STUPRI DI GUERRA: QUANDO SONO I CORPI AD ESSERE INVASI E CONQUISTATI

di Carola Battistelli La guerra in Ucraina sta provocando conseguenze drammatiche a livello umanitario. Si contano oltre 3 milioni e mezzo di profughi in fuga dal paese e i numeri sono destinati ad aumentare vertiginosamente con la prosecuzione del conflitto.Tra gli orrori commessi in tempo di guerra, c’è la pratica di stuprare o rapire donne e bambine per sfruttarle sessualmente. Parliamo di una pratica, di atti prevaricanti e de-umanizzanti che vengono sferrati ai danni della popolazione femminile e, simbolicamente, dell’intera nazione.Lo stupro è un atto di violenza carnale fondato su una sostanziale asimmetria di potere, che vede la donna in una posizione di subordinazione e sottomissione di fronte alla volontà dell’uomo. Si tratta di una delle forme di violenza più estreme, della punta di un Iceberg che si regge su una base sommersa, non immediatamente visibile e che contribuisce al prosperare degli stereotipi di genere. Parliamo, pertanto, della violenza di genere come un fenomeno strutturale e sistemico, che si origina dalla diseguaglianza negli aspetti più impliciti e quotidiani (pubblicità e linguaggio sessista, invisibilità, annullamento etc.) fino ad arrivare a manifestazioni emergenti più esplicite (aggressioni fisiche, stupri, omicidi etc.).Quando lo stupro avviene durante una guerra assume delle caratteristiche particolari che meritano ulteriori riflessioni. Innanzitutto, è bene esplicitare che si tratta di una violenza che offusca ogni faziosità, trattandosi di una violazione dei diritti umani che avviene trasversalmente a prescindere dal fronte in cui si combatte. È, inoltre, un atto violento che ha caratterizzato ogni conflitto storico conosciuto, a conferma della radicalizzazione della problematica. Vi sono testimonianze raccapriccianti risalenti alla seconda guerra mondiale, al conflitto tra Bangladesh e Pakistan, ai movimenti di resistenza delle donne curde, al conflitto interno guatemalteco, alla repressione subita ai danni delle donne afghane, alla guerra in ex-Jugoslavia, al genocidio ruandese… L’elenco potrebbe continuare a lungo.In quest’ottica, la guerra avrebbe portato alla luce, in forma assoluta ed estrema, lo schema relazionale diseguale tra uomini e donne, modelli asimmetrici già presenti nella società esacerbati dalla brutalità del conflitto e dal diffuso meccanismo del disimpegno morale messo in atto dai combattenti.Per anni lo stupro in guerra è stato considerato un atto deviante del singolo, un’infausta conseguenza dell’astinenza prolungata degli uomini al fronte, interpretazioni che hanno contribuito a ridurre la soggettività della donna a un mero oggetto di gratificazione sessuale in balia dei bisogni biologici dell’uomo. Ad oggi, lo stupro è considerato un’arma di guerra usata per colpire il corpo femminile, che diventa un campo di battaglia (Denis Mukwege, Premio Nobel per la Pace 2018). Lo stupro è un attacco violento alla dignità della persona volto a minarne l’autodeterminazione e il senso di prevedibilità della vita, è un’esperienza soverchiante in cui ci si sente impotenti, senza alcun controllo sul proprio corpo.Parliamo di un corpo invaso, di un’intimità lacerata. Il corpo delle donne diviene simbolo della nazione, territorio che gli uomini sono chiamati a proteggere, pena la perdita del loro onore. Se il nemico passa il confine, invade irreversibilmente un “territorio corporeo” evidenziandone la vulnerabilità, lo conquista come fosse una sua proprietà naturale, lasciando la soggettività che vi abita in balia di un’imprevedibilità traumatica. Lo stupro, così, colpisce la donna e, in misura differente, anche l’uomo, incapace di aver tutelato i “propri” confini e di proteggere lei, donna-nazione, disonorando il suo stesso territorio: una logica patriarcale che calpesta la soggettività, la vita stessa, chiamando in causa dimensioni del potere più ampie e complesse.L’incapacità di dare un senso a questo evento dirompente produce una discontinuità esistenziale, una frattura nel proprio senso identitario che impedisce il riscatto della donna, che rimane paralizzata in un ricordo non verbalizzabile. Molte delle donne che hanno subito uno stupro hanno sviluppato una bassaautostima, una sessualità traumatizzata dall’essere state oggettivate, non si sentono degne e odiano il loro corpo; non di rado presentano ideazioni auto/ etero aggressive e/o tratti impulsivi.Quando da uno stupro si genera una vita le conseguenze psicologiche e sociali sono ancora più drammatiche. In questi casi, spesso le donne sono vittime di un’ulteriore violenza: lo stigma sociale e l’ostracismo da parte della loro comunità. In quest’ottica, partorire un essere umano figlio del nemico vuol dire aver contaminato irreparabilmente la propria etnia, è la manifestazione più tangibile della sconfitta, della distruzione della comunità (Flavia Lattanzi, giudice del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia e il Ruanda). Questo aspetto è un’ulteriore ragione che spinge le donne a tacere, impedendogli di fatto alternative esistenziali dignitose e contribuendo a rendere il fenomeno di difficile emersione.Gli stupri di guerra rappresentano, pertanto, un crimine contro l’umanità presente fin dai tempi antichi, caratterizzato da una forte dimensione di genere. Tuttavia, è altrettanto vero che la violenza sessuale è un fenomeno che riguarda tutti. Ci sono, infatti, testimonianze di uomini abusati sessualmente dalle truppe nemiche, colpiti nella loro virilità e resi vulnerabili. Anche questi delitti il più delle volte rimangono impuniti per il tabù che caratterizza l’abuso sessuale sugli uomini, aspetto che rende difficile una reale documentazione sul fenomeno.Per quanto la guerra possa essere percepita come lontana a livello psicologico, la situazione in Ucraina ha scosso inevitabilmente l’Europa ricordandole che, al di là dello schermo televisivo e a pochi chilometri dai suoi confini, ci sono corpi lacerati, de-umanizzati. Riconoscere nello stupro un delitto contro i diritti umani è dare voce al dolore di chi lo ha subito, vuol dire assumersi una responsabilità nei confronti delle vittime, in ogni luogo e tempo in cui avvengano simili soprusi. Bibliografia e SitografiaBianchi, B. (2009). Genere, nazione, militarismo. Gli stupri di massa nella storia del Novecento e nella riflessione femminista. Numero monografico della rivista DEP. vol. 10, pp. I-320.Brownmiller, S. (1975). Contro la nostra volontà. Uomini, donne e violenza sessuale. Milano: Bompiani.Ivekovic, R., Mostov J. (2003). From Gender to Nation. Ravenna: Longo.Licciardello, O.; Cardella M. G. (2017). Alla base dell’iceberg. La rappresentazione della violenza sessuale tra atteggiamenti di superficie e sfondo. Milano: Angeli ED.Osorio, T. (2022). Ucraina, gli stupri di guerra sugli uomini sono un tabù. https://www.globalist.it/world/2022/03/24/ucraina-gli-stupri-di-guerra-sugli-uomini-sono-un-tabu-lesperto-spiega-il-perche/ Consultato il 31/03/2022

L’IMPORTANZA DELLA COMUNICAZIONE

di Valentina Valenzano La parola Comunicazione deriva dal latino communico = mettere in comune ed indica quel processo responsabile dello scambio di informazioni, di trasmissione di un messaggio o l’espressione delle proprie emozioni e stati d’animo tra due o più interlocutori. L’essere umano utilizza la comunicazione quasi inconsapevolmente: ricorriamo ad essa, ad esempio, per esprimere qualcosa di noi stessi, per acquisire informazioni sull’ambiente che ci circonda e sulle altre persone, per instaurare relazioni interpersonali di ogni genere. La comunicazione, dunque, è un processo basilare nella vita di una persona, eppure, se ci fermiamo per un attimo a riflettere, molti sono i fattori che possono ostacolare la buona comunicazione. Non è sempre facile comunicare a qualcuno i propri sentimenti, le proprie opinioni, soprattutto se controverse, avanzare delle richieste o dire un semplice “No”. Ma perché? Prendiamo, ad esempio, il caso in cui non siamo d’accordo con un’idea espressa dal nostro capo, al pensiero di esprimere il nostro disaccordo e di proporre un’alternativa, potrebbero subentrare sentimenti di ansia e diversi dubbi che improvvisamente mettono in discussione la validità della nostra alternativa. Oppure può capitare di non riuscire a dire ad un/a nostro/a amico/a di essere stati infastiditi da un suo comportamento o da un’affermazione perché non vogliamo ferire i suoi sentimenti, discutere, o nel peggiore dei casi, interrompere il rapporto. E allora, quando una comunicazione può definirsi efficace? Per rispondere alla domanda è necessario specificare l’esistenza di tre stili di comunicazione: Stile passivo: la persona che si esprime in modo passivo tende a non esprimere pensieri e bisogni perché li reputa inferiori rispetto a quelli degli altri. Subisce senza far valere le proprie opinioni. Non prende posizione; Stile aggressivo: la persone che si esprime in modo aggressivo ha la percezione di essere migliore degli altri. Non lascia spazio di espressione, vi è un’imposizione del proprio pensiero e manca della capacità di ascoltare; Stile assertivo: esattamente nel mezzo tra i due precedenti stili, rappresenta la comunicazione efficace. La persona assertiva è in grado di esprimere propri pensieri e bisogni, di farsi ascoltare, ma anche di lasciare spazio all’interlocutore. Riesci ad esprimere pareri contrari e a dire di no senza ferire o sentirsi in colpa. Quindi, in conclusione, una comunicazione efficace necessità di elementi come assertività, rispetto, reciprocità, sincerità e ascolto attivo.

IL FLOP DELLA COPPIA

di Loredana Luise Quando è necessario un cambio di trama o di regia La vita di coppia non è facile e le sfide quotidiane la mettono continuamente a dura prova. Quando scegliamo di condividere la vita con qualcuno, in cuor nostro speriamo sempre di trovare un nostro sostenitore a vita che, munito di pompom come una cheerleader, faccia sempre il tifo per noi qualsiasi cosa accada, anche se ci piombano addosso all’improvviso delle sfide che pesano come macigni. Quando scegliamo l’altro le dinamiche che ci spingono a prediligere qualcuno sono lontane e insite nella nostra storia familiare ma, in ciascuno di noi, la scelta del partner risponde a profondi bisogni personali di cura o affiliazione ma anche a disponibilità all’accudimento o all’accoglienza dell’altro. Ci affidiamo ad un nostro mito familiare e tendiamo a ricercarlo e a riprodurlo. Ciò che spesso ci fa innamorare è l’immagine di noi che attraverso l’altro ci viene riflessa e che deve in qualche modo corrispondere ad una nostra idealizzazione di quello che vorremmo realmente essere nella nostra vita. L’intreccio delle varie immagini dà vita a quell’insieme di relazioni che viene chiamato “copione” (script). La trama di una storia d’amore coinvolge mille emozioni che vanno dall’esperienza dell’innamoramento, alla scelta e al desiderio di prolungare la frequentazione, fino al bisogno di condividere tempo luoghi e persone, unendo formalmente o meno le proprie vite. In questo evolversi di vissuti l’altro rappresenta sempre più un aggancio dal quale non vogliamo staccarci, e che un po’ alla volta assume concretamente la posizione di parte integrante del vivere quotidiano. Spesso ci ancoriamo al nostro ideale di storia di amore e in qualche modo ci convinciamo che la trama sarà quella, con quel finale lì che tanto ci piace e che sogniamo da un po’. Altre volte invece sappiamo nel profondo, forse perché è un film già visto, che la trama non sarà così avvincente e che le montagne russe saranno sempre dietro l’angolo; di conseguenza ci difendiamo dai rischi emotivi o ci trinceriamo dietro comportamenti ambivalenti e poco chiari che rischiano di non farci vivere appieno l’esperienza emotiva. Ma perché ad un certo punto la trama si blocca, si interrompe o si trascina passivamente? Le motivazioni per le quali una coppia può andare in crisi possono essere molte e le più disparate: alcune coppie vanno in crisi già all’inizio della loro unione, altre invece subito dopo la nascita dei figli o quando i figli sono adolescenti e iniziano a proiettarsi all’esterno lasciando i genitori nuovamente come coppia. In alcuni casi le coppie invece si insabbiano o si bloccano quando avvenimenti imprevisti scuotono in qualche modo la loro vita, e entrambi o uno dei due non riesce a far fronte a queste situazioni in modo lineare e armonico. Al di là del copione personale o delle problematiche che già sul nascere una coppia può presentare, molto spesso le coppie che riescono nei primi tempi a trovare un equilibrio, con l’evolversi della trama non riescono ad adattarsi ai cambiamenti e iniziano a soffrire la relazione agendo dei comportamenti funzionali a sé stessi ma non al sistema coppia. Come reagiscono i soggetti della coppia in crisi Quando la coppia non evolve e il copione non si spiega in maniera equilibrata il disagio può venire espresso in vari modi: Con la conflittualità più o meno forte e un esplicito disaccordo su molti ambiti di vita; con una fuga all’esterno di uno dei due o di tutti e due (tradimenti, investimenti eccessivi nel tempo lavoro o nel tempo libero personale ecc. ecc ); attraverso il disagio personale o la comparsa di alcuni sintomi in uno o in tutti e due i partner; con delle difficoltà nella sfera sessuale (assenza di rapporti intimi o molto saltuari o reali difficoltà nella pratica dell’attività sessuale stessa); se ci sono dei figli può capitare che i figli stessi siano portatori di un problema o di un disagio che corrisponde ad un segnale di sofferenza di tutti.  Cogliere l’opportunità della crisi Nella nostra cultura il termine crisi viene associato sempre a qualcosa di negativo o da evitare. La parola crisi deriva dal termine greco KRISIS che significa scelta o decisione, che contiene una connotazione positiva in quanto, grazie a questa situazione, possiamo fare una scelta o agire un cambiamento che ci permette di far evolvere la situazione. Nel caso in cui la coppia, nonostante il riconoscimento della crisi, non riesca poi a ristabilire la situazione di equilibrio e arrivi alla decisione di separarsi per lo meno la crisi è stata funzionale all’interruzione di un declino continuo che faceva male ad entrambi. Ma quando ci si rende conto che le cose non funzionano, che si va avanti per inerzia, che il rischio è quello di non rispettarsi più o addirittura di subire un’evoluzione negativa o svilente da un punto di vista personale, è necessario fermarsi e decidere che è arrivato il momento di fare qualcosa. Forse è meglio decidere di avere un secondo tempo migliore Non è facile fermarsi e ammettere di aver fallito il progetto di famiglia che consciamente o inconsciamente abbiamo accettato. Prolungare per troppo tempo una situazione di malessere, di conflitto, di apatia o di estraniazione, a lungo andare può rappresentare un rischio sia da un punto di vista personale che da un punto di vista dell’intero sistema familiare. Cogliere l’occasione di aver consapevolezza che qualcosa non va, che le cose devono in qualche modo cambiare, è già un primo passo per attivare un cambiamento. Se la situazioni di crisi si trovasse in una prima fase in cui il rispetto reciproco fosse ancora integro, o perlomeno le emozioni negative non avessero ancora avuto il sopravvento, potrebbe essere sufficiente fermarsi e condividere i propri vissuti; discutendo del malessere provato andando alla ricerca di un nuovo equilibrio e di nuove energie per procedere nella vita assieme in modo appagante per entrambe. Ma non sempre è così semplice e forse farsi aiutare da qualcuno potrebbe essere la soluzione migliore. Il supporto di un nuovo regista Un nuovo regista che arriva è emotivamente

IL PAZIENTE FRAGILE NELLO STUDIO DI PSICOTERAPIA. Image credit to Brian D’Cruz Hypno Plus https://www.briandcruzhypnoplus.com/

di Sandra Pierpaoli Gli eventi legati alla pandemia hanno spinto a parlare sempre più spesso dei pazienti fragili e della loro tutela: in ambito medico, per “paziente fragile” si intende la persona affetta da malattie croniche complesse e a volte con ridotta autosufficienza. La definizione si riferisce quindi soprattutto a una situazione di salute compromessa, che diventa maggiormente delicata in presenza di un evento esterno, che può minacciare ulteriormente condizioni preesistenti già precarie. Il supporto psicologico e la psicoterapia rappresentano certamente strumenti utili in questi casi, poiché possono arrecare un significativo beneficio, nelle diverse fasi della malattia e nell’affrontare i diversi tipi di trattamento, previsti dal percorso di cura. Il paziente che si rivolge allo studio privato dello psicoterapeuta, tuttavia, porta per lo più con sé un altro tipo di fragilità, che possiamo definire emotiva, caratterizzata piuttosto da uno scarso senso di sé e dalla difficoltà di fronteggiare le emozioni, sia positive che negative, che inevitabilmente si presentano come risposta agli eventi della vita, a partire dall’infanzia, fino ad arrivare alla terza età. Ciò comporta che per questo tipo di paziente le situazioni stressanti, gli imprevisti, le sfide, le perdite possono rappresentare una difficile prova, che non riesce a gestire in modo adeguato e alla quale non sa come rispondere. E’ dunque a mio parere fondamentale soffermarsi a riflettere su cosa significhi tutelare un paziente che sta affrontando un percorso di psicoterapia e su quanto sia importante garantirgli le condizioni per una relazione terapeutica stabile e continuativa. All’inizio del percorso terapeutico, la persona emotivamente fragile è spesso molto schermata, perché a volte intuisce senza esserne consapevole o a volte consapevolmente sa, che dietro al suo scudo si nasconde un nucleo fortemente vulnerabile. La richiesta d’aiuto rivolta alla psicoterapia riguarda proprio la necessità di accedere a quello spazio di vulnerabilità, per poterlo condividere con qualcuno, spesso per la prima volta. E una richiesta non priva di ambivalenze, poiché se da una parte la persona sente un grande bisogno di liberare una parte atrofizzata di sé, che è stata a lungo tenuta segreta e compressa, dall’altra deve affrontare paura e terrore nel portarla alla luce e nel gestirne le conseguenze. Molto spesso la richiesta d’aiuto è stimolata da uno stato di disagio, non più governabile, come forte ansia, attacchi di panico, compromissione delle normali attività quotidiane, oppure nasce dalla difficoltà di gestire comportamenti compulsivi o relazioni altamente conflittuali. Il nucleo fragile bussa alla porta della coscienza e lo fa attraverso il sintomo, chiede di essere ascoltato, al di là di qualsiasi decisione volontaria e di qualsiasi sistema difensivo. Solo che dall’altra parte il sistema difensivo si contrappone, resiste, continua a fare la sua parte, convinto di lavorare per il bene della persona, sebbene oramai non corrisponda più ai suoi bisogni attuali. Molto spesso è dunque da questo punto che inizia una psicoterapia: un luogo incerto, dove insicurezza e paura sono strettamente intrecciate con le maglie del sistema difensivo e dove la via di uscita è rappresentata dal riconoscimento da parte della persona del proprio bisogno di accoglienza e di un riferimento sicuro. A partire da qui, lentamente e pazientemente, seduta dopo seduta, si inizia ad intessere la tela del legame terapeutico, quel rapporto stabile di fiducia, che in particolare per il paziente emotivamente fragile, rappresenta l’unica possibilità di rischiare di mettere in discussione un sistema difensivo diventato ormai disfunzionale, oltrechè poco efficace. Con alcuni pazienti la fase del consolidamento dell’alleanza terapeutica è più breve, ma con alcuni richiede molto tempo e molte conferme nella solidità della relazione: metaforicamente è un po’ come potrebbe avvenire per un esploratore che si avventura per la prima volta nell’accesso ad una grotta impervia e che ha bisogno di sentire accanto a sé una guida esperta, attrezzata con tutti gli strumenti necessari per una così difficile esperienza. Più la grotta è dissestata e priva di punti di appoggio, più sarà necessario sentire un sostegno sicuro di cui potersi fidare e dunque imparare a fidarsi, in una situazione percepita come estremamente precaria e pericolosa. In termini bioenergetici, il processo di terapia, aiuterà il paziente a sviluppare nel tempo il proprio “grounding”, e cioè il proprio radicamento, che gli permetterà di autosostenersi e di trovare in sé il punto di riferimento principale, su cui poter fare affidamento. In altri termini, lo doterà degli strumenti necessari per calarsi da solo nella grotta, che sarà divenuta, nel frattempo, un luogo più familiare e non più tanto minaccioso. Il processo che porta a realizzare questo obiettivo non è tuttavia né banale né facile: il paziente deve credere nella presa sicura del terapeuta, che non lo lascerà cadere, né lo lascerà da solo in preda alla paura; il terapeuta da parte sua, deve avere fiducia sia nella propria capacità di sostenere adeguatamente la persona, che nella capacità del paziente di acquisire gradualmente una propria autonomia. Tutti sappiamo che non c’è un tempo standardizzato per un percorso di psicoterapia. L’avventura “speleologica” è diversa non solo per ogni paziente, ma per ogni relazione terapeutica.Certamente, però, con un paziente emotivamente fragile, è necessario andare al suo tempo, sintonizzarsi con le sue paure, pur senza assecondarle: solo così gli si permetterà di costruire un più solido senso di sé e una migliore gestione delle sue emozioni. Lo psicoterapeuta nella sua funzione di “speleologo” conosce bene le fasi dell’esplorazione e le precise responsabilità di cui farsi carico; durante il cammino impara anche a conoscere il paziente, a valutare quando e come potrà lasciarlo e soprattutto quando e come non dovrà lasciarlo.Egli deve perciò tutelare il paziente emotivamente fragile prima di tutto da qualsiasi condizione di instabilità della terapia, poiché la continuità della relazione rappresenta l’elemento fondante del processo di cura. In particolare ci sono fasi del percorso, durante le quali interrompere la terapia sarebbe profondamente deleterio per la salute emotiva della persona: sarebbe come privala di ogni appiglio e lasciarla da sola nella grotta, a penzolare nel vuoto. Se il terapeuta fosse costretto, malgrado sé, a interrompere il trattamento a causa di circostanze esterne, potrebbe proporre alla

Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione può conoscere

di Jonathan Santi Pace La Pegna “Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce”. (Blaise Pascal) Sia nella letteratura che nel pensare collettivo troviamo spesso due aspetti della persona contrapposti, quasi apparentemente inconciliabili: “il cuore”, identificato metaforicamente come la sede in cui si originano i sentimenti e le emozioni, e “la mente” in rappresentazione di “ciò che sarebbe giusto”, il pensare razionale. Eppure questi due aspetti non sempre sono realmente così contrapposti come appaiono, in realtà ci sono ragioni psicologiche che ci portano ad optare per alcune scelte sentimentali (Zavattini, 2010), ad essere attratti verso qualcuno, a provare emozioni di piacevolezza nei confronti di certi modi di fare, anche se analizzandoli poi “a mente fredda” ci rendiamo conto che potrebbero essere non molto vantaggiose a lungo termine da un punto di vista razionale. La famosa teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1989) ci spiega che esistono diversi tipi di attaccamento che ogni bambino sviluppa in riferimento alle proprie figure di riferimento genitoriale, questi tipi di attaccamento andranno a costituire degli schemi di accudimento, che poi struttureranno lo stile di attaccamento adulto e la base del suo modo di relazionarsi con il mondo (Platts, 2002). Anche la ricerca del partner è influenzata da questi schemi, che spesso inconsapevolmente direzionano ciò che cerchiamo, in funzione di ciò che desideriamo e ciò che ci manca. Eppure è possibile far “dialogare” cuore e mente, e cioè fare scelte soddisfacenti dal punto di vista dei propri desideri ma razionalmente orientate, guidate da una visione approfondita che identifichi innanzitutto coscientemente quali siano i propri bisogni affettivi ed emotivi. È possibile in virtù di queste cose scegliere un partner appropriato strutturando lucidamente una relazione con presupposti sani, che non cannibalizzi se stessa, che sussista in un sano equilibrio di interscambio, all’interno di un insieme coeso intessuto di un’individualità reciproca ad alta conducibilità.

Amore malato

di Fulvia Ceccarelli Credo che le cose non accadano mai per caso. Mi riferisco al fatto che alcuni giorni fa, mentre stavo raccogliendo le idee per scrivere questo articolo, mi sono imbattuta su Facebook in un messaggio che recitava più o meno così: …sono stata pesantemente minacciata da un uomo che conosco. Alcune persone fidate sanno chi denunciare nel caso mi accada qualcosa. Ho avuto una vita piena, ho amato con un’intensità che forse pochi conoscono e i tanti amici che ho non sono entrati casualmente nella mia vita, ma sono stati scelti con cura, perché condividono i miei stessi valori… Al momento ho provato un forte disagio e, mettendo in atto una massiccia negazione, ho pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Solo dopo aver letto attentamente i commenti “reali” alle parole di quella donna, ho colto la drammaticità della situazione, che mi è arrivata come uno schiaffo in piena faccia. Mi trovavo di fronte a quella che mi è parsa una richiesta di aiuto fiera, coraggiosa, come il gesto di un naufrago che, non smettendo di sperare, affida al mare il suo messaggio in bottiglia. Nella frazione di un secondo, un pensiero vigliacco mi ha attraversato la mente: non pubblicare nulla, per evitare che quell’uomo se la prenda anche con te. Ora mi chiedo: se in preda a una paura irrazionale mi sono paralizzata io, che ho provato sulla mia pelle solo una scheggia della paura che verosimilmente provano le donne minacciate per davvero, come possono sentirsi loro? Quali tremende fatiche le attendono? Perché la paura è subdola: ti paralizza e ti isola. E se c’è una cosa di cui loro non hanno proprio bisogno è l’isolamento. Mettendo a frutto questa preziosa quanto insperata esperienza, cercherò di accostarmi in modo più empatico e meno didascalico a un tema così delicato. Penso di doverlo alle donne maltrattate. Quasi quotidianamente la cronaca ci informa di un uomo che ammazza la compagna che ha avuto il torto di lasciarlo. Immancabilmente i vicini di casa intervistati, non capacitandosi dell’accaduto, ripetono come un mantra che l’omicida era una persona assolutamente normale. “Era”- dicono, perché ora non lo considerano più tale. Infatti rimaniamo increduli dinnanzi ad un amore intenso che viene profanato sino alle estreme conseguenze, tanto da mettere in dubbio che si sia trattato di vero amore. Purtroppo è amore, seppure malato. E tragicamente, per molti di noi, l’unica forma di amore possibile. Perché l’unica conosciuta. La violenza sulle donne è un mostro che si nutre di maltrattamenti fisici diretti o psicologici indiretti oppure agiti in nome di presupposti ideologici o religiosi ritenuti sacri e inviolabili. Stiamo parlando di un fitto sottobosco di aggressività distruttiva con un’unica disastrosa conseguenza: la scarnificazione dell’amor proprio di una donna con riduzione in poltiglia della sua autostima. E dato che parlarne tocca corde profonde, spesso lo affrontiamo in modo semplificatorio. Mentre lo sforzo cui siamo chiamati è quello di adoperare le lenti della complessità, che è la cifra dell’umano. Pena la banalizzazione, tanto fuorviante quanto inutile a trovare un senso a ciò che accade sotto i nostri occhi increduli. Mi riferisco, ad esempio, al fatto di imputare solo a secoli di cultura maschilista la causa di tanta violenza. Fermo restando che essa pesa come un macigno sulla storia delle donne, non riesce però a spiegare il paradosso dei nostri giorni. E cioè che, nonostante negli ultimi cento anni l’acquisizione dei numerosi e fondamentali diritti dalle donne abbia ridisegnato lo status femminile (possibilità di votare e di essere elette, accesso ai pubblici uffici, abolizione del licenziamento a causa del matrimonio e durante la gestazione, abolizione dell’adulterio come reato, abolizione del delitto d’onore, parità sul lavoro: uguali diritti uguali salari, ecc.), ancora oggi molte donne adulte e libere, dopo il primo spintone o dopo la prima seria violenza verbale, anziché allontanare da sé l’uomo che le sta minacciando, preferiscono raccontarsi e raccontare agli altri che in fondo non è successo nulla. Credo che la causa di questo comportamento apparentemente insensato sia da ricercarsi nel fatto che molto spesso dietro un reato di femminicidio, termine crudo per indicare come l’uccisione delle donne stia assumendo proporzioni che vanno ben oltre la frequenza dei delitti generici, si celino risvolti psicologici che affondano le loro radici nella storia degli individui coinvolti: uomini e donne. L’evidenza dei fatti ci suggerisce che affrontare il problema da un punto di vista civile, sociale e penale, trascurando la dimensione psicologica, è necessario ma non sufficiente ad evitare che la violenza domestica rimanga la prima causa di morte nel mondo, per donne di età compresa tra i sedici ed i quarantaquattro anni. Più degli incidenti stradali e più delle malattie. Sappiamo che l’esperienza umana dell’amore, almeno nelle sue fasi iniziali, ha a che fare con l’eccesso, perché arriviamo ad esigere il possesso della persona amata, con cui ci sentiamo fusi insieme. Sappiamo inoltre, per esperienza, che amare è un salto nel buio, perché ci fa toccare con mano quanto la nostra esistenza sia in balia del desiderio altrui. Infatti l’altro, proprio separato e diverso da noi, può tradirci e ferirci nel profondo. Possiamo comunque decidere di correre il rischio, arrabattandoci come possiamo. Magari soffrendo terribilmente di gelosia al pensiero che qualcuno, un domani, possa prendere il nostro posto. Il punto è che in un amore sufficientemente maturo, terminato l’incantamento iniziale, ognuno si riappropria dei propri confini. Mentre un amore profondamente malato va in frantumi nell’istante stesso in cui si esaurisce il periodo fusionale, così caldo e rassicurante. La sofferenza che ne può scaturire per alcuni è così devastante, che tentano di ripristinare la fusione con la forza fisica: espediente misero per scacciare il fantasma dell’abbandono e della dipendenza totale dalla persona amata. Quando un uomo anziché interrogarsi sul fallimento della sua vita amorosa, elaborare il lutto per ciò che ha perduto, misurarsi con la propria solitudine, perseguita, minaccia o ammazza la donna che l’ha abbandonato, mostra che per lui il legame affettivo non rappresentava un completamento, ma l’unica ragione di vita. Dobbiamo ricordare, invece, a dispetto di

UNA TECNOLOGIA REALMENTE A MISURA DI ANZIANO: L’ESPERIENZA DI UNA PSICOLOGA E DEL SUO SOGNO

di Annapaola Prestia Chi è S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A., che sta per Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia, è una start up innovativa che si mette al fianco di ogni famiglia che abbia bisogno di supporto, per poter permettere ai propri membri in stato di difficoltà o fragilità (persone anziane, malati di demenza ed altre patologie degenerative, persone con disabilità e chiunque abbia bisogno di sostegno) di poter rimanere a casa propria il più a lungo possibile. Da chi è composta e com’è organizzata S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. è formata una rete capillare di professionisti che ruotano a 360°attorno alla persona in stato di fragilità ed alla sua famiglia, disponibili al bisogno, adatti a ciascuna situazione, flessibili, di pronta e rapida riposta, supportati da uno staff ed un coordinamento dedicato ad ogni caso, capaci di fare squadra e proporre soluzioni efficaci e su misura per quella persona/ nucleo familiare in quel momento specifico. Di che cosa si occupa S.O.F.I.A.? S.O.F.I.A. fornisce soluzioni di domotica, Internet of Things, collegamenti tra oggetti di uso quotidiano in grado di rendere “intelligente” e realmente supportivo il domicilio della persona in difficoltà e di garantire, allo stesso tempo, privacy e sicurezza per tutta la  famiglia. Allo stesso tempo, porta a casa di chi ne ha bisogno, i professionisti di maggiore supporto in quel preciso momento per quella determinata famiglia: medici, psicologi, assistenti sociali e familiari, farmacisti, estetisti, parrucchieri, nutrizionisti, logopedisti, fisioterapisti ed infermieri ma anche massaggiatori ed elettricisti… Qualsiasi cosa serva, S.O.F.I.A. può portarla a casa se è utile per gestire una persona anziana in difficoltà. Chi ha creato S.O.F.I.A.? Annapaola Prestia, psicologa e Silvia Fabris, educatrice, da oltre dieci anni al lavoro dietro le quinte per assicurare un supporto ad ogni famiglia che sia alla ricerca di risposte e soluzioni innovative nel campo della demenza, dell’invecchiamento o della disabilità. Siamo state colleghe in realtà del terzo settore che fornivano servizi di supporto agli anziani che desideravano rimanere al proprio domicilio e, forti di questa pluriennale esperienza, abbiamo deciso di metterci in proprio, per proseguire sulla linea già tracciata ma con una maggiore libertà di azione ed una vocazione maggiormente tecnologica, sicure che ci possano essere mille piccole soluzioni che possano permettere ad una persona in stato di fragilità di poter continuare a vivere la propria vita, dentro la propria casa, in maniera dignitosa per se stessa e per i propri cari, per un tempo considerevole, senza necessità di ricoveri temporanei o definitivi in strutture o residenze. La nostra sfida è quella di portare la tecnologia nelle case degli anziani, per aiutarli durante i piccoli atti della loro quotidianità; parimenti, ci preoccupiamo di fornire ad ogni famiglia un servizio di consulenza specialistica, dedicata, a 360° e su misura per quel nucleo in quel preciso momento, attraverso una rete di professionisti che coprano i principali bisogni della persona e dei suoi parenti. Geriatri, neurologi, psicologi, educatori, fisioterapisti, terapisti occupazionali, operatori socio sanitari, assistenti familiari, infermieri, avvocati, assistenti sociali, nutrizionisti, logopedisti collaborano con noi formando delle micro equipe dedicate a ciascuna famiglia, capaci di dare risposte con rapidità ed efficacia, in qualsiasi momento, raggiungibili attraverso S.O.F.I.A. e la sua piattaforma informatica, al reale servizio della persona. Ma non solo! Abbiamo anche una vasta rete di ulteriori collaboratori: elettricisti, muratori, falegnami, podologi, parrucchieri al domicilio e chiunque offra un servizio che possa essere utile e/o richiesto dalla persona in stato di fragilità e dalla sua famiglia. IL PROGETTO S.O.F.I.A. Il progetto S.O.F.I.A. – Sostenere Ogni Famiglia In Autonomia –  si propone di potenziare la capacità di singoli e famiglie di fronteggiare i bisogni di cura e assistenza dei propri cari durante tutte le fasi della fragilità, inclusi i momenti dedicati alla prevenzione diretta del disagio. Il territorio di partenza della start up è il Friuli Venezia Giulia con un focus specifico sulle province di Gorizia e Pordenone ma, in un futuro prossimo, la rete costruita da questa realtà potrebbe estendersi in tutta Italia. Il progetto prova a consolidare una nuova forma di alleanza tra soggetti (associazione, liberi professionisti e ente pubblico) che ad oggi operano in modo non coordinato sul tema dell’assistenza e della psicoeducazione alle famiglie che assistono persone fragili, affette da deterioramento cognitivo al domicilio. La premessa del progetto è l’attuale assenza di riferimenti precisi per le famiglie nel momento successivo ad una diagnosi di demenza, o in quello precedente, di assessment diagnostico in corso, o in quello di fragilità iniziale, legata magari ad una condizione di invecchiamento non di successo e l’offerta di servizi tra loro “scollegati” che impongono a singoli e famiglie che si trovano in stato di bisogno di doversi “arrangiare” in un mare di offerte diverse e tutte parziali. In questo contesto il progetto propone come primo elemento, di lavorare con soggetti e professionisti già strutturati, riconosciuti e riconoscibili nei territori su cui insiste la start up. Come secondo elemento il progetto vuole proporre alla famiglia che ne faccia richiesta una entità unica di riferimento da noi chiamata “brain helper”, che è formata ed addestrata per accogliere la domanda di cura, declinarla in possibili proposte e da mettere al fianco della famiglia in funzione di consulente. Come terzo elemento il progetto si propone di attivare un incontro di consulenza e di collaborazione tra tre professionisti che in questo momento già operano a vario titolo nell’ambito dei servizi alla persona e sul tema della demenza e che sono, il medico (geriatra o neurologo), lo psicologo e l’educatore. Attraverso un percorso di conoscenza reciproca, formazione dei professionisti e l’elaborazione di strumenti di valutazione, il progetto vede la sperimentazione di una collaborazione operativa finalizzata a dare una prima risposta unica alle famiglie, oltre che ulteriori proposte personalizzate sulla base della situazione presente in ciascun domicilio. Così facendo la famiglia che si trovi in difficoltà nella gestione di un caso di fragilità o di demenza al domicilio, oppure la persona anziana che stia sperimentando un invecchiamento non di successo, si rivolge al Brain Helper, che è un operatore della Start Up S.O.F.I.A. e trova non  più una parte della risposta

Vita privata e professionale ai tempi dello smartworking: un possibile connubio o una malinconica fusione?

di Rita Tancredi Il protrarsi dell’attuale stato di emergenza sanitaria causato dalla pandemia COVID-19 non soltanto ha implicato una vertiginosa accelerazione del processo di trasformazione digitale e dei luoghi di lavoro – diffondendo la configurazione di nuove modalità, tra cui lo “smartworking” (anche definito “lavoro agile”) – ma ha anche reso maggiormente sfumati i confini fra vita professionale e vita privata. Se da un lato per aziende e dipendenti il sistema di smartworking si mostra particolarmente vantaggioso in termini economici e produttivi per le prime e in termini di equilibrio psico-fisico per i secondi, d’altra parte si delineano i confini di un efficace rendimento organizzativo e di una spiccata autonomia e gestione individuale.  Perseguire il work-life-balance, al giorno d’oggi, costituisce una delle più grandi sfide a cui organizzazione e professionisti sono sottoposti, poiché con la facilità di accesso a dispositivi aziendali (quali pc, cellulari e tablet) e ai software e agli applicativi di lavoro (quali e-mail, Skype, Zoom e Webex, per citarne solo alcuni) diviene maggiormente complicato “disconnettersi”, circoscrivere i compiti professionali entro il perimetro dell’orario di lavoro stabilito ed evitare che uno squillo telefonico o un messaggio di posta elettronica possano invadere quegli spazi dedicati al tempo libero. Alla luce di questa prospettiva, è chiaro che il lavoro “flessibile” sta abbandonando le connotazioni tipiche degli obiettivi primari con cui è stato concepito anche pre-pandemia: non più come benefit di una specifica job position, capace di garantire una schedulazione lavorativa di carattere personale, bensì come stato in cui l’individuo è ostacolato nel raggiungimento di obiettivi personali e professionali con una combinazione straordinariamente soddisfacente; e ciò poiché, unitamente ad una flessibilità lavorativa spazio-temporale, spesso da parte di aziende e dipendenti si accompagna il verificarsi di una scorretta gestione dei necessari tempi di riposo. In tal senso, nell’era della quarta rivoluzione industriale e del Coronavirus piuttosto che parlare di work-life-balance sarebbe più opportuno riferirsi al concetto di work-life-fusion: il connubio degli aspetti legati alla sfera lavorativa e a quella privata sembra assumere carattere illusorio e tradursi in una dilagante e malinconica fusione i cui effetti nel tempo vengono molto frequentemente sottovalutati. La gestione “da remoto” delle risorse umane, se non adeguatamente condotta, potrebbe evidenziare serie e critiche ripercussioni sul benessere psico-fisico dei lavoratori, dal momento che se non si considerano, ad esempio, il prolungato tempo trascorso al pc, il pensiero di dover essere potenzialmente sempre reperibili, l’assenza di una immediata condivisione con i colleghi e di una diretta supervisione da parte del responsabile, etc., nel lungo periodo potrebbero svilupparsi sintomi o disturbi da stress-lavoro-correlato. Di conseguenza potrebbero presentarsi contraccolpi aziendali poiché, piuttosto che configurarsi come la chiave per il successo organizzativo e per il welfare individuale, lo smartworking potrebbe rivelarsi in qualità di potenziale causa scatenante patologie, con eventi come l’elevato turn-over, l’incremento di assenteismo, la diminuzione della produttività, il mancato completamento degli obiettivi d’impresa. In sintesi, dunque, ciò che sicuramente emerge è: in primo luogo, una seria volontà da parte delle aziende di promuovere la salute e il successo organizzativo nonché la sostenibilità ambientale attraverso approcci quali il “lavoro agile”; in secondo luogo, una necessità sociale da parte dei dipendenti di bilanciare la propria vita, costellata dal lavoro, dalla famiglia e dagli impegni personali. Tuttavia, sebbene la rapida evoluzione digitale abbia di gran lunga agevolato il manifestarsi di condizioni favorevoli per entrambi gli attori, in realtà siamo ancora ben lontani dal panorama tanto atteso. Pervenire al desiderato traguardo di conciliazione individuale tra vita professionale e privata, senza cadere nella trappola della fusione, con il riflesso di performance organizzative ottimali, significa abbracciare il cambiamento culturale, affrontare concretamente la nuova modalità emergente di percepire l’azienda. In particolare, con riferimento allo scenario descritto, rivolgersi a professionisti del settore, esperti nella gestione delle risorse umane, si profila come possibile e significativa soluzionevolta afronteggiare le vulnerabili dinamiche che la modalità agile porta con sériversando reazioni sull’esperienza emotiva umana. Più precisamente, nella prospettiva di una mirata ed efficace formazione nei confronti dei manager in riferimento alla gestione dei team da remoto (rispettando tempi e pause) e dei dipendenti in merito alla predisposizione di un mindset focalizzato sulla responsabilizzazione e il networking, è più forte l’idea di uno smartworking che offra concreti e reciproci vantaggi: non bisogna dimenticare, infatti, che soltanto attraversando il benessere dei propri collaboratori sarà possibile giungere ad un’effettiva produttività, e dunque al successo economico dell’impresa. BIBLIOGRAFIA: Ricci F. (2012). Conciliazione vita lavorativa e vita privata. Pratiche di work life balance nelle organizzazioni. A.U.P.I WordPress. Higginbottom K.(2014). Workplace stress leads to less productive employees.Available online:https://www.forbes.com/sites/karenhigginbottom/2014/09/11/workplace-stress-leads-to-less-productiveemployees/#3b9b276931d. Messina P. (2020). Quali vantaggi dello smart working per le aziende? Scenari e opportunità di business. Palmieri G. (2021). Smart working e work-life balance: un connubio perfetto.

“Passione e Perseveranza: le due chiavi per il successo!”

di Camilla Niccolai Questa è la frase preferita di mia mamma (da utilizzare nei momenti critici) e da oggi – forse da un po’ prima di oggi – anche la mia. Questa mattina, aprendo un piccolo pacchettino postale, ho avuto la “prova tangibile” del mio percorso. Sembra una sciocchezza – e sicuramente lo sarà – ma quel timbro (diciamolo, nemmeno tanto carino) e quella semplice tessera sono la testimonianza di quanto sia importante, nella vita, avere degli obiettivi, impegnarsi e amare ciò che si fa. Potrei definire la passione come una vera e propria “linfa vitale” per la perseveranza e l’energia: perseveranza nel non mollare al primo ostacolo, o quando un tentativo fallisce, ed energia per poter stare svegli e attivi nonostante il nostro corpo ci invii chiari segnali di cedimento. Non nego che botte di fortuna (e qualche spintarella) non aiutino – e non dico quante volte ho pregato affinché un aiutino qualsiasi scendesse dal cielo – ma sono convinta che per raggiungere traguardi ambiziosi non basti desiderare..  Sono convinta sia necessario volerlo, assumersi le proprie responsabilità e fare tutto ciò che possiamo per arrivare il più vicino possibile ai nostri sogni! Ci tengo a precisare che a parlare è una persona “super ansiosa” e “lamentona” che, nonostante le mille incertezze, difficoltà e i periodi “no” è riuscita a raggiungere un primo importante traguardo. Sicuramente grazie alla “terza chiave per il successo” (che voglio introdurre io): le persone che ti dicono “niente paura!”. Sono quelle che ti danno la spinta per intraprendere un lungo e tortuoso percorso, quelle che ti dicono che hai la forza e la possibilità di fare tutto ciò che vuoi: di portare a termine un compito che sembra irrealizzabile, di “buttarti” sul lavoro dei tuoi sogni, di trasferirti in un’altra città, perché questo è quello che vuoi. Fortunatamente nel mio percorso ne ho incontrate tante (e continuo ad incontrarle) e di sogni ne ho ancora tanti (forse troppi).. ..perciò voglio dire a me stessa e a tutti quelli che leggeranno questo pensiero: “Anche se l’obiettivo da raggiungere è estremamente ambizioso, iniziate!”

Il potere dell’Antifragilità

di Francesca Di Bernardo L’ Antifragilità è un concetto introdotto da Nassim Nicholas Taleb che significa ottenere benefici e vantaggi dalle difficoltà. Il punto di partenza di Taleb è riconoscere che il contrario di Fragilità, il cui significato indica l’essere danneggiati dalle circostanze difficili, non é la Robustezza (o Resistenza) che denota il non esserne influenzati , ma l’Antifragilitá, ovvero il riuscire ad ottenerne dei benefici. Si tratta della possibilità non solo di resistere alle sfide e agli ostacoli della vita (Resilienza) ma di diventare persone migliori attraverso le difficoltà. “L’antifragilità va al di là della resilienza e della robustezza. Ciò che è resiliente resiste agli shock e rimane identico a se stesso; l’antifragile migliora” Un altro punto importante messo in luce da Taleb é l’importanza di una certa quantità di caos e di disordine come generatori di vita. Dal caos e dal disordine, infatti, si possono generare nuove scoperte ed aprire nuovi sentieri, che a livello personale si traducono in nuove capacità e potenzialità, che a loro volta portano ad una maggiore sicurezza. Al contrario, quando si resta intrappolati nell’eccesso di controllo, ciò che si produce è immobilità e stagnazione (mancanza di sviluppo) e questo, a sua volta, genera maggiore insicurezza a livello personale e sociale. In questo senso, la riflessione di Taleb ricorda anche la citazione di Nietzsche “Bisogna avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante”, che sottolinea l’importanza di abbracciare le difficoltà e del governare il caos ed utilizzarlo per diventare sé stessi . Ogni persona ha dentro di sé le risorse per riuscire ad ottenere vantaggi dal dolore e dal disordine perché le circostanze complesse spingono a trovare nuove soluzioni, ad agire e a maturare, sviluppando le risorse che permettano di  attraversare ed uscire dai tunnel che ci si trova ad attraversare. È per questo che quella che oggi è una Difficoltà può diventare ed essere Forza, può generare opportunità ed arricchimento. Perché è rilevante in psicologia il concetto di antifragilità? L’antifragilità apre a un nuovo modo di pensare le difficoltà: da uqualcosa rispetto alla quale dover resistere a un’opportunitá di crescita e sviluppo. Questo introduce una forte componente di Speranza negli ambiti di cura e di crescita personale. Un altro elemento importante é la visione della persona che si può trarre dal concetto di antifragilità: una persona non passiva ma attiva e potenzialmente in grado di trarre il meglio dalle circostanze che vive. Dalle riflessioni di Taleb si possono inoltre trarre alcune domande attraverso le quali riflettere in ottica antifragile quando ci si trova in una situazione di difficoltà: – Cosa mi sta insegnando questa circostanza? – Che persona sarò una volta superata questa difficoltà? – Quali risorse che avevo in me sto riscoprendo affrontando questa situazione? – Come potrà essere utile agli altri la mia esperienza? A conclusione di questo articolo è fondamentale ricordare che l’antifragilità può essere un monito per pensare in maniera differente alle proprie sfide personali, a ciò che si vive in un dato momento o che si è vissuto in passato, ma non si può mai prescindere dalla propria umanità e non bisogna cadere nella trappola dell’eccessivo ottimismo. É fondamentale non sentirsi in difetto se non si riesce a trarre dei vantaggi da una circostanza in un certo momento, se anche solo resistere talvolta sembra difficilissimo, perché tutto questo é semplicemente umano. Fonti Nassim Nicholas Taleb, Antifragile. Prosperare nel disordine, Il Saggiatore, Milano, 2013 (2012), p. 551, traduzione di Daniela Antongiovanni, Marina Beretta, Francesca Cosi, Alessandra Repossi.