o anche allontanano dal riconoscimento precoce del fenomeno, con la focalizzazione verso stereotipi sbagliati, ad esempio quello dell’immigrazione, o dello status socio-economico dell’abusante. Infatti studi dimostrano che lo status socio-economico è un fattore poco correlato all’abuso di minori, rispetto a fattori psicologici differenti come: l’esposizione stessa ad abusi durante l’infanzia, la presenza di violenza familiare e lo stesso accesso alla pedopornografia. Tutti questi meccanismi di matrice culturale e non immediatamente visibile contribuiscono a silenziare il fenomeno, a renderlo taciuto. Contribuiscono anche a ciò che viene chiamata vittimizzazione secondaria del minore abusato, ovvero quel fenomeno per cui la vittima di abuso sessuale, dopo aver denunciato, sperimenta ulteriore sofferenza a causa delle reazioni inadeguate o dannose da parte di istituzioni, famiglie, comunità o operatori coinvolti nel suo supporto. E nelle procedure altamente poco empatiche che vengono effettuate dagli operatori che lavorano in tale ambito, la visione culturale del fenomeno fa tanto nell’orientare il tipo di domande e i dettagli a cui si presta attenzione per sancire la veridicità dell’abuso. Una possibile lettura dell’abuso infantile Ieri una persona a me cara, discutendo di questo articolo e ben conoscendo le mie attività di sensibilizzazione. mi fa “ma dai Gaia, ma è possibile che è sempre tutta colpa del patriarcato?”. Fa sorridere anche me detta così. Ma comprendere questo tipo di forme di abuso come la punta visibile dell’iceberg di una cultura basata su alcune specifiche caratteristiche, come la predominanza di un mondo centrato sull’adulto, maschile, è l’unico modo per orientare correttamente gli interventi in tal senso. Maschile non in un’ottica colpevolizzante e non maschile come genere, ma come simbolico, come predominanza dell’aggressività e del potere, in cui l’altro è assoggettato come prolungamento di sé e dei propri desideri, in cui prevale l’aggressività per raggiungere tutto e subito. E questo porta da un lato, a non investire su quelle forme preventive come l’educazione su temi relazionali, come l’educazione sessuale e al rispetto delle libertà dell’altro; e dall’altro lato porta alla normalizzazione e minimizzazione a protezione dell’abusatore, a non credere alla vittima, a non riconoscere il fenomeno precocemente perché nella nostra mente prevale uno stereotipo di vittima e uno stereotipo di abusatore.
La psicologia del cambiamento: perché è così difficile cambiare e come farlo efficacemente

Il cambiamento è una costante nella vita, ma spesso è accompagnato da una resistenza interiore che sembra inspiegabile. Che si tratti di migliorare le abitudini, affrontare una relazione difficile o iniziare un nuovo capitolo professionale, cambiare può sembrare una sfida insormontabile. Ma perché è così difficile? E cosa possiamo fare per affrontare questa difficoltà? La resistenza al cambiamento La resistenza al cambiamento è radicata nel nostro cervello. Da un punto di vista evolutivo, il cervello umano è progettato per conservare energia e privilegiare ciò che è familiare e prevedibile. Cambiare significa uscire da una zona di comfort, affrontando l’incertezza e il rischio. Questa resistenza può essere spiegata attraverso il concetto di omeostasi psicologica, ovvero la tendenza della mente a mantenere uno stato di equilibrio. Ogni cambiamento viene percepito come una minaccia a questo equilibrio, anche se sappiamo che potrebbe portarci benefici a lungo termine. Le trappole mentali Ci sono diverse trappole cognitive che ostacolano il cambiamento:1. Paura del fallimento: L’idea di non riuscire può paralizzare, bloccando qualsiasi tentativo di miglioramento.2. Procrastinazione: Rimandare le decisioni è una strategia inconscia per evitare il disagio che il cambiamento comporta.3. Autosabotaggio: Spesso creiamo inconsapevolmente ostacoli per giustificare il nostro fallimento e rimanere nella nostra zona sicura.4. Bias dello status quo: Tendiamo a preferire ciò che conosciamo, anche se non è ottimale, semplicemente perché ci dà un senso di controllo. Le chiavi del cambiamento Per affrontare il cambiamento in modo efficace, è necessario adottare strategie che riducano la resistenza interna e creino le condizioni per il successo. Ecco alcune tecniche basate sulla psicologia:1. Obiettivi chiari e realisticiGli obiettivi vaghi o irrealistici aumentano la probabilità di fallimento. Invece, suddividere il cambiamento in piccoli passi concreti aiuta a mantenere la motivazione. Ad esempio, invece di dire “voglio essere più sano”, si può decidere di camminare 30 minuti al giorno.2. Consapevolezza e auto-riflessioneComprendere le proprie emozioni e resistenze è il primo passo verso il cambiamento. La pratica della mindfulness o della meditazione può aiutare a riconoscere i pensieri limitanti senza esserne sopraffatti.3. Sistema di supportoCoinvolgere amici, familiari o un terapeuta può fare la differenza. Il supporto sociale non solo offre incoraggiamento, ma aumenta anche la responsabilità nei confronti dei propri obiettivi.4. Premiare i progressiOgni piccolo successo dovrebbe essere celebrato. Questo rafforza il comportamento positivo e aiuta a mantenere alta la motivazione.5. Accettazione del fallimentoIl cambiamento non è un processo lineare. Accettare che ci saranno battute d’arresto e utilizzarle come opportunità di apprendimento è fondamentale per andare avanti. Il ruolo della neuroplasticità Un elemento incoraggiante è la neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di adattarsi e cambiare nel tempo. Ogni volta che adottiamo un nuovo comportamento o un nuovo modo di pensare, creiamo nuove connessioni neurali. Con il tempo e la ripetizione, queste connessioni diventano più forti, facilitando il cambiamento. Cambiare è difficile, ma non impossibile. La chiave è affrontare il cambiamento con consapevolezza, pazienza e strategie mirate. Ricordiamoci che ogni passo, per quanto piccolo, è un progresso. E, come disse lo psicologo Carl Rogers: “Il curioso paradosso è che quando mi accetto così come sono, allora posso cambiare”. In fondo, il cambiamento non è solo una trasformazione esteriore, ma un viaggio interiore verso una versione più autentica e soddisfatta di noi stessi.
Depressione post partum: l’importanza del benessere in maternità

La nascita di un bambino è spesso associata a gioia, amore e speranza per il futuro. Per molte neomamme, però, questo periodo può essere oscurato dalla presenza della depressione post partum. Si tratta di una condizione emotiva complessa che colpisce alcune madri nel periodo successivo al parto. Sebbene sia ampiamente diffusa, spesso rimane poco riconosciuta o sottovalutata, con conseguenze significative non solo per la madre, ma anche per il neonato e l’intera famiglia. Cos’è la depressione post partum? La depressione post partum si manifesta nel periodo successivo al parto, generalmente entro le prime settimane o mesi. Si differenzia dal più comune “baby blues”, che raprresenta una forma lieve e transitoria di tristezza e ansia che molte neomamme e si risolve spontaneamente entro pochi giorni. La depressione post partum, invece, è più intensa, persistente e debilitante, interferendo con la capacità della madre di prendersi cura di sé stessa e del neonato. I sintomi della depressione post partum I sintomi della depressione post partum possono variare in intensità e manifestazione, ma spesso includono: Umore depresso: sentimenti di tristezza, disperazione e vuoto che persistono per gran parte della giornata; Ansia intensa: paura eccessiva per la salute del neonato o per il proprio ruolo di madre; Irritabilità: scatti di rabbia o irritazione senza una causa apparente; Disturbi del sonno: insonnia o, al contrario, una costante sensazione di stanchezza e sonnolenza; Difficoltà a legarsi al neonato: sensazione di distacco emotivo o incapacità di provare gioia nelle interazioni con il bambino; Senso di colpa e inadeguatezza: pensieri ricorrenti di non essere una madre sufficientemente brava; Pensieri intrusivi: idee ossessive o preoccupazioni irrazionali, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a pensieri suicidari o di autolesionismo. Le cause della depressione post partum La depressione post partum non ha una causa unica, ma è il risultato di una combinazione di fattori biologici, psicologici e sociali. Alcuni tra essi potrebbero essere: Cambiamenti ormonali: dopo il parto, i livelli di ormoni come estrogeni e progesterone calano rapidamente, influenzando l’equilibrio chimico del cervello e l’umore; Stanchezza fisica: la mancanza di sonno e le richieste fisiche legate alla cura del neonato possono esacerbare la vulnerabilità emotiva; Storia personale o familiare di depressione: le donne con una pregressa diagnosi di disturbi dell’umore o con una storia familiare di depressione sono più a rischio; Stress psicologico: problemi relazionali, difficoltà economiche o eventi stressanti durante la gravidanza possono aumentare il rischio; Pressioni culturali e sociali: aspettative irrealistiche sul ruolo materno o la mancanza di supporto da parte del partner e della famiglia possono contribuire. Possibili conseguenze Se non affrontata, la depressione post partum può avere conseguenze significative: Sulla madre: aumento del rischio di depressione cronica, isolamento sociale e difficoltà nelle relazioni interpersonali; Sul bambino: impatti negativi sullo sviluppo emotivo, comportamentale e cognitivo, a causa della difficoltà della madre di rispondere adeguatamente ai bisogni del neonato; Sulla famiglia: tensioni nei rapporti di coppia e maggiore stress per i membri della famiglia. Come poterla affrontare La depressione post partum è una condizione trattabile, e il primo passo è riconoscere che si ha bisogno di aiuto. Le strategie efficaci includono: Supporto psicologico: il sostegno di un professionista è fondamentale per aiutare le madri a comprendere e affrontare i propri sentimenti. Attraverso un dialogo aperto, la madre può esplorare i pensieri e le emozioni che la turbano, identificare strategie per gestire lo stress e trovare modalità efficaci per affrontare le difficoltà quotidiane; Gruppi di supporto: partecipare a gruppi per neomamme può fornire conforto e ridurre la sensazione di isolamento; Coinvolgimento del partner e della famiglia: un supporto emotivo e pratico da parte delle persone vicine è fondamentale per alleviare il carico della madre; Cura di sé: anche piccoli gesti come prendersi del tempo per riposare, fare attività piacevoli o chiedere aiuto per le incombenze quotidiane possono fare una grande differenza. Prevenzione della depressione post partum Anche se non sempre si può prevenire la depressione post partum, esistono alcune strategie che possono aiutare a ridurne il rischio: Preparazione durante la gravidanza: discutere apertamente delle proprie paure e aspettative con il partner, il medico o uno psicologo; Costruire una rete di supporto: avere persone di fiducia su cui contare può ridurre lo stress dopo il parto; Gestione dello stress: imparare tecniche di rilassamento e mindfulness durante la gravidanza. Conclusioni La depressione post partum è una condizione seria, ma affrontabile. Riconoscerne i sintomi e chiedere aiuto sono passi fondamentali per tornare a vivere con serenità questa fase unica della vita. Nessuna madre dovrebbe sentirsi sola o inadeguata: con il giusto supporto, è possibile superarla e costruire un legame forte e amorevole con il proprio bambino.
L’epifania della psicologia in ciascuno di noi

La traduzione dal greco più acclarata della parola epifania è sicuramente manifestazione. Secondo la tradizione cattolica, Gesù Bambino “si manifesta “ ai Re Magi, nella sua natura umana e quindi corporea. Allo stesso tempo, gli viene attribuita anche una dimensione spirituale, interiore. Per i bambini, l’ epifania corrisponde all’arrivo della Befana, che premia o punisce in base al comportamento assunto durante l’anno. La calza piena di carbone, dolce o reale che sia, spinge alla riflessione interiore, sin dalla più tenera età. Rappresenta quindi il modo di abituarsi all’idea che siamo parte di relazioni e che il nostro comportamento influisce su quello degli altri. La duplice lettura dell’epifania riporta, di conseguenza, l’attenzione all’importanza della manifestazione o rivelazione in senso psicologico. Quando, infatti, l’individuo percepisce un forte cambiamento di se stesso, si trova di fronte ad una rinascita psicologica. Attraverso una riflessione, una intuizione, l’accendersi di una lampadina, l’individuo aggiunge nuove conoscenze di se stesso. Comincia, quindi, a percepirsi diverso, rispetto ad un prima, adattandosi a questo cambiamento. In questa manifestazione psicologica, si struttura un nuovo equilibrio. Si innesca un bilanciamento tra ciò che si percepisce individualmente e ciò che ci rimandano le persone con le quali interagiamo quotidianamente. Risulta importante, di conseguenza, prendere consapevolezza di ciò che siamo diventati, per costruire e modulare l’immagine di noi stessi. Immagine non solo data dalla riflessione interiore, ma anche da una lettura delle relazioni interpersonali, di qualunque natura. Ecco che eventi religiosi o del folklore popolare si trasformano in spunti di riflessione e cambiamento personale. Una migliore consapevolezza di se stessi e dei ruoli da assolvere determinano così l’idea che la maschera che indossiamo può essere rimossa, cambiata o addirittura abbellita.
Dipendenza affettiva: il bisogno di amare e di essere amati a qualunque costo!

La dipendenza affettiva è annoverata tra le forme di dipendenza relative al comportamento. Essa, malgrado non rientri tra i disturbi mentali diagnosticati dal DSM-5, è inserita tra le “New Addiction” in materia di dipendenza di natura comportamentale. Un gruppo di ricerca (Reynaud et. al., 2010) ha studiato tale fenomeno partendo dalle analogie riscontrate con la dipendenza da uso di sostanze. Di cosa parliamo? Un modello disadattavo nella relazione d’amore che conduce ad una angoscia significativa e ad una ripetizione di atteggiamenti disfunzionali che conducono altresì ad una riduzione delle attività sociali. Il tema della dipendenza affettiva ha radici molto profonde. Tuttavia, l’espressione dipendenza affettiva entra nel linguaggio psicopatologico solo nel 1986, grazie alla psicoterapeuta americana Robin Norwood, con il suo libro Donne che amano troppo, in cui descrive le caratteristiche di quello che l’autrice definisce un “amore pericoloso”. E’ considerata una forma di amore ossessivo, simbiotico e fusionale, una modalità “non proprio sana” di vivere le relazioni. Essa si sviluppa generalmente tra due partner adulti, ma può anche manifestarsi tra terapeuta e paziente, o tra genitori e figli (Borgioni, 2015). Analogie con il fenomeno della tossicodipendenza Tra la dipendenza affettiva e la tossicodipendenza intercorrono molte analogie. Esse sono dimostrate anche grazie agli studi di neuroimaging. Questi ultimi evidenziano come l’innamoramento attivi le medesime aree cerebrali deputate al piacere ed ai sistemi di ricompensa (in particolare l’area mesolimbica). Entrambi i tipi di dipendenze possono essere accompagnati da Meccanismi di difesa quali negazione e razionalizzazione. Inoltre, entrambe compromettono gravemente la qualità della vita poiché conducono a: Isolamento sociale Depressione e bassa autostima Dipendenza distruttiva Alla base di esse vi è senza alcun dubbio il bisogno impellente di “colmare” un vuoto, un dolore non elaborato, una profonda insicurezza. Dunque, sebbene sembrino manifestazioni così diverse, in realtà, esse rispondono ad un bisogno tipicamente umano di sentirsi “al sicuro”. L’importanza della Psicoterapia Il trattamento della dipendenza affettiva (Dimaggio, Montano, Popolo & Salvatore, 2013) si struttura sul raggiungimento di obiettivi a breve e lungo termine: Il primo obiettivo, a breve termine, è affrontare e risolvere la sofferenza attuale del paziente in termini di sintomi e disfunzioni comportamentali. Il secondo obiettivo, a lungo termine, consiste nell’affrontare le esperienze precoci di abbandono, di trascuratezza fisica ed emotiva, di maltrattamenti, abusi ecc. che generalmente sono alla base della convinzione di non valere nulla e di non essere degni di essere amati che caratterizzano i pazienti che soffrono di Dipendenza Affettiva. In parallelo, la terapia mira ad aiutare i pazienti ad avere accesso a quello che provano, ai loro desideri e ai loro scopi e a utilizzarli per compiere delle scelte autonome. Con il lavoro psicoterapeutico si aiutano i pazienti a instaurare relazioni affettive basate sulla reciprocità. Bibliografia: AGNELLI, I. Dipendenza affettiva. Un disturbo autonomo in asse I o in asse II?. Psicoterapeuti in formazione, 2014.GANDOLFI, A. Romantic love e love addiction: dall’amore alla dipendenza. State Of Mind, 7 Settembre 2017REYNAUD, M. L’amore è una droga leggera. Milano: TEA – Tascabili degli Editori Associati S.p.A., Gruppo Editoriale Mauri Spagnol, 2009.RINELLA, L. La Dipendenza Affettiva: quando l’amore diventa ossessione. Psicologia Benessere, 2019
ESPERIENZE DI ACQUISTO MEMORABILI

L’atto di acquistare va ben oltre la semplice transazione. Le esperienze di acquisto coinvolgono le nostre emozioni, i nostri ricordi e la nostra identità. Per le aziende, creare esperienze di acquisto memorabili significa non solo incrementare le vendite, ma anche costruire relazioni durature con i clienti e rafforzare il brand. La psicologia del consumatore ci insegna che le nostre decisioni d’acquisto sono influenzate da una moltitudine di fattori, sia razionali che emotivi. Il bisogno di appartenenza: desideriamo sentirci parte di un gruppo e i prodotti che acquistiamo possono aiutarci a identificarci con una determinata tribù. La ricerca del piacere: siamo attratti da esperienze che ci procurano sensazioni positive, come il gusto, il comfort o la novità. La riduzione dell’ansia: spesso acquistiamo per alleviare lo stress o per colmare un vuoto emotivo. L’auto-espressione: attraverso i nostri acquisti, comunichiamo agli altri chi siamo e quali sono i nostri valori Per creare esperienze di acquisto memorabili, è fondamentale tenere conto di questi aspetti psicologici e agire su diversi livelli. PERSONALIZZAZIONE: ogni cliente è unico e desidera sentirsi speciale. Offrire prodotti e servizi personalizzati, basati sulle preferenze individuali, è un modo efficace per creare un legame emotivo. Ad esempio, consigli di stile personalizzati in un negozio di abbigliamento, playlist personalizzate su Spotify, prodotti cosmetici su misura. NARRAZIONE: raccontare una storia intorno al prodotto o al marchio rende l’esperienza di acquisto più coinvolgente e memorabile. Le persone tendono a ricordare le storie più delle semplici informazioni. EMOZIONI: stimolare le emozioni positive è fondamentale per creare un’esperienza memorabile. L’uso di colori, musiche, profumi e immagini suggestive può contribuire a creare un’atmosfera piacevole e coinvolgente. Ad esempio l’illuminazione soffusa e la musica rilassante in un negozio di profumi, l’utilizzo di colori vivaci e allegri per i prodotti per bambini. INTERAZIONE: coinvolgere attivamente il cliente nell’esperienza di acquisto è un altro elemento chiave. Ad esempio, si possono organizzare eventi, workshop o creare community online. SORPRESA: elementi di sorpresa possono rendere l’esperienza più divertente e indimenticabile. Un piccolo regalo inaspettato, un packaging creativo o un servizio clienti eccezionale possono fare la differenza. SIGNIFICATO: collegare il prodotto o il servizio a un valore più profondo può rendere l’acquisto più significativo per il cliente. Ad esempio, un’azienda di abbigliamento sostenibile può sottolineare l’impatto positivo sulla comunità e sull’ambiente. Oppure ancora, un’azienda di caffè che sostiene i coltivatori locali, un marchio di cosmetici che utilizza ingredienti naturali e cruelty-free. In conclusione, creare esperienze di acquisto memorabili è un investimento a lungo termine che può portare a una maggiore fidelizzazione dei clienti e a un aumento del valore del brand. Comprendendo i bisogni psicologici dei consumatori e agendo in modo creativo e innovativo, le aziende possono trasformare un semplice acquisto in un’esperienza indimenticabile.
La valutazione del potenziale di apprendimento

Il cervello umano è un organo estremamente dinamico, soggetto a continui cambiamenti, un fenomeno noto come plasticità cerebrale. Questo concetto, sviluppato dal neuropsicologo Reuven Feuerstein, evidenzia che il cervello non è statico; al contrario, si evolve costantemente in risposta alle esperienze e agli stimoli esterni. Inoltre, la valutazione del potenziale di apprendimento è fondamentale, poiché la capacità di apprendere e adattarsi a nuove situazioni rappresenta una caratteristica essenziale del cervello. Questo ha, quindi, importanti implicazioni per l’educazione e lo sviluppo personale. Comprendere e sfruttare la plasticità cerebrale è fondamentale per valutare il potenziale di apprendimento e ottimizzare le strategie educative. Gli esseri umani possiedono una capacità unica di adattarsi e trasformare il proprio funzionamento cognitivo in risposta ai diversi stimoli ambientali. Tra gli strumenti disponibili per questa valutazione, l’LPAD si distingue come una risorsa utile per analizzare le capacità cognitive e promuovere l’apprendimento continuo. LPAD e la valutazione del potenziale di apprendimento La batteria LPAD (Learning Propensity Assessment Device) valuta il potenziale di apprendimento di una persona. Questa batteria di test è composta da varie sezioni che offrono opportunità per sviluppare competenze e comportamenti che l’individuo non ha ancora acquisito. L’obiettivo principale dell’LPAD è aiutare la persona ad adattarsi meglio, esponendola a stimoli che possono migliorare il linguaggio, il pensiero simbolico, la memoria, le associazioni, le emozioni e le relazioni. Questo strumento si concentra sul potenziale di apprendimento e sullo sviluppo dell’individuo, piuttosto che sulle abilità attuali, seguendo il principio della zona di sviluppo prossimale (ZPD) di Lev Vygotsky. Inoltre, l’LPAD è utile per monitorare i progressi nell’apprendimento, identificando i punti di forza e le aree da migliorare per ogni studente. In questo modo, facilita la creazione di interventi educativi personalizzati che trasformano ogni sfida in un’opportunità di apprendimento e sviluppo.
Aspettative e depressione, quale relazione?

Le aspettative sono “credenze riguardanti futuri stati di cose” e, in quanto tali, sono stime soggettive della possibilità che uno o più eventi si presentino, con la possibilità espressa tra gli estremi della certezza incrollabile e dell’impossibilità. Riguardano credenze che costruiscono scenari che riteniamo probabili e che utilizziamo come guida per agire nel mondo. In prospettiva sistemico relazionale, le aspettative hanno anche una qualità relazionale, in quanto si collocano tra soggettività e intersoggettività. Tali previsioni sono utili nel migliorare il senso di controllo sulla realtà circostante ma spesso possono trasformarsi in pretese che finiscono per aumentare delusione e insicurezza. Secondo la visione sistemica relazionale, per Loriedo e Jedlowski(2011) vi sono diverse tipologie di aspettative: le aspettative confermate, che possono dare un senso di controllo sulla realtà; le aspettative autoconvalidanti, che per il solo fatto di essere state pronunciate fanno realizzare ciò che si è detto; le aspettative disattese, che generano frustrazione e delusione; le aspettative in conflitto, quando non ci si riesce a sottrarre alle aspettative altrui anche se non coincidono con le proprie; le aspettative interiorizzate, quando si perseguono interessi e idee che non ci appartengono; infine le aspettative segrete, che appartengono ad altri e arrivano all’individuo senza che siano mai state esplicitate. Per Camillo Loriedo e Milena Jedlowski (2011) sembra esistere una correlazione tra aspettative disattese e depressione. Nello specifico tra aspettative totalizzanti e lo sviluppo di una condizione depressiva. Con aspettative totalizzanti si intende “convinzioni, proiettate nel futuro, caratterizzate da una previsione assoluta, che non ammette limitazioni ed eccezioni”. In tal senso, proprio perché totalizzanti, anche una delusione parziale determinerà un completo fallimento, facendo emergere il loro carattere depressogeno. Le aspettative totalizzanti nelle relazioni depressive sono: aspettativa del successo totale, aspettativa dell’amore completo, aspettativa di non commettere mai errori, aspettativa di approvazione incondizionata, aspettativa di ottenere sempre una posizione dominante, aspettativa della comprensione assoluta. Questa teoria articolata e complessa di Loriedo e Jedlowski, qui riportata in estrema sintesi, ha delle significative ricadute sull’intervento terapeutico in ottica sistemico relazionale. Infatti, per trattare tali aspettative, presenti principalmente nel contesto familiare dei pazienti depressi, il primo passo dell’intervento terapeutico è quello di ridimensionarle e relativizzarle, riducendo il loro valore assoluto e diminuire la loro importanza. In seguito, tali aspettative vanno sostituite con aspettative realistiche, così che sia possibile anche ridurre le pressioni intra-familiari reciproche. Obiettivo ultimo è “risvegliare” le aspettative personali, sopite da tempo, per aiutare i componenti della famiglia a scoprire le proprie aspettative nascoste e soffocate da quelle altrui. Fonte: Loriedo C. e Jedlowski M. (2011), Aspettative totalizzanti e relazioni familiari nella depressione. In Andolfi M, Loriedo C., Ugazio V., (a cura di) (2011), “Depressioni e Sistemi. Il peso della relazione.” Franco Angeli, Milano.
ADHD: indicazioni per i genitori

Suggerimenti ai genitori per gestire i comportamenti problematici di bambini con ADHD. Nello scorso articolo si è parlato del Disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività e di cosa possono fare gli insegnanti per aiutare questi bambini a regolare i propri comportamenti. Quando si parla delle famiglie, la situazione è più delicata perchè spesso i genitori non sanno cos’è l’ADHD e pensano che possa essere l’educazione in casa acausare il problema. Infatti, davanti ad un bambino con comportamenti problematici, i genitori si muovono tra due posizioni: uno stile educativo iperautoritario oppure l’assecondare i “capricci” del bambino finendo per renderlo ingestibile. Diventa importante allora un intervento di parent training che possa insegnare ai genitori come comportarsi dinanzi ai comportamenti problematici del figlio. Cosa può fare un genitore? E’ opportuno non ripetere sempre le stesse regole o critiche verbali, poichè non si tratta di un problema di comprensione ma di un problema di performance, di agito pratico. Occorre usare commenti positivi, premi, ricompense piccole, frequenti e tempestive. Occorre individuare pochi comportamenti problema su cui intervenire e cercare la collaborazione del bambino spiegando chiaramente e positivamente cosa gli si sta chiedendo: occorre rinforzare, sostenere ed incoraggiare i risultati positivi sulla linea dei comportamenti individuati. Le punizioni sono efficaci nell’immediato ma non a lungo termine. C’è bisogno di elogiare molto questi bambini per quello di nuovo che riescono a fare. Occorre conoscere le situazioni in cui l’instabilità o i problemi aumentano. Sapere cosa eccita e cosa acquieta consente di prevedere come comportarsi nelle diverse situazioni. E’ importante che i genitori riescano a dividere i propri problemi da quelli dei figli e che non pensino di essere “cattivi genitori”. Le difficoltà comportamentali dei propri figli non dipendono da questo. Occorre parlare con il bambino ma non sul bambino in sua presenza. E’ utile ritagliarsi una mezz’ora speciale della giornata per stare con i propri figli per il solo piacere di divertirsi, senza fare compiti (Floor time). E’ un momento in cui si può fare quello che vuole lui, partecipando al suo gioco senza assumere il controllo ma essendone coinvolti.
L’Arte di dire di “No”: una chiave per il benessere psicologico

Dire di no è una delle competenze più importanti che possiamo sviluppare per mantenere il nostro equilibrio psicologico, ma al contempo è una delle più difficili da mettere in pratica. Viviamo in una società che spesso premia la disponibilità e il sacrificio personale, lasciandoci con la sensazione che rifiutare una richiesta significhi deludere gli altri o essere egoisti. In realtà, saper dire di no è un atto di autoconservazione, un gesto che protegge il nostro tempo, la nostra energia e, soprattutto, il nostro benessere mentale. Perché è così difficile dire di no? Molte persone trovano difficile dire di no per diverse ragioni psicologiche e sociali:1. Paura del conflitto: Dire di no può creare tensioni o disaccordi. Per molte persone, evitare il conflitto è una priorità, anche a scapito dei propri bisogni.2. Desiderio di approvazione: Vogliamo essere accettati e apprezzati dagli altri, e dire di no può farci temere di essere percepiti come insensibili o egoisti.3. Senso di colpa: Dire di no, soprattutto a persone a cui teniamo, può innescare un senso di colpa per non essere stati d’aiuto o disponibili.4. Condizionamento culturale: In molte culture, essere sempre pronti ad aiutare è visto come un valore, mentre rifiutare richieste è spesso stigmatizzato. Il costo psicologico di non dire di no Accettare troppo spesso richieste altrui, anche quando non lo vogliamo, può portare a:• Stress e ansia: Il sovraccarico di impegni e responsabilità può farci sentire sopraffatti e privi di controllo.• Esaurimento emotivo: Sacrificare i propri bisogni per soddisfare quelli degli altri può consumare le nostre risorse emotive.• Resentimento: Quando ci sentiamo obbligati a dire di sì, possiamo sviluppare sentimenti di rabbia o frustrazione nei confronti degli altri, o persino verso noi stessi. Imparare a dire di no: Strategie pratiche Sviluppare l’abilità di dire di no richiede pratica e consapevolezza. Ecco alcune strategie utili:1. Riconoscere i propri limiti: Prenditi del tempo per riflettere su ciò che è importante per te e su quanto tempo ed energia sei disposto a dedicare agli altri. Conoscere i propri limiti è il primo passo per proteggerli.2. Usare un linguaggio chiaro e gentile: Un no non deve essere aggressivo. Frasi come “Mi piacerebbe aiutarti, ma al momento non posso” o “Grazie per aver pensato a me, ma devo declinare” sono modi assertivi ma gentili di rifiutare.3. Evitare giustificazioni eccessive: Non è necessario fornire spiegazioni dettagliate o scusarti ripetutamente. Un semplice “Non posso” è spesso sufficiente.4. Praticare l’assertività: L’assertività è la capacità di esprimere i propri bisogni e desideri in modo rispettoso ma fermo. Puoi svilupparla attraverso esercizi di comunicazione o con l’aiuto di un terapeuta.5. Prendere tempo per rispondere: Se dire no sul momento ti mette in difficoltà, puoi guadagnare tempo rispondendo: “Lasciami pensarci e ti faccio sapere.” Questo ti dà lo spazio per riflettere e rispondere in modo ponderato. I benefici di dire di no Imparare a dire di no ha effetti positivi su molteplici aspetti della nostra vita:• Maggiore autostima: Dire di no rafforza il rispetto per sé stessi e la consapevolezza del proprio valore.• Relazioni più autentiche: Essere sinceri sui propri limiti favorisce relazioni basate sulla trasparenza e sul rispetto reciproco.• Tempo per ciò che conta davvero: Dire di no a ciò che non è essenziale ci permette di dedicare più tempo e energia alle nostre priorità. Dire di no non è un rifiuto verso gli altri, ma un sì verso noi stessi. È un atto di cura personale che ci permette di mantenere il nostro equilibrio mentale, di vivere in modo più autentico e di costruire relazioni più sane. Come ogni abilità, richiede pratica e coraggio, ma i benefici per il nostro benessere psicologico valgono ampiamente lo sforzo. Ricorda: ogni no che dici con consapevolezza è un passo verso una vita più appagante e serena.