VITTIME SILENZIOSE – LA VIOLENZA ASSISTITA INTRAFAMILIARE

DI CINZIA SAPONARA

La violenza assistita intrafamiliare rappresenta la seconda forma più diffusa di maltrattamento sull’infanzia con il 32,4% dei casi, subito dopo la patologia delle cure (incuria, discuria e ipercura) di cui è vittima il 40,7% dei/delle minorenni in carico ai Servizi Sociali (II indagine nazionale sul maltrattamento dei bambini e degli adolescenti in Italia; CISMAI e Terres des Hommes, 2021). Considerata come una delle possibili manifestazioni del maltrattamento psicologico, è oggi invece riconosciuta come un maltrattamento di tipo primario al pari del maltrattamento fisico, psicologico, dell’abuso sessuale e della trascuratezza.
E’stata definita dal Cismai (Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso dell’Infanzia), nel 2005. come: “il fare esperienza da parte del/la bambino/a di qualsiasi forma di maltrattamento, compiuto attraverso atti di violenza fisica, verbale, psicologica, sessuale ed economica, su figure di riferimento o su altre figure affettivamente significative adulti e minori, si include l’assistere a violenze messe in atto da minori su altri minori e/ o sugli altri membri della famiglia e ad abbandoni e maltrattamenti ai danni di animali domestici. Il bambino può fare esperienza di tali atti direttamente (quando essi avvengono nel suo campo percettivo), indirettamente (quando il minore ne è a conoscenza), e/o percependone gli effetti”. Questo trauma, è stato definito con grande efficacia “il dolore degli impotenti” dalla psicologa psicoterapeuta Judith Herman (2005). E’importante sottolineare, che tale fenomeno è strettamente connesso con quello della violenza domestica, quest’ultimo è un fenomeno ampio, complesso e trasversale, non legato quindi solo a contesti caratterizzati da disagio materiale o da multiproblematicità, ma anche a contesti socio-culturali agiati e benestanti. Le radici della violenza domestica sono complesse affondano nel conflitto di genere, e sono connesse a dimensioni culturali e personali che si intrecciano fra loro. La violenza assistita viene il più delle volte sottovalutata, o addirittura ignorata, sia nelle sue dimensioni sia nelle conseguenze, perché spesso tendono a perdersi i nessi causali tra il clima di violenza circolante in famiglia e le conseguenze sullo sviluppo del bambino dal punto di vista psicologico (sia emotivo che cognitivo), fisico comportamentale e della socializzazione. Occorre, però, distinguere tra: conflitto e violenza in famiglia, questi ultimi non devono essere confusi fra loro perché hanno caratteristiche e conseguenze molto diverse: il primo prevede un dissidio anche grave, radicale, tra due persone, ma caratterizzato da una sostanziale parità tra le parti, dove l’identità di ciascuno è preservata, anche se si può creare in famiglia un clima violento e comunque malsano.
La violenza domestica presuppone, invece, una relazione fortemente asimmetrica e di potere caratterizzata da sopraffazione, dominio e vittimizzazione di una parte sull’altra: un partner tratta l’altro, indifeso, con violenza, sul piano fisico e psicologico. La violenza domestica, inoltre, non è caratterizzata da episodi di violenza con carattere sporadico, ma si manifesta in una ripetizione sistematica di eventi che durano nel tempo e che presentano una graduale escalation sia in termini di danno prodotto che di pericolosità.
Non sono rare purtroppo le situazioni di violenza intrafamiliare fra i partners che esitano in tentati omicidi e omicidi della donna, come spesso ci riportano le cronache, di cui a volte i minori sono testimoni. In Italia (Istat 2020) durante il lockdown sono state 5.031 le telefonate valide al 1522, il 73% in più rispetto al 2019, nel 64,1% si riportano anche casi di violenza assistita. Inoltre, tra gli orfani di femminicidio, il 17,2% dei figli sopravvissuti (di cui oltre il 70% minori) era presente durante il delitto e il 30% di loro ha ritrovato il corpo della madre, con danni devastanti sulle loro vite future. In quanto, figli della vittima e dell’omicida vivono un doppio trauma: la perdita della madre in modo drammatico e la «perdita» del padre.
In generale le famiglie che sviluppano comportamenti violenti sono caratterizzate da una struttura interna relazionale piuttosto instabile. La relazione di coppia, fragile e conflittuale, tende a sfociare in gravi agiti, con manifestazione di esplosioni di violenza attiva, in genere nei confronti della donna. Il clima familiare è caratterizzato dalla continua instabilità affettiva e da conflitti agiti, durante i quali i figli sono spettatori passivi. La situazione relazionale della coppia non permette l’esercizio di una genitorialità adeguata ed attenta ai bisogni dei figli: i genitori, infatti, impegnati nel conflitto, diventano gravemente trascuranti, non prestano attenzione alle esigenze e necessità del figlio/a, che diventa così un bambino invisibile. Spesso coinvolto nelle relazioni adulte, costretto a prenderne parte, non avendo uno spazio come persona, il figlio diventa un “oggetto”, adultizzato con gravi conseguenze per il suo sviluppo emotivo. La violenza, dunque, intacca ed indebolisce le competenze genitoriali di cura e accudimento, nella donna/ madre, il maltrattamento, soprattutto se protratto nel tempo, può produrre un gran numero di disturbi assimilabili al disordine da stress post traumatico. Ancora, in colei che subisce violenza, si attivano in modo massiccio una serie di difese di evitamento, inizialmente dirette a mitigare l’impatto delle reiterate situazioni di pericolo, ma che poi restano sotto forma di disturbo e sintomo, fino ad inibire la capacità di esprimere i sentimenti, talvolta di percepirli e impedire una corretta valutazione degli eventi. Nella donna ciò oltre a determinare lo stato di isolamento tipico del maltrattamento, provoca un impoverimento generale di modalità di interazione con la realtà. Queste modalità influenzano fortemente la relazione con i figli e le capacità di accudimento e di attenzione verso i loro bisogni emotivi. La funzione genitoriale può, in questo contesto non svilupparsi coerentemente e venire fortemente compromessa; si parla infatti di: “madri maltrattate e danno alla genitorialità.” In tale contesto il bambino può manifestare dei comportamenti/atteggiamenti prevalenti, che vanno da quello timoroso, di vittima, ad atteggiamenti di tipo aggressivi, da “carnefice”. Nel gioco delle alleanze con l’uno o l’altro genitore il figlio infatti si può identificare con la vittima o con l’aggressore. I bambini che assistono alla violenza possono sviluppare, come già detto, comportamenti adultizzati, d’accudimento verso uno o entrambi i genitori e i fratelli ed avere continui pensieri su come prevenire la violenza. Essi tendono ad assumere atteggiamenti compiacenti, a dire bugie, ad adattarsi all’uno o all’altro genitore a seconda delle circostanze. Inoltre possono imparare il disprezzo per le donne e per le persone viste come deboli e identificare le relazioni affettive come relazioni di sopraffazione. La violenza assistita può determinare, nel bambino e nell’adolescente effetti dannosi a breve, medio e lungo termine che investono le varie aree di funzionamento: psicologico, emotivo, relazionale, cognitivo, comportamentale e sociale. Si possono configurare diversi quadri diagnostici acuti o cronici a origine post traumatica con diversi tempi di insorgenza. Il bambino, inoltre, può essere vittima di violenza assistita già prima di nascere; la violenza domestica può causare gravidanze difficili, parti pretermine, neonati sottopeso, scariche di cortisolo e adrenalina che passano attraverso la placenta, con conseguenti alterazione della perfusione ematica placentare. “Luberti.R (2005)”
LE CONSEGUENZE:
· Impatto sullo sviluppo fisico: il bambino, soprattutto in tenera età, sottoposto a forte stress e violenza psicologica può manifestare deficit nella crescita staturo ponderale e ritardi nello sviluppo psico motorio e deficit visivi.
· Impatto sullo sviluppo cognitivo: l’esposizione alla violenza può danneggiare lo sviluppo neuro cognitivo del bambino con effetti negativi sull’autostima, sulla capacità di empatia e sulle competenze intellettive, può danneggiare o inibire lo sviluppo di competenze cognitivo-emotive fondamentali quali l’intelligenza, l’attenzione, la percezione, la memoria.
· Impatto sul comportamento: la paura costante, il senso di colpa nel sentirsi in un qualche modo privilegiato di non essere la vittima diretta della violenza, la tristezza e la rabbia dovute al senso d’impotenza e all’incapacità di reagire sono conseguenze che hanno un impatto sul bambino esposto a violenza. Inoltre possono insorgere fenomeni quali ansia, maggiore impulsività, alienazione e difficoltà di concentrazione. Sul lungo periodo tra gli effetti registrati ci sono casi più o meno gravi di depressione, tendenze suicide, disturbi del sonno e disordini nell’alimentazione. · Impatto sulle capacità di socializzazione: subire violenza assistita influenza le capacità dei più piccoli di stringere e mantenere relazioni sociali. Interiorizzazione di modelli disfunzionali : il rischio connesso all’interiorizzazione di modelli disfunzionali di genere, assuefazione alla violenza, rischio di trasmissione intergenerazionale di modelli disfunzionali e violenti, e riproducibilità in età adulta di comportamenti violenti appresi durante l’infanzia: “L’aver subito e/o assistito a violenze in famiglia è tra i maggiori fattori di rischio per lo sviluppo di comportamenti violenti in età adulta” (Cancrini, 2012).

Come per tutte le esperienze traumatiche, le conseguenze sono strettamente connesse all’età dell’insorgenza, alla qualità e alla frequenza degli eventi in cui il bambino è coinvolto emotivamente e fisicamente, alla presenza o alla mancanza di fattori protettivi. Più bassa sarà l’età dei figli e più gravi e frequenti gli episodi di violenza, maggiori i riflessi sullo sviluppo psicofisico e la strutturazione della personalità. Ricerche neurobiologiche dimostrano che subire maltrattamenti e grave negligenza durante la prima infanzia compromette lo sviluppo del cervello e i processi di maturazione neuronale. Al riguardo, anche la pubertà sembra costituire un periodo particolarmente sensibile (Knop & Heim 2019).
• Nei neonati, le esperienze di violenza della persona che costituisce la figura di attaccamento primario possono ripercuotersi tra l’altro sulla qualità dell’attaccamento e causare disturbi in questo ambito.
• Nei bambini piccoli le esperienze di violenza possono causare un deficit o un ritardo nello sviluppo motorio e linguistico o la mancanza della fase del no. I bambini sono consapevoli degli stati emotivi altrui e possono essere disturbati dalla rabbia e dalla confusione delle famiglie in cui si vivono esperienze di violenza. Se le madri sono depresse e/o impossibilitate a fornire cure appropriate, i bambini tendono a mostrare problemi comportamentali ed emotivi.
• I bambini in età prescolare possono sviluppare comportamenti aggressivi, rabbia e paure (dell’abbandono, della morte).
• Quelli in età scolare: disturbi del sonno, deficit dell’attenzione, disturbi dell’apprendimento, del concetto di sé e delle capacità sociali. In questa fase i/le bambini/e hanno più risorse per far fronte all’esposizione alla violenza. Vi è una comprensione più realistica degli eventi e competenze sociali più evolute. Tuttavia sono ancora molto orientati/e verso le loro famiglie e sono propensi a vedere i loro genitori come esempi di ruolo, dunque possono ad esempio. ammirare un padre potente ma anche temerlo, preoccuparsi per la madre vittima di violenza ed essere arrabbiati con lei perché vulnerabile.
• A partire dalla pubertà e con l’adolescenza hanno più risorse per far fronte all’esposizione alla violenza, sono in grado di comprendere le prospettive degli altri, arrivano a conclusioni indipendenti sugli eventi e valutano quello che possono o non possono controllare. Possono essere meno timorosi ed ansiosi e sentirsi meno responsabili per i fatti violenti. In questa fase, si accentuano le differenze di genere riguardo ai possibili effetti negativi delle esperienze di violenza, ad esempio tra le ragazze sono frequenti i disturbi alimentari e tra i ragazzi i comportamenti aggressivi. Alcuni possono mostrare effetti a lungo termine: essere più inclini alla devianza e alla riproposizione di comportamenti violenti, abuso di alcool e di sostanze stupefacenti, fughe da casa, tentativi di suicidio, ritiro e depressione. In molti casi possono assumere comportamenti genitoriali nei confronti dei bambini più piccoli della famiglia, assumendosi gravose responsabilità.
CONCLUSIONI
La violenza assistita è un fenomeno molto diffuso ma, al contempo, difficilmente rilevabile in quanto in genere non vengono riscontrati segni fisici sul minore che è spettatore di violenza; vi sono però ulteriori fattori che contribuiscono a rendere difficile l’emergere del fenomeno: meccanismi culturali di minimizzazione e negazione, soprattutto perché́ si caratterizza per il verificarsi prevalentemente all’interno della famiglia (WHO, 2002), col forte rischio di restare inespresso e invisibile, ampliando e cronicizzando i danni sul piano fisico e psicologico delle vittime. Può accadere che perfino gli operatori mettano in atto “meccanismi di difesa”, prendendo le distanze da situazioni di abuso e maltrattamento di cui vengono a conoscenza; poi vi sono meccanismi di negazione, sia da parte del soggetto maltrattante che del partner maltrattato, i quali non si accorgono né della sofferenza che nasce dalla situazione di violenza, né della propria responsabilità nel determinare il danno psicologico ed emotivo nel minore che assiste alla violenza medesima; ancora, la tendenza a svalutare e minimizzare le eventuali rivelazioni da parte dei minori di situazioni di violenza intrafamiliare, attivando così la protezione nei loro confronti solo quando vi sono segnali eclatanti di violenza (ad es. segni fisici evidenti) su altri familiari (Luberti, Pedrocco Biancardi 2005). I danni della violenza assistita sui bambini possono essere a breve, medio e lungo termine; la valutazione del danno deve comunque sempre prendere in considerazione sia i fattori di rischio che i fattori protettivi presenti. I fattori che influenzano la gravità del danno sono relati alla natura, gravità e durata delle violenze di cui il bambino è testimone, il contesto familiare e sociale, gli interventi sociali attivati, i diversi fattori di stress che hanno effetti cumulativi sul minore. Questo tipo di esperienze avverse durante l’infanzia (Adverse Childhood Experiences), rientrano tra i principali fattori di rischio per lo sviluppo di malattie psichiche e somatiche nell’età adulta (cfr. Knop & Heim 2019, Schickedanz & Plassmann 2019). In generale, eventuali esperienze traumatiche durante la prima infanzia sono associate a un rischio maggiore di malattie immunologiche, disturbi del metabolismo e malattie cardiocircolatorie, nonché a un rischio nettamente maggiore di numerosi disturbi psichici. Il danno cagionato è tanto maggiore quanto più il fenomeno:
– resta sommerso e non viene individuato;

– è ripetuto nel tempo;
– la risposta di protezione alla vittima ritarda o è elusa;
– il vissuto traumatico è negato, resta non espresso o non elaborato;
– è intrafamiliare.
Nel caso di minori testimoni di violenza intrafamiliare la letteratura (Kashani e Wesley, 1998) distingue i fattori protettivi specificamente nelle seguenti aree: caratteristiche del bambino; qualità del sostegno fornito dalla famiglia; qualità del sostegno ricevuto in ambito extrafamiliare. Come nel caso delle altre forme di abuso all’infanzia, i danni riportati e le manifestazioni sintomatiche dei minori, possono essere correttamente valutati solo tenendo presenti in modo integrato sia i fattori di rischio ( culturali, sociofamiliari, genitoriali, individuali del bambino) che quelli di protezione; tale valutazione è necessaria infatti per poter attuare interventi finalizzati sia alla protezione reale del bambino che alla cura degli effetti, onde scongiurare possibili esiti psicopatologici in età adulta. È necessario, quindi, che tutti i professionisti ed i servizi che operano nelle aree: sanitaria, educativa e sociale, siano formati e debbano essere in grado di riconoscere le situazioni di maltrattamento o a rischio maltrattamento per poter effettuare l’invio ai professionisti ed alle strutture competenti per la diagnosi e il trattamento. Infatti, se prevalgono i fattori di protezione su quelli di rischio, l’intervento può limitarsi all’aiuto e al sostegno alla famiglia e al bambino. Se, al contrario, prevalgono i fattori di rischio su quelli di protezione, l’intervento si orienta prioritariamente al monitoraggio del bambino e della famiglia, alla protezione del bambino e al potenziamento delle risorse familiari. Se infine i fattori di protezione sono poco presenti, l’intervento prioritario si orienta verso la protezione e la tutela del bambino, oltre alla valutazione ed al potenziamento delle risorse familiari, per arrivare eventualmente all’intervento prescrittivo o, se necessario, coatto sulla famiglia.

Cismai (2000), Requisiti minimi dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia, www.cismai.org.
Cismai (2005), Requisiti minimi degli interventi nei casi di violenza assistita da maltrattamento sulle madri, www.cismai.org.
Herman Judith L. (2005), “Guarire dal trauma. Affrontare le conseguenze della violenza, dall’abuso domestico al terrorismo” Magi Edizioni.
ISTAT (2020) “VIOLENZA DI GENERE AL TEMPO DEL COVID-19: LE CHIAMATE AL NUMERO DI PUBBLICA UTILITÀ 1522” Luberti R. (2001), Bambine e bambini nella violenza, in Del Giudice G., Bambara G., Adami C. (2001) I generi della violenza. Tipologie di violenza contro donne e minori e politiche di contrasto, Franco Angeli, Milano.
Luberti R. (2002), La violenza assistita, in Coluccia A., Lorenzi L., Strambi M. Infanzia mal-trattata, Franco Angeli, Milano.
Luberti R. (2006), Violenza assistita: un maltrattamento “dimenticato”. Caratteristiche del fenomeno e conseguenze, in Quaderno n. 40 del Centro Nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza “Vite in bilico – Indagine retrospettiva su maltrattamenti e abusi in età infantile”, ottobre 2006, Istituto degli Innocenti, Firenze, p. 127-150.
Luberti R., Pedrocco Biancardi M. T. (2005), La violenza assistita intrafamiliare: percorsi di aiuto per bambini che vivono in famiglie violente, Franco Angeli, Milano.
Cancrini, L. (2012). “La cura delle infanzie infelici”. Milano, Raffaello Cortina.
Kashan J. Wesley Allan (1998)The Impact of Family Violence on Children and Adolescents, 1998, EdizioneInglese. Knop Andrea e Heim Christine, Belastende Kindheitserfahrungen, in: Seidler Günter H., Freyberger Harald J., Glaesmer Heide e Gahleitner Silke Birgitta (a cura di), Handbuch der Psychotraumatologie, 3. vollständig überarbeitete und erweiterte Auflage, 521–531, Klett-Cotta, Stoccarda.
WHO Regional office for Europe, (2013) European report on preventing child maltreatment, Disponibile all’indirizzo www.euro.who.int/ _data/assets/pdf_file/ 0019/217018/Europeanreport- on-preventing-childmaltreatment. pdf, aprile 2018.