Quando il sintomo del bambino diventa una porta d’accesso al mondo relazionale della coppia

Quando una coppia attraversa una fase di crisi, il conflitto non rimane necessariamente confinato all’interno della relazione tra i due partner. La famiglia è un sistema di relazioni interconnesse e ciò che accade tra i genitori può avere inevitabilmente delle ripercussioni sul clima emotivo familiare e sul benessere dei figli. I bambini, infatti, non hanno bisogno di conoscere i dettagli di un conflitto per percepirne la presenza: possono cogliere i cambiamenti nel tono della voce, la tensione, i silenzi, la distanza emotiva e le modificazioni nelle modalità relazionali dei genitori. Anche quando gli adulti pensano di proteggere i figli nascondendo loro le difficoltà della coppia, i bambini possono comunque percepire che qualcosa è cambiato. Difatti, non di rado, durante le sedute di supporto psicologico alla famiglia, possono venir fuori frasi del tipo: “non voglio più sentirvi urlare e litigare“, espressioni che possono far trapelare uno stato di sofferenza profonda dei bambini rispetto ai genitori. In questa richiesta non si rivela soltanto la necessità di non “sentire” più qualcosa che fa male, ma il bisogno di poter vivere la casa come luogo sicuro, prevedibile, in cui non c’è necessità di prestare attenzione agli sguardi degli adulti.

Varie forme di conflitto

Il conflitto è parte integrante delle relazioni e può persino diventare un’occasione per apprendere che le differenze devono essere affrontate e che dopo una frattura può esserci una possibilità di riparazione. Ciò che può diventare disfunzionale, invece, è la presenza di conflittualità intensa, frequente e non riparata, soprattutto quando il bambino viene coinvolto, chiamato a schierarsi o reso implicitamente responsabile del benessere dei genitori. Dunque, quando manifesta un disagio la domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto “cosa c’è che non va in lui?” quanto piuttosto “cosa sta accadendo intorno a lui?”. Questo non significa colpevolizzare la coppia genitoriale, ma ampliare lo sguardo. La prospettiva sistemico-relazionale, infatti, ci ricorda che il sintomo può assumere significato all’interno del funzionamento complessivo della famiglia. Ed è in questi casi che il figlio, piuttosto che essere sostenuto dagli adulti, finisce per occuparsi emotivamente degli stessi.

Quando il sintomo cambia il Setting terapeutico

Il percorso psicoterapeutico può modificarsi nel corso del tempo. Non è raro che una richiesta di aiuto iniziale, centrata sul disagio del figlio, conduca progressivamente a osservare una sofferenza che coinvolge l’intero sistema familiare e, in particolare, la relazione di coppia. Il bambino può rappresentare il motivo per cui i genitori arrivano in terapia, ma il lavoro clinico può successivamente rendere evidente che, per poter intervenire realmente sul suo disagio, è necessario rivolgere lo sguardo anche alla relazione di coppia. In questi casi, l’assetto clinico può trasformarsi: da una psicoterapia prevalentemente centrata sul bambino si può passare a un lavoro con la coppia genitoriale, non perché il figlio venga escluso o perché il suo disagio perda importanza, ma perché il contesto relazionale in cui quel disagio si manifesta diventa parte fondamentale del processo terapeutico. Il sintomo del bambino può così diventare una porta d’accesso alla comprensione di una crisi più ampia, permettendo ai genitori di interrogarsi sulle proprie modalità comunicative, sulla gestione del conflitto e sul modo in cui la loro relazione arriva ai figli. In una prospettiva sistemica, infatti, modificare le relazioni che circondano il sintomo può contribuire a modificare anche il modo in cui il sintomo stesso si esprime.

Conclusioni

Proteggere i figli, quindi, non significa necessariamente costruire intorno a loro una realtà fittizia in cui i problemi non esistono. Significa permettere loro di rimanere figli, restituendo agli adulti la responsabilità delle proprie relazioni e delle proprie emozioni. Un bambino non dovrebbe sentirsi responsabile della serenità della famiglia, né dovrebbe essere chiamato a fare da mediatore tra due genitori in conflitto. Dovrebbe poter sapere che le difficoltà della coppia appartengono agli adulti e che il suo compito non è quello di risolverle. In questo senso, il lavoro psicologico può diventare uno spazio importante non soltanto per ascoltare il disagio del bambino, ma anche per osservare le dinamiche relazionali all’interno delle quali quel disagio si manifesta. Forse, allora, il compito della terapia non è soltanto aiutare un bambino a stare meglio, ma comprendere che cosa il suo malessere sta cercando di dire. Perché proprio là dove un bambino soffre, una famiglia può finalmente iniziare ad ascoltarsi.

Bibliografia

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