Adozioni Speciali: il Caso di Luca Trapanese

La legge italiana sulle adozioni è ferma al 1983 e fa ancora differenze tra cittadini (e bambini) di serie A e di serie B. L’articolo 44 della legge 184/1983 stabilisce infatti per un single la possibilità di adottare un figlio solo in tre casi: qualora fra lui e il bambino esista un legame di parentela o un rapporto prolungato; quando non vengano individuate coppie idonee (caso più unico che raro); quando il bimbo, orfano, è condizioni di disabilità. La riflessione che mi viene da fare è che se una persona singola può prendersi cura di un bimbo disabile, con tutte le problematiche che tale situazione comporta, perché i nostri legislatori non apportano una modifica alla legge attuale dando la possibilità ai single di poter adottare anche bambini senza disabilità? Più di trenta famiglie hanno detto no perché affetta da sindrome di down. Più di trenta coppie ‘tradizionali’ hanno rifiutato Alba perché spaventati all’idea di crescere una figlia con handicap. L’amore e il desiderio di diventare genitori non hanno prevalso di fronte alla consapevolezza che essere genitori di un bambino disabile significa dover affrontare un viaggio lungo una intera vita in totale solitudine perché lo stato è per lo più assente, perché si fatica ancora tanto ad accogliere ‘il diverso’. Tuttavia, la storia di Alba ha avuto un lieto fine. Il suo cammino ha incontrato quello di Luca Trapanese che ,dopo un lungo percorso , è diventato il suo papà adottivo e ha raccontato la loro storia in un libro intitolato NATA PER TE, scritto insieme a Luca Mercadante . Oggi Luca, il papà di Alba, si batte costantemente affinché la legge italiana sull’ adozione possa essere modificata, consentendo anche ai single, indipendentemente dall’ orientamento sessuale, di adottare bambini abili o disabili, valorizzando il loro desiderio di amare e di diventare genitori.
Come promuovere l’intelligenza situazionale

Al fine di promuovere l’intelligenza situazionale è fondamentale favorire la partecipazione del bambino alla gestione della conoscenza. Cosa vuol dire? Ricordiamo sempre che lo sviluppo è l’interazione tra i fattori genetici e i fattori ambientali, che “amalgamandosi” generano un individuo unico e irripetibile.
Migrazione e nostalgia di casa: quali effetti sulla salute mentale dei rifugiati?

Esseri umani in cerca di una vita migliore. Questa è l’essenza del fenomeno migratorio. Come sottolineato da Renos Papadopoulos (2007), essere un migrante o un rifugiato non è una condizione psicologica di per sé, bensì una condizione politico-sociale che può avere implicazioni psicologiche. Alcune persone diventano migranti perché sono forzate, in maniera diretta o indiretta, ad abbandonare la propria casa a causa di politiche estreme o azioni militari messe in atto da gruppi di persone o dallo stesso Stato; per tali ragioni, sono costrette a spostarsi in un altro posto nel mondo. Alcune persone diventano, quindi, migranti o rifugiati come conseguenza di avverse circostanze socio-politiche, nel tentativo di iniziare una nuova vita. La vita del migrante è spesso caratterizzata da perdita, sofferenza, rottura dei legami con la famiglia ed il luogo d’origine, violenza, disorganizzazione dell’identità, potenziali esperienze traumatiche che comportano la perdita di parti sane del Sé e, con esse, la speranza e la fiducia nel futuro. Diverse meta-analisi attestano il carico di salute mentale vissuto dai rifugiati legato alle esperienze traumatiche prima e durante la migrazione forzata, moderato da fattori di stress post-migrazione. Uno di questi fattori di stress è il semplice fatto di aver lasciato la propria casa, in caso di sfollamento forzato o persecuzione politica, spesso senza sapere quando o se mai sarà possibile un ritorno. Bhugra et al. (2011) descrivono come la migrazione porti universalmente alla “perdita di ciò che è familiare” e che il lutto per questa perdita può causare un disagio significativo, un fenomeno che Eisenbruch (1991) chiamava “lutto culturale”. Nostalgia di casa, salute mentale e rifugiati La nostalgia di casa nei rifugiati dovrebbe essere considerata come un fattore di rischio che aggrava problematiche relative alla salute mentale e/o come conseguenza di uno scarso adattamento psicologico. La nostalgia di casa sembra essere un’esperienza piuttosto universale che si manifesta su diversi livelli: emotivo (ad esempio, desiderio di casa, sensazione di solitudine, umore abbattuto), cognitivo (ad esempio, pensieri preoccupanti su ciò che è mancato), comportamentale (ad esempio, comportamento introverso o aggressivo) e somatici (ad esempio perdita di peso, disturbi del sonno). Esiste una sostanziale sovrapposizione con i sintomi depressivi e, inoltre, è stato riscontrato che la nostalgia di casa è correlata all’ansia e alla rabbia. Un desiderio eccessivo di casa potrebbe interferire con l’adattamento a un nuovo posto e, viceversa, i problemi di adattamento potrebbero esacerbare la nostalgia di per sé. La separazione dalla famiglia e lo stress generato dall’entrare in contatto con nuovi posti e nuove culture sono stati identificati nei rifugiati come importanti fattori che contribuiscono allo scarso adattamento post-migrazione e a problematiche di salute mentale (Rosner et al, 2022). La ricerca di Rosner et al. (2022) Rosner et al. (2022) hanno esplorato l’associazione tra nostalgia di casa e salute mentale in una popolazione di rifugiati. Individui provenienti da diversi paesi (N = 99) richiedenti asilo in Germania sono stati valutati per la nostalgia di casa, le variabili legate alla migrazione (ad esempio, numero di perdite e fase della procedura di asilo) e i sintomi di salute mentale (sintomi di depressione, stress post-traumatico e dolore prolungato). Il campione era formato da 99 individui che avevano presentato domanda di asilo in Germania. I tassi di una probabile diagnosi di disturbo da stress post-traumatico (PTSD) erano alti (45%) così come di depressione (42%). Inoltre, quasi tutti i partecipanti (92%) hanno riferito la perdita di almeno una persona cara e il 20% ha soddisfatto la diagnosi di disturbo da lutto prolungato (PGD). I partecipanti hanno mostrato livelli sostanziali di nostalgia di casa. Nel complesso, la segnalazione di una maggiore nostalgia di casa è stata associata a problemi di salute mentale più gravi, in particolare a sintomi depressivi e a sintomi di stress post-traumatico. Tuttavia, nel campione, l’associazione con i sintomi di salute mentale era principalmente guidata da quegli elementi che facevano emergere problemi di adattamento rispetto alla nuova situazione o da quelli che facevano leva su sentimenti di isolamento. Sono stati individuati tre fattori che influivano sulla salute mentale dei rifugiati: (1) difficoltà di adattamento e solitudine, (2) ruminazioni sulla casa e (3) famiglia e/o amici scomparsi. Mentre le difficoltà di adattamento e la solitudine – oltre al tempo trascorso dall’arrivo in Germania – erano associate a problemi di salute mentale (sintomi depressivi e di stress post-traumatico), il rimuginare sulla casa era correlato a variabili legate alla migrazione (numero di perdite e status di asilo). I problemi di adattamento alla nuova situazione sembrano promuovere l’associazione con più gravi problemi di salute mentale nei rifugiati (Rosner et al, 2022). Il campione ha mostrato una forte nostalgia di casa, che potrebbe essere spiegata da diverse ragioni: di regola, non hanno scelto di essere separati dalla propria casa, ma circostanze terribili li hanno costretti a lasciare casa e i propri cari. Inoltre, la separazione momentanea spesso si trasforma in perdita definitiva, sia essa la perdita della casa o dei propri cari. Infine, i rifugiati si trovano spesso ad affrontare fattori di stress legati al “nuovo posto” molto impegnativi, ad esempio un reddito molto basso o nullo, restrizioni riguardanti l’alloggio o l’occupazione e uno status di asilo incerto; questi sono tutti determinanti sociali della salute mentale, di cui si dovrebbe essere consapevoli (Rosner et al, 2022). In conclusione La valutazione della nostalgia di casa nelle popolazioni di rifugiati ha anche una grande importanza clinica. La nostalgia di casa è un tema ricorrente che viene spesso sollevato durante il trattamento da pazienti costretti a lasciare il proprio paese e che sono in cura per disturbo da stress post-traumatico e/o altri problemi di salute mentale. Ad esempio, Stroebe et al. (20) hanno proposto un modello a doppio processo per affrontare la nostalgia di casa (DPM-HS) che potrebbe informare anche i professionisti della salute mentale che lavorano con i rifugiati: soffrendo di nostalgia, gli individui oscillano tra l’intrusione e l’evitamento riguardo sia ai sintomi legati alla perdita che ai problemi di adattamento; hanno bisogno di acquisire strategie di regolazione delle emozioni più funzionali che consentano loro di affrontare il dolore e il desiderio,
L’atto creativo tra Neuroscienze e Psicologia

di Scilla Esposito L’atto creativo è unico e irripetibile, viviamo inconsapevolmente e costantemente come fossimo un’ “opera d’arte”, il nostro corpo relazionale interagisce più o meno consapevolmente, con altri corpi e in questo spazio di incontro si crea un vero e proprio linguaggio collettivo comune, dove lo scambio relazionale diventa legame produttivo,abbiamo, solo bisogno di rendercene conto, per diventare consapevoli di quanta potenza trasformativa ed aggregativa abbiamo a disposizione, proviamo ad ascoltare i nostri bisogni, accogliendo con slancio quella quota di originalità, imprevedibilità e unicità, necessarie per la nostra integrità.Fare arte è un esigenza essenziale per la sopravvivenza della nostra specie, ad oggi sono molte le ricerche scientifiche che individuano nell’incapacità creativa dell’uomo di Neanderthal una possibile motivazione della sua estinzione, a differenza del nostro antenato l’uomo di Cro-Magnon che ha saputo considerarla ed utilizzarla proprio come un vantaggio evolutivo, sopravvivendo, anche grazie ad essa e restando al passo con i grandi cambiamenti ambientali, proprio in virtù di questo potente adattamento creativo.Un interessante ricerca pubblicata sul “Scientific Reports” da Hiroki, secondo lo studio congiunto della Nagoya University e dell’Università di Tokio, in Giappone, ha concluso che tra le due specie esistevano significative differenze neuroanatomiche, Homo sapiens ha saputo adattarsi all’ambiente in maniera più flessibile, il suo cervello era dotato di una morfologia cerebrale diversa e più ampia nei correlati occipitali, strutture deputate alla comprensione e la produzione del linguaggio, della memoria di lavoro e della flessibilitàcognitiva. Tale condizione lascia dedurre che il pensiero creativo, gli insight trasformativi, l’arte del saper creare, abbiano in qualche modo giocato un ruolo determinante, tra le relazioni evolutive umane della specie, offrendo così una opportunità, adattativa superiore all’ambiente, alimentando occasioni di stimolazioni cognitive e condizioni di vissuti emotivi preziosi. La motivazione neurofisiologica strutturale, che spinge le persone a fare esperienzad’arte, si relativizza in una modalità di funzionamento specie specifica, in cui il paradigma scientifico delle neuroscienze porta la sua parte, chiaramente ciò non è sufficiente e quindi il paradigma delle scienze psicologiche aggiunge criteri, contenuti e prospettive, le due anime scientifiche si sostanziano con reciprocità, diventandoirriducibili l’una all’altra, nonostante siano radicalmente diverse, in quanto la prima tende a comprendere i processi biologici nelle esperienze, la seconda tenta di spiegare e comprendere la realtà dell’esperienza vissuta; l’interconnessione tra biologia, cognizione ed emozioni completano la comprensione dell’esperienza creativa, in cui il nostro “sentire”, viene totalmente travolto dalla situazione. La neurobiologia permette di indagare i meccanismi cerebrali responsabili di ciò che proviamo osservando una creazione d’arte o ascoltando una sinfonia musicale, l’attività metabolica delle regioni orbito frontali e l’aumento dell’attività elettrica della corteccia dorsolaterale sinistra sono osservabili attraverso immagini strumentali che abbiamo le neuroscienze ci mettono disposizione.Gli anni 90 sono stati anni di intensa ricerca neurofisiologica, il team Neuroscientifico di Parma di Rizzolati e Gallese individuò nell’area di Broca e nelle Corteccia parietale inferiore dei neuroni chiamati a specchio abilitati alla capacità di relazionarci con gli altri, la scoperta è probabilmente una delle più importante del XX secolo. Quando osserviamo un’azione compiuta da altri, ne apprendiamo le modalità empaticamente, proprio come fossimo noi stessi a compiere il gesto, ne apprendiamo il processo motorio, cogliamo i significati empatici, e mentalizziamo attraversol’esperienza il vissuto emozionale altrui. Secondo Vittorio Gallese infatti “percepire un’azione e comprenderne il significato, equivale a simularla internamente”. In questo processo neurofisiologico definito dal neuroscienziato “simulazione incarnata”, sono coinvolti i correlati celebrali dell’insula, il giro cingolato e l’amigdala aree implicate anche nell’esperienza emozionale, per quanto riguarda l’azione e l’osservazione dei gesti e dei processi motori, le porzione strutturali implicate sono quella rostrale anteriore, del lobo parietale inferiore, il settore inferiore del giro pre-centrale, la parte posteriore del giro frontale inferiore, in alcuni esperimenti si osservano attività anche in un’area anteriore del giro frontale inferiore, nella corteccia pre-motoria dorsale. La Psicologia da sempre si interessa di emozioni, ad oggi il dibattito è ancora aperto, non essendo ancora giunti ad una definizione univoca di come e dove nascono, sappiamo che il vissuto percepito della reazione ad uno stimolo, sia esso reale, sia essoimmaginario è caratterizzato da aspetti fisiologici e da aspetti cognitivi, che producono risposte intense e di breve durata, ma chiaramente non è totalmente sufficiente per la comprensione della loro natura.Il paradigma della dott.ssa Lisa Feldman Barrett ipotizza che siano un processo cocostruito in base alla cultura in cui viviamo, un processo in cui la determinazione dell’ intelligenza emotiva è fondamentale, in quanto sembrerebbe possibile riconoscere quale emozione si adatti meglio alla situazione attualizzata, per poi poterla creare, utilizzando i processi fisiologici a disposizione, in pratica più il numero delle emozioni riconosciute è alto più la possibilità di funzionare meglio abbiamo, tale capacità viene chiamata “granularità emotiva”, competenza che consente anche la capacità di mentalizzazione delle emozioni altrui. In sostanza, secondo la Barrett la “teoria dell’emozione costruita”, consente al cervello umano di essere predittivo relativamente all’esperienza, in quanto nel corso della nostra interazione con l’ambiente, abbiamo incorporato dei concetti che utilizziamo per intuire i futuri input sensoriali provenienti dal mondo e dal corpo categorizzandoli, creando esperienze significative, definite “concettualizzazioni situate” ossia fenomeni dinamici sensibili al contesto e all’ambiente. In altre parole, il nostro cervello costruisce categorizzazioni, di istanze emotive sulla base di conoscenze concettuali incarnate in precedenza, apprese grazie alle nostre esperienze immersive con l’ambiente. Grazie a queste conoscenze possiamo comprendere meglio quanto l’esigenza di creare, sia necessaria e insita in ogni individuo, è un vero proprio bisogno primario di realizzazione del sé, favorisce l’accrescimento dell’identità, sviluppando parti autentiche, coltivando le proprie aspettative essenziali, legate alla necessità di auto realizzazione attraverso la mediazione creativa. Attraverso l’atto creativo, grazie al gesto corporeo, alla fusione con le forme della materia, con i colori vivi e gli odori delle esperienze d’arte è possibile tuffarsi in un vissuto d’arte incarnata, in cui sentire, odorare, vedere, toccare, le emozioni diventa possibile, producendo occasioni potenti, al di là dei limiti generazionali, diventando occasione trasformativa e riparativa, una possibilità da cui partire, da cui ricominciare, una vera e propria opportunità evolutiva, uno spazio di realizzazione del possibile, una modalità di accudimento, di incontro a cui
Attacco di panico: il Gatto con gli stivali 2

Il Gatto con gli stivali 2: il disturbo di attacco di panico. Mi piacciono tanto i film di animazione, perché sanno trattare temi complessi della psiche umana in modo tanto semplice quanto divertente e graficamente accattivante. Quando incontro pazienti con disturbo da attacco di panico, consiglio loro di guardare il film “il Gatto con gli stivali 2: l’ultimo desiderio”. Gli autori descrivono in modo accuratissimo alcuni dei meccanismi cognitivi, emotivi e corporei che entrano in gioco in un attacco di panico. Non mi credete? Analizziamo insieme questo piccolo estratto! Gatto viene inseguito dal lupo che personifica la Morte. Ogni volta che Gatto anche solamente immagina il Lupo, comincia ad avere dei sintomi fisici: si dilatano le pupille e si rizza il pelo. Gatto ha quindi un pensiero ricorrente quando vede o anche solo immagina Lupo: potrei morire. Questo pensiero gli genera ansia, che porta con sé dei sintomi fisici, come tachicardia, sudorazione, respiro affannoso. L’ansia lo porta però anche a correre, per sfuggire alla minaccia di morte. Durante la corsa nel bosco emergono altri bias cognitivi che abbiamo già trattato in un precedente articolo, sempre grazie all’aiuto del buon vecchio Disney (Biancaneve fugge nel bosco: il ruolo dei bias attentivi nell’ansia). Ma la corsa stessa gli porta ad aumentare tutti quei sintomi già di per sé associati all’ansia, ovvero proprio la tachicardia, la sudorazione e l’affanno. Questi sintomi supportano a loro volta l’idea che allora è vero che potrebbe morire! Si sta sentendo male… e questo aumenta nuovamente l’ansia, in un circolo che si autoalimenta all’infinito. Come si interrompe tale circolo? Gli autori hanno pensato anche a questo. Nel video vediamo arrivare Perrito, il dolce e pure cagnolino che, senza infierire ed entrare nel merito dell’attacco di panico, semplicemente si accoccola serenamente e silenziosamente accanto a Gatto. La vicinanza ad una persona (o anche un animale), ci porta inevitabilmente, con calma, a sintonizzare il nostro respiro e il nostro stato emotivo all’altro. Inoltre, Gatto comincia ad accarezzare Perrito, introducendo un altro elemento. Gatto sta cioè spostando la sua attenzione, dal pensiero di morte, ad un dato concreto, reale e presente, che impegna i 5 sensi: la sensazione di accarezzare il pelo del dolce compagno. Ancora una volta, Disney e Universal Pictures ci prendono! Nella loro semplicità, ecco due piccole strategie per calmare al momento un attacco di panico.
Coppie in crisi: come comunicare col partner

Vediamo insieme alcune strategie pratiche per imparare ad esprimere in modo funzionale i propri bisogni nella coppia. Lo abbiamo sempre pensato: “quanto sono difficili le relazioni”. Molto spesso, abbiamo difficoltà a leggere e interpretare ciò che vogliamo noi stessi, figuriamoci se riusciamo a capire cosa desidera l’altro! Eppure tutto questo è possibile! Quando una coppia è in crisi, cosa possiamo fare? Immagina che… Hai appena litigato col partner perchè ti senti non compreso e vorresti che ti ascoltasse di più. Molto probabilmente inizierai ad urlare o a mettere in atto azioni controproducenti che, alla fine, ti lasceranno solo più triste, più arrabbiato o con un gran senso di vuoto. Sicuramente va sottolineato che non sempre si riuscirà ad ottenere ciò che si vuole, ma seguendo qualche suggerimento, potrai notare alcuni effetti benefici su di te e sulla relazione che vivi, aumentando la probabilità che qualcosa di diverso si verifichi. In questi casi puoi… Respirare profondamente e rimanere presente a ciò che senti. Provare a dire a te stesso: “Sono così arrabbiato ora, ma posso fare spazio a questo; non posso controllare come mi sento, ma posso agire diversamente. Cosa è importante per me ora?” Notare ciò che la mente dice e dare un nome alla storia. Spingere i piedi sul pavimento, guardare attentamente intorno a te, notare dove sei e cosa stai facendo. Chiederti cosa è in tuo potere per soddisfare il tuo bisogno. Qui va ricordato che i bisogni sono diversi dai valori. I valori riguardano ciò che vuoi fare, mentre i bisogni ciò che vuoi ottenere. Se per te, ad esempio, il rispetto è importante (è un valore), potresti: trattare gli altri con rispetto, chiedere di trattarti con rispetto, costruire relazioni con persone per cui il rispetto è importante. Invece, quando si parla di bisogni, si ha a che vedere con: il bisogno di essere trattato con rispetto; il bisogno che il partner tratti con rispetto i miei desideri, e così via. Potendo avere soltanto il controllo sulle nostre azioni, si potrebbe innanzitutto provare a mettere in atto strategie praticabili per soddisfare i nostri bisogni, altrimenti l’unica decisione possibile è rimanere o andare via. Se si sceglie di rimanere, si può provare ad accettare ciò che non può essere cambiato, arricchendo la propria vita attraverso azioni di valore e non rimuginando, lottando, sprecando tempo ed energie per soluzioni impraticabili.
IL PADRE IN UNA PROSPETTIVA ECOLOGICA E SISTEMICA

Per un lungo periodo la figura della madre è stata considerata il principale caregiver del bambino mentre la figura paterna è stata esclusa e non considerata nello scenario di cure. Anche le ricerche scientifiche hanno avuto un ruolo rilevante in questa assenza. È negli anni ’70 che alcuni studiosi hanno iniziato a dare più credito e importanza allo studio della paternità, cercando di comprendere al meglio il rapporto padre-figlio. Dai primi studi ad oggi si evidenzia un’evoluzione dell’ideale paterno che va di pari passo con le trasformazioni culturali e strutturali della società. Quindi la figura del padre non può che essere letta attraverso una lente sociale e culturale, la quale si riferisce a standard specifici del tempo in cui ci troviamo. L’interesse per la relazione tra padre e figlio è in parte imputabile al cambiamento di ipotesi sui ruoli di uomini e donne, e alla convinzione che i padri possono influenzare lo sviluppo dei loro figli, sia in maniera diretta sia attraverso il rapporto con le madri (Belsky, 1981; Parke, Power e Gottman, 1979). Ad oggi possiamo affermare con certezza che la letteratura scientifica sul tema della paternità è diventata ampia e variegata. A tal proposito alcuni autori hanno proposto possibili cornici teoriche che potrebbero aiutare a comprendere meglio cos’è la paternità, perché i padri hanno determinati comportamenti genitoriali, come le azioni paterne aiutano direttamente e indirettamente a determinare lo sviluppo dei bambini, e perché il coinvolgimento paterno potrebbe o dovrebbe influenzare i risultati dello sviluppo nei bambini (Pleck, 2010). Uno dei contributi più recenti e interessanti è quello di Cabrera et al. (2007), i quali hanno sviluppato un modello euristico delle influenze paterne come cornice per guidare gli studi sull’influenza dei padri sullo sviluppo dei bambini. All’interno del modello sono state incorporate sia la teoria ecologica di Bronfenbrenner (1995) sia il modello di processo genitoriale di Belsky (1984) per sviluppare un modello concettuale che guidi i ricercatori nella loro considerazione dei complessi percorsi attraverso i quali i padri possono influenzare direttamente e indirettamente i bambini dalla prima infanzia all’età adulta. La ricerca però ha continuato ad evolversi rivelando processi più dinamici e reciproci attraverso i quali i padri influenzano lo sviluppo dei bambini (Cabrera et al. 2012; Jia, Kotila, & Schoppe-Sullivan, 2012; Lamb, McHale e Crouter, 2013), ciò ha permesso un’espansione del modello sempre da parte di Cabrera et al. (2014), i quali hanno sottolineato che il loro modello espanso non fosse una “fine” ma un continuo divenire, applicabile principalmente ai padri ma concettualmente espandibile anche alle madri o ad altri caregiver. Nel modello i ricercatori hanno preso in considerazione le azioni concettuali che influenzano la qualità e la quantità degli effetti del padre sul funzionamento del bambino; e l’interazione tra i membri della famiglia, il coinvolgimento paterno e altri fattori sono rappresentati da percorsi diretti e indiretti attraverso frecce bidirezionali, ciò costituisce il dinamismo nel sistema familiare e nei circuiti di feedback che interconnettono i vari membri e le influenze all’interno del sistema. Con l’ipotesi che tali circuiti cambino con il tempo, per via delle transizioni nelle dinamiche familiari stesse e nelle capacità cognitive dei bambini; man mano che i bambini maturano e le famiglie affrontano i cambiamenti, è probabile che anche le interazioni genitore-figlio cambino. Inoltre, il modello tiene conto anche di come cambiamenti esterni al sistema familiare – come, ad esempio, il lavoro, le politiche pubbliche, le relazioni tra pari – possono innescare ulteriori cambiamenti nel sistema genitore-figlio (Cabrera et al., 2014). Il Modello di Cabrera et al. è un esempio di come i ricercatori possano osservare e comprendere la paternità attraverso una visione dei sistemi familiari. Negli ultimi dieci anni si è data maggiore attenzione alla comprensione dei padri all’interno di contesti ecologici (Schoppe-Sullivan e Fagan, 2020) e sistemici. Sempre di più, i ricercatori cercano di osservare e comprendere come i padri influenzino i figli attraverso modelli che prendano in considerazione sia il contesto immediato della famiglia sia i contesti in cui la famiglia vive (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Ciò ci permette di avere una visione più chiara della paternità, ad esempio secondo il modello dei sistemi ecologici di Bronfenbrenner, i padri influenzano i figli direttamente e indirettamente in vari contesti che si intrecciano tra di loro, dalla relazione padre-figlio, alla relazione madre-padre, al lavoro dei genitori, alla cultura e le tecnologie (Roggman, Bradley & Raikes, 2013). Studiare la paternità in uno solo dei suoi contesti potrebbe essere troppo riduttivo per comprendere la sua complessità. Bibliografia Belsky, J. (1981). Early human experience: A family perspective. Developmental Psychology, 17(1), 3–23. Belsky, J. (1984). The determinants of parenting: A process model. Child Development, 55, 83–96. Bronfenbrenner, U. (1995). Developmental ecology through space and time: A future perspective. In P. Moen, G. H. Elder Jr., & K. Luscher (Eds.), Examining lives in context: Perspectives on the ecology of human development (pp. 619–647). Washington, DC: American Psychological Association. Cabrera, N. J., Cook, G. A., McFadden, K. E., & Bradley, R. H. (2012). Father residence and father–child relationship quality: Peer relationships and externalizing behavioral problems. Family Science, 2(2), 109–119. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2014). The ecology of father‐child relationships: An expanded model. Journal of Family Theory & Review, 6(4), 336–354. Cabrera, N. J., Fitzgerald, H. E., Bradley, R. H., & Roggman, L. (2007). Modeling the dynamics of paternal influences on children over the life course. Applied Development Science, 11(4), 185–189. Jia, R., Kotila, L., Schoppe-Sullivan, S. J. (2012). Transactional relations between father involvement and preschoolers’ socioemotional adjustment. Journal of Family Psychology, 26(6), 848–857. Lamb, C. B., McHale, S. M., & Crouter, A. C. (2013). Parent–child shared time from middle childhood to late adolescence: Developmental course and adjustment correlates. Child Development, 83, 2089–2103. Parke, R. D., Power, T. G. & Gottman, J. M., (1979). Conceptualizing and quantifying influence patterns in the family triad. In M. Lamb, S. Soumi, & G. Stephenson (Eds.), Methodological problems in the Study of Social Interaction. Madison: University of Wisconsin Press. Pleck, J. H. (2010). Paternal involvement:
Sindrome di Münchausen per procura: il bambino, uno strumento del caregiver

Cos’è la Sindrome di Münchausen? Inserita all’interno dei disturbi fittizi presentati nel capitolo “Disturbi da sintomi somatici e disturbi correlati” del DSM-5, la Sindrome di Münchausen, definita da Asher nel 1951, rappresenta un disturbo psichiatrico nel quale i pazienti fingono o si autoinducono malattie e lesioni con scopo di ingannare gli altri. Il nome della sindrome deriva dal Barone di Münchausen, vissuto nella seconda metà del XVIII secolo e divenuto famoso a causa della sua tendenza a raccontare storie esagerate su sé stesso e sulle proprie gesta inverosimili, quali l’aver viaggiato sulla Luna, l’aver cavalcato una palla di cannone e l’essere uscito incolume dalle sabbie mobili riuscendo a tirarsene fuori attraverso i propri capelli. Così come il Barone tedesco, chi soffre dell’omonima sindrome, nota anche come disturbo fittizio o dipendenza da ospedale, è alla ricerca di costante attenzione altrui e questo porta tali persone ad attuare consapevolmente azioni con lo scopo di ottenere cure mediche e premure da parte del personale medico-sanitario. Come si manifesta? L’invenzione della loro storia clinica e della loro sintomatologia porta queste persone a passare spesso per molteplici visite ed ospedalizzazioni, fino ad arrivare ad accettare di sottoporsi ad interventi chirurgici invasivi pur di ottenere l’attenzione sperata. Per giustificare le loro patologie, alcuni pazienti possono trovare escamotage per simulare al meglio la condizione desiderata, quali l’ingerimento o l’iniezione di sostanze nocive. Le motivazioni e gli scopi ricercati che spingono queste persone ad attuare i suddetti comportamenti, differenziano la Sindrome di Münchausen da altri disturbi psichiatrici, quali il disturbo da sintomi somatici, nel quale non vi è alcuna prova di un comportamento ingannevole del paziente, e la simulazione di malattia, dove lo scopo di un’invenzione di sintomi si riconduce ad un qualche vantaggio personale come denaro o congedo lavorativo per malattia. Una variante: la Sindrome di Münchausen per procura Una variante di questa sindrome che rappresenta un vero e proprio abuso è la Sindrome di Münchausen per procura, disturbo mentale nel quale la falsificazione dei segni e dei sintomi fisici o psicologici non riguarda un proprio stato di salute bensì quello di un altro individuo. Nonostante esistano casi in cui la vittima è un adulto (spesso incapace di badare ai propri bisogni), la maggior parte degli episodi noti relativi a questa variante della sindrome vede come vittima i bambini. Il caregiver (ovvero la figura familiare che si prende cura e assiste quotidianamente il proprio caro), infatti, falsifica la malattia del proprio figlio, presentandolo come malato e giustificando tale condizione del bambino riferendo sintomi non esistenti o, nel peggiore dei casi, provocandoli direttamente per poter dar credito alla propria testimonianza e renderlo effettivamente in necessità di ricevere cure mediche. Il caregiver, in ambito pediatrico, è spesso rappresentato dalla madre e lo scopo è sempre il medesimo: attirare compassione ed attenzioni sulla propria persona. La malattia che la madre porta al personale sanitario può essere totalmente simulata attraverso, ad esempio, un termometro scaldato, l’invenzione della storia clinica del figlio con annesse falsificazioni di referti clinici o l’alterazione delle urine o delle feci del bambino attraverso l’aggiunta di sangue o di differenti sostanze come il glucosio. In altri casi, più gravi, la madre può provocare egli stessa alcuni sintomi somministrando al bambino lassativi o altri farmaci, riducendo la sua alimentazione allo scopo di farlo apparire deperito o iniettandogli materiale infetto. Le difficoltà nella diagnosi della Sindrome di Münchausen per procura Risulta evidente la difficoltà nel diagnosticare tale patologia, in quanto saper riconoscere i sintomi fittizi da quelli reali richiede generalmente molto tempo e, spesso, l’ausilio di innumerevoli accertamenti sanitari anche invasivi per escludere eventuali malattie rare. Le madri, per giunta, tendono a consultare svariati medici e differenti ospedali, in modo da sfavorire una continuità che possa consentire al medico di scoprire l’inganno. Inoltre, il caregiver appare spesso attento ed affettuoso, focalizzato sul benessere del proprio figlio e sul voler risolvere la sua condizione medica, in realtà inesistente, dando la propria disponibilità al personale medico; ciò rende ancora più difficoltoso diagnosticare la sindrome. Spesso si avvalgono anche dell’utilizzo dei social media rendendo pubblica la storia del proprio figlio per ottenere maggior consenso ed attenzione altrui. Possibili cause dei comportamenti del caregiver Le cause per tali comportamenti sono incerte e, come enunciato da Meadow nel 1982, “sarebbe ingenuo cercare una sola causa per il comportamento lesivo di queste madri”. Alcune situazioni potrebbero dipendere da un disturbo della personalità del caregiver, da traumi passati, specialmente in età infantile, o dalla volontà di cercare un allontanamento da situazioni personali stressanti nel presente. In alcuni casi, può essere presente un conflitto tra il caregiver e il coniuge e il comportamento adottato verso il figlio “inguaribilmente malato” può rappresentare, per tale persona, un mezzo per mantenere un legame ed evitare un’eventuale separazione. Conclusione In conclusione, non emerge una singola ed unica causa per la Sindrome di Münchausen per procura, ciò che è necessario, quindi, per elaborare un processo terapeutico che possa essere efficace, è andare ad esplorare le ragioni del comportamento attuato di ogni singolo individuo che ne soffre. Va, infine, ricordato che la priorità assoluta è salvaguardare il minore da un simile abuso perciò, se si dovesse sospettare un’invenzione della sintomatologia del bambino da parte del caregiver, è necessario separare temporaneamente il figlio dal genitore, in modo da verificare se i sintomi scompaiono in assenza dell’adulto, indagare l’attendibilità e la veridicità della versione del genitore confrontandosi con altre persone vicine al bambino, quali altri familiari, chiedere un aiuto psicologico per il caregiver ed, infine, valutare, laddove se ne ravvedi l’esigenza, un possibile allontanamento dai genitori. Bibliografia Asher, R. (1951). Münchhausen syndrome. Lancet, 1(6650), 339-41. Boum, R. (2014). La Sindrome di Munchausen per procura. Malerba: storia di una infanzia lacerata:Malerba: storia di una infanzia lacerata. FrancoAngeli. Ford, C.V. (1982). Munchausen syndrome. In Extraordinary disorders of human behavior (pp. 15-27). Boston, MA: Springer US. Gilbert, J. (2014). Munchausen Syndrome by Proxy and the Implications for Childbirth Educators. International Journal of Childbirth Education, 29(3). Meadow, R. (1982). Munchausen syndrome by proxy. Archives of disease in childhood, 57(2), 92-98. Meadow, R. (1995). What is, and what is not, ‘Munchausen syndrome by proxy’?. Archives of disease inchildhood, 72(6), 534. Schreier, H. A., & Libow, J. A. (1993). Hurting for love: Munchausen by proxy syndrome.
Il mondo spirituale e il terreno: due bisogni umani

L’animo umano è un universo di emozioni, sensazioni e bisogni: si costruisce un mondo in cui l’aspetto terreno e quello spirituale imparano a coesistere ed interagire. Nel corso filosofi prima e psicologi poi, hanno dibattuto e disquisito riguardo alla prevalenza e all’importanza del mondo interiore e di quello esteriore. Il primo aspetto riguarda la ricerca del benessere, il proprio pensiero e ragionamento. Il concetto è strettamente collegato all’idea di Platone, circa la conoscenza e la scienza. Esse infatti servono all’uomo per capire il funzionamento del mondo reale e per sperimentarsi alla ricerca del Bene, inteso come essenza e coesistenza di tutti gli aspetti spirituali e psicologici. In effetti , è da considerarsi una tendenza verso l’infinito, in contrapposizione al terreno. D’altro canto, l’altro aspetto dell’animo umano è ciò che riguarda il mondo tangibile. L’ambiente che ci circonda, il nostro corpo sono l’altra faccia della stessa medaglia, che determina i nostri comportamenti e le relazioni umane. In linea col pensiero di Aristotele, l’individuo vive in un contesto con il quale deve interagire quotidianamente per sopravvivere e vivere. Secondo il filosofo, infatti, tutto ha forma e materia e bisogna ubbidire alle leggi che le governano. Quindi, si nasce, si cresce, ci si riproduce e si muore. Le attenzioni dell’uomo si concentrano sulla famiglia, sul lavoro, sulla casa e sul corpo. Dopo secoli di discussioni su cosa sia veramente importante per ciascun individuo, si può tranquillamente affermare che sia l’ambiente esterno e sia gli aspetti interni sono da ritenersi fattori di crescita e benessere. A tal proposito, nell’osservare la parte centrale dell’affresco di Raffaello, intitolato la Scuola di Atene, si può arrivare alla stessa conclusione. Il pittore, infatti, raffigura Platone con un dito verso l’alto e Aristotele, quasi a braccetto con il suo maestro, che invece tende il braccio verso il basso. Le figure centrali dell’affresco sono eloquenti: mente e corpo sono inseparabili. Ci sono bisogni fisici e psicologici che premono per essere soddisfatti ed entrambi possono condurre alla sensazione di benessere cui tutti aspirano.
Amore Tossico: Quando l’Amore Diventa Una Droga Pericolosa

di Viviana Loffredo L’amore, un sentimento tanto desiderato quanto temuto, può assumere molte sfaccettature. Uno di questi aspetti è l’amore tossico, una condizione emotiva pericolosa che coinvolge relazioni caratterizzate da comportamenti distruttivi e insalubri. In questo articolo, esploreremo cosa sia l’amore tossico, come riconoscerlo e cosa fare per affrontarlo. Cos’è l’amore tossico? L’amore tossico è una forma di relazione che si basa su un attaccamento insano e dannoso tra due individui. Questo tipo di amore è spesso caratterizzato da un disequilibrio di potere, gelosia e possessività e può manifestarsi sia nelle relazioni romantiche che in amicizie intime o relazioni familiari. Segnali di un amore tossico Riconoscere i segnali di un amore tossico è fondamentale per proteggersi e prendere decisioni consapevoli riguardo alla propria vita emotiva. Alcuni segnali comuni di un amore tossico includono: 1. Gelosia e Possessività Eccessive: Un partner o amico tossico può manifestare un controllo eccessivo su di te, comportandosi geloso o possessivo riguardo a te e alla tua libertà personale. 2. Manipolazione Emotiva: Un amore tossico spesso coinvolge la manipolazione emotiva, con uno dei partner che cerca di controllare gli stati d’animo e le decisioni dell’altro. 3. Mancanza di Supporto e Rispetto: In una relazione tossica, il supporto e il rispetto reciproco sono spesso assenti, con uno dei partner che minimizza o denigra i sentimenti e i desideri dell’altro. 4. Comunicazione Non Salutare: Una comunicazione scarsa e non costruttiva è un segno distintivo di un amore tossico. Spesso ci si trova in un circolo vizioso di litigi e incomprensioni. 5. Dipendenza Emotiva: Un amore tossico può portare a una dipendenza emotiva da parte di uno o entrambi i partner, creando una relazione costruita sulla paura dell’abbandono. Affrontare un amore tossico Affrontare un amore tossico può essere un percorso difficile, ma è un passo fondamentale per il proprio benessere emotivo e mentale. Ecco alcuni passi da seguire: 1. Riconoscere la Situazione: Accetta e comprendi che la tua relazione è tossica. Spesso, il primo passo per superare un problema è ammettere che esiste. 2. Cerca Supporto: Parla con amici di fiducia o familiari riguardo alla tua situazione. Avere un sostegno emotivo può aiutarti ad affrontare meglio le difficoltà. 3. Imposta Limiti: Stabilisci confini chiari e assertivi riguardo a ciò che sei disposto a tollerare nella relazione. Se qualcuno supera continuamente i tuoi limiti, potresti dover prendere decisioni drastiche. 4. Prenditi Cura di Te Stesso: Concentrati sulla tua crescita personale e sul benessere. Prendersi cura di te stesso può aiutarti a trovare la forza per affrontare la situazione in modo più equilibrato. 5. Chiedi Aiuto Professionale: Se ritieni di non farcela da solo, non esitare a cercare aiuto da uno psicologo o un terapeuta. Un professionista può aiutarti a esplorare i tuoi sentimenti e guidarti verso soluzioni efficaci. L’amore tossico può avere gravi conseguenze per la salute emotiva e mentale di una persona. Riconoscere i segnali di un amore tossico e affrontare la situazione in modo sano ed equilibrato è essenziale per promuovere una vita sentimentale più positiva. L’amore dovrebbe essere una fonte di felicità, crescita e supporto reciproco, e quando ciò non accade, è importante essere coraggiosi nel prendere decisioni che ci proteggano e ci permettano di crescere come individui.