Quando l’Altro non può esistere. Femminicidio e adolescenza tra possesso, angoscia e fallimento della separazione

Il tema dei femminicidi in adolescenza interroga in modo radicale il nostro modo di pensare il legame, il desiderio e la violenza. Quando la violenza estrema irrompe così precocemente nella vita di un soggetto, non ci si trova di fronte a un gesto improvviso o incomprensibile, ma all’esito tragico di dinamiche che hanno trovato nella relazione affettiva il loro punto di collasso. L’adolescenza, tempo di costruzione dell’identità e di ridefinizione del rapporto con l’Altro, diventa in questi casi il luogo di un fallimento profondo della separazione. L’adolescenza è una fase in cui il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’irruzione del desiderio sessuale. Il legame amoroso assume spesso un valore assoluto: l’Altro viene investito come garanzia identitaria, come risposta al vuoto, come sostegno narcisistico. Quando questo investimento non tollera la differenza e l’autonomia dell’Altro, il legame rischia di trasformarsi in possesso. L’Altro non è più riconosciuto come soggetto separato, ma come oggetto necessario alla propria tenuta psichica. In molte storie di violenza di genere in adolescenza emerge una difficoltà profonda a sostenere la frustrazione, il limite, la perdita. La separazione viene vissuta come annientamento, il rifiuto come umiliazione intollerabile, l’autonomia dell’Altro come minaccia radicale. La violenza diventa allora una risposta estrema all’angoscia di dissoluzione: eliminare l’Altro per non essere lasciati, distruggere ciò che rende visibile la propria mancanza. Queste dinamiche rimandano a un rapporto patologico con la mancanza. L’Altro viene caricato di una funzione totalizzante, chiamato a colmare un vuoto che non può essere colmato. Quando questa funzione viene meno, l’angoscia non trova parole né rappresentazioni e si traduce in agito distruttivo. L’atto violento tenta di ristabilire un controllo assoluto là dove il soggetto sperimenta una perdita insopportabile. La dimensione narcisistica gioca un ruolo centrale. L’Altro è vissuto come estensione del Sé, come specchio indispensabile per mantenere un’immagine di sé coerente. La rottura del legame non rappresenta solo una perdita affettiva, ma una ferita narcisistica che mette a rischio l’identità stessa. In questo senso, il femminicidio non è un gesto “passionale”, ma un tentativo di cancellare l’esperienza della dipendenza e della mancanza. Anche il rapporto con il femminile è profondamente implicato. Il femminile, inteso come alterità, viene vissuto come enigmatico, non controllabile, perturbante. La soggettività dell’altro sesso mette in crisi l’illusione di dominio e di completamento. La violenza si configura allora come tentativo di ristabilire un controllo totale là dove il soggetto non riesce a tollerare l’opacità del desiderio dell’Altro. Questi esiti estremi non nascono nel vuoto. Si inscrivono in storie segnate da modelli relazionali disfunzionali, incapacità di simbolizzare le emozioni, fragilità nell’elaborazione della perdita, ma anche in un contesto culturale che fatica a offrire narrazioni alternative al possesso e alla fusione. Quando l’educazione affettiva è assente o ridotta a prescrizioni morali, il soggetto resta solo di fronte a emozioni che non sa pensare. La clinica mostra come la violenza non emerga improvvisamente, ma sia spesso preceduta da segnali riconoscibili: gelosia estrema, controllo, isolamento del partner, incapacità di accettare il rifiuto, vissuti persecutori. Questi segnali non vanno banalizzati come dinamiche relazionali “normali”, ma letti come indicatori di una fragilità profonda del legame e dell’organizzazione soggettiva. L’intervento non può limitarsi alla condanna dell’atto, pur necessaria, ma deve interrogare ciò che rende possibile una simile deriva. Offrire agli adolescenti spazi di parola in cui la frustrazione, la perdita e il desiderio possano essere pensati rappresenta una delle forme più radicali di prevenzione. È nel tempo dell’ascolto che il soggetto può imparare a separarsi senza distruggere, a perdere senza annientarsi. Pensare i femminicidi in adolescenza significa sottrarli sia alla logica dell’eccezionalità sia a quella della normalizzazione. La violenza estrema segnala un fallimento simbolico del legame, un punto in cui la relazione non ha trovato altri modi di esistere se non nella distruzione. Solo restituendo dignità alla complessità del legame, al lavoro della separazione e alla fatica del desiderio, è possibile aprire uno spazio in cui l’Altro possa esistere senza essere posseduto o annientato. È in questa direzione che il lavoro clinico, preventivo e culturale è chiamato a muoversi, soprattutto quando l’adolescenza mostra il suo volto più tragico.
Settembre: tempo di decluttering relazionale

Il mese di settembre rappresenta sicuramente il periodo per nuovi inizi e nuovi propositi. Una delle possibilità che si può offrire a sé stessi, per il proprio benessere psicologico, é il decluttering relazionale. L’esperienza di pulizia e di alleggerimento dalle cose e dai vestiti superflui, fatta in genere nei periodi di cambio di stagione, sta estendendosi con effetti positivi anche alle relazioni. Spesso ci si trascina dentro rapporti zavorranti e tossici, che giorno dopo giorno rappresentano un peso emotivo, che non lascia spazio né alla serenità e né alla crescita personale. Il mantenere nell’armadio abbigliamento in attesa di essere indossato fornisce stress emotivo proprio come quelle relazioni che, ferme come un treno su un binario morto, determinano stagnazione. L’idea di mettere ordine, di fare spazio lasciando andare via ciò che non aggiunge nulla al nostro benessere, ha notevoli benefici su più fronti. Al di là del maggior tempo da poter dedicare a sé stessi, dopo il decluttering, ciò che cambia profondamente é la qualità dei pensieri. Essi, infatti, si svuotano di risentimento e di lamentele, lasciando spazio a delle aspettative realistiche e funzionali. Sgombrare gli spazi fisici aiuta a creare un ambiente anche mentale più ricettivo e più predisposto ai cambiamenti. La consapevolezza è che non tutto ciò che abbiamo portato e conservato, debba necessariamente proseguire il viaggio con noi. Il passato, quindi, serve solo per capire ciò che é importante nel presente per portare nel futuro. Le delusioni, il rimuginare, le relazioni passate, devono trasformarsi in motivazioni per regalarsi emozioni positive. Un cambio stagione interiore che produce una fase di rinnovamento energizzante, fonte di benessere fisico e mentale.
Quante volte hai già provato a capire perché qualcuno ti ha trattato così?
Quante volte ti sei ritrovato a ripercorrere una relazione, una conversazione o un episodio cercando di capire perché quella persona ti abbia trattato proprio in quel modo? Hai provato a ricostruire ogni dettaglio, a chiederti dove avessi sbagliato, cosa avresti potuto fare diversamente e quale fosse, in fondo, la ragione del comportamento dell’altro. Quando una relazione ci ferisce, cercare una spiegazione è quasi inevitabile. Abbiamo bisogno di dare un senso a ciò che è accaduto, soprattutto quando il comportamento dell’altro entra in contrasto con l’immagine che avevamo di quella persona o con ciò che quella relazione rappresentava per noi. Lo sguardo sistemico-relazionale ci invita, però, a spostare leggermente la domanda. Non si tratta soltanto di comprendere perché l’altro si sia comportato in quel modo, ma di osservare ciò che accadeva all’interno della relazione: quali dinamiche si erano costruite, quali aspettative erano presenti, come ognuno rispondeva al comportamento dell’altro e quale significato quei comportamenti assumevano per entrambi. In quest’ottica, una relazione non è semplicemente la “somma” di due individui. È qualcosa che si costruisce nell’interazione. I comportamenti di una persona influenzano quelli dell’altra, in un movimento circolare nel quale diventa spesso difficile stabilire dove inizi la causa e dove finisca l’effetto. Questo, però, non significa distribuire la colpa in modo equo o negare la responsabilità di chi ha agito un determinato comportamento. Significa provare a comprendere la complessità del legame. E c’è un altro aspetto importante… Il modo in cui viviamo una relazione non nasce esclusivamente da ciò che accade nel presente. Ognuno di noi porta nelle relazioni la propria storia, le esperienze familiari, i modelli appresi, le aspettative e le modalità con cui ha imparato a sentirsi amato, riconosciuto o al sicuro. Per questo, lo stesso comportamento può avere un significato profondamente diverso per persone diverse. A volte, allora, restiamo per molto tempo concentrati sulla domanda “perché mi ha trattato così?”, quando forse sarebbe più utile chiederci: “Che cosa è accaduto tra noi perché io mi sia sentito così?” E ancora: “Perché questa relazione ha assunto per me proprio questo significato?” Non sempre comprendere l’altro ci restituisce la pace che stiamo cercando. Possiamo arrivare a capire le sue fragilità, la sua storia e persino le ragioni del suo comportamento, senza per questo cancellare il dolore che ci ha provocato. Comprendere la relazione, invece, può permetterci qualcosa di diverso: riconoscere il nostro posto dentro quella dinamica, ciò che abbiamo cercato, ciò che abbiamo tollerato, ciò che abbiamo imparato e ciò che oggi possiamo scegliere di modificare. Perché forse non abbiamo sempre bisogno di trovare una risposta definitiva alle domande, ma possiamo indagare a fondo le radici dei nostri comportamenti che riflettono nell’altro senza che ce ne accorgiamo. A volte, quindi, abbiamo bisogno di comprendere che cosa quella relazione ha raccontato di noi e dei nostri legami, per poter finalmente scegliere come vogliamo stare nelle situazioni che verranno.
È giusto parlare di organizzazioni che riposano?
Quando si parla di riposo sul lavoro, il pensiero corre immediatamente alle persone: alle ferie, alle pause, ai tempi necessari per recuperare energiepsicofisiche. Più raramente ci si chiede se anche un’organizzazione abbia bisogno di riposare. Eppure un’organizzazione non è una macchina composta da ingranaggi uguali. È un sistema vivente fatto di persone, relazioni, comunicazioni, regole, abitudini e significati condivisi. Come ogni sistema complesso, anche l’organizzazione può accumulare stanchezza, tensioni e forme di disordine che, nel tempo, ne compromettono il funzionamento. Far riposare un’organizzazione non significa smettere di lavorare o ridurre l’impegno. Significa, invece, trovare il coraggio di rallentare per osservare ciò che sta accadendo. Significa sospendere, almeno per un momento, quegli automatismi che portano a fare le cose semplicemente perché si sono sempre fatte in quel modo. Molte organizzazioni vivono immerse in un “continuo fare”. Si moltiplicano le riunioni, le richieste urgenti, le comunicazioni e gli adempimenti. Si interviene continuamente per risolvere i problemi, ma raramente ci si ferma a chiedersi se proprio quel modo di procedere non stia contribuendo a generarli. Il riposo organizzativo nasce da questa seria consapevolezza. Non coincide con l’inattività, ma con una pausa riflessiva che permette di osservare i processi senza forzarli. In fondo, anche in natura la crescita ha bisogno dei suoi tempi. Il contadino,ad esempio, non può costringere una pianta a crescere più velocemente; può soltanto creare le condizioni favorevoli affinché il terreno, l’acqua e il sole svolgano il loro lavoro. Allo stesso modo, un’organizzazione non può essere spinta oltre i propri limiti senza rischiare di perdere l’ equilibrio. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Quando manca la capacità di fermarsi e osservare, le comunicazioni diventano poco chiare, le richieste si sovrappongono, i ruoli si confondono e le priorità cambiano continuamente. In queste condizioni, le persone faticano a orientarsi e a comprendere il significato di ciò che fanno. Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo produce conseguenze importanti. Genera stress, affaticamento emotivo, perdita di motivazione e un diffuso senso di incertezza. Talvolta il disimpegno, le assenze frequenti o la scarsa partecipazione non rappresentano un problema individuale, ma il segnale di un’organizzazione che ha perso la direzione di senso. Quando un’organizzazione entra in affanno, infatti, la responsabilità raramente appartiene a una singola persona. Più spesso le difficoltà derivano dal sistema stesso: procedure poco efficaci, comunicazioni frammentate, relazioni indebolite, obiettivi poco chiari o valori non sufficientemente condivisi. Per questo motivo è importante guardare all’organizzazione nel suo insieme. Procedure, ruoli, relazioni e valori rappresentano le fondamenta dell’equilibrio organizzativo. Se una di queste componenti si indebolisce, l’intero sistema ne risente. La lezione dell’agricoltura nelle organizzazioni. Ovidio scriveva che un campo riposato offre un raccolto più abbondante. Il riposo della terra non è un tempo vuoto. È un tempo di preparazione, di rigenerazione e di riequilibrio. Anche nelle organizzazioni accade qualcosa di simile. Un sistema sottoposto continuamente a pressioni, richieste urgenti rischia di esaurire le proprie risorse. Al contrario, concedersi momenti di rallentamento e di riordino permette di recuperare energia, chiarezza e capacità progettuale. In questa prospettiva, il riposo organizzativo non è un lusso né una perdita di tempo. È una forma di prevenzione. Significa fermarsi prima che il disordine diventi cronico e prima che le difficoltà si trasformino in disagio per le persone. Un’organizzazione che sa riposare è un’organizzazione che sa prendersi cura di sé. E proprio per questo è più capace di affrontare il futuro con equilibrio, consapevolezza ed efficacia.
Dipendenze: il circolo vizioso del senso di colpa

Nel precedente articolo abbiamo parlato del craving, quel desiderio intenso che può comparire anche quando una persona ha deciso di smettere. Un desiderio che può essere riconosciuto, raccontato e attraversato, sapendo che prima o poi passerà. Ma cosa succede quando matura una maggiore consapevolezza del malessere legato all’uso del comportamento o sostanza? A volte la persona sa che la sostanza le sta facendo male. Sa che la sua vita è cambiata, che alcune relazioni si sono deteriorate, che sta perdendo tempo, occasioni, fiducia. Eppure continua a tornare lì. Non perché non sappia cosa sta succedendo. Ma perché, a un certo punto, quella stessa sostanza può diventare un modo per non sentire ciò che sta succedendo. Il peso della colpa Può accadere qualcosa di paradossale: si torna a usare proprio per stare meno male. Ansia, tristezza, solitudine, rabbia, senso di colpa. Emozioni che la dipendenza stessa può aver contribuito ad alimentare diventano, a loro volta, motivi per ricercare la sostanza o il comportamento. E così il cerchio si chiude. Si sta male, si usa per stare meglio, si sta peggio, e proprio quel malessere diventa un nuovo motivo per usare. Dopo l’uso possono arrivare i pensieri. “Ancora una volta.”“Non cambierò mai.”“Ho deluso tutti.” Il senso di colpa può trasformarsi in vergogna, e la vergogna in una forma di autocritica sempre più dura. Ma c’è un problema: se quella sofferenza diventa insostenibile, la persona può cercare nuovamente ciò che, almeno per un momento, riesce a metterla a tacere. La sostanza diventa così non più una fonte di piacere, ma un modo per interrompere il dolore prodotto dalla dipendenza stessa. Il sollievo diventa un’urgenza improrogabile È forse questo uno degli aspetti più difficili da comprendere dall’esterno. “Se sai che ti fa male, perché lo fai ancora?” Perché sapere non significa necessariamente riuscire a tollerare ciò che si prova. Il sollievo immediato può avere un peso enorme quando il malessere è già presente. E più volte una persona ricorre a quella strategia, più facilmente può ritrovarsi nello stesso circuito. Questo meccanismo non riguarda soltanto le sostanze. In forme diverse può comparire anche in altri comportamenti problematici: mangiare per sedare un’emozione, rifugiarsi continuamente nei social per non sentire la solitudine, tornare in una relazione che fa soffrire per non affrontare la paura di stare soli. Non sono esperienze equivalenti e non tutte costituiscono una dipendenza patologica. Ma il meccanismo può avere qualcosa in comune: utilizzare qualcosa per modificare rapidamente uno stato interno difficile da sostenere. Spezzare il circolo! Nel cortometraggio Nuggets, il deterioramento del protagonista diventa progressivamente più evidente. Ciò che all’inizio sembrava portare leggerezza finisce per lasciare spazio alla sola sofferenza. Come si può interrompere un circolo in cui ciò che usiamo per stare meglio è diventato parte di ciò che ci fa stare male? Una parte della risposta sta proprio nel dare al senso di colpa i giusti confini. La colpa può infatti avere due componenti molto diverse: da una parte la critica incessante, che rischia di diventare autolesionista; dall’altra il senso di responsabilità, che può invece favorire il cambiamento. Si può riconoscere la propria responsabilità senza trasformarla in un giudizio su di sé e senza autosabotare il percorso di guarigione dalla dipendenza. Ma esiste anche un altro aspetto, che affronteremo nel prossimo articolo: la possibilità di valorizzare la ricaduta. Ricadere nel comportamento non significa necessariamente essere tornati al punto di partenza. Può essere invece un episodio dal quale ricavare nuove informazioni e strumenti per affrontare in modo ancora più efficace le difficoltà del percorso di cura.
Il Taglio Emotivo: l’illusione di fuggire per liberarsi.

Il taglio emotivo è una delle risposte più drastiche, e al tempo stesso più fragili, che un individuo possa mettere in atto di fronte alle pressioni del proprio sistema familiare. Quando la tensione all’interno della rete relazionale d’origine diventa insostenibile, quando i confini personali vengono costantemente valicati o la richiesta di conformismo si fa soffocante, l’allontanamento drastico si presenta spesso come l’unica via di fuga possibile per sopravvivere e preservare la propria identità. Tuttavia, nella prospettiva della psicoterapia multigenerazionale, questa apparente conquista di libertà si rivela quasi sempre un’illusione protettiva. Il taglio emotivo non coincide con una reale differenziazione del Sé, ma rappresenta piuttosto l’espressione di una reattività emotiva ancora intensamente attiva. Più la rottura è netta, carica di risentimento o accompagnata da un silenzio ostinato, più essa testimonia la potenza del legame da cui si tenta di fuggire. Chi ha bisogno di tagliare ponti fisici e geografici per non farsi schiacciare dimostra, paradossalmente, di non possedere ancora la forza interna per rimanere in contatto con l’altro senza perdere la propria autonomia. La genesi di questo fenomeno affonda le radici nel livello di differenziazione della famiglia d’origine. Nelle costellazioni familiari caratterizzate da un’elevata fusione emotiva, i membri faticano a distinguere il proprio vissuto soggettivo da quello comune. In questi contesti, l’ansia si propaga rapidamente, e i tentativi di un singolo di esprimere la propria individualità vengono percepiti come minacce all’equilibrio del sistema. Quando i meccanismi ordinari di gestione dell’ansia — come la triangolazione di un terzo membro nei conflitti di coppia — falliscono o diventano intollerabili, il figlio può ricorrere al taglio emotivo per sottrarsi a un ruolo non suo. Le conseguenze di questa frattura si propagano nel tempo e nello spazio, investendo le relazioni future e le generazioni successive attraverso una sorta di eredità invisibile. Un individuo che ha interrotto bruscamente i rapporti con la propria famiglia d’origine tende a trasferire l’ansia irrisolta sulle nuove relazioni significative. Nella vita di coppia, questo si traduce spesso in una richiesta inconsapevole di fusione assoluta: il partner viene investito del compito impossibile di colmare il vuoto emotivo lasciato dal nucleo d’origine. Di fronte alla minima inevitabile crisi o al primo accenno di conflitto, la persona che ha interiorizzato il taglio come strategia difensiva tenderà a fuggire anche dalla nuova relazione, replicando lo stesso identico schema di distanza protettiva. Anche lo stile genitoriale ne risente profondamente. Senza un lavoro clinico di elaborazione, il genitore che ha attuato un taglio emotivo rischia di crescere i propri figli in un clima di iperprotettività o, al contrario, di eccessivo distacco, proiettando su di loro il timore costante della perdita o dell’intrusione. È in questo modo che il trauma della separazione si trasmette lungo l’asse multigenerazionale, offrendo ai figli, come unico modello di risoluzione dei conflitti, la via della fuga e della rottura relazionale. Il lavoro psicoterapeutico ad orientamento sistemico e multigenerazionale non mira a una riconciliazione forzata o a un perdono superficiale, che spesso si risolverebbero in una nuova e pericolosa fusione emotiva. L’obiettivo della terapia è piuttosto guidare il paziente verso una graduale differenziazione. Attraverso l’analisi della propria storia familiare, il paziente impara a riconoscere le ripetizioni intergenerazionali e a guardare ai propri genitori non più come a figure onnipotenti e persecutorie, ma come a individui a loro volta condizionati dalle proprie storie di vita. Solo riducendo la reattività emotiva diventa possibile tollerare la vicinanza dell’altro, permettendo al paziente di riavvicinarsi al proprio nucleo d’origine non per sottomettersi, ma per sperimentare, finalmente, una reale e matura indipendenza.
Il bisogno di controllare tutto: quando il controllo diventa una trappola

Avere il controllo della propria vita è un desiderio naturale. Organizzare gli impegni, pianificare il futuro e cercare di prevenire gli imprevisti può aiutarci a sentirci più sicuri e ad affrontare le sfide quotidiane con maggiore serenità. Tuttavia, quando il bisogno di controllo diventa eccessivo, può trasformarsi da risorsa a fonte di stress. Molte persone si accorgono di sentirsi in difficoltà quando qualcosa non va secondo i piani. Un ritardo, un cambiamento improvviso o una decisione presa da qualcun altro possono generare ansia, irritazione o un senso di perdita di equilibrio. In questi casi, il problema non è l’evento in sé, ma la difficoltà ad accettare che non tutto sia prevedibile. Perché abbiamo bisogno di controllare? Il bisogno di controllo è strettamente collegato al nostro desiderio di sicurezza. Il cervello tende a preferire ciò che conosce, perché ciò che è familiare appare meno minaccioso. Al contrario, l’incertezza richiede un maggiore dispendio di energie cognitive ed emotive. Per alcune persone, questo bisogno può essere particolarmente intenso. Esperienze di instabilità, delusioni o periodi di forte stress possono portare a sviluppare la convinzione che mantenere tutto sotto controllo sia l’unico modo per evitare nuove sofferenze. In realtà, il controllo assoluto è un’illusione. Possiamo influenzare molte situazioni, ma non possiamo eliminare completamente l’imprevedibilità che caratterizza la vita. I segnali di un controllo eccessivo Non sempre è facile riconoscere quando il bisogno di controllo sta diventando problematico. Alcuni segnali possono essere: Questi comportamenti possono offrire un sollievo momentaneo, ma spesso alimentano ulteriormente l’ansia, perché confermano l’idea che sia necessario controllare ogni aspetto della realtà. Il legame con l’ansia L’ansia e il bisogno di controllo sono spesso collegati. Quando ci sentiamo minacciati da ciò che non possiamo prevedere, cerchiamo strategie per ridurre il disagio. Controllare ripetutamente, verificare, pianificare o anticipare ogni possibile scenario può dare una sensazione temporanea di sicurezza. Il problema è che questa sicurezza dura poco. Ben presto emergono nuovi dubbi e nuovi aspetti da controllare, creando un circolo vizioso in cui il bisogno di certezza cresce invece di diminuire. Imparare a tollerare l’incertezza Accettare che non tutto sia controllabile non significa essere passivi o rinunciare alle proprie responsabilità. Significa distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che, invece, sfugge inevitabilmente al nostro controllo. Una domanda utile può essere: “Su cosa posso realmente agire in questa situazione?”. Concentrarsi sulle proprie azioni, anziché sugli esiti, permette di investire le energie in modo più efficace. Anche concedersi la possibilità di commettere errori rappresenta un passaggio importante. L’errore non è necessariamente il segnale di un fallimento, ma una parte naturale dell’apprendimento e della crescita personale. Piccoli esercizi quotidiani Allenare la flessibilità psicologica è possibile anche attraverso semplici esperimenti nella vita di tutti i giorni. Si può, ad esempio, scegliere deliberatamente di non controllare due volte un’attività già svolta, lasciare che qualcun altro organizzi un dettaglio di un progetto oppure affrontare una giornata senza programmare ogni momento. Queste esperienze possono risultare inizialmente scomode, ma aiutano gradualmente a sviluppare una maggiore tolleranza verso l’incertezza. Anche pratiche come la mindfulness possono favorire una maggiore consapevolezza del momento presente, riducendo la tendenza a preoccuparsi costantemente di ciò che potrebbe accadere in futuro. Quando è utile chiedere aiuto Se il bisogno di controllo limita la vita quotidiana, crea conflitti nelle relazioni o provoca una sofferenza significativa, un percorso psicologico può aiutare a comprendere le cause profonde di questo meccanismo e a sviluppare strategie più funzionali per gestire l’ansia e l’incertezza. L’obiettivo non è eliminare il desiderio di organizzare o pianificare, ma imparare a convivere con quella parte di imprevedibilità che fa inevitabilmente parte dell’esperienza umana. La vita non può essere controllata in ogni suo dettaglio. Paradossalmente, più cerchiamo di eliminare ogni incertezza, più rischiamo di sentirci prigionieri delle nostre stesse regole. Imparare a distinguere tra ciò che possiamo influenzare e ciò che dobbiamo accettare rappresenta una competenza preziosa per il benessere psicologico. La vera sicurezza non nasce dal controllo assoluto, ma dalla fiducia nella propria capacità di affrontare anche ciò che non si può prevedere.
Il figlio sintomatico e l’angoscia dei genitori: una lettura del legame familiare

Vivere accanto a un adolescente che soffre psicologicamente significa abitare una tensione continua tra presenza e impotenza. Quando emerge una diagnosi — che riguardi l’umore, il comportamento, il ritiro sociale, le dipendenze, l’area psicotica o gravi difficoltà nella regolazione emotiva — non è soltanto il ragazzo a entrare in crisi. Anche il legame familiare viene profondamente trasformato. Molti genitori raccontano la sensazione di vivere accanto a un figlio che, improvvisamente, non riescono più a raggiungere. Lo riconoscono e allo stesso tempo non lo riconoscono più. Il figlio che prima cercava protezione può diventare distante, aggressivo, oppositivo o completamente chiuso nel silenzio. La relazione si riempie di incomprensioni, conflitti, paura di sbagliare. Dal punto di vista psichico, la diagnosi produce spesso una frattura nell’immaginario familiare.Ogni genitore costruisce inconsapevolmente rappresentazioni del proprio figlio: ciò che sarà, ciò che diventerà, il modo in cui crescerà, il tipo di relazione che avranno. Quando irrompe il sintomo, queste immagini vacillano. E insieme ad esse vacilla anche il senso di sé come genitore. L’adolescenza, già di per sé, è un tempo di profonda destabilizzazione. Il corpo cambia, il rapporto con l’autorità si modifica, il figlio cerca separazione e autonomia. Ma quando a questo si aggiunge una sofferenza psichica importante, la trasformazione assume spesso il carattere di un’urgenza emotiva difficile da contenere. Molti genitori iniziano a vivere in uno stato di allerta costante. Controllano il tono della voce del figlio, i silenzi, gli sguardi, i movimenti, il sonno, il cibo, le uscite. La quotidianità si organizza progressivamente attorno al tentativo di prevenire la prossima crisi. La casa smette di essere soltanto uno spazio familiare e diventa un luogo emotivamente saturo, attraversato da tensioni invisibili ma continue. In queste situazioni, il genitore è spesso preso in un doppio movimento contraddittorio: da una parte sente il bisogno di proteggere il figlio da tutto ciò che potrebbe ferirlo; dall’altra prova rabbia, esasperazione o desiderio di distanza quando il comportamento del ragazzo diventa troppo difficile da sostenere. Questa ambivalenza genera frequentemente senso di colpa. Molti genitori si spaventano delle proprie emozioni: della stanchezza, della rabbia, del sollievo nei momenti di calma o del desiderio, talvolta, di sottrarsi a una situazione percepita come troppo pesante. Ma vivere accanto a una sofferenza psichica intensa espone inevitabilmente anche chi cura a un logoramento emotivo. Il sintomo adolescenziale, inoltre, non sempre assume forme che suscitano immediata empatia. Alcuni ragazzi esprimono il dolore attraverso il conflitto continuo, la provocazione, l’aggressività o l’attacco al legame. In questi casi il genitore rischia progressivamente di vedere soltanto il comportamento manifesto, perdendo contatto con la sofferenza che lo sostiene. È qui che molte famiglie entrano in una spirale dolorosa. Più il ragazzo attacca o si oppone, più il genitore irrigidisce il controllo; più il controllo aumenta, più l’adolescente vive il legame come invasivo o persecutorio. Il sintomo finisce allora per occupare tutto lo spazio relazionale. In alcune famiglie si crea persino una sorta di organizzazione attorno alla crisi. Tutti iniziano inconsapevolmente a ruotare attorno al membro più fragile: fratelli che si adattano in silenzio, genitori che rinunciano alla propria vita personale, coppie che smettono di esistere al di fuori della funzione genitoriale. Dal punto di vista clinico, uno degli aspetti più importanti è aiutare i genitori a distinguere il figlio dal suo sintomo. Un adolescente può avere comportamenti molto difficili senza coincidere interamente con essi. Dietro alcune esplosioni aggressive esistono spesso vissuti profondi di angoscia, vergogna, esclusione o paura del legame. Allo stesso tempo, è fondamentale che i genitori possano ritrovare uno spazio psichico proprio. Quando tutta la vita familiare viene assorbita dall’emergenza, il rischio è che il sintomo diventi l’unico organizzatore del legame. Il lavoro terapeutico permette allora di reintrodurre differenze, confini e possibilità di pensiero là dove tutto rischia di essere agito nell’urgenza. Vivere accanto a un figlio con una diagnosi significa anche confrontarsi con il limite. Il limite di non poter guarire immediatamente il dolore dell’altro. Il limite di non capire sempre. Il limite di non riuscire a controllare tutto. Ma proprio accettando questo limite può aprirsi una posizione diversa nel legame. Non quella del genitore onnipotente che deve salvare il figlio a ogni costo, né quella del genitore sconfitto che rinuncia alla relazione. Piuttosto quella di un adulto che, pur nella fatica, continua a restare presente senza ridurre il figlio esclusivamente alla sua sofferenza. Perché anche quando il sintomo invade il legame, il soggetto non coincide mai completamente con la diagnosi. E spesso il lavoro più importante non è eliminare immediatamente il sintomo, ma permettere che il ragazzo possa continuare a sentirsi guardato come qualcuno che esiste oltre esso.
La reattanza e il divieto

Lo psicologo Brehm teorizzó nel 1966 la reattanza, identificandola come risposta emotiva. Il termine, in elettrotecnica, indica l’opposizione, la resistenza al passaggio della corrente elettrica. In effetti, essa è un complesso quadro comportamentale, cognitivo ed emozionale messo in atto di fronte ad un divieto o ad un ordine. Quando l’individuo ha la percezione che la sua libertà di azione o di scelta sia minacciata, mette in atto un meccanismo di ribellione alla proibizione. Attraverso esperimenti con i bambini, Brehm notò che, già in età abbastanza precoce, si manifestava l’attrazione per le cose proibite. Man mano che si cresce, quindi la reattanza, la resistenza psicologica diventa orientata non solo verso oggetti, ma anche nei confronti delle situazioni. La reazione quindi più comune di tutti è proprio la ribellione, che porta , attraverso un effetto boomerang, a comportarsi proprio nel modo proibito. Anche se non esistono fasce d’età vulnerabili o maggiormente predisposte a tale risposta, l’adolescenza sembrerebbe un periodo della vita in cui l’atteggiamento della reattanza sia abbastanza frequente. D’altronde, di fronte ad una imposizione, si possono ottenere anche altre reazioni. Una in particolare è la reattanza vicaria, in cui per non comportarsi nel modo proibito, si fa compiere l’azione a qualcun altro, godendo comunque del successo ottenuto come se si fosse agito in prima persona. Quindi pur di disobbedire, ma temendo comunque l’autorità o l’eventuale punizione, si cerca qualcuno che possa soddisfare la nostra richiesta. In alcuni casi, inoltre, si prende alla lettera la proibizione e si mette in atto un comportamento simile, affinché la ribellione sia allo stesso tempo vicariata e soddisfatta. Esistono però situazioni, in cui la sottomissione all’ordine resta l’unica strada percorribile, per cui non resta altro che rassegnarsi.
Quando il sintomo del bambino diventa una porta d’accesso al mondo relazionale della coppia
Quando una coppia attraversa una fase di crisi, il conflitto non rimane necessariamente confinato all’interno della relazione tra i due partner. La famiglia è un sistema di relazioni interconnesse e ciò che accade tra i genitori può avere inevitabilmente delle ripercussioni sul clima emotivo familiare e sul benessere dei figli. I bambini, infatti, non hanno bisogno di conoscere i dettagli di un conflitto per percepirne la presenza: possono cogliere i cambiamenti nel tono della voce, la tensione, i silenzi, la distanza emotiva e le modificazioni nelle modalità relazionali dei genitori. Anche quando gli adulti pensano di proteggere i figli nascondendo loro le difficoltà della coppia, i bambini possono comunque percepire che qualcosa è cambiato. Difatti, non di rado, durante le sedute di supporto psicologico alla famiglia, possono venir fuori frasi del tipo: “non voglio più sentirvi urlare e litigare“, espressioni che possono far trapelare uno stato di sofferenza profonda dei bambini rispetto ai genitori. In questa richiesta non si rivela soltanto la necessità di non “sentire” più qualcosa che fa male, ma il bisogno di poter vivere la casa come luogo sicuro, prevedibile, in cui non c’è necessità di prestare attenzione agli sguardi degli adulti. Varie forme di conflitto Il conflitto è parte integrante delle relazioni e può persino diventare un’occasione per apprendere che le differenze devono essere affrontate e che dopo una frattura può esserci una possibilità di riparazione. Ciò che può diventare disfunzionale, invece, è la presenza di conflittualità intensa, frequente e non riparata, soprattutto quando il bambino viene coinvolto, chiamato a schierarsi o reso implicitamente responsabile del benessere dei genitori. Dunque, quando manifesta un disagio la domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto “cosa c’è che non va in lui?” quanto piuttosto “cosa sta accadendo intorno a lui?”. Questo non significa colpevolizzare la coppia genitoriale, ma ampliare lo sguardo. La prospettiva sistemico-relazionale, infatti, ci ricorda che il sintomo può assumere significato all’interno del funzionamento complessivo della famiglia. Ed è in questi casi che il figlio, piuttosto che essere sostenuto dagli adulti, finisce per occuparsi emotivamente degli stessi. Quando il sintomo cambia il Setting terapeutico Il percorso psicoterapeutico può modificarsi nel corso del tempo. Non è raro che una richiesta di aiuto iniziale, centrata sul disagio del figlio, conduca progressivamente a osservare una sofferenza che coinvolge l’intero sistema familiare e, in particolare, la relazione di coppia. Il bambino può rappresentare il motivo per cui i genitori arrivano in terapia, ma il lavoro clinico può successivamente rendere evidente che, per poter intervenire realmente sul suo disagio, è necessario rivolgere lo sguardo anche alla relazione di coppia. In questi casi, l’assetto clinico può trasformarsi: da una psicoterapia prevalentemente centrata sul bambino si può passare a un lavoro con la coppia genitoriale, non perché il figlio venga escluso o perché il suo disagio perda importanza, ma perché il contesto relazionale in cui quel disagio si manifesta diventa parte fondamentale del processo terapeutico. Il sintomo del bambino può così diventare una porta d’accesso alla comprensione di una crisi più ampia, permettendo ai genitori di interrogarsi sulle proprie modalità comunicative, sulla gestione del conflitto e sul modo in cui la loro relazione arriva ai figli. In una prospettiva sistemica, infatti, modificare le relazioni che circondano il sintomo può contribuire a modificare anche il modo in cui il sintomo stesso si esprime. Conclusioni Proteggere i figli, quindi, non significa necessariamente costruire intorno a loro una realtà fittizia in cui i problemi non esistono. Significa permettere loro di rimanere figli, restituendo agli adulti la responsabilità delle proprie relazioni e delle proprie emozioni. Un bambino non dovrebbe sentirsi responsabile della serenità della famiglia, né dovrebbe essere chiamato a fare da mediatore tra due genitori in conflitto. Dovrebbe poter sapere che le difficoltà della coppia appartengono agli adulti e che il suo compito non è quello di risolverle. In questo senso, il lavoro psicologico può diventare uno spazio importante non soltanto per ascoltare il disagio del bambino, ma anche per osservare le dinamiche relazionali all’interno delle quali quel disagio si manifesta. Forse, allora, il compito della terapia non è soltanto aiutare un bambino a stare meglio, ma comprendere che cosa il suo malessere sta cercando di dire. Perché proprio là dove un bambino soffre, una famiglia può finalmente iniziare ad ascoltarsi. Bibliografia