REGALI DI NATALE E IL SIGNIFICATO PSICOLOGICO

Scambiarsi i regali di Natale è una tradizione, che ha origine molto antiche e che si è evoluta nel corso dei secoli attraverso influenze culturali, religiose e sociali. Ad esempio, il primo giorno dell’anno, i Romani si regalavano dei rami consacrati come augurio di prosperità e abbondanza. Successivamente, nella tradizione cristiana, la pratica di scambiarsi doni durante queste periodo è collegata alla storia della nascita di Gesù. Ma cosa rappresenta da un punto di vista psicologico questa tradizione? Come possiamo ben immaginare, esistono diversi aspetti psicologici che possono influenzare la scelta, la percezione e l’effetto dei regali durante le settimane natalizie. 1. Espressione di affetto e connessione sociale I regali di Natale spesso rappresentano un modo per esprimere affetto e rafforzare i legami sociali. Fare un regalo può avere un impatto psicologico positivo sia su chi lo fa sia su chi lo riceve, creando così un senso di appartenenza e connessione 2. Gratificazione personale In relazione a quanto detto sopra, regalare può fornire una gratificazione personale a chi dona. Fare un regalo pensato e vedere il relativo apprezzamento nel destinatario fa aumentare il senso di realizzazione e felicità. 3. Aspettative e pressioni sociali Durante le settimane che precedono il Natale, non si sperimentano solamente emozioni positive. Spesso c’è una pressione per trovare il regalo perfetto. Questa aspettativa può generare ansia e stress perché è a volte è difficile scegliere un regalo che sia significativo e gradito a chi lo riceve. 4. Simboli e significati dei regali Sempre in relazione a quanto detto sopra, i regali possono trasmettere simboli e significati profondi. Per questo motivo, si è sempre alla ricerca del regalo “giusto” per ogni ricevente in base a ciò che si vuole trasmettere lui. 5. Conformità sociale A volte, la conformità sociale entra in gioco nelle decisioni di acquisto dei consumatori. Le persone possono scegliere i regali in base alle aspettative sociali e alle tendenze di mercato. In sintesi, la tradizione di scambiarsi regali durante il periodo natalizio è intrinsecamente legato a molti aspetti psicologici, che vanno dalle relazioni interpersonali alle aspettative sociali e alle emozioni personali.

Mindful Eating

La Mindfulness è una pratica che insegna l’importanza della presenza nella nostra vita, la presenza a noi stessi, in modo non giudicante e allontanando i pensieri che distolgono l’attenzione dal momento presente.  Secondo la definizione di Kabat-Zinn “Mindfulness” significa “prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, nel momento presente e in modo non giudicante”. Quindi, la mindfulness non è altro che uno stato mentale di particolare attenzione e speciale consapevolezza, che può essere coltivato e sviluppato attraverso la pratica della meditazione. La mindful eating è l’alimentazione consapevole: è la capacità di portare piena attenzione e consapevolezza all’esperienza alimentare e al cibo. Permette di diventare consapevoli dei nostri stati interni (sensazioni fisiche, emozioni, pensieri) relativi al mangiare, riconnettendoci con la nostra innata saggezza interiore. L’alimentazione consapevole (Mindful Eating) è un modo del tutto diverso di guardare la nostra relazione con il cibo, che molto spesso è caratterizzata da scarsa attenzione per la scelta degli alimenti, masticazione veloce e tendenza a mangiare mentre si svolgono altre attività (guardare la televisione, lavorare, usare il cellulare, essere impegnati in una conversazione) E’ un approccio innovativo al cibo basato sulla mindfulness che non prescrive cosa mangiare e cosa non mangiare, ma insegna come mangiare La Mindful eating si concentra sulle vostre esperienze alimentari, sulle sensazioni legate al corpo e sui pensieri e i sentimenti relativi al cibo, con una maggiore consapevolezza e senza giudizio. Si presta attenzione agli alimenti scelti, ai segnali fisici interni ed esterni e alle vostre risposte a tali segnali. L’obiettivo è quello di promuovere un’esperienza di pasto più piacevole e la comprensione dell’ambiente alimentare. Il primo obiettivo è trovare un ri-equilibrio tra aspetti fisiologici e aspetti non legati alla nutrizione che determinano il nostro rapporto con il cibo. Risulta quindi necessario riconnettersi con il senso di fame e sazietà distinguendoli da fattori esterni.  Mangiare con più consapevolezza apporta innumerevoli benefici: mangiamo meno, perché assaporiamo e siamo soddisfatti da inferiori quantità di cibo; inoltre mangiare lentamente ci aiuterà a capire quando siamo sazi e pronti a fermarci. Gustiamo veramente ciò che ingeriamo, sperimentando di conseguenza un senso di appagamento superiore,riduciamo abbuffate e fame nervosa, perché siamo più consapevoli dei segnali del nostro corpo,  e ciò aiuta a diminuire le difficoltà nella relazione con il cibo. Un’alimentazione mindfull permette di fare scelte più salutari e di raggiungere una modalità di alimentarsi che tiene conto non solo del corpo, ma anche della mente e del cuore.

Quali sono i vantaggi del social dreaming?

Con il termine “social dreaming” si indica il “sogno sociale”. Cosa vuol dire “sogno sociale”? Un sogno che è condiviso con gli altri e che forse può aiutare anche gli altri. Il social dreaming può favorire l’interazione tra le persone, facendo emergere alcuni lati della nostra personalità. Il sogno è un processo mentale che avviene quando dormiamo. Nel sogno noi viviamo storie, percepiamo immagini, avvertiamo sensazioni, incontriamo persone, animali, visitiamo luoghi e ambienti vari. Tutto vissuto con un’esperienza diretta. L’esperienza diretta è vita anche se fatta durante il sogno. Proprio perché esperienza, siamo costretti a subirla. Il grande pittore post-impressionista Van Gogh affermava: “Prima sogno i miei dipinti, poi dipingo i miei sogni.” Perché questo? La risposta è semplice: nel sogno noi apprendiamo conoscenze, rituali, parole che incidono in maniera significativa sul nostro modo di agire. Social dreaming come modo di pensare Il “social dreaming” è una tecnica di lavoro con il gruppo. Rappresenta un modo di pensare ed è stato “scoperto” da Gordon Lawrence intorno agli anni ’80. Il “social dreaming”, in sintesi, è una pratica di condivisione dei sogni all’interno di uno spazio sociale. Durante il social dreaming la persona tracciare verbalmente il sogno; evidenziare i tratti salienti del sogni; dare risalto al ruolo di se stesso nel sogno. Qualora si decidesse di potenziare l’attività immaginativa, è necessario avere sia una visione condivisa del sogno, sia degli obiettivi di crescita personale. Durante il social dreaming la mente elabora pensieri e vive emozioni, intravede nuove strade e nuovi sentieri. Si sforza anche di compiere nuove azioni e di vivere nuove situazioni, che svolgono un ruolo di ricostruzione cognitiva ed emotiva del sogno stesso. Il sogno sociale è utile per pianificare, organizzare, coordinare e controllare anche le proprie azioni. Il sogno sociale ci rassicura anche perchè ci permette di fare previsioni. Grazie all’immaginazione si può diventare capace di assumere il controllo del proprio pensiero. Qualora si decidesse di potenziare l’attività immaginativa è necessario avere sia una visione condivisa del sogno, sia degli obiettivi di crescita personale. In generale, il “sogno sociale” spesso riflette le aspirazioni e le visioni di un benessere collettivo. Cominciare a sognare significa che la nostra mente non avrà frontiere.

Cultura dell’Adozione

di Barbara Barbieri Parlare di adozione non è mai semplice.Ci sono esperienze meravigliose e adozioni non riuscite che fanno soffrire tutte le parti in causa e riflettere costantemente chi se ne occupa sul come, perché, quando è utile adottare. Vediamo qui i principi cardine imprescindibili su cui si basa l’adozione.La convenzione dell’Aia (29 maggio 1993) è un regolamento accettato liberamente dagli Stati firmatari con lo scopo di vincolare gli Stati aderenti al rispetto degli stessi principi e delle stesse procedure in materia di adozione.Principi su cui si fonda:1) Criterio di sussidiarietà:Consiste nel riconoscimento del diritto del minore a vivere e crescere prima di tutto all’interno della famiglia di origine.Da cui ne consegue che chi si occupa di adozione procede come segue: Il primo impegno è di consentire alla famiglia di origine di tenere con sé il figlio che ha generato, quindi ci si adopera, se possibile, affinché il bambino resti nella sua famiglia; anche allargata dando il sostegno necessario,psicologico, sociale o economico, e/o a promuovere l’affido temporaneo cercando parallelamente di risolvere eventuali situazioni precarie, ecc. Se non è possibile lasciarlo nella sua famiglia, si cerca di non sradicarlo culturalmente: adozione nazionale. Se anche questa possibilità viene meno si procede all’adozione internazionale come ultima risorsa per garantire al bambino il diritto di avere una famiglia.2) Riconoscimento che l’interesse prevalente in ogni ipotesi di adozione internazionale è quello del minore. Chiunque si occupi di adozione ha il dovere di operare partendo dalle attese del minore e si deve sempre porre come suo intermediario, suo interprete e suo scudo. Questo è valido per tutti gli operatori: psicologi, assistenti sociali, tribunali, enti autorizzati e a maggior ragione per i futuri genitori. Non significa sottovalutare le problematiche della coppia. Spesso chi adotta, lo fa partendo da una sua storia personale con ben precisi motivazioni ed ha il diritto di essere trattato con il massimo rispetto. Significa ricordare che non vi è alcun diritto per la coppia nell’adozione, il diritto è del minore di avere una famiglia che lo aiuti a crescere. La profonda differenza sta nel fatto che il genitore fa una scelta matura e consapevole, anche se con precise motivazioni alla base, il bambino subisce l’abbandono ed ha sempre un’età che non gli permette di comprendere a fondo le ragioni della sua realtà. L’interesse della famiglia viene preso in considerazione se e quando coincide con l’interesse primario del bambino. Ai genitori è richiesta disponibilità e compatibilità. Adottare significa per una coppia dare un’offerta di disponibilità da utilizzarsi nel momento in cui ci sarà un bambino che ne ha bisogno, tale disponibilità viene maturata e appieno attraverso il percorso dei coniugi con i servizi sociali, che vi portano ad affrontare e superare le loro eventuali problematiche individuali o di coppia e a fornirgli una qualità diversa dell’essere genitore.L’adozione, infatti, presuppone un’educazione della coppia alla genitorialità attraverso un percorso di consapevolezza che fornisca gli strumenti adeguati per capire il bambino e per rispondere alle sue necessità di salute fisica, ma soprattutto psicologica. La compatibilità è maturata, invece, attraverso il percorso con gli enti autorizzati che focalizzano l’attenzione sull’incontro con il bambino e con tutte le variabili legate all’accoglimento di un bambino straniero: burocratiche,culturali eccetera. Accogliere un bambino straniero significa fare proprio anche il suo contesto di origine. Per fare questo è necessario una comprensione profonda dei concetti di uguaglianza di tutti i bambini e di disponibilità affettiva intesa come sensibilità ed apertura tali da offrire la massima garanzia che il minore sarà accettato con la sua personalità, il suo carattere e la sua storia. La maturazione avviene attraverso un percorso cheporta ad uno spazio mentale nella coppia dove il bambino possa portare se stesso con la sua unicità. La competenza psicologica dei genitori adottivi è la base da cui partire per poter pensare di aiutare il bambino a costruire una storia condivisa ed accettabile dell’abbandono, ma anche di riconoscere la sua diversità culturale. A loro è richiesto un percorso in cui avvenga una buona elaborazione delle motivazioni profonde che li muovono a questa scelta, attraverso l’analisi dei vissuti di lutto legati al silenzio del corpo o a qualunque altra causa di dolore, rabbia o frustrazione. Solo una buona elaborazione consente, infatti, di utilizzare la propria storia di coppia in modo creativo e non difensivo cioè utilizzare la storia genitoriale come risorsa per dare un significato alla creazione della famiglia adottiva.L’adozione è anche un fenomeno sociale poiché il bambino e la famiglia, nel senso più allargato, dovranno confrontarsi con l’inserimento nel contesto sociale, culturale e scolastico. Il percorso non è facile perché è spesso frustrante e doloroso. La dinamica ricorrente è un equilibrio dinamico che vede l’alternanza di una vita familiare piena e ricca di momenti affettivi condivisi, unici e specialissimi dove l’altro è simile a sè (sia esso figlio o genitore), ma ad ogni momento evolutivo è necessario essere pronti a confrontarsi nuovamente con la separazione e la diversità. Si deve essere disponibili ad un cambiamento, individuale, di coppia, di famiglia.Il presupposto logico e giuridico di ogni procedura di adozione è dare una famiglia ad un minore che si trova in una situazione di abbandono non provocato e non sanabile, il risultato finale è la creazione di una famiglia che mette insieme le risorse dei genitori e del bambino con l’intento di darsi affetto reciproco.

Il ruolo della fede in psicoterapia

Il ruolo della fede nella psicoterapia <<Laddove non arriva il pensiero, ci vuole fiducia>> Enne, nel mezzo di una seduta, mi racconta di aver visionato un video la sera prima, che mostra l’immagine del conflitto israelo-palestinese. <<Un uomo, tra le macerie, con il figlio morto tra le braccia, con una serenità in volto dice “è il volere di Allah”>>. <<E come è stato per lei?>> <<Angosciante, ma liberatorio. Un qualcosa di pacifico>> Cominciamo così a parlare della fede. Ad Enne, italiano di origini palestinesi, in questo periodo storico di fede ne è rimasta poca.  Partiamo da un contesto preciso, quello religioso, per poi spogliarlo di un significato spirituale. In letteratura ci sono molte evidenze circa il ruolo che la fede riveste nel fronteggiamento delle cure oncologiche terminali e non. Promuove una proattività nel paziente, con una maggiore aderenza alle cure, una generale risposta positiva dell’organismo, in una rete di fattori indiretti che aumentano la percezione di benessere dell’individuo. Io che non sono credente, mi ritrovo a pensare ad una delle mie prime sedute di terapia personale. All’esposizione dei miei pensieri ruminativi di ricerca assoluta di certezza, il terapeuta mi risponde:<<laddove non arriva il pensiero, abbi fede>>. Ragioniamo un po’ su ciò che fede può significare per noi. Potrebbe aiutare a minimizzare la gravità di un errore. <<Ho fatto bene? È la scelta giusta?>>. Sono quesiti a cui non si può arrivare con assoluta certezza, in quanto fa parte di un’attività di previsione del futuro da parte della mente. Può cioè aiutare ad accettare il fallimento di un bisogno universale dell’uomo: il bisogno di certezza. La fede ci aiuta ad accettare con benevolenza l’incertezza, ingrediente fondamentale dell’emozione dell’ansia. Permette inoltre di accettazione del fallimento dei nostri scopi più profondi, che non è passività. È fiducia nella possibilità che nella vita ci siano altri scopi alternativi per noi più funzionali.  Aiuta, infine, a fronteggiare il dolore dello scopo perduto. E per me che non sono credente, parlare di fede mi sorprende molto. Mi sembra irrazionale, abbandonica, un inno alla passività. Mi sono poi scoperta ad avere fede continuamente, nelle piccole cose. Ogni volta che non pensiamo al respiro, ad esempio. In tutte le azioni in cui non siamo consapevoli, e abbiamo fede che il nostro corpo si prenda cura di noi. Per tutte le volte che troviamo l’altro ad un incontro concordato, e ci sembra normale che possa essere lì ad aspettarci. Mi sono sorpresa a scoprire in quante cose ho fede continuamente senza darci peso, e di come questo mi permetta invece di portare attivamente avanti i miei obiettivi. Perché in fondo avere fede vuol dire accettare l’esistenza di ciò che è al di fuori del nostro controllo. Perché in fondo, dico ad Enne, avere fede è ciò che ci permette di star qui nell’incontro con la certezza che questo pavimento non crollerà.

Arteterapia come arte collettiva

Grotta Chauvet

Parte delle mie/nostre radici sono senza identità e sono comuni così come i nostri corpi. Ho imparato nel mio lavoro come psicoterapeuta ed arteterapeuta che il corpo è un qualcosa che ci viene donato dai nostri antenati e che nascere non basta. Corpi come collage dinamici dei ritmi dei nostri caregivers, di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi dello sviluppo. Portiamo avanti gesti ed espressioni che magari vengono da molto lontano nel tempo. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le nostre affezionate anime pezzentelle che nell’articolo Le nostre anime pezzentelle abbiamo potuto conoscere. Fondamentale nei laboratori della mia scuola di arteterapia Poliscreativa è la possibilità di altrnare fasi fusionali a fasi identitarie. Oscillare tra l’ affermazione dell’identità e la possibilità di fondersi con l’identità dell’altro. L’anonimato per noi è fondamentale proprio come anonime erano tutte quelle opere di scuola, di comunità e non d’autore, caratteristiche dell’arte collettiva. Grande sostenitore dell’arte collettiva era Don Milani insieme a Giovanni Michelucci due esponenti del pensiero del ‘900 italiano a cui dobbiamo molto. Questa è l’arte anonima, dove non è importante il narcisismo individuale, ma il piacere della collaborazione. È proprio l’architetto Michelucci che nella prefazione al libro del Priore della scuola di Barbiana scrive: “[…]Ma poi, non è forse la collaborazione un dare e ricevere e legare il proprio pensiero (quale che sia vasto o limitato) al pensiero degli altri per impastarlo e farne un unico pane? Non porta forse ogni uomo a sentirsi così un elemento di continuità nella storia?“ Prefazione che fu poi tolta perché ritenuta dall’editore troppo difficile, ma che noi riteniamo preziosa. A proposito dell’arte collettiva anche Ingmar Bergman, grande regista, considerato una delle personalità più eminenti della storia della cinematografia mondiale, quando in un’intervista gli chiesero se non fosse stato l’artista che è, quale artista vorrebbe essere stato? Bergman rispose introducendo questo aneddoto: nel tardo medioevo in un paesino del nord-europa venne distrutta da un incendio una grande cattedrale gotica questa cattedrale era importantissima per la propria comunità, rappresentava un punto di riferimento emotivo importante così molti contadini, artigiani, gente del posto, lavorarono alacremente per ricostruirla e in pochi anni la ricostruirono. Il regista rispose:”Se rinascessi vorrei essere uno di quegli artisti anonimi” Il nostro modo di fare arteterapia ha radici proprio nell’arte collettiva e anonima, nel nostro bisogno di oscillare tra l’affermazione della nostra identità e nella possibilità di fondersi con l’identità dell’altro o meglio con la comunità, tutto secondo un andamento a spirale.

Il Coping: fronteggiare lo stress

Lo stress è una reazione naturale dell’organismo a stimoli che vengono percepiti come minacciosi, può essere causato da fattori interni o da fattori esterni, ed è utile all’organismo perché permette di adattarci ai cambiamenti. Le risposte allo stress coinvolgono reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali. Quando lo stress diventa eccessivo può causare alterazioni patogenetiche e la patologia diventare a sua volta un fattore di stress. Ad oggi le ricerche moderne evidenziano che la relazione tra stress e salute è complessa e dipende da diversi fattori, tra cui la predisposizione genetica e l’esposizione a fattori ambientali. Le persone non sono ugualmente vulnerabili allo stress e lo affrontano in modo diverso, questo può cambiare in base alle caratteristiche sia personali che sociali, ma anche dal modo in cui le persone interpretano e valutano gli eventi o le esperienze pregresse, le caratteristiche sociodemografiche e di personalità. Tutti questi fattori possono interagire tra loro in modo complesso. Quando parliamo del modo in cui le persone fronteggiano situazioni stressanti o eventi traumatici, ci riferiamo al concetto di coping, questo termine deriva dal verbo inglese to cope e significa “far fronte”. Negli anni sono state proposte svariate classificazioni delle strategie di coping, ma tra quelle più conosciute c’è la classificazione proposta da Lazarus e Folkman nel 1984. Gli autori distinguono tra coping problem-focused (focalizzato sul problema) e coping emotion-focused (focalizzato sulle emozioni). Il primo ha la funzione di rimuovere, evitare o ridurre il rischio di conseguenze dannose che potrebbero derivare da un evento stressante. Inoltre, il coping focalizzato sul problema trova espressione in due fattori denominate coping attivo e di pianificazione. Il coping focalizzato sulle emozioni cerca di ridurre l’impatto delle reazioni emozionali negative attraverso varie risposte, ed è caratterizzato da quattro fattori, l’autocontrollo, la rivalutazione positiva, l’assunzione di responsabilità e il distanziamento. Altri autori hanno fatto una distinzione tra l’approach o engagement coping (coping di approccio) e l’avoidance o disengagement coping (coping di evitamento). Il primo comprende le strategie finalizzate a gestire il problema o centrate sulle emozioni negative ad esso collegate come, ad esempio, la ricerca di supporto sociale o la ristrutturazione cognitiva. Il secondo comprende le strategie finalizzate ad evitare il problema e le emozioni ad esso collegate, come, ad esempio, evitamento, distrazione o l’uso di sostanze. Riferimenti Bibliografici Ricci-Bitti, P. E., Gremigni, P. (2013). Psicologia della Salute. Modelli Teorici e contesti applicativi. (2013). Carocci Editore. Sica, C., Magni, C., Ghisi, M., Altoè, G., Sighinolfi, C., Chiri, L. R., & Franceschini, S. (2008). Coping Orientation to Problems Experienced-Nuova Versione Italiana (COPE-NVI): uno strumento per la misura degli stili di coping. Psicoterapia cognitiva e comportamentale, 14(1), 27

Intelligenza emotiva: superare i confini del Q.I.

Il concetto di intelligenza emotiva ha rivoluzionato la comprensione delle capacità umane. A differenza della classica accezione dell’intelligenza, la quale si concentra sulla sfera razionale-cognitiva e sulla misurazione del Quoziente Intellettivo (Q.I.), l’intelligenza emotiva, valutata attraverso il Quoziente Emotivo (Q.E.), si focalizza sulla consapevolezza, la gestione e la comprensione delle emozioni, sia personali che altrui. In un contesto sempre più interconnesso e orientato socialmente, l’importanza dell’intelligenza emotiva diviene sempre più evidente e l’intelligenza cognitiva non sarà più sufficiente per poter percepire la realtà circostante nel suo complesso. La prima definizione di intelligenza emotiva Il costrutto psicologico dell’intelligenza emotiva è stato definito per la prima volta nel 1990 dagli psicologi Salovey e Mayer. I due psicologi, nella loro elaborazione della definizione al costrutto psicologico, la identificherebbero come una tipologia di intelligenza sociale. A sua volta, l’intelligenza sociale, elaborata da Thordike nel 1920, sarebbe una capacità di comprensione delle altre persone che si rifletterebbe in una maggior saggezza nelle relazioni sociali. Salovey e Mayer, quindi, riprendono il concetto dell’intelligenza sociale per poter elaborare la definizione di intelligenza emotiva, la quale farebbe riferimento ad una capacità di monitorare, differenziare e comprendere le emozioni, proprie od altrui, in modo da guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Componenti e competenze di Goleman Pochi anni dopo Salovey e Mayer, nel 1995, lo psicologo Daniel Goleman ha ampliato il costrutto psicologico, identificando cinque specifiche componenti dell’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza: la capacità di avere consapevolezza del proprio stato emotivo e di riconoscere le proprie emozioni, competenze, capacità e limiti. Autoregolamentazione: la capacità di gestire i propri stati emotivi, evitando di negarli o eliminarli, ma piuttosto modulandoli per produrre comportamenti adattivi e adeguati al contesto. Motivazione: la capacità di mantenere un impegno personale e di sfruttare le occasioni presenti per poter raggiungere e realizzare i propri obiettivi. Empatia: la capacità di riconoscere gli stati d’animo e le emozioni altrui, evitando pregiudizi e sintonizzandosi emotivamente con le altre persone. Abilità sociali: la capacità di gestione emotiva all’interno di un contesto relazionale, permettendo così lo sviluppo di competenze comunicative e di gestione di conflitti. Queste cinque componenti, specifica Goleman, si possono suddividere a loro volta in due competenze: le prime tre caratteristiche farebbero parte della competenza personale, legata alla gestione e sul controllo di sé stessi, mentre le ultime due caratteristiche andrebbero a comporre la competenza sociale, che si focalizzerebbe invece sulle relazioni e le interazioni con le altre persone. Conclusioni Possedere un’alta intelligenza emotiva si traduce in maggiore flessibilità cognitiva, adattabilità e maturità emotiva. Inoltre, un elevato livello di intelligenza emotiva può essere estremamente utile per migliorare la qualità della vita. Oltre che rendere i contesti relazionali con familiari o pari maggiormente funzionali, l’intelligenza emotiva può apportare benefici anche nell’ambito educativo e lavorativo, affrontando così le sfide quotidiane in modo più efficace. Nell’ambito clinico, l’intelligenza emotiva offre nuove prospettive e approcci per il miglioramento del benessere psicologico. Pertanto, sviluppare questa competenza è essenziale, poiché è considerata apprendibile e non immodificabile. Riconoscere il valore e l’importanza delle emozioni, sia proprie che altrui, è un passo fondamentale in questo processo. Come disse Goleman, “A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale”. Bibliografia Brackett, M. A., & Mayer, J. D. (2003). Convergent, discriminant, and incremental validity of competing measures of emotional intelligence. Personality and social psychology bulletin, 29(9), 1147-1158. Nelis, D., Quoidbach, J., Mikolajczak, M., & Hansenne, M. (2009). Increasing emotional intelligence:(How) is it possible?. Personality and individual differences, 47(1), 36-41. Goleman, D. (1996). Emotional intelligence. Why it can matter more than IQ. Learning, 24(6), 49-50. Lopes, P. N., Salovey, P., & Straus, R. (2003). Emotional intelligence, personality, and the perceived quality of social relationships. Personality and individual Differences, 35(3), 641-658. Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, cognition and personality, 9(3), 185-211. Goleman, D. (2000). Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro (Vol. 45). Bur. Thorndike, E. L. (1920). Intelligence and its uses. Harper’s Magazine, 140, 227–235. 

Generazione Z

Un contributo di Exaucee Ngoma Mbenza sulla Generazione Z.

Le scelte efficaci: la motivazione

di Alberta Casella Ogni giorno affrontiamo scelte del quotidiano che condizionano, poi, il procedere della vita. Pensiamo a scelte semplici come, ad esempio, cosa fare nel tempo libero, quale amico contattare per chiacchierare un po’, cosa acquistare e come vestirsi.  Pensiamo poi anche a scelte complesse, il lavoro, la famiglia, la casa. Una persona che si definisce “razionale” compie tali scelte in base ad elementi che fanno propendere in positivo o negativo.  La questione così posta sembra risolta ma appare semplicistica.  In essa non è considerato tutto il mondo interno della persona, composto di emozioni, sentimenti e desideri.  La parte razionale della nostra scelta viene definita motivo, mentre il mondo interno che sottende e muove e condiziona la scelta viene definito motivazione.  La motivazione va distinta in intrinseca ed estrinseca: la motivazione estrinseca è fornita dall’esterno alla persona, è il volere di un altro soggetto che riesce ad influenzare la nostra scelta. La motivazione intrinseca è il nostro volere puro da condizionamenti, è il nostro reale desiderio. Le motivazioni estrinseche possono e devono essere comprese come intrinseche. Troppo spesso, tuttavia, la motivazione intrinseca è sottesa alla scelta ovvero muove sotto la superficie ma non è chiara alla persona che sceglie.  Quando le nostre motivazioni riescono ad essere ascoltate chiaramente e soddisfatte, ci guidano in scelte che ci generano un senso di appagamento e benessere; di contro, quando non valutiamo, non consideriamo o, addirittura, escludiamo volontariamente i nostri desideri e aspettative si crea una frattura idiosincratica che, al minimo, genera malessere ma può causare stati più gravi di patologie e sofferenza.  Può accadere, ad esempio, che una persona pianifichi la sua scelta e per ragioni impreviste non la realizzi. Pensiamo il caso di una persona che sceglie un lavoro lontano da casa considerando razionalmente il buon compenso economico: può accadere che non si presenti il primo giorno di lavoro e perda la posizione offerta per via di uno stato di malessere psicologico o fisico che gli impedisce di proseguire nella scelta presa.  L’errore di costui è non aver considerato il desiderio di non allontanarsi, ad esempio, da casa e dalla famiglia e non aver valutato, quindi, la motivazione intrinseca nella scelta compiuta. Tali stati di malessere protratti nel tempo e ricorrenti assumono anche diagnosi di disturbo psicosomatico ovvero un malessere psicologico che si riflette in un sintomo fisico arrivando a compromettere il fluire del quotidiano. Qualora tale condizione diventi ricorrente e/o cronica, è importante rivolgersi a un professionista psicologo che possa aiutare nella comprensione e soluzione della difficoltà.