Ghosting: perché sparire da una relazione fa così male?

Negli ultimi anni il termine ghosting è entrato sempre più spesso nel linguaggio quotidiano. Indica l’interruzione improvvisa e immotivata di una relazione o di una frequentazione: una persona smette di rispondere ai messaggi, sparisce dai contatti e interrompe ogni comunicazione senza spiegazioni. Può accadere in una relazione sentimentale, in un’amicizia, ma anche in contesti lavorativi o familiari. Sebbene il fenomeno non sia nuovo, la comunicazione digitale lo ha reso molto più frequente e socialmente diffuso. Ma perché il ghosting fa soffrire così tanto dal punto di vista psicologico? Il dolore dell’assenza di spiegazioni Quando una relazione finisce, il dolore non dipende solo dalla perdita dell’altro, ma anche dalla possibilità di comprendere cosa sia successo. Nel ghosting, invece, manca una chiusura chiara. La persona che subisce questa esperienza resta spesso sospesa in una condizione di dubbio: Il cervello umano tende naturalmente a cercare spiegazioni e significati. Quando non riesce a trovarli, può entrare in un circolo di pensieri ripetitivi, alimentando ansia, insicurezza e sofferenza emotiva. Il ghosting e il senso di rifiuto Dal punto di vista psicologico, essere ignorati attiva aree cerebrali simili a quelle coinvolte nel dolore fisico. Il rifiuto sociale, infatti, viene percepito dal cervello come una minaccia emotiva importante. Chi subisce ghosting può sentirsi svalutato, invisibile o “non abbastanza”. Questo accade soprattutto quando nella relazione erano presenti aspettative affettive, coinvolgimento emotivo o progettualità. In alcuni casi il ghosting può riattivare ferite relazionali più profonde, legate all’abbandono, alla paura del rifiuto o a esperienze precedenti di instabilità emotiva. Perché alcune persone fanno ghosting? Le motivazioni possono essere diverse e non sempre indicano cattiveria o manipolazione consapevole. Alcune persone evitano il confronto perché temono il conflitto, provano disagio nel gestire le emozioni oppure non possiedono adeguate competenze comunicative. In altri casi il ghosting riflette una difficoltà ad assumersi la responsabilità emotiva delle proprie scelte. La comunicazione digitale, inoltre, può facilitare comportamenti evitanti: sparire dietro uno schermo sembra più semplice che affrontare una conversazione difficile. Tuttavia, comprendere le motivazioni dell’altro non significa minimizzare l’impatto emotivo che questo comportamento può avere. Come affrontare il ghosting La prima reazione è spesso quella di cercare continuamente risposte o tentare di ristabilire il contatto. È una risposta umana e comprensibile. Tuttavia, inseguire spiegazioni a ogni costo rischia di aumentare la sofferenza. Può essere utile: In alcuni casi, soprattutto quando il ghosting riattiva vissuti profondi di abbandono o insicurezza, un percorso psicologico può aiutare a comprendere meglio le proprie dinamiche relazionali e rafforzare l’autostima. Una questione di responsabilità emotiva In una società sempre più veloce e digitale, il rischio è quello di dimenticare che dietro uno schermo esistono emozioni reali. Comunicare una distanza, un cambiamento o la fine di un interesse può essere difficile, ma rappresenta una forma di rispetto verso l’altro. Il ghosting ci ricorda quanto le relazioni umane abbiano bisogno non solo di connessione, ma anche di responsabilità emotiva, chiarezza e consapevolezza.

Adolescenza e disturbo borderline. La questione diagnostica e il lavoro clinico

Quando si parla di disturbo borderline in adolescenza, il dibattito si fa immediatamente acceso. A differenza delle letture che collocano il borderline come semplice metafora del confine, qui la questione riguarda la possibilità stessa di una configurazione psicopatologica strutturata che si manifesta già nel tempo adolescenziale. Non si tratta di una sovrapposizione impropria, ma di una domanda clinica reale, che emerge con forza nella pratica quotidiana: cosa accade quando l’instabilità non è più solo transitoria, ma tende a organizzarsi come modalità prevalente di funzionamento? L’adolescenza è certamente un tempo di turbolenza, ma non ogni intensità affettiva può essere ricondotta al processo evolutivo. In alcune situazioni, ciò che si osserva non è soltanto una crisi, ma una difficoltà persistente nella regolazione degli affetti, nell’integrazione dell’identità e nella tenuta del legame. Oscillazioni emotive estreme, vissuti cronici di vuoto, acting out ripetuti, condotte autolesive, relazioni segnate da dipendenza e rotture violente indicano una sofferenza che non si esaurisce nel passaggio adolescenziale. Il riferimento a Sigmund Freud consente di pensare queste configurazioni come espressione di un conflitto che non riesce a essere elaborato sul piano rappresentazionale. L’eccedenza pulsionale non trova vie simboliche sufficienti e tende a scaricarsi attraverso l’agire o il corpo. In questi casi, il sintomo non è un semplice segnale di transizione, ma una soluzione rigida che il soggetto utilizza per mantenere una fragile continuità psichica. Nel disturbo borderline in adolescenza, la questione dell’identità occupa un posto centrale. Il soggetto fatica a costruire un senso stabile di sé e oscilla tra immagini opposte, spesso idealizzate o svalutate. Questa frammentazione si riflette nel rapporto con l’Altro, vissuto ora come indispensabile, ora come minaccioso. La paura dell’abbandono convive con movimenti di rifiuto e di attacco, producendo legami intensi ma difficilmente sostenibili nel tempo. Il contributo di Jacques Lacan permette di leggere queste dinamiche come effetto di una difficoltà strutturale nel rapporto con la mancanza. Nel borderline, la mancanza non riesce a essere simbolizzata e viene vissuta come un vuoto reale, intollerabile. Da qui l’urgenza del legame, l’impossibilità di tollerare l’assenza, la richiesta implicita di una presenza totale che, inevitabilmente, finisce per essere distruttiva. In questa prospettiva, il riferimento teorico a Otto Kernberg ha avuto un ruolo decisivo nel riconoscere l’esistenza di un’organizzazione borderline di personalità, distinguendola sia dalle nevrosi sia dalle psicosi. In adolescenza, questa organizzazione può già manifestarsi attraverso la scissione, l’instabilità dell’immagine di sé e dell’Altro, l’uso massiccio di difese primitive. Non si tratta di etichettare precocemente, ma di riconoscere quando il funzionamento psichico mostra una coerenza patologica che tende a ripetersi. Il lavoro clinico con adolescenti con disturbo borderline pone questioni tecniche ed etiche particolarmente delicate. La relazione terapeutica è spesso attraversata da intensi movimenti transferali, richieste implicite di salvataggio, rotture improvvise del legame. La posizione del clinico è costantemente messa alla prova: ogni distanza può essere vissuta come abbandono, ogni vicinanza come intrusione. In questi casi, la priorità non è l’interpretazione del conflitto inconscio, ma la costruzione di una cornice sufficientemente stabile. La continuità del setting, la chiarezza dei confini, la prevedibilità della presenza clinica svolgono una funzione strutturante. È attraverso questa tenuta che l’agire può lentamente trovare un limite e che l’esperienza affettiva può iniziare a essere mentalizzata. Riconoscere il disturbo borderline in adolescenza non significa rinunciare alla dimensione evolutiva, ma assumere la responsabilità clinica di una sofferenza che rischia di cronicizzarsi. La diagnosi, quando è fondata e maneggiata con prudenza, non chiude il percorso, ma orienta il lavoro, evitando sia minimizzazioni rassicuranti sia interventi impropriamente normalizzanti. Il disturbo borderline in adolescenza rappresenta una sfida centrale per la clinica contemporanea. È un punto in cui il rischio è elevato, ma in cui è ancora possibile intervenire prima che le modalità di funzionamento si irrigidiscano definitivamente. Il compito del lavoro clinico non è quello di anticipare un destino, ma di offrire al soggetto le condizioni perché ciò che oggi appare come instabilità distruttiva possa, nel tempo, trasformarsi in una forma di organizzazione psichica più vivibile.

La famiglia invischiata nel disturbo schizofrenico: quando i confini emotivi diventano fragili

Parlare di schizofrenia significa entrare in un territorio complesso, delicato, spesso ancora circondato da paura e pregiudizio. Per molti anni, la sofferenza psicotica è stata letta quasi esclusivamente attraverso una lente individuale: il sintomo apparteneva alla persona e tutto sembrava concentrarsi sul suo funzionamento mentale. Col tempo, però, la clinica sistemico-relazionale ha mostrato quanto sia impossibile comprendere pienamente il disagio psichico senza considerare anche il contesto relazionale in cui esso prende forma. Tra le dinamiche familiari maggiormente approfondite vi è quella della famiglia invischiata. Un termine che può sembrare duro, ma che descrive semplicemente una modalità relazionale in cui i confini emotivi tra i membri risultano molto permeabili, poco definiti, talvolta confusi. Non si tratta di famiglie “sbagliate” o patologiche. Anzi, frequentemente sono famiglie molto presenti, protettive, unite. Tuttavia, quando la connessione diventa eccessiva, il rischio è che venga limitato lo spazio necessario alla differenziazione personale. Nel percorso evolutivo di ogni individuo esiste infatti un bisogno fondamentale: quello di separarsi psicologicamente dalle figure di riferimento per costruire un’identità autonoma. Crescere significa poter dire “io” senza sentire di tradire il “noi”. Ma nelle famiglie fortemente invischiate questo processo può diventare estremamente faticoso. Cosa accade in famiglia? L’autonomia può essere vissuta inconsciamente come una perdita, un allontanamento doloroso, quasi una minaccia alla stabilità familiare. Talvolta il giovane percepisce di non poter deludere le aspettative implicite della famiglia, oppure sente di dover rimanere emotivamente disponibile per mantenere l’equilibrio del sistema. In alcune situazioni legate al disturbo schizofrenico, queste dinamiche possono amplificare il disagio psicologico già presente. Non perché la famiglia “causi” la schizofrenia — idea oggi ampiamente superata — ma perché il clima relazionale può influenzare il modo in cui la sofferenza viene espressa, contenuta o aggravata. Quando una famiglia arriva in terapia dopo l’esordio psicotico di un figlio, porta spesso con sé un enorme carico di dolore, impotenza e senso di colpa. Accusare o cercare un responsabile non aiuta il processo di cura. Molto più utile è comprendere insieme quali modalità comunicative, emotive e relazionali possano essere trasformate per creare un ambiente più contenitivo e meno confusivo. Nelle famiglie invischiate capita frequentemente che i confini tra protezione e controllo diventino sottili. L’ansia per il benessere del familiare fragile può portare a monitorare continuamente emozioni, comportamenti, scelte quotidiane. Ma quando ogni spazio viene riempito dalla preoccupazione, la persona rischia di sentirsi soffocata, incapace di sperimentarsi autonomamente. Anche la comunicazione può assumere caratteristiche particolari: messaggi ambivalenti, emozioni intense ma poco esplicitate, difficoltà ad affrontare il conflitto apertamente. A volte si percepisce una forte tensione emotiva che però non trova parole chiare per essere raccontata. Il “compito” della psicoterapia Il lavoro terapeutico con queste famiglie non consiste nel separare rigidamente le persone o nel promuovere distanze emotive. Al contrario, l’obiettivo è aiutare ciascun membro a costruire confini più chiari, mantenendo il legame affettivo ma favorendo anche l’autonomia personale. Significa imparare a stare vicini senza invadere. Proteggere senza sostituirsi. Ascoltare senza controllare. Riconoscere che l’amore non coincide necessariamente con la fusione. Spesso, dietro l’invischiamento, si nasconde una grande paura della perdita. Perdere il legame, perdere il controllo, perdere l’altro. Eppure è proprio quando i rapporti diventano più flessibili e differenziati che le relazioni possono trasformarsi in luoghi più sicuri, respirabili e accoglienti.

Dipendenze: la nostalgia della prima volta

Molte dipendenze non iniziano con la sofferenza. Iniziano con qualcosa che funziona. Nel precedente articolo abbiamo visto come alcune esperienze legate a sostanze o comportamenti problematici riescano ad “agganciarsi” più facilmente quando incontrano un bisogno già presente, anche se difficile da riconoscere. Ma cosa succede dopo? Cosa accade quando quel piacere inizia lentamente a cambiare? Cosa accade quando si continua a cercare qualcosa che ormai non è più raggiungibile? Il problema è che l’effetto cambia Quando qualcosa ci fa stare bene — o semplicemente meno male — il cervello lo registra molto velocemente. È un meccanismo naturale. Impariamo continuamente attraverso ciò che ci dà piacere, sollievo o sicurezza. C’è però un aspetto meno evidente: il cervello si abitua. Quella stessa esperienza che all’inizio sembrava intensa, nuova o potente, con il tempo perde parte del suo effetto. Ed è qui che molte persone iniziano inconsapevolmente a cambiare rapporto con ciò che stanno usando. Non cercano più soltanto piacere. Cercano di tornare a come si sentivano all’inizio. È una differenza sottile, ma importante. Perché a un certo punto non si rincorre più qualcosa di nuovo. Si rincorre un ricordo, un desiderio irrealizzabile. La nostalgia della “prima volta” Le dipendenze continuano anche quando il piacere diminuisce. Da fuori questo può sembrare incomprensibile: “Se non ti fa stare bene, perché continui?” Esiste una sorta di nostalgia che accompagna la condizione di dipendenza patologica. Non necessariamente la nostalgia della sostanza o del comportamento in sé, ma della sensazione associata ai primi momenti: senso di leggerezza, di forza, di distanza dai problemi, o semplicemente di sollievo. Con il tempo, però, quella sensazione originaria tende a non ripresentarsi più nello stesso modo. Ed è forse anche per questo che alcune persone vivono la dipendenza come una rincorsa continua verso qualcosa che sembra allontanarsi sempre di più.  Alcuni riferiscono persino che il piacere finisca per trovarsi nella rincorsa stessa. Altri dicono che la sostanza “non sia più quella di una volta”. Ma spesso non è la sostanza ad essere cambiata: è l’assuefazione ad aver trasformato completamente l’esperienza.  Una ricerca che cambia significato Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista torna più volte verso ciò che inizialmente gli aveva dato una sensazione intensa e piacevole. Ma, scena dopo scena, quella ricerca cambia forma. Non sembra più una scoperta. Diventa qualcosa di automatico, quasi necessario. Ed è forse questo uno degli aspetti più insidiosi della dipendenza: il momento in cui non ci si accorge più di stare cercando qualcosa che, nel frattempo, è già cambiato. Cosa stiamo cercando davvero? Forse una delle domande più difficili riguarda proprio questo punto. Quando continuiamo a rincorrere una sensazione che non esiste più davvero, cosa stiamo cercando? Il piacere? Oppure il ricordo di una versione di noi che, almeno per un momento, sembrava stare meglio? E così, lentamente, la nostalgia della prima volta lascia spazio a qualcosa di diverso: non più soltanto il desiderio di ritrovare una sensazione, ma il bisogno crescente ma allo stesso tempo frustrato di evitare la sua assenza. Bibliografia Everitt, B. J., & Robbins, T. W. (2005). Neural systems of reinforcement for drug addiction. Nature Neuroscience, 8(11), 1481–1489. https://doi.org/10.1038/nn1579 Koob, G. F., & Volkow, N. D. (2016). Neurobiology of addiction: A neurocircuitry analysis. The Lancet Psychiatry, 3(8), 760–773. https://doi.org/10.1016/S2215-0366(16)00104-8Schultz, W. (2015). Neuronal reward and decision signals: From theories to data. Physiological Reviews, 95(3), 853–951. https://doi.org/10.1152/physrev.00023.2014

L’illusione dei “24 anni in un giorno”: cos’è la Time Anxiety e come difendersi

L’illusione dei “24 anni in un giorno”: cos’è la Time Anxiety e come difendersi Ti è mai capitato di guardare l’orologio alle due del pomeriggio e avvertire una strana morsa allo stomaco, come se la giornata fosse ormai “finita” e tu non avessi concluso nulla? Oppure di pianificare il weekend nei minimi dettagli solo per finire esausto, colpevole di non aver “sfruttato al massimo” il tempo libero? Se la risposta è sì, stai sperimentando quella che la psicologia moderna definisce Time Anxiety (ansia del tempo). Non si tratta di una semplice fretta, ma di una vera e propria preoccupazione cronica legata alla sensazione che il tempo stia sfuggendo e che non ne avremo mai abbastanza per realizzare ciò che “dovremmo”. Dal punto di vista cognitivo, il tempo non è una costante. Il nostro cervello non lo percepisce attraverso i secondi biologici, ma attraverso il carico emotivo e l’attenzione. Quando siamo costantemente bombardati da stimoli (notifiche, video brevi, aggiornamenti sui successi altrui), la nostra corteccia prefrontale — l’area del cervello responsabile della pianificazione e del processo decisionale — va in sovraccarico. Questo stato di allerta perpetuo attiva l’amigdala, il nostro centro della paura, che interpreta il “non avere tempo” come una minaccia esistenziale. Il risultato? Una costante risposta di attacco o fuga (fight or flight), che si traduce in: La trappola della “FOMO temporale” Oggi questa ansia è amplificata dalla Fear of Missing Out (la paura di essere tagliati fuori), applicata alla gestione della vita. Vediamo costantemente online routine mattutine impeccabili, carriere fulminee e “ricette per il successo in 5 mosse”. Questo crea un bias cognitivo devastante: l’idea che ogni singolo minuto della nostra vita debba essere monetizzato, ottimizzato o trasformato in un contenuto memorabile. Il tempo libero cessa di essere uno spazio di ricarica e diventa un’altra voce sulla lista delle cose da fare. Tre strategie psicologiche per riprendersi il presente Uscire da questo loop non significa comprare un’agenda più costosa, ma cambiare il paradigma relazionale con il tempo. La ricerca psicologica suggerisce tre approcci pratici: Pratica il “Tempo Vuoto” (L’arte del non-fare): Dedica intenzionalmente 10-15 minuti al giorno a un’attività che non ha alcuno scopo produttivo. Cammina senza musica, guarda fuori dalla finestra, bevi un caffè senza guardare il telefono. Questo aiuta a resettare il sistema nervoso autonomo. Sostituisci il “Devo” con “Scelgo di”: Il linguaggio che usiamo modella la nostra realtà. Dire “Devo andare in palestra, poi devo fare la spesa” attiva l’ansia da prestazione. Sostituirlo con “Oggi scelgo di allenarmi” restituisce al cervello una sensazione di controllo e autonomia. Accetta il “Costo d’Opportunità”: Dire di sì a qualcosa significa inevitabilmente dire di no a qualcos’altro. L’ansia del tempo nasce dall’illusione di poter fare tutto. Accettare che la vita è fatta di rinunce non è un fallimento, ma l’unico modo per godersi davvero ciò che stiamo facendo in questo momento. In conclusione: Il tempo non è un avversario da sconfiggere o un contenitore da riempire fino all’orlo. È la dimensione dentro cui si svolge la nostra esperienza. E a volte, il modo migliore per “risparmiare” tempo è semplicemente smettere di rincorrerlo.

Il bisogno di approvazione: perché abbiamo così paura di non piacere agli altri

Ti è mai capitato di dire “sì” quando in realtà volevi dire “no”? Oppure di rileggere un messaggio dieci volte prima di inviarlo, per paura di sembrare sbagliato? Non è solo insicurezza. È qualcosa di più profondo: il bisogno di approvazione. Un bisogno umano, normale… ma che oggi sembra essere diventato sempre più forte. Da dove nasce il bisogno di approvazione Fin da piccoli impariamo che essere accettati è fondamentale. L’approvazione degli altri — genitori, insegnanti, pari — non è solo piacevole: è legata al senso di sicurezza e appartenenza. Crescendo, questo meccanismo non scompare. Si trasforma. Iniziamo a chiederci: Il punto è che, in molti casi, il valore personale finisce per dipendere troppo dallo sguardo degli altri. Il ruolo dei social: approvazione a portata di click Oggi l’approvazione è diventata visibile, misurabile e immediata. Like, commenti, visualizzazioni: tutto contribuisce a creare una sorta di “termometro sociale”. Questo può portare a: Il rischio è iniziare a vivere in funzione della risposta degli altri, invece che dei propri bisogni. Quando il bisogno diventa un problema Cercare approvazione è umano. Diventa problematico quando: In questi casi, il rischio è perdere il contatto con ciò che vuoi davvero. Perché è così difficile uscirne Il bisogno di approvazione è rinforzato da un meccanismo semplice: funziona. Quando ricevi approvazione: Questo crea una sorta di “dipendenza emotiva”: continui a cercare quella sensazione. Ma il prezzo può essere alto: autenticità ridotta, stress, senso di vuoto. Come iniziare a ridurre la dipendenza dall’approvazione Non si tratta di smettere di voler piacere (impossibile), ma di riequilibrare. 1. Impara a tollerare il disaccordo Non tutti devono essere d’accordo con te. E va bene così. 2. Chiediti: “lo sto facendo per me o per gli altri?” Questa domanda, semplice, cambia molto. 3. Allenati a piccoli “no” Non serve rivoluzionare tutto. Inizia da situazioni semplici. 4. Ridimensiona il giudizio altrui Le persone pensano a noi molto meno di quanto immaginiamo. Una riflessione finale Il bisogno di approvazione non è un difetto. È parte della nostra natura sociale. Ma quando diventa il criterio principale con cui scegliamo chi essere, rischiamo di allontanarci da noi stessi. E paradossalmente, è proprio quando iniziamo a essere più autentici che le relazioni diventano più vere.

Attraversare insieme. L’adolescenza come valico psichico per figli e genitori

L’adolescenza non è soltanto un passaggio per chi la attraversa in prima persona. È un vero e proprio valico psichico che coinvolge simultaneamente figli e genitori, mettendo in crisi assetti relazionali, identificazioni e modalità di legame che fino a quel momento avevano garantito una certa stabilità. Quando un adolescente cambia, anche il genitore è chiamato a riorganizzare la propria posizione: non più garante onnipotente, ma neppure spettatore passivo di un processo che spesso appare disorientante e doloroso. Questo passaggio non avviene senza attriti. Il corpo che cresce, la sessualità che irrompe, la spinta alla separazione rendono necessario un riassetto dei confini psichici. L’adolescente è impegnato nel lavoro di soggettivazione, mentre il genitore è confrontato con una perdita: la perdita del bambino immaginato, della relazione di dipendenza che strutturava il legame, di un posto definito. È in questo scarto che emergono molte delle difficoltà che portano alla consultazione clinica. Nel lavoro con gli adolescenti, la presenza dei genitori non può essere considerata un elemento accessorio. Il sintomo del figlio si iscrive sempre in un campo relazionale e simbolico più ampio. Acting out, ritiro, dipendenze, sintomi somatici o difficoltà scolastiche interrogano non solo il soggetto adolescente, ma anche il modo in cui il legame familiare tollera la trasformazione e la separazione. L’adolescenza diventa così un passaggio di valico per l’intero sistema, un punto di crisi che può aprire a nuove possibilità o irrigidirsi in conflitti ripetitivi. L’intervento clinico con i genitori richiede una teoria della tecnica specifica. Non si tratta di educare o correggere le pratiche genitoriali, né di allearsi con il figlio contro l’autorità. Il lavoro clinico mira piuttosto a offrire uno spazio in cui i genitori possano interrogare la propria posizione, riconoscere le proprie angosce e rimettere in gioco il rapporto con l’Altro incarnato dal figlio che cambia. Il setting con i genitori costituisce un dispositivo particolarmente delicato. Deve essere sufficientemente separato da quello dell’adolescente, pur restando in relazione con esso. Colloqui dedicati, tempi e spazi specifici, una chiara distinzione dei ruoli permettono di evitare confusioni e collusioni. Il setting non è un luogo di restituzione del materiale del figlio, ma uno spazio di elaborazione della posizione genitoriale. Spesso i genitori arrivano portando una domanda urgente: fermare il comportamento problematico, riportare il figlio alla normalità, ristabilire un ordine perduto. Il lavoro clinico consiste nel trasformare questa richiesta in una domanda diversa, che riguarda il legame e non soltanto il sintomo. Ciò implica sostenere l’angoscia senza rispondervi in modo immediatamente adattivo, permettendo che emerga ciò che il cambiamento adolescenziale riattiva nella storia soggettiva del genitore. Dal punto di vista tecnico, è fondamentale che il clinico mantenga una posizione non giudicante e non prescrittiva. Interpretazioni premature o indicazioni normative rischiano di rinforzare sentimenti di colpa o di impotenza, irrigidendo ulteriormente la relazione. Il lavoro procede piuttosto attraverso micro-spostamenti: nominare ciò che è difficile da tollerare, restituire al genitore la possibilità di non sapere, introdurre una distanza tra il comportamento del figlio e l’identità genitoriale. L’adolescenza mette spesso i genitori di fronte al proprio rapporto con il limite, con la perdita e con il desiderio. Alcuni faticano a lasciare andare, altri si ritirano troppo presto; alcuni rispondono con un eccesso di controllo, altri con una delega totale. L’intervento clinico non mira a stabilire quale sia la giusta distanza, ma a permettere che questa distanza possa essere pensata e modulata, invece che agita. Quando il setting con i genitori tiene, esso diventa un sostegno fondamentale anche per il lavoro con l’adolescente. Non perché i genitori debbano collaborare in senso adattivo, ma perché possono occupare una posizione meno angosciata, meno intrusiva, più simbolicamente disponibile. In questo modo, il passaggio adolescenziale può svolgersi senza che il sintomo debba farsi carico di tutto il peso della trasformazione. L’adolescenza, come ogni valico, espone al rischio di smarrimento, ma anche alla possibilità di un cambiamento profondo. Accompagnare figli e genitori in questo attraversamento significa sostenere una doppia trasformazione: quella del soggetto che cresce e quella dell’Altro che deve rinunciare a essere ciò che era. È in questa reciproca riorganizzazione che il lavoro clinico trova il suo senso più autentico.

La riforma della disabilità

Il 30 giugno 2024 è entrato in vigore il decreto legislativo noto come Riforma della disabilità.Tale norma sta attuandosi già in alcune province sperimentali per poi essere attivata su tutto il territorio nazionale a partire da gennaio 2027.L’aspetto interessante e innovativo della riforma riguarda l’introduzione di una visione della malattia e della conseguente disabilità in un’ottica bio-psico-sociale.Dalla nascita del welfare ad oggi, benchè ci sia stata una crescente attenzione alla disabilità volta all’inclusione e alla riduzione del disagio, la vera svolta nasce proprio con questo decreto. Fino ad oggi, infatti, la disabilità è il suo accertamento era vincolato ad una prospettiva esclusivamente di tipo biologico. La malattia era vista in ambito medico legale e il suo accertamento si esauriva su dei criteri prevalentemente basati su deficit e menomazioni. La Convenzione ONU sui diritti della persona con disabilità ha imposto questo cambiamento di prospettiva che umanizza la persona con disabilità. Essa, infatti, inquadra non solo la patologia e i sintomi correlati, ma introduce ulteriori strumenti che tengono conto anche degli aspetti psicologici e sociali vissuti. Si raccordano quindi diagnosi anche di tipo funzionale e partecipativo, sostenendo finalmente una visione d’insieme dello stato di benessere dell’individuo. Un cambiamento questo, significativo che si traduce in un procedimento di accertamento più snello e determinato da un’equipe in cui c’è anche il professionista delle discipline psicosociali.

Giocare per raccontarsi: incontro e trasformazione

Il gioco, in terapia, non è semplicemente un momento ricreativo o un modo per permettere al paziente di “rilassarsi”. È uno spazio relazionale profondo, nel quale possono emergere emozioni, vissuti e dinamiche che spesso non trovano facilmente parole. Questo è particolarmente evidente nel lavoro con i bambini, che attraverso il gioco comunicano ciò che sentono, pensano e vivono nel loro mondo interno. Ma anche con adolescenti e adulti il gioco può diventare uno strumento prezioso di esplorazione e cambiamento. Attraverso il gioco emergono modalità di stare in relazione, bisogni emotivi, paure, desideri e aspetti profondi dell’esperienza personale. Nel contesto terapeutico, il gioco permette di costruire un ambiente sicuro in cui poter sperimentare, immaginare e trasformare. Il terapeuta non osserva soltanto ciò che viene ‘visto’, ma soprattutto il modo in cui la persona si muove all’interno dell’esperienza ludica: come gestisce le regole, la frustrazione, il contatto con l’altro, il controllo o la spontaneità. In questa prospettiva, il gioco diventa uno strumento prezioso per comprendere il funzionamento relazionale ed emotivo della persona. Il gioco come linguaggio emotivo Spesso ciò che non riesce a essere espresso verbalmente trova spazio nel gioco. Un bambino può raccontare attraverso peluche, costruzioni o storie inventate esperienze emotive che non sarebbe ancora in grado di nominare direttamente. Il linguaggio simbolico consente, infatti, di avvicinarsi ai vissuti in modo protetto, meno minaccioso e più spontaneo. Anche per questo motivo il gioco occupa un ruolo centrale nella pratica clinica. Attraverso l’esperienza condivisa, il terapeuta può entrare in contatto con il mondo interno del paziente e favorire nuove possibilità di espressione e comprensione emotiva. Donald Winnicott descriveva il gioco come lo spazio in cui il soggetto può sentirsi creativo, autentico e realmente in relazione con l’altro. Il gioco nella prospettiva sistemico-relazionale Nel modello sistemico-relazionale il gioco assume anche una funzione osservativa delle dinamiche familiari e relazionali. Durante il gioco emergono spesso modalità comunicative, alleanze, tensioni e ruoli che caratterizzano il sistema familiare. Si può osservare chi prende iniziativa, chi rimane in disparte, chi controlla l’andamento del gioco o chi fatica ad accettare il cambiamento delle regole. In questo senso il gioco diventa una sorta di rappresentazione simbolica delle relazioni quotidiane. Attraverso attività ludiche condivise, il terapeuta può aiutare la famiglia a sperimentare modalità relazionali nuove, più flessibili e maggiormente sintonizzate sui bisogni emotivi reciproci. Il gioco, quindi, non è soltanto uno strumento espressivo, ma anche uno spazio trasformativo in cui possono nascere nuove forme di incontro e comunicazione.

Valorizzare i talenti dei docenti nelle organizzazioni scolastiche

Se è vero che oggi si parla sempre più di valorizzazione dei talenti degli studenti, è altrettanto necessario investire nei talenti degli insegnanti, riconoscendone il valore strategico all’interno della comunità professionale. Nel contesto educativo contemporaneo, caratterizzato da crescente complessità e continuo cambiamento, la qualità della scuola dipende  anche dalla qualità del capitale professionale.In tale prospettiva, il talent management nella scuola assume un ruolo fondamentale,poichè i docenti rappresentano la risorsa principale per favorire il successo formativo degli studenti. Il talent management – o gestione dei talenti – può essere definito come un insieme di processi organizzativi finalizzati a identificare, sviluppare e valorizzare competenze e potenzialità lungo tutto il percorso professionale. Applicato nelle organizzazioni scolastiche  ciò  significa riconoscere il valore professionale dei docenti e sostenerne la crescita attraverso la formazione continua e la messa in campo di interventi ad hoc. Di conseguenza, investire nella valorizzazione degli insegnanti significa promuovere: Tali elementi incidono direttamente sulla qualità dell’insegnamento. Infatti, un docente valorizzato è più orientato ad adottare metodologie didattiche innovative, inclusive ed efficaci, contribuendo a creare ambienti di apprendimento attivi e partecipativi. La valorizzazione dei talenti tra dubbi e incertezze La mappatura dei talenti dei docenti è un processo organizzativo attraverso cui la scuola individua, raccoglie e valorizza le competenze professionali presenti nel collegio docenti, costruendo una vera e propria banca dei profili e delle competenze. In particolare, tale strumento consente di: In questa prospettiva, la banca delle competenze non rappresenta soltanto un elenco tecnico di abilità, ma uno spazio dinamico di riconoscimento della professionalità docente nella sua complessità, fatta di esperienze, motivazioni e percorsi personali. Del resto, come emerge anche nella riflessione psicopedagogica, l’insegnante è spesso una figura attraversata da dubbi e tensioni: un insegnante con molti dubbi sul suo lavoro e ossessionato dal tempo che passa – piega una nota – cerca risposte a domande di senso, ma la realtà quotidiana non sempre lo aiuta; al contrario, talvolta gli si presenta come mistificazione e paradosso. Tuttavia, proprio questo bisogno di significato, unito a momenti critici, può generare una nuova consapevolezza, capace di riorientare il senso della professione e aprire a una visione più ampia e progettuale.(Tratto dali libro Scholè di Renzo Stio). In una prospettiva psicodinamica, il dubbio non è una semplice incertezza, ma il segno vivo di un conflitto interno. Non è fragilità, ma tensione profonda che attraversa la mente e mette in movimento l’individuo. Proprio per questo, il dubbio si trasforma in uno spazio dinamico di elaborazione, anche sul piano cognitivo. Quando non viene rimosso ma accolto, può emergere alla coscienza e diventare forza trasformativa. Le energie inconsce, allora, non restano bloccate, ma si convertono in pensiero, creatività, nuove possibilità. È esattamente in questo passaggio — delicato ma potente — che qualcosa cambia: si accende il talento.