Essere adolescenti durante una pandemia: Bisogni e Valori

di Federica Luongo da Psicologinews Scientific Nell’articolo si prende in considerazione cosa vuol dire essere adolescente durante una pandemia. Il genitore o qualsiasi adulto educante che comprende la differenza tra bisogni e valori e supporta l’esplorazione tipica dell’adolescenza nella direzione delle cose importanti, potrebbe riuscire a modificare la prospettiva da “ciò che si sta perdendo” con il Covid-19 a “ciò che si potrebbe guadagnare”. Durante la fase di emergenza sanitaria causata dal Covid-19 si è parlato più volte delle difficoltà incontrate dagli adulti, ma poco si è discusso di quelle vissute dagli adolescenti. I pensieri più frequenti riguardano la mancanza di relazioni, la didattica a distanza, le esperienze negate, il tempo trascorso chiusi in casa davanti a strumenti elettronici. L’adolescenza è di per sé la fase dell’esplorazione, della vitalità, della scoperta, dell’evoluzione e tuttavia, la pandemia attuale, sembra aver ostacolato tutti questi processi che dovrebbero dispiegarsi in modo naturale nell’arco di vita. E le difficoltà aumentano se si pensa che, chi dovrebbe essere di supporto per gli adolescenti, fa a sua volta fatica vivendo con sconforto, incertezza e paura la propria esistenza. Diventa importante innanzitutto scollegare ciò che potrebbe essere di aiuto agli adulti da ciò che può servire agli adolescenti. È come se si cercasse di comprendere in che modo si può far crescere un seme, facendo riferimento ad alberi già maturi. Tutto ciò non consente di osservare e prendere in considerazione le condizioni necessarie ad una crescita positiva. Il termine adolescente deriva dalla parola latina adolescens (participio presente di adolescere) che vuol dire “che si sta nutrendo”. Se si guardano gli adolescenti in quest’ottica, è inevitabile pensare che i bisogni e i valori siano differenti rispetto a quelli degli adulti. Gli adolescenti si trovano in una fase di scoperta anche dei propri pensieri e sentimenti, per cui esiste il bisogno di provare nuovi comportamenti e scoprire quali possano essere i propri valori. Troppo spesso la mente degli adulti produce giudizi, critiche, formula etichette senza tentare di comprendere realmente i bisogni che si nascondono dietro ai comportamenti degli adolescenti. Ma qual è la differenza tra bisogni e valori? I bisogni implicano l’ottenimento di qualcosa e richiedono determinate condizioni affinché vengano soddisfatti. Maslow, psicologo statunitense, li colloca su una scala a cinque livelli: fisiologici, di sicurezza e protezione, di affetto e appartenenza, di riconoscimento sociale, di autorealizzazione. I valori, d’altra parte, possono essere sempre messi in atto senza condizioni. Sono qualità che muovono i comportamenti verso obiettivi significativi. Immaginiamo, ad esempio, di essere dinanzi ad una strada, è una strada piena di deviazioni e ostacoli. L’adolescente per capire quale sentiero imboccare, avrà bisogno di esplorare quelle strade, ma per non perdersi sarà necessario seguire delle indicazioni. Queste indicazioni sono i valori che verranno appresi, riconosciuti, durante l’esplorazione. L’adulto ha il compito di camminare affianco a lui inizialmente per aiutarlo a notare queste indicazioni, per dargli l’esempio di come camminare, per supportarlo nella scelta di dove andare, nonostante la presenza di ostacoli. Facciamo un esempio pratico. In adolescenza i bisogni più comuni possono essere: autonomia, interdipendenza, gioco. Si ha dunque bisogno di sperimentare molte cose nuove e ciò comporta correre dei rischi, testare i limiti posti dagli adulti. Alcuni valori invece potrebbero essere il coraggio, la creatività, la curiosità, la persistenza. In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, cosa può fare un genitore o un adulto educante? Può creare le condizioni contestuali necessarie al soddisfacimento dei bisogni dell’adolescente, aiutandolo a selezionare i comportamenti che partono da valori e non da impulsi momentanei. Cosa vuol dire? Prendiamo il caso di Marco. Un ragazzino che, durante il primo lockdown, ha iniziato a manifestare rabbia verso i genitori. Marco ha bisogno ogni tanto di isolarsi dalla famiglia, di stare con gli amici, di avere il suo spazio. Con creatività (questo è un valore), Marco ha definito con i genitori un planning (piano di lavoro) per svolgere delle attività in casa con essi e soddisfare, nello stesso tempo, il suo bisogno di autonomia. Per tutti coloro che si sono ritrovati a vivere una fase della propria adolescenza durante la pandemia, e che hanno sviluppato pensieri su tutto ciò che sentono di aver perso a causa del Covid-19, diventa fondamentale porre attenzione sulle cose che si sono scoperte importanti, riflettere sul tipo di persona che si vuole essere e su ciò che può essere fatto per andare nella direzione individuata, giorno dopo giorno, momento dopo momento. E ancora di più, è in questa fase evolutiva che inizia a definirsi l’autostima. E la stima di sé può svilupparsi proprio attraverso i valori a cui si fa riferimento e non per gli obiettivi che, a causa della pandemia, diventa difficile raggiungere. È la creatività, è il coraggio, è la persistenza, è la volontà che orienta il proprio comportamento, anche e soprattutto nei momenti più difficili. E l’adulto ha il compito di essere presente, di supportare l’adolescente nella sua fase di scoperta, di comprenderne i bisogni, di essere un modello positivo. Jorge Luis Borges ha scritto: “(…) Imparerai che le circostanze e l’ambiente influenzano ma noi siamo gli unici responsabili di quel che facciamo ed imparerai che non devi per forza confrontarti con gli altri ma col tuo meglio. Scoprirai che si perde tanto tempo per arrivare ad essere ciò che vuoi essere e che il tempo è breve. Imparerai che non è importante dove sei arrivato bensì dove stai andando, qualsiasi luogo esso sia. Imparerai che se non avrai il controllo della tua vita altri lo avranno e che essere flessibile non significa essere debole o non avere una personalità, perché non importa quanto delicata o fragile sia una situazione: esistono sempre due strade. (…) imparerai che i tuoi genitori fanno parte di te, più di quello che pensi. (…)”. Bibliografia Anchisi, R., Mia Gambotto, D. (2017). Il colloquio clinico. Hogrefe: Firenze Hayes, L.L., Ciarrochi, J. (2017). Adolescenti in crescita. L’ACT per aiutare i giovani a gestire le emozioni, raggiungere obiettivi, costruire relazioni sociali. FrancoAngeli: Milano. Rosenberg, M.B. (2003). Le parole sono finestre (oppure muri).
Clinical Risk Management (Gestione del rischio clinico)

di Daniela Di Martino da Psicologinews Scientific Il rischio clinico in sanità è un argomento di enorme attualità; ciascuna azienda sanitaria è chiamata ad organizzarne un’attenta analisi e stima nell’ambito della più generale valutazione dell’ outcom (indicazione del ministero della salute del Marzo 2004). Le aziende sanitarie sono organizzazioni complesse e come tali suscettibili alla possibilità di errore, aspetto questo intrinseco alle attività umane, ma necessariamente da sottoporre a controllo in quei contesti dove può arrecare gravi danni. Per capire la portata del fenomeno, basti pensare che in un’analisi del Centro studi investimenti sociali (CENSIS), realizzata su 21 testate nazionali tra quotidiani e periodici dell’anno 2000, circa 340 articoli pubblicati parlavano di “malasanità”. In particolare, nel 32% degli articoli analizzati, veniva riportato il decesso del malato, nel 26 % venivano riferiti danni gravi al paziente senza decesso. In questo scenario assume senso la figura dello psicologo, che in collaborazione con equipe multidisciplinari, può svolgere un ruolo determinante nell’analisi e gestione del rischio clinico. Come? Integrando lo studio delle variabili ambientali che determinano l’evento avverso, con l’ analisi delle variabili comportamentali/cognitive ed emotive, che concorrono alla determinazione di un danno al paziente. Considerando che 48.2 % degli articoli del suddetto studio contengono l’indicazione di un soggetto responsabile dell’evento clinico avverso; viene dunque chiamato in causa il fattore umano quale elemento da attenzionare rispetto alla problematica in esame. E’ chiaro, a questo punto, che il fattore umano è una variabile su cui la psicologia può garantire il suo apporto scientifico, soprattutto considerando quanto prodotto da settori di ricerca della psicologia del lavoro e della psicologia cognitivo – comportamentale. Quest’ultima aiuta l’inquadramento teorico-scientifico dell’ errore umano, definendone “il quando”, “il come” e “il perché” esso avvenga; la psicologia del lavoro potrebbe invece supportare la ricerca e la gestione delle dinamiche organizzative/gestionali che concorrono alla determinazione del rischio clinico. Quando si verifica l’errore umano? L’errore umano, secondo la psicologia cognitiva, avviene nel corso di quel processo mentale che accompagna lo svolgimento di un compito. L’elaborazione di una risposta in una situazione-stimolo parte dalla percezione, prosegue con la selezione delle informazioni e sistemazione dei dati, si conclude con l’applicazione pratica in output che consente il fronteggiamento del compito. In questa ordinata sequenza processuale, l’attenzione svolge la funzione più importante, perché ha il compito di selezionare le informazioni utili e di lasciare “sullo sfondo” quelle che non lo sono rispetto al l ’esecuzione del l ’attività. L’attenzione, con il suo ruolo di “filtro”, permette di evitare il sovraccarico mentale e, allo stesso tempo, di canalizzare le energie per il raggiungimento degli obiettivi individuati. L’attenzione diventa dunque un elemento da preservare r i spetto al sovraccarico. Errore umano e comportamento Se non inquadriamo il comportamento umano applicato ad un compito, non possiamo capire quando e come possono verificarsi gli errori cognitivi,esecutivi o disregolativi. Una classificazione del comportamento dell’uomo viene proposta dal modello skill-ruleknowledge (srk) realizzato dal dottor J. Rasmussen che individua tre tipi modalità operative dell’uomo: comportamento di routine basato su abilità apprese per le quali l’impegno cognitivo è bassissimo ed il ragionamento è inconsapevole / automatico. rule-based behaviour – comportamento guidato da regole di cui la persona dispone per eseguire compiti noti: procedure, prassi, metodi, ecc. knowledge-based behaviour -comportamento attuato quando ci si trova in presenza di situazioni nuove o impreviste, cioè non conosciute e per le quali non si conoscono delle regole o procedure. Tipi di errore umano e perché si verificano Sulla base del modello proposto da Rasmussen,J. Reason distingue tra errori d’esecuzione e tra azioni compiute secondo le intenzioni e delinea così tre diverse tipologie d’errore (Reason, 1990). –errore lapse (vuoto di memoria), ovvero, un errore di esecuzione provocato da una dimenticanza (ad. es. il paziente riferisce di un’allergia ad un farmaco ma l’infermiere si dimentica di riportarlo al medico);errore che avviene a livello cognitivo e di processamento mentale delle informazioni. –errore slip (dimenticanza o sbaglio involontario), ovvero, un errore di esecuzione che si verifica a livello di abilità. –errore mistake: si tratta di errori che vengono compiuti perché le strategie e le operazioni messe in atto non sono coerenti con l’obiettivo del compito. e secondo Reason (1997) -violazioni, cioè atti di sabotaggio Possono essere: –ruled-based, l’errore viene commesso perché si è scelta una procedura non adatta alla soluzione del problema dato. –knowledge-based: errori che dipendono da una scarsa conoscenza rispetto alla situazione in cui si deve intervenire (caso a se’ costituiscono le violazioni, termine con cui si intendono tutte quelle azioni che vengono eseguite trasgredendo intenzionalmente ad un regolamento o a una direttiva). Gli errori più frequenti in sanità sono: · reazioni avverse a farmaci · interventi chirurgici in sedi sbagliate e lesioni da pratiche chirurgiche · suicidi prevedibili ed evitabili · lesioni o morte a seguito di misure di contenzione del malato · infezioni ospedaliere · cadute e ulcere da decubito · scambio di persona. Variabili organizzative che concorrono all’incremento del potenziale danno in sanità sono: · caratteristiche dell’utenza (tasso di rischiosità dei pazienti) · volume medio di attività per singolo operatore (volume di attività sanitarie delle Aziende sanitarie) · Gruppi di lavoro costruiti senza seguire adeguati standard di gestione delle risorse umane. Utilità e possibili scenari d’intervento per la psicologia Non prescindendo dal fatto che errore umano e carenze organizzative costituiscono solo alcune delle variabili che contribuiscono al verificarsi dell’evento avverso in sanità (altri fattori sono quelli ambientali interni all’organizzazione o esterni ad essa, quelli legati alla strumentazione, ecc), non dovrebbe essere trascurato il fatto che gli studi e le conoscenze psicologico-scientifiche in questo contesto possano apportare grandi benefici nella gestione del rischio clinico negli ambienti di cura. Il ruolo dello psicologo, in sinergia con altre figure professionali, potrebbe svolgere un’ azione determinante nella costruzione di modelli di risk management, ma potrebbe anche orientare le azioni di risk analysis e di mitigazione del rischio in ospedali, strutture sanitarie e/o residenze sanitarie. Ipotesi di ricerca sul clinical risk managment Questo tema mi ha appassionata qualche tempo fa, tanto da spingermi al la formulazione di un’ipotesi di ricerca, la cui finalità
L’Arte della voce in psicoterapia: Il suono oltre la parola

di Valeria Bassolino da Psicologinews Scientific Gli studi sulla voce, osservati da varie angolazioni e secondo molteplici punti di vista e dalle relative multiformi applicazioni, mostrano come voce, persona e ambiente siano legati attraverso una fitta trama di reciproche interconnessioni. Psicoterapia della Gestalt, Analisi Transazionale, Bionergetica, ma anche l’arte, espressa nelle forme del suono e del Teatro di ricerca, ci insegnano che, così come accade per la comunicazione attraverso il linguaggio non verbale, l’analisi delle incursioni sonore vocali consente di accedere a quella parte della realtà psichica della Persona che non riesce ad essere espressa tramite il linguaggio codificato. Se l’espressività del corpo comunica un pensiero che scavalca le difese del linguaggio, anche la voce definisce una modalità comunicativa che va al di là del valore semantico della parola. A questo proposito, numerosi autori hanno mostrato come, attraverso l’analisi dei timbri sonori e i cambiamenti vocali nel Qui ed Ora della terapia, sia possibile ampliare le risorse terapeutiche, sia di tipo diagnostico che relazionale. “…Non parlerei forse di linguaggio informale? Di valori cromatici e tattili, dei sapori e degli umori, della pelle e dei baci, dell’ombra e del profumo delle parole? Elencherei parole tonde e gialle, lunghe e calde, voluttuose e lisce, oppure parole polverose e bigie, sfilacciate e verdi, parole a pallini e salate, parole massicce, fredde, nerastre, indigeste, angosciose”. Fosco Maraini mostra come nell’evocazione e nel suono della parola vi sia un senso intimo e profondo del linguaggio. Tutto sommato, riflettendo sulla voce e la psicoterapia ci si accosta necessariamente agli aspetti metasemantici della comunicazione, espressi attraverso il corpo, il registro vocale e, in generale, nella comunicazione non verbale. Studi di diversa matrice hanno individuato nella voce una delle modalità più arcaiche di comunicazione madrefiglio, risalente addirittura alla condizione di vita intrauterina. Il primo gesto del venire al Mondo è suono: respiro e vocalità. La voce, intrinseca al respirare, è il nostro più immediato e necessario scambio con il mondo, al punto che ogni minaccia alla sua funzionalità produce angoscia di soffocamento. E il respiro, presupposto del nostro esistere, è la materia della voce, materia cui le corde vocali danno forma. Anemos è la parola greca che significa «soffio», «vento» e che derivandola dal latino traduciamo con “Anima”. La voce, in quanto soffio vitale primordiale, è in questo senso espressione profonda dell’Anima, incarnata nel corpo fisico. Queste particolarità della voce, fisiologiche prima ancora che psicologiche, la collegano così intimamente alla presenza della Persona che risvegliarne la voce evidentemente contribuisce a risvegliarne la presenza. Considerare adeguatamente gli aspetti legati alla voce nel contesto della terapia vuol dire, in primo luogo, porre attenzione alla voce del paziente. Maria Jutasi Coleman, Psicoterapeuta della Gestalt, mostra esaustivamente come poter adoperare l’analisi dello spettro vocale dei pazienti sia a scopo diagnostico che metodologico. La voce, che va nel mondo ed è sentita dagli altri, nel suo stesso prodursi è sentita anche da noi stessi per due vie: dall’interno del corpo, attraverso le trombe di Eustachio che collegano direttamente la faringe alla cassa timpanica; e dall’esterno, con un piccolo ma significativo ritardo, nel suo riflettersi sugli oggetti attorno a noi. Sempre sentiamo la nostra voce risuonare dentro e fuori di noi, nel momento stesso in cui la emettiamo . E il produrla è immediatamente controllato e modificato alla luce del sentirla. L’effetto della voce sugli altri è mediato e successivo. In questo processo, intervengono canali emotivi, sensoriali e cognitivi a flitrare il respiro e l’emissione vocale. In ‘arrendersi al corpo’, Alexander Lowen racconta l’esperienza della sua prima seduta di terapia con Reich: “Stavo su un lettino con indosso un paio di calzoncini corti, perché Reich potesse osservare il mio respiro. Lui era seduto davanti al lettino. Mi disse semplicemente di respirare, cosa che feci in modo normale, mentre lui studiava il mio corpo. Dopo circa dieci o quindici minuti, disse: ‘Lowen, non stai respirando’. Replicai che respiravo. ‘Ma’, disse lui, ‘il tuo torace non si muove’. Era vero. Mi chiese di mettere una mano sul suo torace per sentire il movimento. Sentii che il suo torace saliva e scendeva e decisi di muovere il mio torace ad ogni respiro. Lo feci per un certo tempo, respirando con la bocca e sentendomi molto rilassato. Reich allora mi chiese di spalancare gli occhi e, quando lo feci, emisi un sonoro e prolungato grido. Mi sentivo gridare, ma non c’era nessuna sensazione collegata. Proveniva da me, ma io non avevo nessun collegamento con quel suono. Reich mi chiese di smettere di gridare perché le finestre della stanza erano aperte sulla strada. Ripresi a respirare come prima, come se non fosse accaduto nulla. Ero sorpreso del grido, ma non ne ero toccato emotivamente. Allora Reich mi chiese di ripetere l’azione di spalancare gli occhi, e ancora una volta g r i d a i senza nessun collegamento emotivo con il fatto. […] Poco tempo dopo, la terapia venne interrotta per le vacanze estive di Reich. Quando riprendemmo in autunno, tornammo alla respirazione spontanea. Nel corso di questo nuovo anno di terapia, ebbero luogo diversi eventi importanti. In uno di questi rivissi un’esperienza infantile che spiegò le grida della mia prima seduta. Mentre stavo sul lettino a respirare, ebbi l ’impressione che avrei visto un’immagine sul soffitto. Nel corso di alcune sedute l’impressione divenne più forte. Poi l’immagine apparve. Vidi il volto di mia madre. Mi guardava con occhi molto arrabbiati. Sentii che ero un bambino di circa nove mesi, stavo nella carrozzina fuori della porta di casa e gridavo per chiamare la mamma. Lei doveva essere impegnata in qualche attività importante, perché quando uscì mi guardò con tanta rabbia da paralizzarmi di terrore. Le grida che allora non ero riuscito ad emettere dovevano esplodere nella mia prima seduta terapeutica, trentadue anni dopo”. La voce comunica le modalità della presenza, in un certo senso, allora, la voce dichiara la Persona al mondo. Quindi, nella voce del terapeuta deve risuonare una presenza che promuove la presenza del paziente, che soprattutto la legittima, che la riconosce come centro di valore
Dove Nasce la Violenza?

di Alessandra Moranzoni Il bambino “respira” fin dalla nascita e ancor prima, il “clima relazionale” nel quale è immerso.Se il riconoscimento dell’altro in quanto altro da sé, diverso da sé, portatore di un suo valore, fa parte dell’esperienza relazionale del bambino, allora svilupperà degli “anticorpi” nei riguardi della violenza, dell’odio, del rifiuto difensivo verso ciò che è estraneo, diverso, altro da sé. Questo tipo di “clima relazionale” è fatto della curiosità nell’andare a scoprire e riconoscere nell’altro le sue caratteristiche, i suoi bisogni, i suoi desideri.E’ fatto della tolleranza verso ciò che dell’altro si discosta da noi e dai nostri desideri.Il tal senso, dobbiamo considerare che l’incontro con l’altro si accompagna sempre ad aspettative e idealizzazioni rispetto a come dovrebbe- potrebbe essere; si accompagna alle fantasie, alle immagini nella mente dei genitori prima della nascita del figlio, così come alle aspettative e ai desideri degli insegnanti sull’alunno.Durante il corso di ogni storia relazionale, che sia di coppia, filiale, amicale o altro, c’è una continua dialettica tra le aspettative, le proiezioni sull’altro e l’accoglienza della realtà- diversità dell’altro.Chiunque è parte di un’interazione, è chiamato a fare i conti con quanto l’altro si discosta dall’immagine- progetto desiderata. L’idealizzazione che accompagna sempre l’incontro amoroso, che sia con un figlio o partner o altro, è importante sia mantenuta nel tempo, ma si trasformi adattandosi ai cambiamenti e alle vicende della vita. Per il benessere emotivo è indispensabile che l’inevitabile investimento narcisistico insito nella relazione, faccia solo da sfondo e non sia la figura dominante “dell’affresco” relazionale. Anche l’accoglienza delle fragilità e dei limiti è una sfida alla quale siamo chiamati costantemente nella relazione. Così come la tolleranza e l’apertura ad accogliere l’altro, pur nel dolore e nella fatica che comporta, specie nelle situazioni di malattia e disabilità, che richiedono ancora di più un profondo lavoro intrapsichico di lutto ed elaborazione trasformativa. Sono partita un po’ da lontano, ma è lì, nelle esperienze relazionali precoci, l’origine di ogni possibile futuro sviluppo relazionale, pur nelle infinite possibilità di variazione che gli incontri nel corso della vita possono favorire, sollecitare e germogliare se accolti.Le prime relazioni rappresentano il terreno “sufficientemente buono” per usare le parole di D. W. Winnicott, sufficientemente nutriente, annaffiato, illuminato, dove il seme della persona possa germogliare e crescere sviluppando un altrettanto “sufficientemente buona” relazione con gli altri che via via incontrerà sulla sua strada. Perché ciò possa avvenire è altrettanto indispensabile fare l’esperienza di poter riconoscere, tollerare e trasformare la frustrazione, l’odio e la rabbia di cui ognuno è portatore, perché anch’esse fanno parte dell’incontro con l’altro in quanto diverso, straniero da sé.E ancora una volta, se il bambino avrà respirato nello scambio relazionale con le figure importanti della sua vita, che siano esse genitori, insegnanti o altre persone incontrate nel tragitto, tale possibilità, questo modo di funzionare, potrà diventare parte della sua esperienza, e produrre “anticorpi” verso la violenza. Fare violenza sull’altro infatti, presuppone il disconoscimento dell’altro come portatore di un suo valore, di un’alterità. Spesso le violenze nascono da una con-fusione tra sé e l’altro che non lascia scampo.
Fase 2. Non è un paese per vecchi. No, l’Italia decisamente non è un paese per vecchi. Eppure…

di Fulvia Ceccarelli Durante questa pandemia, di idiozie ne abbiamo dovute sentire tante. La prima, in ordine temporale, è ascrivibile a Boris Johnson. Al primo Boris Johnson, per l’esattezza. Che invitava i cittadini a prepararsi alla perdita dei propri cari, come tributo necessario al raggiungimento fisiologico dell’immunità di gregge nella popolazione. La seconda, è di pertinenza di qualche genius loci nostrano, che suggeriva il ripopolamento, dopo la pandemia, per fasce d’età. Facendo imbizzarrire non pochi ultrasessantenni. Che vengono considerati giovani ed efficienti, quando sono costretti a lavorare fino al compimento del sessantasettesimo anno di età. E paradossalmente decrepiti, tanto da dover essere protetti come una specie in via di estinzione, quando devono uscire per strada; indipendentemente dalle loro condizioni generali di salute. Delle due l’una. Mi sento di poter affermare che la comunicazione di quanto ci è accaduto in questi ultimi due mesi, da parte delle fonti ufficiali, è stata generalmente lacunosa, frammentaria, costellata di contraddizioni e probabilmente di omissioni. A partire dai dati stessi, per lo più non confrontabili tra loro. E qui mi taccio. Veniamo all’Italia. Che, oltre ad avere gli abitanti mediamente più longevi di Europa, ha un numero sempre più elevato di centenari. La maggior parte dei quali vive al Nord. Il che contraddice la vulgata che al Sud si vive più a lungo perché il clima è più mite e i ritmi di vita meno stressanti. Di fatto, sembrano altri i fattori responsabili della longevità, oltre al DNA. E precisamente: la ricerca e il mantenimento di relazioni familiari e sociali profonde, che sconfiggono lo spauracchio della solitudine. Una maggior consapevolezza del proprio stato di salute e quindi la prevenzione, che dipende dall’efficienza delle strutture sanitarie e ospedaliere che la rendono attuabile. Un’attività fisica adeguata e infine una certa disponibilità economica, che permette cure più tempestive. Sappiamo tutti che non dovrebbe essere così, perché il nostro Sistema Sanitario Nazionale ha lo scopo di garantire a tutti i cittadini l’accesso a un’erogazione equa di prestazioni sanitarie. Lo afferma a chiare lettere l’articolo 32 della Costituzione, che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Se ne deduce che il nostro SSN cura anche i cittadini che non esibiscono la carta di credito, come accade in molte parti del mondo. Tuttavia la recente pandemia ha messo impietosamente a nudo le crepe di un sistema mortificato, fiaccato da troppi anni di politiche miopi, dissennate e predatorie. Dove la priorità non è stata il benessere collettivo ma le logiche di partito. Ciò è accaduto soprattutto nella ricca Lombardia, le cui strutture ospedaliere sono da sempre il fiore all’occhiello della sanità italiana. Quella privata – mi corre l’obbligo di sottolineare. Lombardia che ha pagato il più alto tributo in fatto di vittime. Molte delle quali, circa tremila, nelle Residenze per Anziani. Perché se l’onda d’urto del Covid19 è stata devastante, è pur vero che medici e infermieri hanno dovuto affrontarla impreparati e a mani nude. Mancava di tutto: posti in terapia intensiva, ventilatori meccanici, medicazioni, ossigeno, mascherine e tute protettive. Credo inoltre che un sistema sanitario degno di questo nome non dovrebbe mettere i suoi operatori nella terribile condizione di scegliere quali vite salvare. E non finisce qui. Molte RSA, oltre a non essere state chiuse tempestivamente, hanno anche ospitato un certo numero di pazienti covid convalescenti e forse ancora contagiosi. Che sono stati dimessi dagli ospedali in affanno. Ed è stata un’ecatombe. Tanto che ci sono delle indagini in corso per omicidio colposo plurimo, di cui si occuperà la Magistratura. Personalmente sono convinta che la vita umana abbia un valore intrinseco, che prescinde dall’età anagrafica. Stiamo parlando di persone con una vita e una storia e non di aridi conteggi statistici. Lo affermo senza retorica, quella che certa stampa ha provveduto ad elargirci a piene mani. Laddove un silenzio composto sarebbe stato più rispettoso, sia per le vittime che per i familiari. Di anziani si parla poco, quasi fossero un esercito di invisibili. E quando lo si fa, si usano toni enfatici. Credo per farci perdonare la generale disattenzione. In questa cornice vorrei inquadrare un episodio cui ho assistito qualche giorno fa. Edicola. Gente in coda a distanza di sicurezza, con mascherina. Tra le persone in attesa di acquistare il quotidiano, una vecchina curva sul suo bastone. Dignitosa. Felice di prendersi una boccata d’aria dopo giorni di clausura forzata. La stavo ammirando, quando un commento proveniente dalla retrovie mi ha ferito le orecchie. Perché stonato, inopportuno e offensivo. Ma cosa ci fa quella lì in giro, che neanche si regge in piedi? Avrà pure qualcuno che si preoccupi di comprarle il giornale? Continuano a ripetere che i vecchi devono stare a casa: non ci vuole un genio a capirlo! Un’opera d’arte, insomma. Perché è difficile condensare in due parole un coacervo di luoghi comuni, banalità e mancanza di rispetto. Eppure questo signore ci è riuscito. Le sue considerazioni mi indignano, perché credo che questi grandi vecchi lottino quotidianamente per difendere una vita che sia degna di questo nome. Per mantenere un aspetto fisico decoroso e gradevole alla vista. Perché hanno coraggio da vendere nell’accettare un corpo in declino, che l’età non ingentilisce. Convivendo con la consapevolezza che la vita è agli sgoccioli e che proprio per questo merita di essere vissuta fino in fondo. Non finisce mai di stupirmi la saggezza di quegli sguardi e la fierezza di quelle mani nodose. Balzati fuori dal tempo, rappresentano la nostra memoria storica. La Storia incarnata di questo Paese. Penso ai loro racconti, densi di ricordi. Di un mondo che non esiste più. Destinato a finire con loro. Storie di vita vissuta, narrate con lucidità di pensiero e parole sapienti. Così diversi da quelli dei manuali di storia, in cui la ricostruzione degli eventi è tanto accurata quanto asettica. Un po’ come le fiabe della buona notte che ci venivano raccontate da un nonno, di cui ancora oggi serbiamo un ricordo vivido. Ciò premesso, dura fatica smontare la concezione di
Operatori attraverso lo specchio: l’esperienza della supervisione come occasione di cambiamento per operatori e pazienti

di Giampaolo Carotenuto e Rosaria Ponticiello “Può accadere che al vissuto di disorientamento e di abbandono dei piccoli, alla rabbia e all’ angoscia di frantumazione rispetto alla perdita della continuità del legame, agli esercizi di prova del legame, faccia eco negli operatori un bisogno di riparazione di aspetti feriti di un sè bambino”lasciato in silenzio , oppure l’attivazione di modalità genitoriali “buone” competitive rispetto a quelle delle famiglie di origine, o ancora l’adesione rigida a regole di funzionamento che definiscono argini di contenimento rispetto all’angoscia e impotenza esperita delle storie dei propri piccoli.” Rosaria Ponticiello Premessa In questo lavoro descriveremo come l’esperienza gruppale di supervisione dell’ equipe di una comunità educativa per minori, diventa luogo privilegiato nel quale lavorare per riconnettere la trama interrotta di percorsi di vita dei piccoli ospiti, ma allo stesso tempo una preziosa opportunità per gli operatori di rivedere aspetti di sé attraverso lo specchio della relazione con il minore, amplificata dal lavoro di gruppo. Partendo dal resoconto della supervisione clinica indiretta di una operatrice dell’equipe, si delineerà il percorso di acquisizione progressiva di diversi gradi di consapevolezza delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali che si attivano a contatto con l’utenza. L’obiettivo ultimo, resta quello di promuovere un modus operandi da interiorizzare, per lavorare al meglio coi minori accolti nelle comunità. Ogni bambino che entra è una storia a sé I bambini accolti in comunità si trovano spesso collocati in maniera coatta e, senza che gli sia spiegato nulla, si trovano a dover cambiare radicalmente la propria vita. Il tempo di permanenza favorisce lo sviluppo della relazione di fiducia tra il bambino e gli operatori, mentre la stabilità d’equipe operante favorisce la familiarizzazione che riduce il senso di precarietà e di estraneità. Il bambino, che chiameremo Giulio, accede in struttura insieme al fratello, di due anni più piccolo, all’età di 11 anni. Vissuto in un contesto senza regole e accudimento, in una casa abusiva molto fatiscente, il bambino aveva l’autogestione totale della propria giornata, potendo decidere se e cosa fare senza che nessuno adulto decidesse al suo posto. Il padre per lavoro era sempre fuori casa, la madre con disturbo paranoideo di personalità con aspetti depressivi, si occupava poco fattivamente dei figli. Oltre loro c’è un fratello di 17 anni che dà l’allarme contattando il telefono azzurro. Giulio, perciò, entra in un contesto nuovo, fatto di regole da rispettare e nuove figure di accudimento. Giulio e suor Margherita allo specchio Il lavoro di supervisione, si focalizza sulla difficoltà di interazione tra un’educatrice e il nostro bambino. L’operatrice di riferimento di Giulio, Suor Margherita racconta la sua storia, ovvero entra in convento sin da piccola. La chiesa diventa il mondo che l’accoglie: orfana in fasce per un incidente che vede coinvolti i genitori e affidata a una zia, quest’ultima la inserisce in convento, l’unico luogo che le offre un tetto, dei legami di accudimento, dopo un duplice abbandono. Con l’ingresso in comunità, Giulio porta con sé il suo messaggio relazionale: “faccio ciò che voglio! non riconosco nessuno, perché comando io!”. Questa definizione relazionale si scontra con quello della comunità, espresso dalla suora: “qui ci siamo noi, le regole vanno seguite e rispettate!”. Il bambino con il suo fare aggressivo, anche violento verbalmente, mette l’equipe a dura prova e nel tentativo di contenerne l’angoscia, traduce il suo comportamento come prova del legame di fiducia, restituendo allo stesso una comprensione di ciò che gli accade. Cerca cioè di lavorare per favorire la mentalizzazione delle emozioni per prevenire l’acting. Allo stesso tempo questa modalità lavorativa, mette gli operatori nella condizione di dovere lavorare sulla consapevolezza della propria emotività, ovvero sulla capacità di gestire la provocazione e le paure legate alla propria storia personale. La supervisione clinica La supervisione dell’equipe accoglie la difficoltà vissuta da Suor Margherita nella relazione con Giulio. Da quanto emerso nel corso dell’incontro, tra i due si stabilisce una relazione simmetrica caratterizzata da oppositività, provocazione e rifiuto del rispetto delle regole imposte da Suon Margherita, che dal canto suo sente la frustrazione di non riuscire a “consolare” un bambino che le ricorda a tratti la sua di storia vita. La rabbia dell’educatrice si innesta sull’idea che al bambino “non manca niente” e il suo comportamento oppositivo non è motivato, seguendo così la logica e il copione delle cure e delle modalità di contenimento da lei ricevute da ragazzina dalla stessa congregazione. Quando il supervisore le fa notare che probabilmente anche Giulio protesta e pretende un accudimento da parte dei suoi genitori, e che verosimilmente per quanti sforzi gli educatori possano fare, la casa famiglia non potrà mai sostituire. Suor Margherita scoppia in un pianto liberatorio e si ricorda della sua protesta silenziosa e dispettosa messa in atto durante la sua infanzia. Le lacrime di suor Margherita, accolte dal supervisore e dall’intera equipe, sono quelle che “sciolgono” il nodo irrisolto dell’educatrice, il dolore negato di una storia difficile che la vede orfana affidata ad estranei che se ne prendono cura. Questa storia la porta a identificarsi particolarmente col dolore di Giulio, che risponde ai suoi tentativi di contenimento con sgarbo e dispetti, atteggiamenti oppositivi significativi di una rabbia che non può essere verbalizzata. Accade quindi che l’operatore porti con sé il proprio modello familiare e che lo stesso vissuto possa influenzare il lavoro coi bambini, creando intrecci biografici originali che diventano gravidi di risvolti anche riparativi reciproci. Il tentativo di Suor Margherita di curare la ferita di Giulio, è un estremo tentativo di trovare un rimedio al suo dolore, ma Giulio, con i suoi comportamenti da “ingrato”, si oppone alla speranza personale che la suora veicola col suo fare, ovvero che quel dolore è risolvibile. Giulio è come se sottolineasse che niente e nessuno può davvero alleviare il dolore di una perdita così grande, e che la vera elaborazione passa per l’accettazione di una ferita che deve essere vista nella sua “durezza” per poter essere riparata. Conclusioni La supervisione di gruppo funge, non solo da strumento meta, di deutero apprendimento, ma anche da sostegno mostrando accoglienza al vissuto
Gottfried Helnwein, Sandor Ferenczi e il trauma

di Aldo Monaco Se voleste comprendere cosa sia il concetto di trauma basterebbe guardare una delle tantissime tele iperrealiste dell’artista austriaco Gottfried Helnwein. Sebbene i temi che tratta sono molto più vasti, legati ad esempio alla politica e al capitalismo, ciò che li accumuna, è l’oppressione che rivolge verso i più deboli. In tal senso, il suo intento, in molti dei suoi lavori, sembra quello di servirsi di immagini violente ma anche ambigue – come la tela che ho avuto modo di vedere a Vienna, in cui il corpo di una bambina è circondato da uomini “mostruosi” – così da scatenare un conflitto nello spettatore, un malessere, una sensazione in cui possa apparire la violenza – fisica o psicologica – esercita sui bambini, sulla purezza che questi portano con sé.L’infanzia è il centro portante della sua opera: bambine mutilate, bendate in viso, munite di armi da fuoco, sanguinanti, sofferenti, a cui si contrappongono le figure e i visi imperturbabili di uomini incravattati, sfigurati da ustioni, ufficiali delle “SS” in divisa, personaggi dai fumetti dal ghigno perturbante. In questa tela (Epifania III) ad esempio appare esserci l’essenza cardine dello sviluppo del trauma: l’ambiguità. Se infatti il viso della bambina non fa apparire nulla di sconcertante, nulla di pericoloso, è negli sguardi impassibili degli uomini attorno a lei che possiamo notare che li vi è stato un trauma, qualcosa di ambiguo, qualcosa che non ha a che fare con la cura del bambino, ma con l’occupazione impropria dell’altro. Ferenczi, uno psicoanalista ungherese, a tal proposito parla della cosiddetta “confusione delle lingue” che accompagna ogni evento traumatico vissuto come tale da un bambino. Essa è presente tutte le volte che un adulto e un bambino comunicano tra loro seppure con “lingue” diverse: il bambino tramite il linguaggio della tenerezza e l’adulto mediante il linguaggio della passione. Ferenczi scrive: <il bambino ha la fantasia di fare per gioco la parte della madre con l’adulto. Questo gioco può assumere forme erotiche, pur rimanendo al livello delle manifestazioni di tenerezza. Ma le cose vanno diversamente quando l’adulto […] scambia gli scherzi del bambino per desideri di una persona sessualmente sviluppata, oppure si lascia andare ad atti sessuali senza valutarne le conseguenze> In un primo momento, il fraintendimento tra tenerezza e passione produce un’intrusione nel tessuto somato-psichico del bambino: elementi inquinanti, non corrispondenti ai suoi bisogni, in cui ha l’impressione di essere andato al di là dello spazio e del tempo, fuori da sé, fuori dalla sua storia. Tuttavia è solo in un secondo momento che l’aggressione sessuale si manifesta come qualcosa di sbagliato nella mente del bambino, quando cioè il bambino si riavvicina all’adulto cercando un riconoscimento di quanto avvenuto prima salvo però non ottenerlo, salvo però vedere che l’adulto si comporta come se non sapesse nulla, come se non fosse accaduto nulla: proprio come succede in questa scena, proprio come gli occhi di questi uomini sembrano dire. Quello che invece mi pare possa rappresentare l’altro quadro (Pink Mouse II), sempre di Helnwein, sono gli sviluppi di questo fraintendimento, di questa confusione delle lingue. Il trauma adesso, in questo topolino dalla espressione enigmatica, emerge chiaro. Sembra essere la conseguenza di un particolare tipo di difese patologiche e di sintomi che il bambino adotta. Helnwein sembra quasi dire che nulla potrà essere uguale a prima, che niente potrà ridare fiducia nel bambino; e tutto il suo immaginario, compresi i simboli dell’infanzia – vedi topolino – non potranno non essere scrutati che con diffidenza, perplessità, un senso di persecutorietà che da li in avanti dominerà tutte le sue relazioni future. BibliografiaBergogno F, Ferenczi Oggi, Bollati Boringhieri, Torino, 2004
Stress e Mentalizzazione

di Adelina Detcheva Nel linguaggio corrente, l’utilizzo della parola “stress” ha una duplice polarità. Da una parte, essa vuol indicare una condizione psicofisica ben specifica, in senso fortemente evocativo: pesantezza, tensione, malessere ad accezione fortemente fisica, dovuto a problemi non ben identificati, sebbene spesso collocabili in uno specifico dominio (es. lavoro); dall’altra, rimane una parola vaga, vuota, confusa. Insomma, dal punto di vista clinico, essa vuol dire tutto e non vuol dire niente. Niente di specifico, niente di definibile dal punto di vista del senso. Insomma, spesso prova “stress” chi non sa cosa prova, ma vive una situazione spiacevole dal punto di vista fisico e dell’umore, sebbene non riesca a mettere a fuoco le determinanti di questa condizione. Distress Lo stress è un costrutto al centro dell’indagine interdisciplinare. Tra fisiologia e psicologia, lo stress nel linguaggio corrente è noto soprattutto nella sua accezione negativa, ovvero come il “distress” a livello scientifico, di senso opposto rispetto al concetto di “eustress”, una sorta di eccitazione gioiosa (Selye, 1975). Definibile come una percezione soggettiva di incapacità di gestire la situazione, in quanto questa richiederebbe risorse eccedenti rispetto a quelle di cui ci sentiamo in possesso (Lazarus e Folkman, 1984), il distress ci disorganizza, ci butta a terra, ci lascia incapaci di reagire in modo adattivo. Distress e corpo E’ noto ormai, anche a livello culturale, la modalità con cui il distress consuma il corpo. La ricerca neuroscientifica ha fatto passi importantissimi negli ultimi anni. Pensiamo allo stress acuto: tachicardia, pressione sanguigna alta, ansia, insomma, risposta di allarme che ci carica di adrenalina e mette il corpo in una condizione di “iperarousal”, ovvero di uno stato di attivazione fisico e psicologico abnorme. Se, invece, pensiamo allo stress cronico, ovvero ad una situazione di costante stress che la persona non riesce a gestire, ecco che si viene travolti da risposte ormonali di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) a rilascio costante che abbattono le difese immunitarie, abbassano il tono dell’umore, inducendo sentimenti profondamente avvilenti, come la disperazione e la demoralizzazione (Porcelli, 2009). Stressor Lo stressor è il fattore stressante, la situazione che ci espone ad una condizione di disagio. In letteratura, si parla di eventi psicosociali stressanti, i cosiddetti “life events”, situazioni oggettivamente impegnative che sfidano le persone a reagire. Una buona lista di eventi psicosociali viene esplorata da Paykel et alii (1971) ed include stressors di vario genere, come ad es. lutti di persone care, malattie gravi di persone significative o della persona, matrimoni, relazioni di coppia conflittuali (separazioni, divorzi, tradimenti), difficoltà economiche (licenziamenti, fallimenti, debiti), trasferimenti, gravidanze e aborti, adozioni. Insomma, si tratta di sfide adattive nuove che la persona si trova a fronteggiare con gli strumenti attuali che possiede. Coping Certo, gli eventi psicosociali ci mettono in gioco, ma sono le risposte del soggetto a fare la differenza. Parliamo di coping, ovvero di quelle strategie soggettive che la persona mette in atto per fronteggiare le nuove sfide della propria vita (Taylor, Stanton, 2007). In letteratura vengono solitamente indicate modalità di coping maggiormente funzionali alla situazione o, al contrario, modalità disfunzionali, ovvero che non funzionano, non riducono il distress della persona e/o non l’aiutano ad adattarsi alla nuova condizione. Risorse Le risorse solitamente sono dovunque. Per definire una cornice di lettura di questo utile aiuto, in primis possiamo indicarle come interne ed esterne. Vi sono così caratteristiche personali “forti”, come ad es. il senso di umorismo, la fiducia, la determinazione, la capacità di mentalizzazione, la resilienza, e le risorse esterne, come il sostegno sociale, incluso l’aiuto di familiari, persone significative, professionisti. Insomma, si tratta di fattori che supportano l’adattamento e favoriscono la percezione di benessere. Mentalizzazione La mentalizzazione è un costrutto dotato di uno straordinario potenziale in psicologia clinica e psicoterapia. Sapere cosa proviamo, cosa ci disturba, in poche parole, essere capaci di riflettere sulla nostra esperienza interna ed esterna, è un fattore di protezione trasversale in una serie di situazioni che potrebbero minare il nostro benessere e la nostra salute mentale (Allen e Fonagy, 2006). Essa potenzia il nostro adattamento, media la risposta della persona di fronte agli stressors, modula l’attivazione psicofisica del nostro corpo. In altre parole, la capacità di mentalizzazione può trasformare una situazione aspecifica e generica di disregolazione psicofisica in un aspetto specifico della nostra esperienza suscettibile di essere ristrutturato, risignificato ed, infine, superato. Non si tratta di un costrutto soltanto cognitivo, in quanto le emozioni sono centrali per sua definizione. Tuttavia, esso è anche cognitivo, nel senso che ha la peculiarità “mentalizzante” di dare forma al nostro vissuto emotivo. Certo, la consapevolezza emotiva non è tutto e ci sono, di solito nella vita, molti altri fattori di vario genere in gioco, ma la mentalizzazione, in ogni caso, protegge il corpo e la mente, ponendosi similmente ad un faro che ci guida durante la tempesta. “Nessun problema può resistere all’assalto di una riflessione approfondita”. (Voltaire) Bibliografia Allen J.G., Fonagy P. (2006). La mentalizzazione. Il Mulino: Bologna, 2008. Folkman S., Lazarus R.S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer: New York. Paykel E.S., Prusoff B.A., Uhlenhut E.H. (1971). Scaling of life events. Archives of General Psychiatry,25,340-7. Porcelli P. (2009). Medicina psicosomatica e psicologia clinica. Raffaello Cortina: Milano. Selye H. (1975). Implications of stress concept. New York State Journal of Medicine, 75(12), 2139–2145. Taylor S.E., Stanton A.L. (2007). Coping resources, coping processes, and mental health. Annual Review Clinical Psychology, 3, 377-401.
Invecchiamento: i geni contano meno di quel che pensiamo. Parola di geropsicologo

di Giulia Goldin Fin dalla prima infanzia veniamo esposti a rappresentazioni negative della vecchiaia, che diviene ben presto sinonimo di declino fisico e cognitivo, dipendenza, perdita e infelicità. Famoso è l’aforisma del commediografo romano Terenzio “senectus ipsa est morbus” ovvero “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Ma è veramente così? Come vedremo a breve, l’invecchiamento, in realtà, è un processo altamente eterogeneo e modificabile per cui abbracciare la visione fatalista dominante non sembra essere una scelta saggia. Secondo i ricercatori, infatti, l’invecchiamento dipende per il 30% da fattori genetici e per ben il 70% da fattori ambientali, ovvero stile di vita, relazioni sociali, salubrità dell’ambiente fisico, status socio-economico (Easterbrook, 2014). Questi dati fanno tirare un sospiro di sollievo e riflettere sul potente mezzo della prevenzione e sulla nostra agency. Riserva cognitiva e plasticità cerebrale Per quanto riguarda l’influenza dell’ambiente sulla senescenza, è doveroso introdurre i concetti di riserva cognitiva e plasticità cerebrale, ampiamente trattati dalle Neuroscienze. Con riserva cognitiva (Stern, 2009) si intende quella modalità attiva con cui il cervello è in grado di contrastare un processo patologico. Alti livelli di educazione, occupazione e attività stimolanti praticate nel tempo libero sembrano incidere sulla flessibilità e l’efficacia delle reti neurali, permettendo un ritardo dei segni clinici della demenza nel caso in cui essa si presenti. Un elevato livello di istruzione, se accompagnato da attività cognitive complesse e impegno sociale in tarda età, può comportare una riduzione del rischio di demenza fino al 40% (Valenzuela et al., 2001). Ma come è possibile che le esperienze di vita abbiano un effetto così diretto sul nostro cervello? La spiegazione è data dalla plasticità cerebrale, una proprietà intrinseca del cervello umano che consente di adattarsi alle pressioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e agli eventi di vita attraverso un continuo rimodellamento delle mappe neuro-sinaptiche (Guglielman, 2012). La plasticità cerebrale accompagna l’intero arco di vita e agisce anche quando il processo neurodegenerativo è in corso. Lo psicologo dell’invecchiamento Se, come dice la letteratura, l’ambiente incide profondamente sui processi di invecchiamento allora risulta lampante la necessità della figura dello psicologo che, in veste di ambiente sociale, può proporre alla popolazione anziana interventi di vario tipo, sfruttando le proprietà della plasticità cerebrale. Il “Piano d’azione globale di salute pubblica in risposta alla demenza”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2017), riconosce l’importanza della figura dello psicologo nel sensibilizzare la comunità sui disturbi neurocognitivi e nel promuovere interventi di supporto ai caregiver. L’American Psychological Association (APA), inoltre, ha pubblicato nel 2003, con una revisione nel 2014, le “Linee guida per la pratica psicologica con gli anziani” e riconosciuto nel 2010 la figura del geropsicologo. Nel contesto italiano l’inquadramento di tale figura varia da regione e regione, infatti in alcune di esse lo psicologo non rientra negli standard di personale previsti per le strutture per anziani. Nonostante ciò, gli psicologi interessati all’area invecchiamento possono fare affidamento alle preziose linee guida pubblicate nel 2013 dall’Ordine degli Psicologi del Veneto “Ruolo e attività dello psicologo nell’area anziani”. Esse delineano sei possibili aree di intervento psicologico: residenzialità e semiresidenzialità, area ospedaliera, area domiciliare, università e centri di ricerca, terzo settore e comunità locale. Un esempio di intervento: la stimolazione cognitiva Un esempio di intervento rivolto a pazienti con demenza di grado lieve-moderato è la stimolazione cognitiva. Essa, tramite il coinvolgimento dell’anziano in attività di gruppo e discussione che favoriscono la socializzazione, sembra rallentare il decorso della malattia e avere effetti significativi sul funzionamento cognitivo globale, la qualità di vita e il linguaggio (Clare & Woods, 2004; Lobbia et al., 2018). Dunque, tramite la creazione di un ambiente arricchito questo intervento favorisce la neuroplasticità, potenziando i meccanismi compensativi adottati dal cervello a fronte dei cambiamenti funzionali tipici del normale invecchiamento (vedi Modello PASA, Davis et al., 2008; Modello HAROLD, Cabeza et al., 2002). Bibliografia American Psychological Association. (2014). Guidelines for psychological practice with older adults. The American Psychologist, 69(1), 34. Cabeza, R., Anderson, N. D., Locantore, J. K., & McIntosh, A. R. (2002). Aging gracefully: compensatory brain activity in high-performing older adults. Neuroimage, 17(3), 1394-1402. Clare, L., & Woods, R. T. (2004). Cognitive training and cognitive rehabilitation for people with early-stage Alzheimer’s disease: A review. Neuropsychological rehabilitation, 14(4), 385-401. Copes, A., Empolini, M., Garbo, P., Gasparotto, L., & Indiano, A. (2013). Ruoli e attività specialistiche dello psicologo nell’area anziani. Disponibile qui. Davis, S. W., Dennis, N. A., Daselaar, S. M., Fleck, M. S., & Cabeza, R. (2008). Que PASA? The posterior–anterior shift in aging. Cerebral cortex, 18(5), 1201-1209. Easterbrook, G. (2014). What happens when we all live to 100?. The Atlantic, 314(3), 61-72. Guglielman, E. (2012). The ageing brain: Neuroplasticity and lifelong learning. eLearning Papers, 29, 1-7. Lobbia, A., Carbone, E., Faggian, S., Gardini, S., Piras, F., Spector, A., & Borella, E. (2018). The efficacy of cognitive stimulation therapy (CST) for people with mild-to-moderate dementia. European Psychologist. Stern Y., Dietz A., (1994). The Value Basis of environmental concern. Journal of Social Issues, 50. 65-84 Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47. 2015-2028 Valenzuela M., Brayne C., Sachdev P., Wilcock G., Matthews F. (2001). Cognitive lifestyle and long-term risk of dementia and survival after diagnosis in a multicenter population-based cohort. Medical Research Council Cognitive Function, 53-62
Emozioni “di base”

di Umberto Maria Cianciolo Il termine “emozione” deriva dal verbo latino “emovère”, composto dalla preposizione “ex” (“fuori”) e dal verbo “movere” (“muovere”), che letteralmente significa “portare fuori”, “smuovere”, ed in senso lato “scuotere”, “agitare”. Sul dizionario “Treccani” è possibile leggere la seguente definizione: “Impressione viva, turbamento, eccitazione. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici”. Dallo stesso dizionario si rintraccia un’origine francese del termine, dal verbo “èmouvoir”, ovvero “mettere in movimento”. I riferimenti etimologici, nonché le definizioni citate, ci conducono a pensare l’emozione come ad un qualcosa in movimento, che si “muove da”, che si sposta, che viaggia, che si genera e sviluppa in un percorso “da-a”. Dunque, è possibile affermare che l’emozione attivi una risposta fisiologica e che sia una reazione ad uno stimolo, un comportamento di risposta. La risposta fisiologica agli stimoli esterni, può predisporre, ad esempio, all’azione, alla fuga, all’attacco, in base all’elaborazione dello stimolo, sia essa cosciente/consapevole che automatica/inconsapevole: potremmo così rilevare una possibile accelerazione del battito cardiaco, una contrazione muscolare, un indebolimento, un tremore, una contrazione del respiro. Tutto ciò ci ha permesso di sopravvivere e di conservare la specie, come già affermato e teorizzato da Darwin. Questi, inoltre, coerentemente con i propri studi, si interrogava sull’origine innata o appresa dei movimenti dei muscoli facciali che rendono “visibile” un’emozione (Darwin, 1872; Ekman, 1973). È dallo spunto teorico del padre della “Teoria dell’Evoluzione” che Paul Ekman si interroga sull’esistenza delle emozioni cosiddette “di base”, sulla possibilità che queste siano innate e dunque egualmente osservabili e rilevabili in ogni essere umano, e che siano differenziabili da quelle cosiddette “secondarie”, frutto di apprendimento e di interazione sociale. Ekman è uno psicologo statunitense, pioniere della ricerca sull’espressività facciale delle emozioni. Come da lui riportato in “Basic Emotion”, terzo capitolo all’interno dell’opera “Handbook of cognition and emotion” (Dalgleish e Power, 1999), la sua ricerca sugli eventi interpersonali prototipici prese le mosse dalle scoperte di Boucher e Brant, i quali, nel 1970 (la ricerca fu poi pubblicata in un tempo successivo, nel 1981), trovarono molti elementi in comune esaminando anche culture non occidentali. Secondo gli autori, esistono eventi prototipici universali scatenanti determinate reazioni emotive: ad esempio, constatarono che la perdita di una persona significativa fosse causa di tristezza in molte delle culture prese in esame e che ciò che differiva tra le diverse culture fosse l’oggetto, in senso dinamico, investito emotivamente e affettivamente (Boucher e Brant, 1983). Ekman sostiene con fermezza l’importanza cruciale dell’espressività emotiva, soprattutto nello sviluppo e regolazione delle relazioni interpersonali. Difatti, una sua ricerca, che ha coinvolto persone affette da paralisi facciale congenita (sindrome di Mobius), ha dimostrato come queste persone avessero seri problemi nello sviluppo e mantenimento di relazioni, anche casuali, proprio per l’incapacità di espressività facciale (Ekman, 1999). Quindi è possibile affermare che vi sono delle caratteristiche attraverso le quali distinguere un’emozione da un’altra e attraverso le quali individuare le “emozioni di base” e distinguerle da un qualsiasi altro fenomeno di natura affettiva (Ekman, 1999; Ekman, 2003; Ekman e Cordaro, 2011): Una reazione fisiologica distintiva; Una valutazione automatica (appraisal) influenzata dalle esperienze ontogenetiche e filogenetiche; Aspetti comuni negli eventi che suscitano una tale emozione; Aspetti distintivi a livello evolutivo; Presenza in altri primati; Rapida insorgenza; Breve durata; Reazione visibile; Pensiero distintivo, ricordi e immagini; Esperienza soggettiva distintiva; Periodo refrattario dove si filtrano le informazioni disponibili per cosa supporta l’emozione; Obiettivo; Rappresentazione dell’emozione in modo costruttivo o distruttivo. Secondo Ekman, l’individuare l’esistenza di emozioni di base non respinge, non nega, l’esistenza di una varietà dei fenomeni connotati affettivamente; al contrario, egli ritiene che sono proprio queste emozioni ad organizzare e determinare tali fenomeni. In tal senso, ogni emozione è considerabile “di base”, cioè necessaria e indispensabile alla vita emotiva-affettiva degli individui. L’aggettivo “di base”, dunque, è usato da Ekman per distinguere tutte le emozioni discrete, cioè distinguibili l’una dall’altra e la cui esistenza è provata dalla fisiologia facciale, vocale, automatica e dallo studio degli eventi che precedono l’una o l’altra emozione (Ekman e Cordaro, 2011). L’origine di queste emozioni è stata teorizzata rispetto a processi sia filogenetici (vedi Darwin), ovvero rispetto al progresso evolutivo, alla necessità di adattamento biologico che ci ha consentito di “reagire ai compiti fondamentali della vita” e che ci ha spinto “in una direzione che, nel corso della nostra evoluzione, ha condotto a migliori soluzioni in circostanze ricorrenti e rilevanti per i nostri obiettivi” (Ekman e Cordaro, 2011, p. 364), che ontogenetici (Parkinson, 1996), ovvero socialmente costruiti e universalmente condivisi; in quest’ultimo caso sono le nostre esperienze condivise come esseri umani a generare esperienze emotive condivise. Esistono prove dell’esistenza delle seguenti sette emozioni “di base” (Ekman e Cordaro, 2011): Rabbia: risposta all’interferenza con il nostro perseguimento di un obiettivo a cui teniamo; risposta che può essere elicitata da qualcuno che tenta di farci del male (fisicamente o psicologicamente) o da una persona a cui teniamo. “Oltre a rimuovere l’ostacolo o fermare il danno, la rabbia spesso comporta il desiderio di ferire il bersaglio” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Paura: risposta alla minaccia di danno, fisico o psicologico. La paura può innescare la rabbia o attivare comportamenti di freezing o fuga; Sorpresa: risposta ad un evento improvviso e inaspettato; è l’emozione più breve; Tristezza: risposta alla perdita di un oggetto o persona a cui si è molto legati; Disgusto: respingere qualcosa dalla vista, dall’olfatto o dal gusto; può essere causato anche da persone le cui azioni sono disgustose o da idee offensive; Disprezzo: “sentirsi moralmente superiori ad un’altra persona” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Felicità: sensazione di goduria ricercata dalla persona. Come è possibile, quindi, riconoscere un’emozione “di base”? Come già accennato, secondo Ekman, quando siamo in preda ad un’emozione avvengono molti cambiamenti a nostra insaputa, o comunque di cui non siamo immediatamente consapevoli: i segnali emotivi che si possono evincere dai movimenti della muscolatura facciale o dalla voce, azioni apprese e pre-impostate,