La società moderna è esposta al rischio
Gli ultimi studi sociologici definiscono quella attuale come la società del rischio. Beck, infatti, enfatizza il fatto che la società contemporanea ha delle nuove forme di rischio rispetto a quelle del passato. Nelle generazioni precedenti, i pericoli erano legati prevalentemente ad agenti catastrofici di tipo naturale, come le epidemie e le carestie. Attualmente, invece, i rischi sono di tipo tecnologico e soprattutto su larga scala. Rientrano in queste categorie l’inquinamento, i cambiamenti climatici, le crisi finanziarie e le pandemie. L’esposizione al rischio quindi diventa per così dire democratica, in quanto nessuno ne resta immune. L’inquinamento, ad esempio, colpisce tutti, anche chi lo produce, senza distinzione di confini o classe sociale. L’azione umana, la globalizzazione, il progresso scientifico hanno portato ad un cambiamento anche riguardo alle incertezze relazionali. Gli individui infatti, sembrano godere di una maggiore libertà di azione, svincolandosi da futuri precostituiti tradizionalmente. Allo stesso tempo, però, l’incertezza del domani ha reso le relazioni molto più precarie, basate su legami deboli evitando anche l’impegno sul lungo termine. Va, inoltre, sottolineato l’orientamento preso dalla politica nella gestione del rischio, in quanto ci ritiene comunque tutti responsabili. I problemi sistemici mondiali sono considerati anche conseguenze di scelte personali che si riflettono sulla collettività. La politica mondiale quindi ci orienta ad assumere atteggiamenti di responsabilità diffusa.
Quando l’amore è una certezza solitaria: La sindrome di Clerambault
Esistono forme di sofferenza psichica che mettono profondamente in discussione il nostro modo di intendere le relazioni. La Sindrome di Clérambault, o “erotomani, è una di queste: una condizione in cui una persona è convinta, con assoluta certezza, di essere amata da qualcun altro, spesso una figura distante, non accessibile o socialmente rilevante. A prima vista potrebbe sembrare “solo” un errore di interpretazione. In realtà, si tratta di un fenomeno complesso che coinvolge identità, legami e significati profondi. Che cos’è la Sindrome di Clérambault La Sindrome di Clérambault è un disturbo delirante caratterizzato dalla convinzione incrollabile che un’altra persona sia innamorata del soggetto, anche in assenza di prove o addirittura in presenza di evidenze contrarie. Un aspetto centrale della Sindrome di Clérambault è che l’altro non è realmente incontrato: è costruito. La relazione non è reciproca, ma nemmeno completamente assente. È una relazione asimmetrica e immaginata, che tuttavia ha effetti reali. Dal punto di vista sistemico, possiamo dire che: In questo senso, la scelta di una figura irraggiungibile non è casuale: permette alla relazione di non essere mai davvero messa alla prova. Spesso la figura amata è distante, irraggiungibile, o occupa una posizione “più alta”. Non è un dettaglio: quella distanza protegge la relazione dal confronto diretto. L’altro non può davvero smentire, e quindi il legame può continuare a esistere, anche senza reciprocità. È una relazione che vive soprattutto nella costruzione interna, ma che ha effetti profondamente reali. Anche il rifiuto, quando arriva, non interrompe questa dinamica. Viene reinterpretato, riassorbito, reso coerente con la convinzione iniziale. È qui che vediamo un sistema che si mantiene da sé, integrando persino ciò che dovrebbe metterlo in crisi. Allora la domanda cambia: non è più “perché questa persona crede a qualcosa di falso?”, ma piuttosto “che funzione ha questa certezza nella sua vita?”. In molti casi, questa convinzione sembra rispondere a bisogni profondi di riconoscimento, di esistenza nello sguardo dell’altro, di stabilità identitaria. È come se, attraverso quella relazione immaginata, la persona potesse sentirsi vista, scelta, importante, senza esporsi davvero al rischio della reciprocità reale. Conclusioni Questo non significa banalizzare o giustificare il delirio, ma comprenderne il senso. Perché è proprio a partire da quel senso che diventa possibile un lavoro clinico. In terapia, infatti, il punto non è smontare la convinzione, ma creare le condizioni per cui quella costruzione diventi meno “forte”. Aprire altri spazi relazionali, altre possibilità di essere riconosciuti, altri modi di stare in relazione. La Sindrome di Clérambault, in fondo, ci parla di un bisogno universale portato all’estremo: quello di “esistere per qualcuno”.E ci ricorda che anche le forme più rigide della sofferenza sono, prima di tutto, tentativi, talvolta disperati, di mantenere un legame.
La scuola come organizzazione adattiva tra cambiamento e resilenza

Spesso la scuola viene immaginata come un vecchio orologio: un insieme di ingranaggi fissi che devono funzionare senza errori, rispettando tempi, procedure e regole prestabilite. In questa visione, ogni elemento ha un ruolo preciso e il buon funzionamento dipende dall’assenza di deviazioni. Tuttavia, la realtà educativa mostra uno scenario molto diverso. La scuola non è una macchina prevedibile, ma un sistema adattivo capace di cambiare, reagire e riorganizzarsi in relazione al contesto sociale e ambientale in cui opera. In altre parole, la scuola risponde agli stimoli, apprende dall’esperienza e modifica il proprio funzionamento nel tempo. Non a caso, oggi si parla sempre più spesso diapprendimento organizzativo, cioè della capacità di una organizzaizone di imparare costantemente. Secondo gli studi sull’apprendimento organizzativo, infatti, la scuola non è solo un luogo in cui apprendono gli studenti, ma un’organizzazione che, nel suo insieme, deve essere capace di riflettere su ciò che fa. Al contrario, se le regole non vengono mai rimesse in discussione, l’organizzazione smette di crescere, anche se le persone al suo interno continuano a impegnarsi e a fare esperienza. Scuola e adattamento psicologico La scuola oggi vive una crisi perché è tirata in due direzioni opposte. Da un lato deve cambiare rapidamente, adattarsi e innovare; dall’altro deve mantenere regole, strutture e riferimenti stabili. Come un pendolo, oscilla continuamente tra tradizione e cambiamento senza mai fermarsi. Questa oscillazione rende difficile trovare equilibrio e produce incertezza, sia nell’organizzazione sia nelle persone, chiamate a ridefinire continuamente significati, aspettative e modi di agire. Dal punto di vista della psicologia dinamica, però, tale oscillazione non va interpretata come una crisi. Al contrario, rappresenta un normale processo di regolazione.scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. In questo modo, l’autocontrollo organizzativo diventa una pratica di lettura critica dell’esperienza utile a a negoziare nuovi significati, sciogliere rigidità sedimentate e riorientare il funzionamento verso forme più consapevoli, coerenti e abitabili. In tale prospettiva, riconoscere di non avere sempre risposte immediate diventa un segnale di maturità del sistema educativo. La possibilità di accogliere il dubbio, l’errore e la difficoltà non indica debolezza, ma apertura all’apprendimento. La scuola, nel confrontarsi con le proprie tensioni interne, è chiamata a interpretare se stessa, a dare senso alle fratture e ai conflitti che emergono. L’autocontrollo organizzativo si trasforma così in una lettura dell’esperienza utile a dare senso e significato a ciò che ci circonda ,cambiando il punto di vista. Perché, come ricorda Warren G. Bennis, se continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto, continueremo a ottenere ciò che abbiamo sempre avuto. E la scuola, oggi, non può permettersi di restare uguale a se stessa.
Dove inizia davvero una Dipendenza

Ci sono esperienze che iniziano senza intenzione. Si prova qualcosa di nuovo per curiosità o per noia, può accadere in compagnia o a volte persino in momenti di solitudine. Non c’è un momento preciso in cui si decide. Semplicemente accade. E all’inizio non sembra nulla di importante. Non tutte le persone che provano l’utilizzo di droghe o comportamenti a rischio di dipendenza scivolano poi nella dipendenza patologica. La gran parte, una volta terminata l’esperienza, si ferma e non desidera ripeterla. E la differenza spesso non sta nella sostanza o nel comportamento in sé, ma in quello che l’esperienza riesce a fare nella persona. In alcuni casi quell’esperienza sposta qualcosa che la persona ha dentro: abbassa un rumore, riempie temporaneamente un vuoto angosciante, rende tutto più leggero anche se per un tempo breve. Non si tratta quindi solo di piacere, ma di una sfumatura più complessa e sottile, potremmo dire un “sollievo”. Ed è proprio qui che la “curiosità” smette di essere solo tale. Non è davvero un caso E’ molto comune il pensiero secondo cui una dipendenza nasca per caso, magari per via di un incontro, un contesto o una situazione insolita. E in parte è vero: soprattutto in adolescenza può capitare di trovarsi in ambienti o momenti in cui questo tipo di esperienze sono accessibili e socialmente accettabili. Ma questo non basta a spiegare tutto. Per alcune persone, quell’esperienza arriva nel momento in cui serve di più. E da quel momento diventa significativa. Non necessariamente voler ripetere l’esperienza è un processo consapevole. E’ possibile che si cerchi in modo automatico di raggiungere una sensazione, o di evitarne altre. E così inizia un vero e proprio allenamento di un meccanismo che gradualmente si cristallizza. La ricerca dell’esperienza diventa prima possibilità, poi ricerca e infine entra a far parte delle abitudini personali. E tale processo non è sempre evidente o eclatante. Quando qualcosa “funziona troppo bene” C’è un passaggio sottile, quasi invisibile. All’inizio non c’è l’idea di “avere un problema”.C’è solo qualcosa che funziona per calmarsi, non pensare, sentirsi meglio o forse… “sentirsi meno”. Lentamente tutto ciò si trasforma in qualcosa di necessario. Succede a piccoli passaggi e spesso ci si accorge di questo cambiamento solo molto più avanti. Quando inizia davvero? Nel cortometraggio animato Nuggets, questo passaggio è rappresentato in modo semplice e potente. All’inizio c’è una scoperta. Poi un effetto. Poi la ricerca di quell’effetto. E a un certo punto qualcosa cambia, ma senza un confine netto. È proprio questa gradualità a rendere il processo difficile da riconoscere mentre accade. Forse la domanda non è solo quando si prova qualcosa per la prima volta. Ma quando quell’esperienza inizia ad avere una funzione rilevante per la persona. Quando diventa un modo per gestire qualcosa che, altrimenti, resta difficile da sostenere. Se qualcosa inizia senza sembrare un problema, quando lo diventa davvero? E soprattutto: in quale momento smette di essere una scelta? Bibliografia Bechara, A. (2005). Decision making, impulse control and loss of willpower to resist drugs. Nature Neuroscience, 8(11), 1458–1463. Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. Tull, M. T., Weiss, N. H., Adams, C. E., & Gratz, K. L. (2010). The role of emotion regulation in substance use. Journal of Anxiety Disorders, 24(6), 656–664.
L’arte di sbagliare: gli adolescenti possono imparare a prendere decisioni consapevoli?

di Flavia La Gona L’adolescenza è una fase evolutiva della vita in cui emerge un forte desiderio di esplorazione, durante la quale gli individui sono chiamati a rispondere a svariati stimoli interni ed esterni. Tuttavia, gli adolescenti spesso si trovano ad affrontare la paura di sbagliare e la pressione di prendere le decisioni “perfette”. In quest’articolo, esploreremo quanto sia importante concedersi alcuni errori di percorso prima di imparare a prendere decisioni più consapevoli durante l’adolescenza.La paura di sbagliare è un sentimento comune tra gli adolescenti. Questa paura può derivare dalla pressione di conformarsi alle aspettative del mondo esterno tra cui, dei genitori, degli insegnanti o dei coetanei ovvero il gruppo dei pari, od ancora dalla paura di essere giudicati e criticati.La correlazione tra la ricerca del piacere e la possibilità di fare errori di percorso è molto stretta. Perché gli adolescenti tendono a fare errori?In primis per una mancanza di esperienza concreta sulle eventualità della vita e per una difficoltà a regolare le proprie emozioni ed in particolare l’impulsività.A livello neurologico vi è una riorganizzazione delle reti neurali che influenzano la regolazione emotiva che il comportamento in modo sistemico .Il desiderio di nuove emozioni ed esperienze è implicata nel cervello di un adolescente in quanto tramite alcuni studi si è constatato il ruolo di mediazione del neurotrasmettitore dopamina, che agisce sul sistema di ricompensa e gratificazione. Tale sostanza in questa fase di vita tende alla carenza all’interno del sistema dopaminergico in concomitanza allo sviluppo fisico e cognitivo ; questo meccanismo spiega come la ricerca di stimoli piacevoli ed immediati sia strettamente correlata con il sistema neuro-biologico.Sbagliare da la possibilità di allenare le proprie competenze che riguardano il pensiero critico e l’analisi dei rischi e dei benefici di una data situazione.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi a pensare in maniera originale ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.Ad esempio, la tecnica per prove ed errori aiuta a comprendere le proprie scelte tramite l’esperienza in quanto si impara a sviluppare nuove strategie dinamiche ed a tenere a mente le priorità dei propri bisogni.In tale direzione è utile sottolineare quanto sia fondamentale la spinta interna al cambiamento , quindi una motivazione intrinseca ed autentica .L’autore Maslow focalizza nella Teoria gerarchica dei bisogni la propedeuticità della motivazione che si sviluppa a partire dalle necessità primarie ai bisogni più elevati come quello di realizzazione .La teoria dell’autoefficacia di Bandura suggerisce che la percezione di sé come capace di gestire le sfide e di raggiungere gli obiettivi sia un fattore critico per lo sviluppo della motivazione e del comportamento.La sperimentazione dell’errore in questa fase evolutiva serve come “banco di prova” per saper scegliere i propri comportamenti in base alle situazioni più svariate, come per esempio, valutare le conseguenze di una condotta e ad utilizzare gli errori come frame di riferimento per produrre successive soluzioni creative.Gli errori possono fornire preziose informazioni ed aiutare i ragazzi a nutrire la fiducia in sé stessi e ad imparare dalle loro esperienze di vita. Inoltre, sbagliare può aiutare gli adolescenti a sviluppare la resilienza e la capacità di affrontare le sfide. I ragazzi che hanno una bassa auto-efficacia possono essere più propensi a sperimentare ansia e paura di sbagliare, limitando la loro capacità di prendere decisioni.Una tecnica conosciuta ed impiegata in psicologia per promuovere la formulazione di alternative e soluzioni innovative è il brainstorming. Le strategie psicologiche si basano sull’utilizzo del pensiero laterale che ha la finalità di migliorare ed organizzare in questo caso un processo mentale e la pianificazione degli obiettivi in concetti semplici tramite intuizioni, chiamati insight.Nel processo decisionale avere delle alternative di scelta riveste un importante peculiarità al fine di favorire il pensiero creativo aiutando i ragazzi ad adottare nuove strategie ed ad allentare l’ansia e le pressioni che percepiscono tipicamente a quest’età.
Teen Dating Violence: un fenomeno sempre più preoccupante
Teen Dating Violence: un fenomeno sempre più preoccupante L’adolescent dating violence (o violenza nelle relazioni intime tra adolescenti) è un fenomeno tanto diffuso quanto spesso sottovalutato. Non si tratta di semplici “litigi tra ragazzi”, ma di un pattern di comportamenti abusivi che può avere conseguenze profonde sullo sviluppo psicologico e sociale dei giovani. La violenza nelle relazioni adolescenziali riguarda l’abuso fisico, sessuale, psicologico o emotivo all’interno di una relazione sentimentale, comprese le molestie (stalking), e può avvenire di persona o tramite mezzi digitali. Le diverse forme di abuso si riconoscono nei seguenti comportamenti: Riconoscere i segnali precoci è fondamentale per prevenire un’escalation. Alcuni segnali tipici includono: Questo del Teen Dating Violence è un fenomeno unico in quanto, a differenza degli adulti, gli adolescenti stanno ancora imparando a gestire le emozioni e a definire i confini personali. Spesso confondono il controllo con l’interesse e il possesso con l’intensità del sentimento. Inoltre, la pressione dei pari e il timore del giudizio sociale rendono più difficile denunciare o interrompere la relazione. Come intervenire e prevenire L’educazione all’affettività è, sicuramente, l’arma più potente. È essenziale, infatti, promuovere il consenso, insegnare che il “no” va rispettato sempre, in ogni contesto, come è necessario validare le emozioni e ascoltare i ragazzi senza minimizzare i loro problemi sentimentali. E’ fondamentale offrire supporto sicuro, far sapere che esistono numeri di emergenza (come il 1522 in Italia) e centri antiviolenza pronti ad ascoltare i minorenni che si trovano in difficoltà, invischiati in queste relazioni altamente disfunzionali.
Il mito della produttività: quando “fare sempre di più” diventa un problema psicologico

Viviamo in una cultura che premia la produttività. Essere impegnati, efficienti, sempre attivi è diventato non solo un obiettivo, ma spesso un criterio con cui valutiamo il nostro valore personale. Ma cosa succede quando il bisogno di “fare” prende il sopravvento sul bisogno di “essere”? Negli ultimi anni, sempre più persone sperimentano una forma di disagio legata alla pressione costante a essere produttivi. Non si tratta solo di carichi di lavoro elevati, ma di una mentalità interiorizzata che rende difficile fermarsi senza sentirsi in colpa. La produttività come identità Per molte persone, la produttività non è più solo un comportamento, ma una parte dell’identità. “Valgo se produco”, “sono utile se faccio”: questi pensieri, spesso inconsapevoli, guidano le scelte quotidiane. Il problema nasce quando il tempo libero viene vissuto come tempo “sprecato” e il riposo come qualcosa da meritare. In questo scenario, anche le attività piacevoli rischiano di trasformarsi in obiettivi da ottimizzare. Le radici del problema Questa dinamica affonda le sue radici in diversi fattori: Quando la produttività diventa disfunzionale Essere produttivi non è di per sé negativo. Il problema emerge quando diventa compulsivo. Alcuni segnali da osservare: In questi casi, la produttività smette di essere una risorsa e diventa una forma di auto-pressione. Rallentare non è fallire Una delle convinzioni più difficili da mettere in discussione è che rallentare significhi perdere tempo o opportunità. In realtà, il riposo è una componente essenziale del funzionamento umano: senza pause, la mente perde lucidità, creatività ed energia. Rallentare significa creare spazio per pensare, sentire, scegliere. Significa anche recuperare un rapporto più autentico con se stessi. Verso una produttività sostenibile Più che abbandonare la produttività, l’obiettivo è ridefinirla. Alcuni spunti utili: Una domanda importante Forse la domanda più utile non è “quanto sto facendo?”, ma “come sto mentre faccio?”. Recuperare questa prospettiva può aiutarci a uscire da una logica puramente quantitativa e a costruire una relazione più sana con il tempo, il lavoro e noi stessi. Perché una vita piena non è necessariamente una vita piena di cose da fare.
Il grembo emotivo: quando l’ambiente materno diventa linguaggio per il bambino

Esiste un’idea che torna spesso nei discorsi sulla gravidanza: che il benessere del bambino inizi molto prima della nascita. Questa verità è sostenuta da diverse evidenze, difatti, il corpo della madre è il primo ambiente relazionale nel quale il bambino si sviluppa. Gli stati emotivi che la donna attraversa durante i nove mesi di gravidanza sono automaticamente trasferiti al feto ed il corpo del bambino, ancora in formazione registra tali variazioni. In poche parole il bambino “impara” qualcosa del mondo che lo aspetta. Un sistema che si forma nella relazione Dal punto di vista sistemico-relazionale non possiamo pensare al bambino come a un individuo isolato. E’ fin da subito parte di un sistema: corporeo, emotivo, relazionale. Il grembo materno non è solo un contenitore biologico, ma uno spazio di comunicazione. Dobbiamo quindi riconoscere che la qualità dell’ambiente emotivo ha un impatto reale sui processi di sviluppo, in particolare sulla regolazione emotiva. Alcuni studi suggeriscono che un’esposizione prolungata ad elevati livelli di stress in gravidanza, possa essere associata, nel tempo ad una maggiore vulnerabilità del bambino, maggiore sensibilità agli stimoli e irritabilità. Nel pensiero sistemico-relazionale, ispirato al lavoro di Gregory Bateson, non esiste un individuo separato dal contesto. Ogni essere umano prende forma all’interno di una rete di relazioni che lo precede e lo sostiene. Prendersi cura della madre è prendersi cura del bambino Se accettiamo l’idea che il grembo sia anche uno spazio emotivo, allora il modo in cui pensiamo alla gravidanza cambia radicalmente. Non è più sufficiente invitare le madri a “stare tranquille”, come se la serenità fosse una scelta individuale o un dovere da adempiere. La tranquillità in realtà è spesso il risultato di condizioni relazionali favorevoli: nasce da contesti che sanno sostenere, contenere, proteggere. Questo significa spostare lo sguardo dalla donna al sistema in cui è immersa. Relazioni rispettose e non violente, la presenza emotiva del partner, la possibilità di avere spazi di ascolto autentico sono elementi che costruiscono un senso di sicurezza. In questa accezione il benessere del bambino è inteso come esito di una rete di cure e legami che iniziano molto prima. e’ qui che assume forza una frase estremamente significativa: “cresciamo genitori gentili, non solo bambini sani“, perché ci ricorda che concentrarci solo sul bambino rischia di farci perdere di vista il contesto che lo genera. La salute infatti, coincide con la possibilità di svilupparsi all’interno di relazioni che sappiano contenere e regolare gli stati interni, offrire protezione e rispondere adeguatamente alle richieste di cura. Bibliografia
Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Il disordine organizzativo è un virus silenzioso che trasforma l’impegno quotidiano in logorio psicologico e stress lavoro‑correlato La psicologia organizzativa è concorde nel riconoscere che lo stress nasce spesso da assetti gestionali disfunzionali, più che dall’intensità del lavoro in sé. Il punto critico non è “quanto” si lavora, ma come il lavoro è organizzato, governato e reso “interessante “e “accessibile” per chi lo svolge. Dal punto di vista della psicologia gestionale, il disordine organizzativo non è solo una inefficienza operativa. È una condizione strutturale che si sviluppa quotidinamente e progressivamente,ma che incide sul funzionamento psicologico del lavoratore. Il disordine organizzativo si manifesta attraverso richieste incoerenti e incongruenti e una comunicazione poco chiara. Tali elementi incidono negativamente sul benessere psicofisico del lavoratore, il quale si ritrova dinanzi a scenari che non riesce a gestire,a controllare e molte volte a interpretare. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo può portare a stanchezza, stress e perdita di motivazione.Comportamenti come assenze frequenti o presenza senza vero coinvolgimento possono essere reazioni di difesa di fronte a contesti confusi e poco prevedibili. In queste condizioni, il lavoratore non riesce ad avere una visione chiara di ciò che sta facendo e finisce per eseguire compiti senza sentirsi parte attiva. Inolltre quando manca una progettazione organizzativa chiara e condivisa si crea confusione mentale ed emotiva, il lavoro perde senso e questo mette seriamente a rischio il benessere delle persone. Quando un’organizzazione va in affanno, non è mai solo colpa dei singoli. Spesso il problema sta nel sistema: un intreccio di regole poco chiare, ruoli confusi, relazioni fragili e valori non condivisi. Prevenire il disordine organizzativo significa allora cambiare sguardo e osservare l’organizzazione per quello che è davvero: un insieme vivo, dove tutto è collegato. Procedure, ruoli, relazioni e valori non sono ingranaggi invisibili, ma le fondamenta che tengono in piedi l’equilibrio quotidiano. Quando anche uno solo di questi elementi viene trascurato, il sistema perde stabilità e la confusione prende il sopravvento. Un primo passo riguarda la struttura formale. Quando i ruoli sono chiari, le procedure sono comprensibili e le responsabilità ben definite, le persone sanno cosa devono fare e come farlo. Questo riduce le ambiguità, limita i conflitti e permette di lavorare in modo più coordinato. Accanto alla struttura organizzativa, conta – e molto – la dimensione psicologica e relazionale. Il clima interno, il modo in cui si lavora insieme e come si comunica incidono direttamente sul benessere delle persone. Una comunicazione davvero chiara non può essere accentrata in poche mani: tutti devono sapere, almeno in modo essenziale, cosa accade e perché. Quando le informazioni circolano, l’ascolto è reale e le relazioni si basano sul rispetto reciproco, crescono fiducia, collaborazione e senso di appartenenza. Al contrario, l’opacità e l’eccessiva centralizzazione delle decisioni alimentano confusione e passività, fino a far sentire le persone spettatrici più che protagoniste del proprio lavoro. Condividere conoscenze e dare senso alle scelte è quindi una condizione fondamentale per mantenere viva la partecipazione e la responsabilità di ciascuno. Le persone non agiscono solo per dovere, ma sono guidate dal bisogno di sentirsi al sicuro, riconosciute e parte di qualcosa che abbia senso. Quando questi bisogni non vengono considerati, il legame con il lavoro tende ad affievolirsi e aumentano incomprensioni e distanze relazionali. Perché, come insegna la psicologia del profondo e ricorda anche la saggezza zen, ciò che non trova senso dentro di noi non può reggere a lungo fuori di noi.
Apatia adolescenziale: il disagio che non fa rumore

“Non sono triste. Non piango. Non è che sto male… è che non sento niente”“Non so perchè, ma il pomeriggio ho solo voglia di restare chiuso a casa sul letto”Sono frasi che sempre più adolescenti pronunciano con una certa difficoltà, come se fosse strano anche per loro. Non c’è una crisi evidente, non ci sono scenate o rotture improvvise. C’è piuttosto una sensazione di vuoto, una perdita di interesse, una fatica ad attivarsi.Non è sempre depressione nel senso classico del termine. E non è semplicemente pigrizia. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più difficile da riconoscere. Cosa sta succedendo davvero? Durante l’adolescenza il sistema motivazionale ed emotivo attraversa una profonda riorganizzazione. Il cervello è in una fase di riassetto: cambiano le priorità, aumenta la sensibilità al giudizio sociale, si ridefinisce il modo in cui si prova piacere e si cercano stimoli.In questo passaggio delicato, possono verificarsi periodi di anedonia, cioè una riduzione della capacità di provare piacere per attività che prima risultavano coinvolgenti. Non significa che tutto sia perduto o che ci sia un disturbo strutturato. Può essere una fase di transizione, una risposta a stress prolungato o a un sovraccarico emotivo.Molti adolescenti oggi vivono una pressione costante tra rendimento scolastico, aspettative familiari e confronto sociale continuo. Quando il sistema è troppo sollecitato, a volte non reagisce con l’esplosione emotiva ma con lo spegnimento. È una forma di protezione. Non è svogliatezza Dall’esterno l’apatia appare come disinteresse: “non ho voglia di uscire”, “non mi interessa studiare”, “non mi entusiasma niente”. Ma internamente spesso c’è una sensazione diversa: stanchezza mentale, difficoltà a sentire qualcosa di autentico e un senso di distacco. Alcuni ragazzi raccontano di sentirsi “spettatori” della propria vita.Questo stato può essere legato a diversi fattori: stress cronico, difficoltà relazionali, delusioni non elaborate o pressione a dover essere sempre performanti. In alcuni casi può rappresentare un segnale iniziale di un disagio depressivo; in altri è una forma di disconnessione temporanea.Ridurre tutto a “non ha voglia” rischia di aumentare il senso di incomprensione. Un disagio silenzioso A differenza di altre forme di sofferenza adolescenziale, l’apatia non fa rumore. Non allarma immediatamente. Non crea conflitti evidenti.È un ritiro lento, una riduzione dell’energia, una sospensione dell’interesse.E proprio perché silenziosa, può passare inosservata o essere letta come indifferenza. Ma per molti adolescenti è un’esperienza confusa e spaventante: “Se non mi interessa più nulla, cosa c’è che non va in me?” Cosa si può fare La prima cosa da evitare è la pressione motivazionale. Dire a un ragazzo che affronta questa fase “devi impegnarti di più” raramente produce attivazione; più spesso aumenta la distanza.Invece può essere più utile ridurre temporaneamente il sovraccarico di richieste, ricostruire piccole esperienze di attivazione, senza pretendere entusiasmo immediato, favorire attività corporee o relazionali che non richiedano performance, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, dove il ragazzo possa descrivere cosa sta vivendo senza sentirsi etichettato. Spesso l’energia non ritorna attraverso l’obbligo, ma attraverso micro-esperienze di senso. Bibliografia Forbes, E. E., & Dahl, R. E. (2012). Altered reward function in adolescent depression: what, when and how? Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(1), 3–15.Watson, R., Harvey, K., McCabe, C., & Reynolds, S. (2020). Understanding anhedonia: a qualitative study exploring loss of interest and pleasure in adolescent depression. European Child & Adolescent Psychiatry, 29, 489–499.Walburg, V. (2014). Burnout among high school students: A literature review. Children and Youth Services Review, 42, 28–33.