Il mito della produttività: quando “fare sempre di più” diventa un problema psicologico

Viviamo in una cultura che premia la produttività. Essere impegnati, efficienti, sempre attivi è diventato non solo un obiettivo, ma spesso un criterio con cui valutiamo il nostro valore personale. Ma cosa succede quando il bisogno di “fare” prende il sopravvento sul bisogno di “essere”? Negli ultimi anni, sempre più persone sperimentano una forma di disagio legata alla pressione costante a essere produttivi. Non si tratta solo di carichi di lavoro elevati, ma di una mentalità interiorizzata che rende difficile fermarsi senza sentirsi in colpa. La produttività come identità Per molte persone, la produttività non è più solo un comportamento, ma una parte dell’identità. “Valgo se produco”, “sono utile se faccio”: questi pensieri, spesso inconsapevoli, guidano le scelte quotidiane. Il problema nasce quando il tempo libero viene vissuto come tempo “sprecato” e il riposo come qualcosa da meritare. In questo scenario, anche le attività piacevoli rischiano di trasformarsi in obiettivi da ottimizzare. Le radici del problema Questa dinamica affonda le sue radici in diversi fattori: Quando la produttività diventa disfunzionale Essere produttivi non è di per sé negativo. Il problema emerge quando diventa compulsivo. Alcuni segnali da osservare: In questi casi, la produttività smette di essere una risorsa e diventa una forma di auto-pressione. Rallentare non è fallire Una delle convinzioni più difficili da mettere in discussione è che rallentare significhi perdere tempo o opportunità. In realtà, il riposo è una componente essenziale del funzionamento umano: senza pause, la mente perde lucidità, creatività ed energia. Rallentare significa creare spazio per pensare, sentire, scegliere. Significa anche recuperare un rapporto più autentico con se stessi. Verso una produttività sostenibile Più che abbandonare la produttività, l’obiettivo è ridefinirla. Alcuni spunti utili: Una domanda importante Forse la domanda più utile non è “quanto sto facendo?”, ma “come sto mentre faccio?”. Recuperare questa prospettiva può aiutarci a uscire da una logica puramente quantitativa e a costruire una relazione più sana con il tempo, il lavoro e noi stessi. Perché una vita piena non è necessariamente una vita piena di cose da fare.

Il grembo emotivo: quando l’ambiente materno diventa linguaggio per il bambino

Esiste un’idea che torna spesso nei discorsi sulla gravidanza: che il benessere del bambino inizi molto prima della nascita. Questa verità è sostenuta da diverse evidenze, difatti, il corpo della madre è il primo ambiente relazionale nel quale il bambino si sviluppa. Gli stati emotivi che la donna attraversa durante i nove mesi di gravidanza sono automaticamente trasferiti al feto ed il corpo del bambino, ancora in formazione registra tali variazioni. In poche parole il bambino “impara” qualcosa del mondo che lo aspetta. Un sistema che si forma nella relazione Dal punto di vista sistemico-relazionale non possiamo pensare al bambino come a un individuo isolato. E’ fin da subito parte di un sistema: corporeo, emotivo, relazionale. Il grembo materno non è solo un contenitore biologico, ma uno spazio di comunicazione. Dobbiamo quindi riconoscere che la qualità dell’ambiente emotivo ha un impatto reale sui processi di sviluppo, in particolare sulla regolazione emotiva. Alcuni studi suggeriscono che un’esposizione prolungata ad elevati livelli di stress in gravidanza, possa essere associata, nel tempo ad una maggiore vulnerabilità del bambino, maggiore sensibilità agli stimoli e irritabilità. Nel pensiero sistemico-relazionale, ispirato al lavoro di Gregory Bateson, non esiste un individuo separato dal contesto. Ogni essere umano prende forma all’interno di una rete di relazioni che lo precede e lo sostiene. Prendersi cura della madre è prendersi cura del bambino Se accettiamo l’idea che il grembo sia anche uno spazio emotivo, allora il modo in cui pensiamo alla gravidanza cambia radicalmente. Non è più sufficiente invitare le madri a “stare tranquille”, come se la serenità fosse una scelta individuale o un dovere da adempiere. La tranquillità in realtà è spesso il risultato di condizioni relazionali favorevoli: nasce da contesti che sanno sostenere, contenere, proteggere. Questo significa spostare lo sguardo dalla donna al sistema in cui è immersa. Relazioni rispettose e non violente, la presenza emotiva del partner, la possibilità di avere spazi di ascolto autentico sono elementi che costruiscono un senso di sicurezza. In questa accezione il benessere del bambino è inteso come esito di una rete di cure e legami che iniziano molto prima. e’ qui che assume forza una frase estremamente significativa: “cresciamo genitori gentili, non solo bambini sani“, perché ci ricorda che concentrarci solo sul bambino rischia di farci perdere di vista il contesto che lo genera. La salute infatti, coincide con la possibilità di svilupparsi all’interno di relazioni che sappiano contenere e regolare gli stati interni, offrire protezione e rispondere adeguatamente alle richieste di cura. Bibliografia

Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Non è troppo lavoro: è il disordine organizzativo

Il disordine organizzativo è un virus silenzioso che trasforma l’impegno quotidiano in logorio psicologico e stress lavoro‑correlato La psicologia organizzativa è concorde nel riconoscere che lo stress nasce spesso da assetti gestionali disfunzionali, più che dall’intensità del lavoro in sé. Il punto critico non è “quanto” si lavora, ma come il lavoro è organizzato, governato e reso “interessante “e “accessibile” per chi lo svolge. Dal punto di vista della psicologia gestionale, il disordine organizzativo non è solo una inefficienza operativa. È una condizione strutturale che si sviluppa quotidinamente e progressivamente,ma che incide sul funzionamento psicologico del lavoratore. Il disordine organizzativo si manifesta attraverso richieste incoerenti e incongruenti e una comunicazione poco chiara. Tali elementi incidono negativamente sul benessere psicofisico del lavoratore, il quale si ritrova dinanzi a scenari che non riesce a gestire,a controllare e molte volte a interpretare. Disordine organizzativo e aspetti psicologici Dal punto di vista psicologico, il disordine organizzativo può portare a stanchezza, stress e perdita di motivazione.Comportamenti come assenze frequenti o presenza senza vero coinvolgimento possono essere reazioni di difesa di fronte a contesti confusi e poco prevedibili. In queste condizioni, il lavoratore non riesce ad avere una visione chiara di ciò che sta facendo e finisce per eseguire compiti senza sentirsi parte attiva. Inolltre quando manca una progettazione organizzativa chiara e condivisa si crea confusione mentale ed emotiva, il lavoro perde senso e questo mette seriamente a rischio il benessere delle persone. Quando un’organizzazione va in affanno, non è mai solo colpa dei singoli. Spesso il problema sta nel sistema: un intreccio di regole poco chiare, ruoli confusi, relazioni fragili e valori non condivisi. Prevenire il disordine organizzativo significa allora cambiare sguardo e osservare l’organizzazione per quello che è davvero: un insieme vivo, dove tutto è collegato. Procedure, ruoli, relazioni e valori non sono ingranaggi invisibili, ma le fondamenta che tengono in piedi l’equilibrio quotidiano. Quando anche uno solo di questi elementi viene trascurato, il sistema perde stabilità e la confusione prende il sopravvento. Un primo passo riguarda la struttura formale. Quando i ruoli sono chiari, le procedure sono comprensibili e le responsabilità ben definite, le persone sanno cosa devono fare e come farlo. Questo riduce le ambiguità, limita i conflitti e permette di lavorare in modo più coordinato. Accanto alla struttura organizzativa, conta – e molto – la dimensione psicologica e relazionale. Il clima interno, il modo in cui si lavora insieme e come si comunica incidono direttamente sul benessere delle persone. Una comunicazione davvero chiara non può essere accentrata in poche mani: tutti devono sapere, almeno in modo essenziale, cosa accade e perché. Quando le informazioni circolano, l’ascolto è reale e le relazioni si basano sul rispetto reciproco, crescono fiducia, collaborazione e senso di appartenenza. Al contrario, l’opacità e l’eccessiva centralizzazione delle decisioni alimentano confusione e passività, fino a far sentire le persone spettatrici più che protagoniste del proprio lavoro. Condividere conoscenze e dare senso alle scelte è quindi una condizione fondamentale per mantenere viva la partecipazione e la responsabilità di ciascuno. Le persone non agiscono solo per dovere, ma sono guidate dal bisogno di sentirsi al sicuro, riconosciute e parte di qualcosa che abbia senso. Quando questi bisogni non vengono considerati, il legame con il lavoro tende ad affievolirsi e aumentano incomprensioni e distanze relazionali. Perché, come insegna la psicologia del profondo e ricorda anche la saggezza zen, ciò che non trova senso dentro di noi non può reggere a lungo fuori di noi.

Apatia adolescenziale: il disagio che non fa rumore

“Non sono triste. Non piango. Non è che sto male… è che non sento niente”“Non so perchè, ma il pomeriggio ho solo voglia di restare chiuso a casa sul letto”Sono frasi che sempre più adolescenti pronunciano con una certa difficoltà, come se fosse strano anche per loro. Non c’è una crisi evidente, non ci sono scenate o rotture improvvise. C’è piuttosto una sensazione di vuoto, una perdita di interesse, una fatica ad attivarsi.Non è sempre depressione nel senso classico del termine. E non è semplicemente pigrizia. È qualcosa di più sottile, e proprio per questo più difficile da riconoscere. Cosa sta succedendo davvero? Durante l’adolescenza il sistema motivazionale ed emotivo attraversa una profonda riorganizzazione. Il cervello è in una fase di riassetto: cambiano le priorità, aumenta la sensibilità al giudizio sociale, si ridefinisce il modo in cui si prova piacere e si cercano stimoli.In questo passaggio delicato, possono verificarsi periodi di anedonia, cioè una riduzione della capacità di provare piacere per attività che prima risultavano coinvolgenti. Non significa che tutto sia perduto o che ci sia un disturbo strutturato. Può essere una fase di transizione, una risposta a stress prolungato o a un sovraccarico emotivo.Molti adolescenti oggi vivono una pressione costante tra rendimento scolastico, aspettative familiari e confronto sociale continuo. Quando il sistema è troppo sollecitato, a volte non reagisce con l’esplosione emotiva ma con lo spegnimento. È una forma di protezione. Non è svogliatezza Dall’esterno l’apatia appare come disinteresse: “non ho voglia di uscire”, “non mi interessa studiare”, “non mi entusiasma niente”. Ma internamente spesso c’è una sensazione diversa: stanchezza mentale, difficoltà a sentire qualcosa di autentico e un senso di distacco. Alcuni ragazzi raccontano di sentirsi “spettatori” della propria vita.Questo stato può essere legato a diversi fattori: stress cronico, difficoltà relazionali, delusioni non elaborate o pressione a dover essere sempre performanti. In alcuni casi può rappresentare un segnale iniziale di un disagio depressivo; in altri è una forma di disconnessione temporanea.Ridurre tutto a “non ha voglia” rischia di aumentare il senso di incomprensione. Un disagio silenzioso A differenza di altre forme di sofferenza adolescenziale, l’apatia non fa rumore. Non allarma immediatamente. Non crea conflitti evidenti.È un ritiro lento, una riduzione dell’energia, una sospensione dell’interesse.E proprio perché silenziosa, può passare inosservata o essere letta come indifferenza. Ma per molti adolescenti è un’esperienza confusa e spaventante: “Se non mi interessa più nulla, cosa c’è che non va in me?” Cosa si può fare La prima cosa da evitare è la pressione motivazionale. Dire a un ragazzo che affronta questa fase “devi impegnarti di più” raramente produce attivazione; più spesso aumenta la distanza.Invece può essere più utile ridurre temporaneamente il sovraccarico di richieste, ricostruire piccole esperienze di attivazione, senza pretendere entusiasmo immediato, favorire attività corporee o relazionali che non richiedano performance, offrire uno spazio di ascolto non giudicante, dove il ragazzo possa descrivere cosa sta vivendo senza sentirsi etichettato. Spesso l’energia non ritorna attraverso l’obbligo, ma attraverso micro-esperienze di senso. Bibliografia Forbes, E. E., & Dahl, R. E. (2012). Altered reward function in adolescent depression: what, when and how? Journal of Child Psychology and Psychiatry, 53(1), 3–15.Watson, R., Harvey, K., McCabe, C., & Reynolds, S. (2020). Understanding anhedonia: a qualitative study exploring loss of interest and pleasure in adolescent depression. European Child & Adolescent Psychiatry, 29, 489–499.Walburg, V. (2014). Burnout among high school students: A literature review. Children and Youth Services Review, 42, 28–33.

Il “Contratto Invisibile”: Cosa sono i Mandati Familiari e come influenzano la nostra vita

Vi è mai capitato di sentire una spinta irrazionale verso una certa carriera, o di provare un senso di colpa inspiegabile quando prendete una decisione che si allontana dalle tradizioni della vostra famiglia? Se la risposta è sì, probabilmente siete entrati in contatto con un mandato familiare. In psicologia, i mandati familiari sono una sorta di “testamento psicologico” che i genitori (e le generazioni precedenti) trasmettono ai figli. Non sono indicazioni scritte su carta, ma risultano scolpite nel profondo della nostra identità. Che cos’è, esattamente, un mandato? Il mandato familiare è un’assegnazione di ruolo o di destino. È l’aspettativa inconscia che il figlio debba riparare un fallimento dei genitori, portare avanti un prestigio familiare o colmare un vuoto affettivo. Possiamo distinguerli in due grandi categorie: Mandati Espliciti: “In questa casa siamo tutti medici”, “Tu sarai quello che si prenderà cura di noi da vecchi”. Sono chiari, diretti, ma non per questo meno pesanti. Mandati Impliciti: Sono più sottili. Si trasmettono attraverso i silenzi, gli sguardi di disapprovazione o i miti familiari. Ad esempio, il mito del “sacrificio” può spingere un figlio a non godersi mai il successo perché, inconsciamente, sente che la felicità è un tradimento verso chi ha sofferto prima di lui. La “Lealtà Invisibile” Perché è così difficile dire di no a questi mandati? Il concetto chiave è quello di lealtà familiare. Per il bambino, aderire al mandato è una questione di sopravvivenza emotiva: “Se faccio ciò che ci si aspetta da me, sarò amato e farò parte del gruppo”. Il problema sorge nell’età adulta, quando il mandato entra in conflitto con il nostro Sé autentico. Qui nasce il disagio: ansia, depressione, senso di blocco o relazioni tossiche. Come iniziare a svincolarsi? Svincolarsi non significa necessariamente rompere i ponti con la famiglia, ma passare da una lealtà cieca a una lealtà consapevole. Ecco alcuni passi fondamentali:  E’ fondamentale chiedersi: “Questa scelta la sto facendo per me o per compiacere qualcuno?”. Prova a rintracciare le origini delle tue convinzioni più rigide. Guarda la storia dei tuoi genitori e dei tuoi nonni. Quali sogni hanno abbandonato? Cosa proiettano su di te? Spesso i mandati sono tentativi di riparare traumi passati. “Il Permesso di Tradire”. Sembra una parola forte, ma crescere richiede un piccolo “tradimento” delle aspettative altrui per restare fedeli a sè stessi. “L’eredità, in fin dei conti, non è solo ciò che riceviamo, ma ciò che decidiamo di farne.” Riconoscere un mandato familiare è il primo passo verso la libertà. Non siamo nati per essere la versione corretta dei nostri genitori, ma per scrivere la nostra storia originale.

La stanchezza emotiva nell’era digitale: quando essere sempre connessi ci disconnette da noi stessi

Negli ultimi anni, sempre più persone riferiscono una sensazione diffusa di stanchezza che non è solo fisica, ma profondamente emotiva. Non si tratta semplicemente di “stress”, ma di una vera e propria fatica interiore legata al modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo nell’era digitale. Siamo costantemente connessi: notifiche, email, social network, aggiornamenti continui. Questa iperconnessione, se da un lato ci offre opportunità straordinarie, dall’altro rischia di sovraccaricare il nostro sistema cognitivo ed emotivo. Il cervello umano, infatti, non è progettato per gestire un flusso così intenso e continuo di stimoli. Cos’è la stanchezza emotiva digitale? La stanchezza emotiva digitale è una condizione caratterizzata da senso di esaurimento, irritabilità, difficoltà di concentrazione e, spesso, perdita di motivazione. Può emergere quando ci sentiamo costantemente “in allerta”, come se dovessimo rispondere subito a ogni richiesta o aggiornamento. Non è raro che questa condizione si accompagni a una percezione di vuoto o disconnessione: siamo presenti online, ma meno in contatto con noi stessi. Le cause principali Tra i fattori più rilevanti troviamo: I segnali da non sottovalutare La stanchezza emotiva non arriva all’improvviso: si costruisce nel tempo. Alcuni segnali precoci includono: Riconoscere questi segnali è il primo passo per intervenire. Strategie per ritrovare equilibrio Non è necessario “disconnettersi” completamente dalla tecnologia, ma imparare a usarla in modo più consapevole. Alcune strategie utili includono: Una nuova forma di consapevolezza Viviamo in un’epoca in cui essere sempre disponibili è spesso considerato un valore. Tuttavia, la vera sfida oggi è imparare a essere disponibili anche verso se stessi. Recuperare momenti di silenzio, rallentare e riconnettersi con i propri bisogni non è un lusso, ma una necessità psicologica. La tecnologia può essere uno strumento potente, ma solo se siamo noi a guidarla — e non il contrario. In un mondo che accelera, prendersi il diritto di fermarsi è un atto rivoluzionario.

Il bruciato e la sindrome del burnout

Coloro che si occupano di assistenza possono incorrere in quella che viene definita sindrome definita del “bruciato”. La psicologa americana Maslach coniò il termine Burnout, bruciato, appunto, negli anni 80 per identificare lo stato di malessere psicofisico, vissuto dalle professioni impegnate nelle relazioni di aiuto e nella gestione dei rapporti umani. La sindrome è caratterizzata prevalentemente da stanchezza, astenia, mal di testa frequenti, con risvolti del tono dell’umore sul versante depressivo. Il bruciato vive uno stato di esaurimento emotivo e fisico, una sorta di scoppio che porta uno svuotamento di risorse ed energie e conseguente inadeguatezza al lavoro. Generalmente, si manifesta in seguito ad una prolungata e costante esposizione a fattori di rischio, facendo sì che l’operatore si faccia carico delle responsabilità del proprio lavoro, mettendo da parte i propri bisogni. In un secondo momento, per continuare ad essere all’altezza del proprio ruolo, l’operatore occulta questa debolezza, cercando di mantenere alti gli standard delle proprie prestazioni. Ovviamente, a lungo andare, la soppressione dei propri bisogni determina una lacerazione dello spirito, proprio perchè ormai le risorse si sono esaurite, portando ad un rifiuto delle mansioni. Il bruciato diventa quindi, scostante, ostile, distaccato; ha perso l’entusiasmo e le motivazioni che lo hanno spinto a scegliere quella particolare attività lavorativa. Di conseguenza, il senso di colpa di inadeguatezza al proprio lavoro, lo spinge ad attivare forme compensatorie e riparative, che alimentano ancor di più l’esaurimento fisico e mentale. L’aspetto depressivo si evidenzia soprattutto nella fase in cui quest’ultima costrizione lo mette di fronte ad una crisi personale e lavorativa di cui deve prendere atto. Tipico del burnout è proprio la normalizzazione dei propri pensieri negativi, facendo finta di niente Al contrario, bisogna cercare aiuto per metabolizzare questi stati d’animo, interpretarli alla luce della funzionalità non solo del lavoro, ma soprattutto di se stessi.

Quando la coppia devia: la digressione come risorsa relazionale

Quante volte ci capita di osservare coppie che, apparentemente, “si perdono” in chiacchiere inutili, discussioni laterali o interessi divergenti? In realtà, queste digressioni non sono deviazioni prive di senso: sono forme di comunicazione silenziosa. La coppia, quando il copione abituale diventa stretto o saturo, spesso parla d’altro per proteggere il legame, per prendersi una pausa dall’attesa o dall’obbligo di rispondere a schemi troppo rigidi.La digressione può, dunque, avere molte forme: il silenzio, il racconto di aneddoti apparentemente insignificanti, piccoli sintomi individuali o spostamenti di attenzione. Tutto questo non è casuale: funziona come un messaggio indiretto del sistema, che dice “abbiamo bisogno di spazio per restare insieme”. Riconoscere questo linguaggio significa iniziare a vedere la coppia come un organismo vivo, capace di muoversi in direzioni diverse senza perdersi. La digressione come linguaggio del legame In queste pause si possono cogliere desideri inespressi, tensioni sottili, paure di perdita di sé o dell’altro. La digressione diventa così uno spazio privilegiato per osservare il legame nella sua complessità e per comprendere quali risorse, quali equilibri sottili, stanno proteggendo la coppia. Non si tratta di abbandonare la traiettoria terapeutica, ma di sostenere una forma di intimità più autentica e meno rigidamente predeterminata.Il lavoro clinico non consiste nel cancellare la digressione, ma nel renderla pensabile, trasformandola gradualmente da movimento implicito a possibilità condivisa di significazione. È spesso in questo contesto che la coppia può iniziare a immaginare forme nuove di stare insieme, meno vincolate a definizioni identitarie rigide o a aspettative normative.Nella clinica di coppia la digressione è un fenomeno frequente e spesso sottovalutato. Se osservata da una logica lineare, appare come una resistenza, una fuga o una perdita di tempo. Da una prospettiva sistemica, invece, essa può essere letta come una forma di comunicazione complessa, un messaggio che non passa dal contenuto ma dalla struttura della relazione. In termini batesoniani, la digressione non riguarda ciò di cui la coppia parla, ma ciò che sta accadendo nel sistema mentre parla d’altro. Tale fenomeno diventa così una strategia autoregolativa, in altre parole, non si manifesta come un errore comunicativo, quanto piuttosto come un metodo indiretto con cui il sistema cerca di rimanere vitale e coeso. Abitare la digressione: una posizione clinica possibile Il rischio più comune, in seduta, è tentare di ricondurre subito la coppia al “tema centrale”: la nostra cultura clinica valorizza spesso la linearità e l’efficienza. Ma riportare troppo presto sul percorso rischia di soffocare la vitalità del sistema. “Abitare” la digressione significa sospendere il giudizio, accogliere il movimento, osservare senza forzare. Conclusioni La digressione, lungi dall’essere un errore di percorso, può essere letta come un atto di intelligenza relazionale del sistema coppia. Quando la coppia devia, non sempre sta evitando il focus: talvolta sta cercando un centro più abitabile, capace di sostenere la complessità del legame. Riconoscere questo movimento significa assumere una posizione clinica che privilegia il processo, la relazione e la vita del sistema, più che la coerenza del contenuto.

Malattie rare, non solo diagnosi: a Sorrento, con il convegno RareMenti, la sfida dell’accesso equo alle cure passa anche dalla psicoterapia.

di Nàima Tomaselli Il 28 febbraio 2026, in occasione del Rare Disease Day, Sorrento ospiterà, presso il Teatro Comunale Tasso, la seconda edizione di RareMenti – RDD2026, il convegno nazionale dedicato alle malattie genetiche rare e alla presa in carico bio-psico-sociale, promosso dall’associazione Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione APS.  In Italia le persone che convivono con una malattia rara sono oltre 2 milioni, con circa 20.000 nuove diagnosi ogni anno: numeri che raccontano una realtà frammentata, segnata da ritardi diagnostici, disuguaglianze territoriali e difficoltà nell’accesso tempestivo alle terapie. Il tema internazionale del Rare Disease Day 2026, promosso da EURORDIS e UNIAMO, richiama con forza la necessità di un accesso equo, tempestivo e omogeneo alle cure farmacologiche e non farmacologiche. RareMenti declina questa sfida mettendo in dialogo clinici, genetisti, psicoterapeuti, rappresentanti istituzionali e associazioni di pazienti, con l’obiettivo di superare una visione esclusivamente sanitaria e affermare un modello integrato che tenga insieme diagnosi, qualità della vita, diritti e salute mentale. La direzione scientifica è affidata alla Dott.ssa Antonella Esposito, presidente di Thélema, che sottolinea il valore umano e culturale dell’iniziativa: «La Giornata Mondiale delle Malattie Rare, istituita da EURORDIS nel 2007, accompagna il mio percorso umano e professionale dal 2008, anche attraverso il mio impegno al fianco di UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare, che coordina nel nostro Paese le iniziative su tutto il territorio nazionale, rendendo il mese di febbraio un mese dedicato alla consapevolezza, alla responsabilità e alla partecipazione. In questi anni ho incontrato persone e famiglie che mi hanno insegnato come una malattia rara non riguardi solo la dimensione clinica, ma attraversi l’identità, le relazioni e il progetto di vita. RareMenti nasce da questo ascolto e dal desiderio di creare uno spazio in cui scienza, psicoterapia e comunità possano dialogare, affinché ogni persona possa sentirsi riconosciuta e sostenuta. Portare RareMenti per la seconda volta a Sorrento ha per me un significato particolarmente profondo. La Penisola Sorrentina sta rispondendo con una sensibilità autentica e uno straordinario spirito di solidarietà, dimostrando come un territorio possa diventare parte attiva di un cambiamento culturale fondato sull’accoglienza e sulla responsabilità condivisa. RareMenti è un luogo di incontro e di connessione, ma soprattutto un’occasione per affermare un principio essenziale: ogni persona con una malattia rara ha il diritto di essere sostenuta con competenza, dignità e continuità, attraverso cure appropriate, servizi accessibili e una società capace di prendersene cura senza lasciare indietro nessuno». Accanto ai temi clinici e organizzativi, ampio spazio sarà dedicato alla psicoterapia e alla salute mentale, con un focus sulla comunicazione della diagnosi, sul sostegno alle famiglie e sulla continuità della presa in carico lungo tutto l’arco di vita, perché la rarità non è solo una questione genetica, è una condizione che incide sull’identità, sulle relazioni e sulle prospettive future. Proprio da qui passa la vera sfida culturale, prima ancora che sanitaria.

Social, smartphone e il mito dell’individualismo: stiamo davvero diventando più soli?

Negli ultimi quindici anni, l’avvento degli smartphone e dei social network ha trasformato radicalmente il modo in cui comunichiamo, costruiamo relazioni e percepiamo noi stessi. Piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok e X (ex Twitter) sono entrate nella quotidianità di miliardi di persone. Parallelamente, il tempo trascorso davanti allo schermo – tra notifiche, scroll infinito e messaggistica istantanea – è aumentato in modo significativo. In questo scenario, una domanda si impone: stiamo diventando più individualisti? E, se sì, in che senso? Individualismo: una definizione psicologica In psicologia, l’individualismo non è semplicemente “pensare a sé stessi”, ma indica una configurazione culturale e psicologica in cui l’autonomia, l’autorealizzazione e l’identità personale sono centrali. Secondo le ricerche di Geert Hofstede, le società individualiste tendono a valorizzare l’indipendenza e il successo personale più del senso di appartenenza al gruppo. Tuttavia, l’individualismo può assumere forme diverse: È soprattutto questa seconda declinazione che molti studiosi collegano all’uso intensivo dei social media. Connessione o isolamento? Una delle grandi contraddizioni dei social è questa: connettono ma isolano. Da un lato: Dall’altro: Studi longitudinali pubblicati su riviste come il Journal of Social and Clinical Psychology hanno evidenziato che una riduzione controllata dell’uso dei social può portare a un miglioramento del benessere soggettivo e a una diminuzione della solitudine. Narcisismo e cultura dell’immagine Un tema centrale è l’aumento dei tratti narcisistici nelle nuove generazioni. Il narcisismo, in psicologia clinica, è caratterizzato da: Le piattaforme visive, come Instagram e TikTok, incentivano la centralità dell’immagine. L’algoritmo premia ciò che cattura attenzione, spesso enfatizzando estetica, successo, performance. Si crea così una “vetrina permanente” dove l’identità rischia di diventare prodotto. Non è un caso che lo psicologo Sherry Turkle, nel suo libro Alone Together, sostenga che la tecnologia ci stia abituando a relazioni più controllabili e meno impegnative: possiamo modificare, filtrare, cancellare. La vulnerabilità – elemento essenziale dell’intimità autentica – viene ridotta. L’illusione dell’autosufficienza Un altro aspetto riguarda l’idea di autosufficienza. Lo smartphone diventa: Questo strumento concentra in sé funzioni che prima richiedevano interazione con altri: chiedere informazioni, confrontarsi, attendere. La gratificazione immediata riduce la tolleranza alla frustrazione e può rafforzare un atteggiamento centrato sull’immediatezza dei propri bisogni. Inoltre, l’algoritmo personalizza contenuti in base alle preferenze individuali, creando “bolle informative” (echo chambers). L’utente viene esposto prevalentemente a opinioni simili alle proprie, rafforzando la percezione che il proprio punto di vista sia centrale e condiviso. Non solo effetti negativi: l’altra faccia dell’individualismo È importante evitare visioni catastrofiste. L’individualismo digitale può avere anche aspetti positivi: In questo senso, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’uso che ne facciamo e il significato psicologico che attribuiamo alla presenza online. Verso un equilibrio relazionale La vera questione non è se i social ci rendano individualisti, ma che tipo di individualismo stiano promuovendo. Se un individualismo competitivo, basato sul confronto e sull’apparenza, o uno maturo, fondato sull’autenticità e sulla responsabilità. Alcune strategie psicologiche utili possono essere: La tecnologia è uno strumento potente: può amplificare sia l’isolamento sia la connessione. Sta alla cultura, all’educazione e alla consapevolezza individuale orientarne l’impatto. Conclusione L’era dei social e degli smartphone ha certamente accentuato dinamiche individualistiche, soprattutto nella forma di una maggiore centralità dell’immagine e della performance personale. Tuttavia, non siamo condannati a diventare più soli o narcisisti. Il rischio non è l’individualismo in sé, ma la perdita di equilibrio tra identità personale e appartenenza relazionale. In definitiva, la sfida psicologica del nostro tempo è integrare il sé digitale con il sé relazionale, senza lasciare che uno sostituisca l’altro. Fonti