Mindfulness a scuola

Mindfulness: alcune pratiche da utilizzare a scuola La scuola rappresenta un contesto fondamentale per lo sviluppo dei bambini, non solo per gli apprendimenti ma anche per gli aspetti psicosociali. Sicuramente molti insegnanti manifestano a lungo andare segnali di stress, demotivazione, diminuzione dell’energia che può condizionare negativamente gli apprendimenti dei bambini. Il senso di autoefficacia è considerato un fattore protettivo, ovvero la consapevolezza della propria efficacia nell’affrontare situazioni difficili con la convinzione che, con impegno e tecniche adeguate, sia possibile raggiungere determinati obiettivi educativi (Bandura, 2000). Questa risorsa può essere potenziata con la mindfulness. Per praticare percorsi di mindfulness che vedano insieme insegnanti ed allievi è importante che: vengano pianificate le attività in momenti che siano agevoli per tutti; sia creato un contesto funzionale all’interno dell’aula, dove svolgere le pratiche; sia pianificata una routine; vengano coinvolti gli allievi nella creazione dello spazio mindful; vengano coinvolti anche i genitori per svolgere alcuni esercizi a casa con i propri figli. Alcuni esempi di pratiche di mindfulness: Il respiro Cercate di inspirare profondamente l’aria. Fate attenzione al momento in cui trattenete il respiro. Poi espirate e fate attenzione a ciò che provate. E’ caldo? Freddo? Provate a focalizzarvi su ciò che sentite quando fate brevi inspirazioni ed espirazioni. Che tipo di sensazioni provate? E ora lasciate che il respiro abbia il suo naturale ritmo. Qualcosa è cambiato nella vostra mente? Quale tipo di respiro vi fa sentire più tranquilli? Usate il respiro che più vi aiuta a stare bene con voi stessi. Nei panni di uno studente Cercate un posto tranquillo, sedetevi, prendete tre respiri profondi, chiudete gli occhi e immaginate il vostro allievo difficile sulla porta. Mettetevi nei suoi panni, guardate il mondo dalla prospettiva dei suoi anni, della sua situazione familiare, dei rapporti con i compagni, del suo concetto di sè come allievo non diligente, che spesso ha interazioni difficili con gli insegnanti, che lascia a metà il suo compito. Come si sentirà? Con quali preoccupazioni entra nell’aula? Che cosa si aspetta da voi? Quali sono i suoi sogni? I suoi limiti? Cosa gli impediscono di fare? E quali sono i suoi punti di forza? E voi adesso cosa gli direte? Volete provare a mettere in evidenza i suoi punti di forza oggi?

Che cos’è la Mindfulness?

Un contributo della Dottoressa Loredana Cimmino, in cui spiega che cos’è la Mindfulness e come è possibile applicarla nella vita quotidiana.

Efficacia della Mindfulness e qualità della vita per le vittime di guerra con DPTS

di Ilaria Di Giusto La qualità della vita è un concetto molto ampio che comprende differenti aspetti della vita, tra cui la salute, associata a condizioni fisiche, sociali e psicologiche; altro indicatore della qualità della vita riguarda la correlazione tra longevità e benessere, tra le quali le ricerche hanno dimostrato esserci una relazione diretta. Da alcuni anni, nell’ambito della valutazione della qualità di vita, è stata introdotta un’ulteriore dimensione fondamentale: la necessità di trascorrere anni della propria vita con pienezza e soddisfazione. (Seligman, 1998). D i f f e r e n t i s t u d i s o c i o l o g i c i e comportamentali hanno dimostrato che i contesti economici e sociali influenzano fortemente la qualità della vita e, quindi, possono diventare condizionanti nella comparsa di disturbi psicologici tra gli individui in generale e le vittime di guerra in particolare (Klaric et al., 2012). Coloro che si ritrovano a vivere e a frequentare campi di battaglia mostrano la comparsa di problematiche psicologiche e fisiche; si ritiene, infatti, che le guerre siano uno d e i f a t t o r i che c o n t r i b u i s c o n o maggiormente al tasso di incidenza, al tempo di comparsa e allo sviluppo di disturbi comportamentali e psicologici, le cui conseguenze permangono anche successivamente al termine di una guerra. Tra i disturbi identificati, il più diffuso tra le vittime di guerra è stato il disturbo da stress post traumatico (DPTS). Per l’Associazione Americana di Psicologia il DPTS è una patologia che può svilupparsi in persone che hanno subìto o hanno assistito a un evento traumatico, catastrofico o violento, oppure che sono venute a conoscenza di un’esperienza traumatica accaduta a una persona cara. (APA, 2014). Da questo punto di vista, le vittime di guerra, molto spesso, soddisfano i criteri tipici di tale patologia, facendo registrare ansia, depressione, difficoltà nel sonno e nella sfera sessuale; tutti elementi che influenzano in maniera considerevole la qualità della vita. Molto spesso, l’elevato numero di vittime che possono essere registrate in una guerra richiede un intervento rapido ed ampio, così da rispondere, in tempi brevi, al bisogno urgente denunciato, favorendo, quindi, il miglioramento della qualità della vita. Gli interventi basati sulla mindfulness p o s s o n o e s s e r e u n m o d o complementare a l t r a t t a m e n t o farmacologico per ot tenere una maggiore comprensione del disturbo (Simpson et al., 2007; Kabat-Zinn, 1994). La mindfulness è definita come “il processo di prestare attenzione in modo particolare: intenzionalmente, in maniera non g i u d i c a n t e , a l l o s c o r r e r e dell’esperienza nel presente momento dopo momento” (Kabat-Zinn 1994, p.16). La letteratura disponibile ha dimostrato l’efficacia delle tecniche di mindfulness nell’affrontare una gamma di disturbi medici e psicologici molto ampia, come dolori cronici (Morone et al., 2008;), disturbi d’ansia (Carlson et al., 2003), depressione (Narimani, 2012). Rispetto al DPTS, in letteratura si possono trovare i risultati di alcuni studi che sostengono l’efficacia degli interventi basati sulla mindfulness per trattare situazioni stressanti e traumatiche, come l’abuso sessuale e i disastri naturali. Inoltre, la letteratura disponibile indica che le tecniche basate sulla mindfulness riducono i sintomi della depressione, le turbe psicologiche e i sintomi clinici e aumentano la qualità della vita di chi soffre di disturbi con diversi background culturali (Vujanovic et al., 2009; Mitmansgruber et al., 2009; Kabat-Zinn et al., 1992). Nello specifico, nello studio condotto da Esfandiar Azad marzabadi e Seyyed morteza hashemi zadeh nel 2014, sulle vittime della guerra Iran-Iraq, sono stati indagati gli effetti del training di mindfulness sulla qualità di vita delle vittime di guerra con diagnosi si DPTS. Metodi e materiali Lo studio è stato uno studio controllato randomizzato ed ha compreso un pre-test, un post-test e un post-test differito per un gruppo sperimentale ed un gruppo d i c o n t r o l l o . I l gruppo sperimentale ha ricevuto il training di mindfulness svolto in otto settimane, proposto da Kabat-Zinn; il gruppo di controllo, invece, non ha ricevuto alcun training terapeutico, ma trattamento farmacologico. I partecipanti allo studio sono stati vittime della guerra Iran-Iraq con diagnosi di DPTS. Dopo aver somministrato interviste psichiatriche con lo scopo di verificare l’eventuale presente di diagnosi di DPTS, sono stati selezionati 32 soggetti, assegnati casualmente ai due gruppi, gruppo sperimentale e gruppo di controllo. I soggetti erano tutti appartenenti al sesso maschile, con una fascia d’età compresa tra i 35-60 anni e con un’istruzione secondaria. È stato anche verificato se avessero sofferto, nei tre mesi precedenti allo studio, di altre forme di disturbo, mostrando sintomi di disturbo bipolare, disturbo borderline di personalità, tendenze antisociali e suicide attive e abuso di droga. Quattro partecipanti hanno abbandonato lo studio nella fase iniziale, riducendo a 28 il numero dei soggetti. Il training di riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR) è stato strutturato, per il gruppo sperimentale, in otto sessioni di training di mindfulness di 90 minuti ciascuna, con una cadenza bisettimanale, per un totale di un mese. Entrambi i gruppi hanno fatto il pre-test; alla fine del programma condotto con il g r u p p o s p e r ime n t a l e , è s t a t o somministrato il post-test a tutti i soggetti dei due gruppi. Due mesi dopo, è stato somministrato il secondo post-test. Inoltre, il gruppo di controllo è stato sottoposto a terapia farmacologica fino alla somministrazione del secondo post-test. Durante questo periodo, non sono stati esposti ad alcun intervento terapeutico. L’intero studio è durato tre mesi. Discussione I risultati dello studio sono stati simili a quelli di studi precedenti in cui è stata sostenuta l’efficacia degli interventi basati sulla mindfulness nel ridurre i sintomi di disturbi psicologici e condizioni mediche e nel migliorare la qualità della vita

Interventi virtuali di mindfulness per promuovere il benessere negli adulti: una revisione sistematica

Di Ilaria Di Giusto Con l’insorgere della pandemia di COVID-19, molte persone, in ogni parte del mondo, hanno sperimentato drastici cambiamenti nella loro vita lavorativa e sociale, con conseguenze significative sul loro benessere fisico e mentale. Di seguito viene presentata una revisione sistematica, pubblicata da Joy Xu, Helen Jo, Leena Noorbhai, Ami Patel e Amy Li, che ha avuto come nucleo centrale quello di identificare gli interventi virtuali basati sulla mindfulness per il benessere di adulti dai 19 ai 40 anni nei paesi sviluppati ed esaminare l’efficacia di queste pratiche. Introduzione Il benessere è uno stato soggettivo privo di una reale definizione universale a causa della sua diversa manifestazione in diversi individui. Secondo il Centers for Disease Control, il benessere può essere caratterizzato dalla capacità di avere una visione positiva della vita e sentirsi soddisfatti (Well-Being Concepts. Cdc.gov, 2018). Il benessere viene inteso in un’ottica olistica, come un fattore fondamentale per garantire la qualità della vita per tutti gli individui. All’interno del mondo accademico, il benessere è un’area particolarmente vulnerabile gli studenti passano attraverso vari fattori di stress, compresi i cambiamenti di stile di vita, stress accademico e nuove responsabilità. Il passaggio dall’adolescenza all’età adulta presenta ulteriori rischi per un cattivo benessere con conseguenze potenziali che riguardano la vita accademica e personale (Hofmann e Gomez, ´ 2017). Nel 2019, l’American College Health Association ha riscontrato che il 36,5% degli studenti universitari statunitensi segnala lo stress come un fattore principale che influisce negativamente sul rendimento accademico degli studenti (Acha.org., 2021). Durante la pandemia di COVID-19, gli studenti affrontano ulteriori sfide; il 71% degli studenti delle università pubbliche americane riferisce un aumento diretto dei livelli di stress a causa della pandemia, che contribuisce anche a pensieri depressivi più frequenti e a livelli più alti di ansia (Hofmann e Gomez, 2017). Quindi, c’è un chiaro bisogno di migliorare il benessere degli studenti attraverso interventi personalizzati. La consapevolezza è un aspetto significativo del benessere. La Mindfulness implica la capacità di condurre la consapevolezza alle esperienze del momento presente come i pensieri, le sensazioni del corpo e l’ambiente (senza giudicare). La consapevolezza contrasta la modalità prede finita della vita quotidiana generalmente diffusa, dove lo stato di attenzione per molti individui è disattenzione, in quanto la mente può vagare o operare senza pensieri. Tuttavia, la consapevolezza del presente richiede di considerare le esperienze interne, compresi i pensieri personali, sentimenti e sensazioni, che possono suscitare l’attenzione verso emozioni potenzialmente negative che alcuni individui tendono ad evitare. Per molti individui, la capacità di affrontare ed elaborare i pensieri e le emozioni negative è un processo difficile. Tuttavia, la mindfulness offre agli individui l’opportunità di riconoscere questi aspetti e migliorare progressivamente le abitudini o le scelte di vita. Portare consapevolezza ai pensieri negativi quando sorgono impedisce loro di andare fuori controllo in ulteriori modelli di pensiero negativi. Con l’implementazione di interventi personalizzati, la transizione verso la pratica della consapevolezza può essere facilitata per ridurre le risposte negative alle proprie esperienze interne ed esterne. La mindfulness fornisce una gestione a lungo termine del benessere, in quanto gli individui diventano consapevoli della radice delle emozioni negative e risolvono questi problemi piuttosto che lasciarli peggiorare in futuro. Con una maggiore consapevolezza del presente, gli individui possono affrontare e accettare sentimenti di stress, ansia, paura, odio, tristezza con maggiore facilità. Strategie di coping inadeguate, la soppressione dello stress, crolli mentali, burn out, e problemi fisiologici da fattori di stress cronici possono derivare dall’affrontare in modo disadattivo queste emozioni negative (Hofmann e Gomez, 2017). Gli interventi di mindfulness sono stati ampiamente studiati in relazione alla loro efficacia, ma, in letteratura, permane ancora una certa esiguità ed una lacuna sugli studi di interventi virtuali basati sulla mindfulness. La revisione sistematica qui presentata (per il cui approfondimento si rimanda alle note seguenti) valuta le strategie efficaci per migliorare il benessere all’interno di un contesto accademico per adulti dai 19 a 40 anni. Metodi La revisione presentata è stata condotta per valutare quanto gli interventi di mindfulness favoriscono la condizione di benessere degli studenti, così dalla produttività, la motivazione e la salute mentale generale. Essa è stata condotta e riportata in conformità con la dichiarazione Preferred Reporting Items for Systematic Reviews and Meta- Analyses (PRISMA) e il protocollo è registrato in PROSPERO, un database internazionale di revisioni sistematiche registrate in ambito sanitario e sociale. Disegno dello studio e impostazione Sono stati scelti interventi virtuali di mindfulness, supportati da più media, come applicazioni mobili utili ad aiutare gli studenti a migliorare la loro esperienza emotiva e accademica; applicazioni in grado di consentire una partecipazione interattiva, l’accessibilità e la flessibilità delle opzioni. Diversi studi hanno dimostrato l’elevato utilizzo e visualizzazione di smartphone, così da garantire un’accessibilità degli interventi virtuali attraverso le app mobili, le quali possono essere perfettamente integrati nello stile di vita di una fascia d’età adolescenziale e di giovani adulti. Il pubblico di riferimento per questa applicazione sono gli adulti tra i 19 e i 40 anni di età nei paesi sviluppati situati in Nord America, Asia, Australia ed Europa. Criteri di ricerca e di ammissibilità Per la ricerca è stata usata un’ampia gamma di parole chiave per garantire che tutti gli studi pertinenti fossero inclusi; i criteri predeterminati per l’inclusione hanno incluso studi di psicologia pubblicati in inglese tra il 1980 e il gennaio 2021. Per essere inclusi, gli studi dovevano menzionare l’impatto degli interventi di mindfulness su uno qualsiasi dei seguenti temi: motivazione, burnout, stress, apprendimento, cognizione e argomenti legati alla produttività. I partecipanti allo studio erano adulti tra i 19 e i 40 anni di tutti i sessi, residenti in Nord America, Europa, Asia o Australia. Gli studi con interventi mirati ad individui con una malattia fisica, una malattia mentale o una disabilità di apprendimento sono stati esclusi. È stato ricercato, inizialmente, un totale di 915 articoli, controllati da due autori indipendenti. Qualsiasi disaccordo tra i due autori indipendenti è stato riconciliato e disaccordi sono stati risolti con un terzo autore. In conclusione, sono stati inclusi nella revisione presentata 32 studi. Di tutti

MINDFULNESS: benefici durante il Covid-19

La mindfulness: qual è il significato e perché molte persone hanno iniziato a praticarla durante la pandemia da Covid-19? La mindfulness è una capacità innata che si utilizza, si sviluppa e si approfondisce grazie alla pratica e che prevede dunque una sorta di coltivazione, nel senso che occorre piantare e annaffiare i semi, e prendersene cura quando mettono radici e crescono nel terreno dei nostri cuori, per poi fiorire e fruttificare in modi interessanti, utili e creativi. Tutto comincia dall’attenzione e dalla presenza mentale. Ogni mattina, quando a scuola si fa l’appello, i bambini rispondono: “presente”. Tuttavia, a volte, è solo il corpo a essere in classe. (Jon Kabat-Zin) Si sente spesso parlare di mindfulness. Ma cosa vuol dire? Mindfulness significa prestare attenzione con flessibilità, apertura e curiosità. Con questa definizione si fa riferimento ad un processo di consapevolezza, che consiste nel prestare attenzione all’esperienza del momento presente, piuttosto che rimanere “agganciati” ai pensieri che normalmente affollano la mente. In che modo? Con apertura e curiosità, anche quando si vivono momenti particolarmente difficili. Infatti scappare o cercare di lottare con pensieri o emozioni dolorose conduce ad un aumento della sofferenza a lungo termine. Vivere con pienezza tutti i momenti ci consente, invece, di entrare in pieno contatto con noi stessi e rispondere consapevolmente alle difficoltà della vita, aumentando la resilienza psicologica. Con la pandemia da Covid-19, è stato osservato che molte persone si sono avvicinate a questa pratica: perchè? Petit BamBou, la principale app non religiosa di mindfulness in Europa e YouGov, una delle principali società di ricerche di mercato al mondo, hanno studiato il rapporto degli italiani con la pratica meditativa durante e dopo il periodo di quarantena. E’ emerso che, durante il lockdown di marzo 2020, molte persone si sono avvicinate alla mindfulness per la prima volta: più della metà di chi pratica (56%) ha iniziato durante la quarantena. Proviamo a pensare: quante volte abbiamo creduto che la vita ci stesse scorrendo tra le mani in questo periodo? Molte persone, tuttavia, hanno sperimentato l’utilità di godere del momento presente: la mindfulness ha insegnato a “stare con l’attesa, e con la tristezza, e con la rabbia, e con la paura”, senza farsi trasportare dalle emozioni o dall’incertezza del futuro. Essa è, infatti, un particolare atteggiamento verso l’esperienza. Chi la utilizza ha imparato un nuovo modo di di rapportarsi alla vita, che permette di alleviare le nostre sofferenze e di rendere la nostra vita più ricca e significativa. Fortunatamente esiste un modo sia formale che informale per praticarla. La pratica formale necessita di uno spazio tranquillo, ma la pratica informale può essere svolta in qualsiasi momento della giornata: mentre si conversa con un amico, mentre si assapora un gelato, mentre si fa una passeggiata. E quello che le persone hanno iniziato a chiedersi è: cosa possiamo fare ora? Due sono le alternative: Farci controllare dalle emozioni o scegliere di mettere in atto piccole azioni quotidiane, importanti per noi. La mindfulness ci consente di ancorarci al presente e non sentirci in balia degli eventi. “Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare”- Jon Kabat-Zinn

Gaia Cassese

Laureata con lode in Psicologia Clinica e di Comunità ho conseguito con il massimo dei voti il titolo di Psicodiagnosta clinica e forense presso l’Università “la Sapienza” di Roma, e…

Esposito Rosario

Rosario Esposito, Laureato in Psicologia con lode è specializzato in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale. Didatta della Scuola di Specializzazione “Scuola Psicoterapia Cognitiva” di Napoli. Didatta della “Società Italiana Comportamentale e Cognitiva”. Professore…

Di Giusto Ilaria

Psicologa, psicoterapeuta. Specialista in Psicoterapia Cognitiva, affiliata all’Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva (AIAMC). Esperta in psicoterapia cognitivo-comportamentale di terza generazione, in interventi…

Social, smartphone e il mito dell’individualismo: stiamo davvero diventando più soli?

Negli ultimi quindici anni, l’avvento degli smartphone e dei social network ha trasformato radicalmente il modo in cui comunichiamo, costruiamo relazioni e percepiamo noi stessi. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e X (ex Twitter) sono entrate nella quotidianità di miliardi di persone. Parallelamente, il tempo trascorso davanti allo schermo – tra notifiche, scroll infinito e messaggistica istantanea – è aumentato in modo significativo. In questo scenario, una domanda si impone: stiamo diventando più individualisti? E, se sì, in che senso? Individualismo: una definizione psicologica In psicologia, l’individualismo non è semplicemente “pensare a sé stessi”, ma indica una configurazione culturale e psicologica in cui l’autonomia, l’autorealizzazione e l’identità personale sono centrali. Secondo le ricerche di Geert Hofstede, le società individualiste tendono a valorizzare l’indipendenza e il successo personale più del senso di appartenenza al gruppo. Tuttavia, l’individualismo può assumere forme diverse: È soprattutto questa seconda declinazione che molti studiosi collegano all’uso intensivo dei social media. Connessione o isolamento? Una delle grandi contraddizioni dei social è questa: connettono ma isolano. Da un lato: Dall’altro: Studi longitudinali pubblicati su riviste come il Journal of Social and Clinical Psychology hanno evidenziato che una riduzione controllata dell’uso dei social può portare a un miglioramento del benessere soggettivo e a una diminuzione della solitudine. Narcisismo e cultura dell’immagine Un tema centrale è l’aumento dei tratti narcisistici nelle nuove generazioni. Il narcisismo, in psicologia clinica, è caratterizzato da: Le piattaforme visive, come Instagram e TikTok, incentivano la centralità dell’immagine. L’algoritmo premia ciò che cattura attenzione, spesso enfatizzando estetica, successo, performance. Si crea così una “vetrina permanente” dove l’identità rischia di diventare prodotto. Non è un caso che lo psicologo Sherry Turkle, nel suo libro Alone Together, sostenga che la tecnologia ci stia abituando a relazioni più controllabili e meno impegnative: possiamo modificare, filtrare, cancellare. La vulnerabilità – elemento essenziale dell’intimità autentica – viene ridotta. L’illusione dell’autosufficienza Un altro aspetto riguarda l’idea di autosufficienza. Lo smartphone diventa: Questo strumento concentra in sé funzioni che prima richiedevano interazione con altri: chiedere informazioni, confrontarsi, attendere. La gratificazione immediata riduce la tolleranza alla frustrazione e può rafforzare un atteggiamento centrato sull’immediatezza dei propri bisogni. Inoltre, l’algoritmo personalizza contenuti in base alle preferenze individuali, creando “bolle informative” (echo chambers). L’utente viene esposto prevalentemente a opinioni simili alle proprie, rafforzando la percezione che il proprio punto di vista sia centrale e condiviso. Non solo effetti negativi: l’altra faccia dell’individualismo È importante evitare visioni catastrofiste. L’individualismo digitale può avere anche aspetti positivi: In questo senso, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo e il significato psicologico che attribuiamo alla presenza online. Verso un equilibrio relazionale La vera questione non è se i social ci rendano individualisti, ma che tipo di individualismo stiano promuovendo. Se un individualismo competitivo, basato sul confronto e sull’apparenza, o uno maturo, fondato sull’autenticità e sulla responsabilità. Alcune strategie psicologiche utili possono essere: La tecnologia è uno strumento potente: può amplificare sia l’isolamento sia la connessione. Sta alla cultura, all’educazione e alla consapevolezza individuale orientarne l’impatto. Conclusione L’era dei social e degli smartphone ha certamente accentuato dinamiche individualistiche, soprattutto nella forma di una maggiore centralità dell’immagine e della performance personale. Tuttavia, non siamo condannati a diventare più soli o narcisisti. Il rischio non è l’individualismo in sé, ma la perdita di equilibrio tra identità personale e appartenenza relazionale. In definitiva, la sfida psicologica del nostro tempo è integrare il sé digitale con il sé relazionale, senza lasciare che uno sostituisca l’altro. Fonti

Solitudine tra dolore e cura: la complessità dell’isolamento volontario

di Vincenzo Martone Ti è mai capitato di sentire il bisogno di stare solo, anche quando tutto intorno ti spingeva a fare il contrario? A me sì. E quando capita, mi torna spesso alla mente una frase di Jessica Lange, che in un’intervista disse:“Ho sempre vissuto con la solitudine. Ma non mi sono mai annoiata.” È davvero possibile che una condizione dalle mille sfaccettature, come la solitudine, tanto temuta in un mondo che è sempre più connesso, possa diventare uno spazio fertile, addirittura curativo?In questo articolo esploriamo cosa dicono le neuroscienze su solitudine, isolamento socialee fenomeni estremi come quello degli hikikomori. Scopriremo che non tutta la solitudine famale – e che, in certi casi, può perfino salvarci. Solitudine e dell’Isolamento Sociale: cosa ci dicono le neuroscienze? Diversi studi, di stampo neuroscientifico, hanno dimostrato che l’esclusione sociale,l’isolamento autoimposto (o quello subìto) e la solitudine sono associate all’attivazione dellestesse aree cerebrali implicate nel dolore fisico. In particolare, si è osservata un’attivazionedella corteccia cingolata anteriore e dell’insula anteriore, le stesse aree coinvolte neldolore affettivo, in studi come, ad esempio, quello di Eisenberger et al. (2003), i quali hannomostrato come l’esclusione simulata da un gioco attivi queste aree del cervello 1 . Altri studi,come quello di Kross et al. (2011), hanno altresì dimostrato che pensare ad un’esperienzadolorosa di rifiuto, attiva anche la corteccia somatosensoriale secondaria e l’insulaposteriore, normalmente associate al dolore fisico. Anche l’amigdala, parte del sistema limbico coinvolta nella risposta alla minaccia e all’ansia sociale, risulta frequentemente iperattiva nei soggetti che sperimentano solitudine cronica. Quando la solitudine è scelta volontariamente, si è però notato che gli effetti possono essere benefici. Essa consente uno spazio per la riflessione, la creatività e l’equilibrio mentale. A livello cerebrale, questa condizione è stata associata all’attivazione della rete neurale che compone il Default Mode Network (DMN) – un insieme di regioni (come lacorteccia prefrontale mediale e il cingolato posteriore) che si attivano durante stati di riposoe profonda introspezione.Difatti, studi recenti hanno evidenziato che brevi periodi di solitudine volontaria favoriscono l’attività riflessiva e migliorano l’umore e la creatività, proprio grazie al coinvolgimento del DMN 5 – diversamente, periodi prolungati di attivazione di questa rete rappresentano la presenza di un stato psicologico alterato, come ad esempio l’umore depresso. Hikikomori: La Solitudine Patologica Quando si indaga la solitudine, non si può fare a meno di menzionare il fenomeno deglihikikomori, il quale rappresenta un caso estremo di isolamento sociale (non) scelto.Originariamente osservato in Giappone, è oggi presente anche in molti paesi occidentali.Con il suddetto termine, ci si riferisce a giovani (prevalentemente uomini) che si ritirano dallavita sociale per mesi o anni, spesso vivendo isolati nella propria stanza. Le cause includono,per la maggiore, ansia sociale, pressione scolastica e disadattamento culturale – èquindi una risposta indotta da condizioni esterne.Studi epidemiologici stimano una prevalenza del 1–2% tra i giovani giapponesi 7 . La maggiorparte presenta comorbidità psichiatriche (disturbi dell’umore, ansia sociale, spettroautistico), e il loro isolamento è vissuto come doloroso e reattivo, non come introspezionebenefica 8-9 .Di conseguenza si possono ritrovare, fattori culturali e tecnologici (come l’iperconnessionedigitale e il ritiro nella vita online), i quali giocano un ruolo chiave nell’insorgenza delfenomeno 10 .Solitudine vs. Isolamento: Il Punto di Vista di Jessica LangeIn un’intervista rilasciata nel 2015 al programma DP/30: Emmy Watch, l’attrice JessicaLange ha dichiarato: “Lonely? That’s a condition I’ve been livied my whole life. But bored?no.” (“Sono sempre stata una persona solitaria. Ma non mi sono mai annoiata.”) 11 . Questafrase può definire una sorta di punto di arrivo alla consapevolezza dei propri statienterocettivi: perché ci insegna che l’isolamento indesiderato (come nel dolore del rifiutosociale o negli hikikomori) può ferire, ma la solitudine scelta può persino curare. È unospazio fertile dove si coltivano consapevolezza, creatività e benessere.Tecniche come la mindfulness e la meditazione, ampiamente usate per la gestione dell’ansiae della depressione, si basano proprio sulla valorizzazione del tempo in solitudine, comerisorsa per ritrovare sé stessi.Cosa si può fare nelle situazioni cui si percepisce un forte isolamento? Impara a distinguere isolamento e introspezione: Se senti che la solitudine tisvuota anziché nutrirti, parlane con qualcuno di fiducia o con un professionista. Nontemere l’aiuto Dedica tempo alla creatività: Scrivere, disegnare, camminare o anche soloosservare il paesaggio in silenzio può aiutare a trasformare la solitudine in occasionedi contatto con sé stessi. Riconosci i tuoi bisogni relazionali: Volersi bene significa anche sapere quando siha bisogno degli altri. Accetta la solitudine come condizione umana: Ogni persona sperimenta momenti di solitudine. Accoglierla senza giudizio può renderla meno spaventosa. Coltiva un rituale personale: Anche 10 minuti al giorno per una pratica riflessiva (meditazione, yoga, pilates, …) possono cambiare il nostro modo di “essere soli”. In Sintesi Tutto dipende dal valore che scegliamo di attribuire alla solitudine: se come rifugio o comeprigione. Ed è qui che entra in gioco la salute mentale, sempre frutto di una complessainterazione tra genetica e ambiente. Bibliografia: Eisenberger, N. I., Lieberman, M. D., & Williams, K. D. (2003). Does Rejection Hurt?An fMRI Study of Social Exclusion. Science, 302(5643), 290–292. Kross, E., Berman, M. G., Mischel, W., Smith, E. E., & Wager, T. D. (2011). Socialrejection shares somatosensory representations with physical pain. PNAS, 108(15),6270–6275. Cacioppo, J. T., et al. (2009). In the Eye of the Beholder: Individual Differences inPerceived Social Isolation Predict Regional Brain Activation to Social Stimuli. Journalof Cognitive Neuroscience, 21(1), 83–92. Andrews-Hanna, J. R. (2012). 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