Quando il sintomo del bambino diventa una porta d’accesso al mondo relazionale della coppia

Quando una coppia attraversa una fase di crisi, il conflitto non rimane necessariamente confinato all’interno della relazione tra i due partner. La famiglia è un sistema di relazioni interconnesse e ciò che accade tra i genitori può avere inevitabilmente delle ripercussioni sul clima emotivo familiare e sul benessere dei figli. I bambini, infatti, non hanno bisogno di conoscere i dettagli di un conflitto per percepirne la presenza: possono cogliere i cambiamenti nel tono della voce, la tensione, i silenzi, la distanza emotiva e le modificazioni nelle modalità relazionali dei genitori. Anche quando gli adulti pensano di proteggere i figli nascondendo loro le difficoltà della coppia, i bambini possono comunque percepire che qualcosa è cambiato. Difatti, non di rado, durante le sedute di supporto psicologico alla famiglia, possono venir fuori frasi del tipo: “non voglio più sentirvi urlare e litigare“, espressioni che possono far trapelare uno stato di sofferenza profonda dei bambini rispetto ai genitori. In questa richiesta non si rivela soltanto la necessità di non “sentire” più qualcosa che fa male, ma il bisogno di poter vivere la casa come luogo sicuro, prevedibile, in cui non c’è necessità di prestare attenzione agli sguardi degli adulti. Varie forme di conflitto Il conflitto è parte integrante delle relazioni e può persino diventare un’occasione per apprendere che le differenze devono essere affrontate e che dopo una frattura può esserci una possibilità di riparazione. Ciò che può diventare disfunzionale, invece, è la presenza di conflittualità intensa, frequente e non riparata, soprattutto quando il bambino viene coinvolto, chiamato a schierarsi o reso implicitamente responsabile del benessere dei genitori. Dunque, quando manifesta un disagio la domanda da porsi non dovrebbe essere soltanto “cosa c’è che non va in lui?” quanto piuttosto “cosa sta accadendo intorno a lui?”. Questo non significa colpevolizzare la coppia genitoriale, ma ampliare lo sguardo. La prospettiva sistemico-relazionale, infatti, ci ricorda che il sintomo può assumere significato all’interno del funzionamento complessivo della famiglia. Ed è in questi casi che il figlio, piuttosto che essere sostenuto dagli adulti, finisce per occuparsi emotivamente degli stessi. Quando il sintomo cambia il Setting terapeutico Il percorso psicoterapeutico può modificarsi nel corso del tempo. Non è raro che una richiesta di aiuto iniziale, centrata sul disagio del figlio, conduca progressivamente a osservare una sofferenza che coinvolge l’intero sistema familiare e, in particolare, la relazione di coppia. Il bambino può rappresentare il motivo per cui i genitori arrivano in terapia, ma il lavoro clinico può successivamente rendere evidente che, per poter intervenire realmente sul suo disagio, è necessario rivolgere lo sguardo anche alla relazione di coppia. In questi casi, l’assetto clinico può trasformarsi: da una psicoterapia prevalentemente centrata sul bambino si può passare a un lavoro con la coppia genitoriale, non perché il figlio venga escluso o perché il suo disagio perda importanza, ma perché il contesto relazionale in cui quel disagio si manifesta diventa parte fondamentale del processo terapeutico. Il sintomo del bambino può così diventare una porta d’accesso alla comprensione di una crisi più ampia, permettendo ai genitori di interrogarsi sulle proprie modalità comunicative, sulla gestione del conflitto e sul modo in cui la loro relazione arriva ai figli. In una prospettiva sistemica, infatti, modificare le relazioni che circondano il sintomo può contribuire a modificare anche il modo in cui il sintomo stesso si esprime. Conclusioni Proteggere i figli, quindi, non significa necessariamente costruire intorno a loro una realtà fittizia in cui i problemi non esistono. Significa permettere loro di rimanere figli, restituendo agli adulti la responsabilità delle proprie relazioni e delle proprie emozioni. Un bambino non dovrebbe sentirsi responsabile della serenità della famiglia, né dovrebbe essere chiamato a fare da mediatore tra due genitori in conflitto. Dovrebbe poter sapere che le difficoltà della coppia appartengono agli adulti e che il suo compito non è quello di risolverle. In questo senso, il lavoro psicologico può diventare uno spazio importante non soltanto per ascoltare il disagio del bambino, ma anche per osservare le dinamiche relazionali all’interno delle quali quel disagio si manifesta. Forse, allora, il compito della terapia non è soltanto aiutare un bambino a stare meglio, ma comprendere che cosa il suo malessere sta cercando di dire. Perché proprio là dove un bambino soffre, una famiglia può finalmente iniziare ad ascoltarsi. Bibliografia

Parlare di sessualità con i figli: perché il silenzio non li protegge

Educare all’affettività significa accompagnare, non anticipare Molti genitori si chiedono quale sia il momento giusto per parlare di sessualità con i propri figli. Per imbarazzo o timore di “anticipare i tempi”, spesso si sceglie di aspettare. Si pensa che evitare l’argomento possa preservare l’innocenza dei ragazzi o ritardare il loro interesse verso la sessualità. In realtà, la curiosità, le domande e i primi impulsi fanno parte del normale sviluppo. Ignorarli non significa impedirne la comparsa, ma lasciare che vengano affrontati altrove, spesso attraverso i coetanei o i contenuti online. Parlare di sessualità non significa incoraggiare determinati comportamenti. Significa offrire ai ragazzi uno spazio in cui ciò che stanno vivendo possa essere riconosciuto, nominato e compreso. Accogliere il desiderio senza rinunciare ai limiti Uno degli errori più comuni è pensare che validare un impulso significhi giustificarlo. Accogliere la comparsa del desiderio come parte naturale della crescita è molto diverso dal dire che “tutto è permesso”. Come accade per altre emozioni e impulsi, anche la sessualità ha bisogno di essere accompagnata e regolata. L’educazione affettiva non insegna a reprimere il desiderio, ma ad attribuirgli un significato all’interno della relazione con l’altro. È proprio qui che il dialogo con gli adulti diventa fondamentale. Scoprire che anche l’altro ha desideri, tempi e confini La maturazione affettiva passa attraverso una scoperta importante: l’altra persona non esiste per soddisfare i nostri bisogni. Ogni relazione implica il riconoscimento dei desideri, delle emozioni e dei limiti dell’altro. Parlare di consenso, rispetto e reciprocità non significa affrontare temi troppo complessi per gli adolescenti, ma aiutarli a costruire relazioni più sane. L’educazione affettiva, quindi, non riguarda soltanto la sessualità. Riguarda il modo in cui impariamo a stare in relazione con gli altri. Ogni età ha le sue parole Parlare di sessualità con un ragazzo di dodici anni non è la stessa cosa che parlarne con uno di diciassette. Questo non significa censurare alcuni argomenti, ma adattare il linguaggio e i contenuti al livello di sviluppo del ragazzo. Con i più piccoli sarà importante rispondere alle domande sul corpo, sui cambiamenti della pubertà, sulla privacy e sul rispetto. Con gli adolescenti più grandi entreranno gradualmente in gioco temi come il consenso, le relazioni affettive, la contraccezione e la responsabilità reciproca. Ciò che conta non è dire tutto subito, ma essere disponibili ad accompagnare la crescita passo dopo passo. Un dialogo che protegge In un’epoca in cui molte informazioni sono facilmente accessibili, il ruolo degli adulti non è quello di controllare ogni contenuto, ma di aiutare i ragazzi a dare significato a ciò che incontrano. L’educazione affettiva non sottrae spazio alla famiglia né accelera lo sviluppo. Al contrario, offre ai genitori l’opportunità di trasformare un tema spesso vissuto con imbarazzo in un’occasione di dialogo e fiducia. Perché i ragazzi cresceranno comunque. La differenza sta nel fatto che possano farlo sapendo di avere accanto adulti disposti ad ascoltare, rispondere e accompagnarli con rispetto. Bibliografia

Ferite Senza Parole: Come i Traumi Non Elaborati Attraversano le Generazioni

Nel panorama della psicoterapia contemporanea, l’individuo viene raramente osservato come un’entità isolata. Tuttavia, l’approccio sistemico-relazionale compie un passo ulteriore, spingendo lo sguardo oltre i confini del nucleo nucleare per abbracciare una prospettiva multigenerazionale. Ma perché l’orientamento multigenerazionale è diventato una risorsa imprescindibile nella clinica moderna? L’orientamento multigenerazionale non si limita a ricostruire una genealogia anagrafica; si propone di mappare la trasmissione emotiva, traumatica e comportamentale che attraversa le epoche familiari. Concetti chiave come i miti familiari, i mandati inconsci e i debiti di lealtà invisibili (secondo la lezione di pionieri come Boszormenyi-Nagy e Bowen) dimostrano come le sofferenze del presente siano spesso risonanze di conflitti irrisolti del passato. Lavorare con questa lente permette di comprendere che il “paziente designato” non fa che esprimere un sintomo il cui codice sorgente risiede due o tre generazioni indietro.  Il problema attuale perde, così, la sua natura di “colpa individuale” o “patologia lineare” e viene ricontestualizzato come un tentativo disfunzionale di rispondere a dinamiche storiche.  Esplorare l’albero genealogico e le macro-storie familiari permette ai membri di una famiglia di sviluppare empatia verso i propri genitori o nonni, vedendoli a loro volta come “figli” di un sistema specifico.  Spesso, i passaggi generazionali non tramandano solo traumi, ma anche strategie di resilienza e risorse vitali che il terapeuta può aiutare a riscoprire. Gli Strumenti del Terapeuta: La Danza con la Storia Nella pratica clinica, l’orientamento multigenerazionale si traduce nell’uso di mediatori analogici e grafici potentissimi. Il genogramma fotografico o relazionale diventa una mappa viva, capace di evidenziare fratture, alleanze e triangolazioni. Attraverso tecniche come la scultura familiare o l’attivazione del Sé del terapeuta all’interno della “danza” relazionale, le generazioni passate entrano concretamente nella stanza di terapia, permettendo una ristrutturazione emotiva profonda e immediata. “La famiglia non è semplicemente un gruppo di persone che condividono uno spazio, ma una storia in continuo movimento. Curare il presente significa, inevitabilmente, saper dialogare con il passato.”

Perché tendiamo a essere così severi con noi stessi? Il ruolo dell’autocritica e come sviluppare l’auto-compassione

Quante volte ci è capitato di commettere un errore e di rivolgerci parole che non diremmo mai a una persona a cui vogliamo bene? Frasi come “Non ne combino mai una giusta”, “Non sono abbastanza capace” oppure “Dovevo fare meglio” sono esempi di autocritica, un dialogo interiore che può influenzare profondamente il nostro benessere psicologico. L’autocritica non è sempre negativa. In alcuni casi rappresenta uno strumento utile per riconoscere gli errori, imparare dall’esperienza e migliorare. Il problema nasce quando diventa costante, rigida e sproporzionata, trasformandosi in una lente attraverso cui valutiamo ogni aspetto di noi stessi. Da dove nasce l’autocritica? Le origini possono essere molteplici. Le esperienze vissute durante l’infanzia, l’educazione ricevuta, le aspettative familiari, il confronto con gli altri e la pressione sociale possono contribuire alla costruzione di un dialogo interiore particolarmente esigente. Anche i social media possono amplificare questo fenomeno. Essere continuamente esposti a immagini di successo, perfezione e felicità può favorire confronti poco realistici e alimentare la sensazione di non essere mai abbastanza. Gli effetti sul benessere psicologico Quando l’autocritica diventa uno stile abituale di pensiero, può contribuire ad aumentare stress, ansia e senso di inadeguatezza. Le persone molto autocritiche tendono spesso a minimizzare i propri successi e ad attribuire grande importanza agli errori, creando un circolo vizioso in cui ogni difficoltà sembra confermare un’immagine negativa di sé. Questo atteggiamento può anche influenzare le relazioni, il lavoro e la capacità di affrontare nuove sfide, perché la paura di sbagliare porta talvolta a evitare situazioni che potrebbero invece rappresentare opportunità di crescita. Che cos’è l’auto-compassione? Negli ultimi anni la ricerca psicologica ha dedicato crescente attenzione al concetto di auto-compassione. Essere auto-compassionevoli non significa giustificare ogni comportamento o rinunciare a migliorarsi. Significa, piuttosto, imparare a trattarsi con la stessa comprensione che riserveremmo a un amico in difficoltà. L’auto-compassione comprende tre elementi fondamentali: Questa prospettiva non elimina i problemi, ma aiuta ad affrontarli con maggiore equilibrio emotivo. Alcune strategie utili Esistono piccoli esercizi che possono aiutare a modificare gradualmente il dialogo interiore. Il primo consiste nell’osservare i propri pensieri senza considerarli automaticamente veri. Chiedersi: “Parlerei così a una persona a cui tengo?” può aiutare a riconoscere quanto spesso siamo più severi con noi stessi che con gli altri. Un secondo esercizio consiste nel sostituire i giudizi assoluti con valutazioni più realistiche. Invece di pensare “Ho fallito”, si può provare a dire: “Questa volta le cose non sono andate come speravo, ma posso capire cosa migliorare.” Infine, è utile ricordare che il valore personale non coincide con le prestazioni. Un errore descrive un comportamento, non definisce l’identità di una persona. Quando chiedere un supporto Se l’autocritica è così intensa da compromettere la qualità della vita, le relazioni o il benessere emotivo, confrontarsi con uno psicologo può rappresentare un’importante occasione di crescita. Attraverso un percorso psicologico è possibile comprendere l’origine di questi schemi di pensiero e sviluppare modalità più equilibrate di rapportarsi a sé stessi. Essere gentili con sé stessi non significa accontentarsi o rinunciare agli obiettivi. Significa creare le condizioni psicologiche migliori per affrontare le difficoltà, imparare dagli errori e continuare a crescere. Coltivare un dialogo interiore più equilibrato è un processo che richiede tempo, ma può avere un impatto significativo sulla salute mentale e sulla qualità della vita.

Le difese nella relazione di coppia: quando l’intimità diventa distanza

«Se ci amiamo, perché stare insieme è diventato così difficile?»Molte coppie arrivano in terapia con questa domanda. Non sempre parlano di grandi tradimenti o di eventi drammatici. Spesso raccontano qualcosa di più sottile: discussioni che si ripetono, silenzi che si allungano, parole che feriscono più del previsto.Nell’immaginario comune si pensa che le relazioni finiscano perché l’amore è finito. Nella pratica clinica accade spesso qualcosa di diverso: l’amore c’è, ma non sempre riesce a proteggere la relazione dalle difese che ciascun partner porta con sé.Quando due persone si incontrano non portano nella relazione solo desideri e progetti. Portano con sé anche paure, modalità difensive apprese nel tempo e modelli affettivi costruiti all’interno della propria storia familiare.È proprio da questa osservazione clinica che nasce il libro L’inchiostro intruso. Amare senza perdersi. Riconoscere le paure che abitano la coppia, che esplora le dinamiche emotive che, nelle relazioni di coppia, possono trasformare l’incontro in distanza o incomprensione.Quando l’intimità attiva le difeseUno degli aspetti più paradossali delle relazioni è che proprio l’intimità — ciò che più desideriamo — può attivare le nostre difese più profonde.Quando la relazione diventa significativa, quando l’altro si avvicina emotivamente o quando si costruiscono progetti comuni, emergono spesso reazioni che sorprendono entrambi i partner: chi si chiude nel silenzio, chi diventa più critico, chi si allontana, chi alza la voce.Non si tratta necessariamente di mancanza di amore.Spesso sono modalità apprese nel tempo, tentativi di protezione dal rischio di sentirsi esposti, vulnerabili o non riconosciuti.Nel libro L’inchiostro intruso queste dinamiche vengono descritte come un “inchiostro intruso”: qualcosa che entra nella relazione e ne altera il significato, facendo parlare le difese al posto dei bisogni.Per questo molte coppie non si perdono perché non si amano, ma perché non riescono a riconoscere e attraversare quei momenti in cui le difese prendono il posto dell’incontro.Spesso queste difese non nascono nella coppia, ma affondano le radici nelle esperienze relazionali precedenti, in particolare nei modelli affettivi interiorizzati nella famiglia d’origine.In questa prospettiva, il problema della coppia non è solo il conflitto, ma ciò che accade quando le difese impediscono ai partner di restare presenti nell’incontro.Quando le parole non bastano: il linguaggio del corpoNella relazione di coppia non parlano solo le parole. Anche il corpo comunica continuamente.Il silenzio prolungato, la distanza fisica, la rigidità del corpo, l’evitare lo sguardo o l’innalzamento del tono della voce sono segnali che raccontano qualcosa di ciò che sta accadendo nella relazione.Spesso uno dei partner vive queste reazioni come rifiuto o disinteresse, mentre per l’altro rappresentano un tentativo di contenere emozioni difficili da esprimere.Imparare a riconoscere questi segnali è un passaggio importante nel lavoro terapeutico con le coppie, perché permette di dare significato a ciò che accade nella relazione prima che il conflitto diventi distruttivo.Restare senza annullarsiLa terapia di coppia non è un tribunale in cui stabilire chi ha ragione e chi ha torto. È uno spazio protetto in cui due persone possono fermarsi a osservare cosa accade tra loro quando l’incontro diventa difficile.Non sempre l’obiettivo è salvare la relazione a ogni costo. A volte il lavoro consiste nel capire se e come sia possibile restare nella relazione senza perdere sé stessi.Quando questo diventa possibile, il conflitto smette di essere solo un luogo di scontro e può diventare uno spazio di comprensione reciproca.Comprendere le dinamiche difensive che entrano nella relazione non significa eliminarle, ma riconoscerle prima che prendano il posto dell’incontro.Spesso la distanza tra due persone non nasce dalla fine dell’amore, ma dalla difficoltà di restare presenti proprio quando l’intimità ci espone davvero.Stefania PelosiPsicologa e psicoterapeuta sistemico-relazionaleAutrice di L’inchiostro intruso

Il viaggio emotivo della genitorialità desiderata: PMA e vissuti psicologici

Negli ultimi anni i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sono diventati una realtà sempre più presente nella pratica clinica e nei servizi territoriali. L’accesso ai trattamenti attraverso il Servizio Sanitario Nazionale e le ASL ha rappresentato un importante passo avanti in termini di equità e tutela del diritto alla cura. Tuttavia, accanto alla dimensione medica, esiste un universo emotivo spesso silenzioso, fatto di speranze, attese, frustrazioni e trasformazioni profonde dell’identità individuale e di coppia. L’infertilità: una ferita invisibile L’infertilità o la difficoltà a concepire non rappresentano soltanto una condizione medica. Per molte persone costituiscono una vera e propria esperienza di perdita: la perdita dell’immagine di sé come genitore “naturale”, del controllo sul proprio corpo e, talvolta, della spontaneità del desiderio di avere un figlio. Molte coppie raccontano di sentirsi improvvisamente diverse dalle altre, isolate in un mondo in cui la maternità e la paternità sembrano esperienze semplici e scontate. A questo si aggiungono il senso di inadeguatezza, la vergogna e, non raramente, un profondo sentimento di colpa. La sofferenza è spesso invisibile perché socialmente poco riconosciuta. Non esistono rituali per elaborare il lutto di una gravidanza che non arriva e chi attraversa questi percorsi si trova frequentemente a convivere con domande indiscrete, consigli non richiesti e aspettative familiari che possono amplificare il dolore. La medicalizzazione del desiderio di genitorialità L’accesso ai percorsi di PMA determina una progressiva trasformazione del desiderio di avere un figlio in un processo altamente medicalizzato. Il tempo della coppia viene scandito da protocolli, esami diagnostici, monitoraggi, attese e decisioni terapeutiche. La sessualità perde frequentemente la sua dimensione spontanea per assumere una funzione strumentale e riproduttiva. Particolarmente significativo appare il vissuto corporeo delle donne, che descrivono spesso la sensazione di un corpo espropriato della propria intimità e costantemente sottoposto a valutazione clinica. Il corpo diviene contemporaneamente oggetto di cura, di speranza e di possibile delusione. Anche gli uomini, sebbene meno frequentemente coinvolti nelle procedure invasive, sperimentano sentimenti di impotenza, fallimento e perdita di controllo, vissuti che non sempre trovano adeguati spazi di elaborazione. La coppia e la ridefinizione degli equilibri relazionali Dal punto di vista sistemico-relazionale, la PMA costituisce un evento critico che investe l’intero sistema di relazioni. Il percorso diagnostico-terapeutico richiede alla coppia una continua riorganizzazione dei propri equilibri interni, delle aspettative reciproche e delle modalità di comunicazione del dolore. La letteratura evidenzia come i partner possano sviluppare strategie di coping differenti: uno dei due può ricercare il confronto e la condivisione emotiva, mentre l’altro può privilegiare modalità di gestione maggiormente razionalizzanti o evitanti. Tali differenze, se non riconosciute, possono essere vissute come mancanza di comprensione o disinvestimento affettivo. Parallelamente, anche il sistema familiare allargato entra nel processo. Le aspettative intergenerazionali, i mandati familiari relativi alla genitorialità e le pressioni esplicite o implicite provenienti dalle famiglie d’origine contribuiscono a definire il significato che la coppia attribuisce alla propria esperienza di infertilità. Conclusioni La PMA rappresenta uno dei contesti clinici nei quali appare maggiormente evidente l’inscindibilità tra corpo, mente e relazioni. Dietro ogni protocollo terapeutico vi sono persone e coppie impegnate in un complesso lavoro di ridefinizione identitaria, di elaborazione delle perdite e di confronto con il limite e con l’incertezza. Per i professionisti della salute mentale e per i servizi territoriali la sfida consiste nel costruire percorsi di cura che non si limitino alla dimensione biologica della riproduzione, ma che sappiano accogliere e accompagnare la sofferenza emotiva, relazionale ed esistenziale che abita il desiderio di diventare genitori. “La domanda di un figlio non riguarda soltanto la nascita di un bambino, ma interroga le storie familiari, i mandati transgenerazionali e le rappresentazioni della generatività che attraversano le generazioni. La PMA diventa così uno spazio clinico privilegiato per osservare come il desiderio, il limite e la perdita si inscrivano nelle trame relazionali e nei processi di costruzione dell’identità individuale e di coppia.“ Bibliografia

Craving: quando non basta voler smettere

Nel precedente articolo abbiamo visto come il piacere possa lentamente cambiare forma. Ciò che inizialmente offriva sollievo o leggerezza può trasformarsi in una rincorsa sempre più frustrante verso una sensazione che non torna più davvero uguale a prima. Eppure arriva spesso un momento in cui una parte della persona comprende ciò che sta accadendo. Guarda la propria vita e riconosce le conseguenze della dipendenza: relazioni compromesse, occasioni perdute, sofferenza, vergogna. Nasce così il desiderio di smettere. Ma voler smettere, a volte, non basta. Un desiderio che ritorna Il “craving” è il desiderio intenso e persistente di assumere una sostanza o ripetere un comportamento. Molti immaginano il craving come una voglia improvvisa e incontrollabile. In realtà può manifestarsi in modi diversi. Può comparire come un ricordo. Un odore. Una strada percorsa tante volte. Una giornata difficile o un momento di solitudine. A volte non viene nemmeno riconosciuto come tale. Si pensa: “Mi è solo tornato in mente.”Oppure: “Ormai ho superato tutto.” Eppure quel desiderio continua a bussare. Quando il passato è ancora vicino Il cervello impara rapidamente ad associare persone, luoghi ed emozioni all’esperienza di dipendenza. Per questo il craving non significa necessariamente voler ricadere. Significa spesso che alcune tracce del passato sono ancora vive e possono riattivarsi anche quando la persona è profondamente motivata a cambiare. Questo può spaventare. Molti si vergognano del desiderio che provano. Altri cercano di negarlo, convinti che riconoscerlo equivalga ad avvicinarsi alla ricaduta. Ma non è così. Dare un nome al desiderio Una delle cose più difficili è proprio riuscire a dire: “Oggi ho voglia.” Riconoscere il craving non significa arrendersi. Anzi, spesso rappresenta il primo passo per attraversarlo. Condividere quel momento con una persona di fiducia, con chi accompagna il percorso di cura o con qualcuno che sa ascoltare, può fare una grande differenza. Perché il craving tende a crescere nel silenzio e a perdere forza quando viene riconosciuto e raccontato. Va però considerata anche la componente motivazionale: comunicare il proprio desiderio a una persona di fiducia significa, in qualche modo, rendere più difficile un eventuale ritorno alla sostanza. E c’è una parte della persona che può sentirsi spaventata proprio da questa apparente irreversibilità.  E soprattutto: passerà Quando il craving arriva, può sembrare infinito. Molte persone pensano: “Mi sentirò così per sempre.” Ma non è così. Il craving sale, raggiunge un’intensità elevata e poi, lentamente, diminuisce. Non dura per sempre. Ricordarlo nei momenti più difficili è fondamentale: non si starà sempre così male. Il desiderio può essere intenso, ma è transitorio. Una lotta silenziosa Nel cortometraggio Nuggets, il protagonista continua a essere attratto da ciò che gli aveva dato piacere, anche quando la sua vita appare ormai profondamente cambiata. È questa una delle immagini più potenti del craving: sapere che qualcosa ci ha fatto male e, allo stesso tempo, sentirne ancora il richiamo. Una contraddizione dolorosa, profondamente umana. Forse il coraggio non consiste nel non desiderare più. Ma nel riuscire a restare abbastanza a lungo accanto a quel desiderio, sapendo che non durerà per sempre. Il craving può essere intenso, ma non sempre conduce inevitabilmente a una ricaduta. Tuttavia, quando il desiderio incontra il senso di colpa, la vergogna o la difficoltà di tollerare il malessere, può riattivarsi un meccanismo ancora più doloroso: quello in cui la stessa sostanza o comportamento che ha contribuito a creare la sofferenza viene cercato per tentare di alleviarla . Bibliografia Tiffany, S. T., & Wray, J. M. (2012). The continuing conundrum of craving. Addiction, 107(2), 303–315. https://doi.org/10.1111/j.1360-0443.2011.03571.x Skinner, M. D., & Aubin, H. J. (2010). Craving’s place in addiction theory: Contributions of the major models. Neuroscience & Biobehavioral Reviews, 34(4), 606–623. https://doi.org/10.1016/j.neubiorev.2009.11.024

Doomscrolling: perché continuiamo a scorrere notizie negative anche quando ci fanno stare male?

Ti è mai capitato di prendere il telefono “solo per cinque minuti” e ritrovarti, mezz’ora dopo, ancora immerso tra notizie drammatiche, video ansiogeni e contenuti negativi? Questo comportamento ha un nome: doomscrolling. Il termine nasce dall’unione delle parole inglesi doom (“rovina”, “catastrofe”) e scrolling (“scorrere”). Indica la tendenza a consumare compulsivamente contenuti negativi online, soprattutto sui social network e nei siti di informazione. Negli ultimi anni questo fenomeno è diventato sempre più comune, influenzando il benessere psicologico di molte persone. Perché il cervello si concentra sulle notizie negative? Dal punto di vista evolutivo, il nostro cervello è programmato per prestare maggiore attenzione ai pericoli. Questo meccanismo, chiamato bias della negatività, aveva una funzione di sopravvivenza: riconoscere rapidamente una minaccia aumentava le possibilità di salvarsi. Oggi, però, questo sistema entra in gioco anche davanti a notifiche, titoli allarmanti e contenuti emotivamente forti. Le notizie negative catturano più facilmente la nostra attenzione rispetto a quelle neutre o positive. Il problema è che i social media e gli algoritmi tendono a mostrarci proprio ciò che ci trattiene più a lungo sullo schermo. L’illusione di “dover sapere tutto” Molte persone continuano a leggere notizie negative perché sentono il bisogno di restare informate. In realtà, spesso il doomscrolling non aumenta davvero la comprensione degli eventi, ma alimenta uno stato di allerta costante. Si crea così un circolo vizioso: Questo meccanismo può diventare automatico, soprattutto nei momenti di fragilità emotiva o stress. Gli effetti psicologici del doomscrolling Un’esposizione continua a contenuti negativi può avere conseguenze importanti sul benessere mentale. Tra gli effetti più comuni troviamo: In alcune persone può emergere anche una percezione distorta della realtà, come se il mondo fosse costantemente pericoloso o senza possibilità di cambiamento positivo. Gli adolescenti e i giovani adulti risultano particolarmente vulnerabili, perché trascorrono molte ore online e costruiscono parte della propria identità anche attraverso il confronto digitale. Quando informarsi diventa sovraccarico emotivo Essere informati è importante, ma esiste una differenza tra informazione consapevole e sovraesposizione emotiva. Il problema non è conoscere ciò che accade nel mondo, bensì restare immersi per ore in contenuti che mantengono il sistema nervoso in uno stato continuo di attivazione. Molte persone utilizzano il telefono nei momenti di pausa o prima di dormire, senza rendersi conto che il cervello continua a elaborare le emozioni suscitate dai contenuti visualizzati. Come interrompere il ciclo del doomscrolling Non è necessario eliminare completamente social o notizie, ma può essere utile sviluppare un rapporto più consapevole con il digitale. Alcune strategie pratiche possono aiutare: Anche piccoli cambiamenti possono ridurre significativamente il senso di sovraccarico mentale. Ritrovare uno spazio mentale più sano In un mondo iperconnesso, proteggere il proprio benessere psicologico significa anche imparare a scegliere quali contenuti lasciare entrare nella propria mente. Il doomscrolling non nasce da debolezza o superficialità, ma da meccanismi psicologici profondi che coinvolgono attenzione, emozioni e bisogno di controllo. Diventarne consapevoli è il primo passo per interrompere automatismi che, nel tempo, possono influenzare il nostro equilibrio emotivo.

“Costruire” il Pensiero: adolescenza e crisi di simbolizzazione

L’adolescenza rappresenta un passaggio cruciale non solo sul piano corporeo e relazionale, ma anche sul piano del funzionamento mentale. È un tempo in cui il pensiero è chiamato a trasformarsi, a perdere le forme infantili per aprirsi a modalità più astratte e simboliche. Questo processo non avviene senza difficoltà: la costruzione del pensiero attraversa una fase di instabilità, in cui la capacità di simbolizzare può vacillare, frammentarsi o irrigidirsi. Il pensiero infantile si fonda su riferimenti relativamente stabili: le figure genitoriali, le identificazioni primarie, una continuità tra mondo interno e mondo esterno che rende l’esperienza più facilmente organizzabile. In adolescenza, queste coordinate vengono rimesse in discussione. Il soggetto è chiamato a confrontarsi con la perdita delle certezze infantili e con l’emergere di una realtà più complessa, ambigua, contraddittoria. Il pensiero astratto, che consente di tollerare l’assenza, il dubbio e la mancanza, non è ancora pienamente disponibile, ma è proprio ciò che si sta costruendo. L’irruzione della sessualità e le trasformazioni del corpo producono un aumento dell’eccitazione interna che mette sotto pressione le capacità di pensiero. Emozioni intense, affetti contrastanti e vissuti non ancora rappresentabili rischiano di eccedere le possibilità di simbolizzazione. In questo contesto, il pensiero può diventare invasivo, confuso o, al contrario, arrestarsi. Non è raro che l’adolescente alterni momenti di iper-riflessione a fasi di vuoto mentale, silenzio o agire. La crisi della simbolizzazione rappresenta uno dei nodi centrali di questo passaggio. Simbolizzare significa poter trasformare l’esperienza in rappresentazione, dare forma e senso a ciò che accade nel corpo e negli affetti. Quando questa funzione è in difficoltà, l’esperienza resta grezza, non pensata, e tende a essere evacuata attraverso il corpo o l’azione. Passaggi all’atto, condotte di rischio, ritiro o sintomi somatici possono essere letti come tentativi di gestione di ciò che il pensiero non riesce ancora a contenere. In alcuni casi, il pensiero appare frammentato. Il discorso è disorganizzato, privo di continuità narrativa; le emozioni si succedono senza nessi; il tempo perde coerenza e il futuro diventa impensabile. Questa frammentazione non indica necessariamente una patologia strutturata, ma segnala una difficoltà momentanea nel tenere insieme le diverse dimensioni dell’esperienza in una fase di profonda riorganizzazione. In altri casi, il pensiero tende a irrigidirsi. Di fronte all’angoscia dell’incertezza, l’adolescente può rifugiarsi in modalità di pensiero rigide, dicotomiche, assolute. Tutto viene organizzato in termini di giusto o sbagliato, possibile o impossibile, amico o nemico. Questa rigidità offre un senso di controllo e sicurezza, ma al prezzo di una chiusura del pensiero e di una riduzione della possibilità di trasformazione. Tra frammentazione e rigidità, il pensiero adolescenziale si muove in un equilibrio instabile. La difficoltà a pensare non va letta come un deficit cognitivo, ma come l’effetto di un lavoro psichico in corso. Il soggetto è impegnato a costruire nuove rappresentazioni di sé, dell’Altro e del mondo, in un momento in cui le vecchie non funzionano più e le nuove non sono ancora disponibili. Il lavoro clinico si colloca proprio in questo spazio. Non si tratta di insegnare a pensare o di correggere le forme del pensiero, ma di offrire un tempo e un luogo in cui il pensiero possa riprendere lentamente la sua funzione. La continuità del setting, la possibilità della parola e del silenzio, permettono all’esperienza di diventare dicibile, trasformando l’eccedenza in qualcosa che può essere pensato. Costruire il pensiero in adolescenza significa accettare che pensare comporti una perdita: la perdita delle certezze infantili, l’incontro con il limite, la scoperta della mancanza. È attraversando questa crisi che il soggetto può accedere a forme di pensiero più proprie, capaci di sostenere il desiderio, il conflitto e il cambiamento. L’adolescenza appare così come un tempo fragile ma decisivo: un passaggio in cui il pensiero può smarrirsi o irrigidirsi, ma anche trovare nuove modalità di esistenza. È in questo lavoro, spesso silenzioso e faticoso, che si gioca la possibilità di una soggettivazione più articolata e vitale.

Effetto Zeigarnik e i file mentali non chiusi

La psicologa lituana Zeigarnik teorizzò all’inizio del secolo scorso un fenomeno psicologico che porta il suo nome. Tale effetto riguarda il fatto che la mente umana ha la tendenza a ricordare, con maggiore facilità e insistenza, i compiti e le azioni rimaste incomplete. L’autrice, in seguito all’esperimento sottoposto ai suoi studenti, notò che quelle attività non completate creavano una tensione psicologica che impediva al cervello di concentrarsi su altri processi. Da qui, l’effetto Zeigarnik inquadra proprio quella tendenza delle persone a chiudere i cosiddetti cerchi mentali per evitare quindi l’ansia da completamento. Nella vita quotidiana, spesso, L’incalzare degli eventi, la procrastinazione, il sovraccarico cognitivo e lo stress giocano un ruolo determinante nel non portare a termine i compiti. Così facendo, l’individuo, anziché portare coscientemente l’attenzione altrove, lascia aperti dei processi cognitivi che creano tensione in sordina, fino a quando non vengono conclusi. Ne consegue spesso una sensazione di sopraffazione per tutte quelle cose ancora da dover fare, creando confusione e stress mentale. Capita di frequente, che il completamento del compito può essere risolto in breve tempo invece di lasciare il file mentale aperto. Ocomunque può essere scomposto in piccoli blocchi orientati alla conclusione che determinerebbe una situazione mentale di soddisfazione e ordine.