DISTURBI SESSUALI: L’EFFICACIA DI UN APPROCCIO INTEGRATO

di Elena Busso E’ sempre più diffusa nella pratica clinica di chi si occupa di sessualità e di disturbi sessuali nello specifico, la necessità di avere una visione ed un approccio sistemico multidisciplinare. Molto spesso abbiamo di fronte non solo un paziente o una coppia che ci riporta  una problematica specifica ma in molte altre occasioni regna confusione e smarrimento, oltre alla narrazione di un viaggio fra specialisti che ha portato con sé spesso frustrazione e portafoglio più leggero. Grazie alla mia pratica clinica e all’ascolto dei pazienti ho imparato quanto sia necessario, soprattutto in un primo momento di anamnesi e consulenza, avere una visione a 360 gradi che includa corpo e mente per poter capire in maniera approfondita e completa l’eziologia del disturbo o della difficoltà riportata e poter proseguire con l’invio o il trattamento adeguato. Da tutto questo è nato il progetto di rendere fruibile un argomento così complesso ed articolato sia alla popolazione sia ai professionisti non sessuologi ma che quotidianamente si occupano di tematiche inerenti la sessualità e i disturbi sessuali. La chiave è stata associare alla scrittura un approccio umoristico per poter rendere più fruibileun argomento ancora a tratti tabù e fonte di imbarazzo. Nel libro oltre alle definizioni tratte dal DSM – 5 di ogni singolo disturbo, sono state inserite alcune fra le maggiori ipotesi eziologiche ed una panoramica di quelle che ad oggi possono essere le terapie e i trattamenti che singolarmente o svolte in parallelo, possono essere efficaci nel miglioramento o nella risoluzione delle problematiche riportate.  Inoltre la descrizione di alcuni casi clinici permette di rendere immediato quanto descritto precedentemente. E’ fondamentale nella patogenesi dei disturbi sessuali prendere in considerazioni le varie ipotesi eziologiche quali i fattori individuali legati al funzionamento del singolo, fattori relazionali della coppia, fattori riguardanti il funzionamento del/della partner, senza dimenticare i fattori medici (quali ad es. malattie di origine neurologica, malattie endocrine o vascolari) e quelli culturali/educativi. In una accurata consulenza, la psicoeducazione spesso ha un valore prezioso nel dare significato al sintomo e nello scardinare i meccanismi alla base che ne permettono il mantenimento. Fra i vari trattamenti è importante considerare la sinergia fra il corpo e la mente; spesso infatti affiancare ad una psicoterapia individuale anche un trattamento corporeo quale la riabilitazione del pavimento pelvico, la riflessologia o l’osteopatia, possono essere efficaci per lavorare ad esempio sul trattamento del nervo pudendo (la nevralgia del pudendo è una sindrome caratterizzata da dolore pelvico cronico che può colpire entrambi i sessi) e che come si può immaginare, può avere ripercussioni sul disturbo del dolore genito pelvico e della penetrazione. In maniera più trasversale si può lavorare anche su altri disturbi dove intervenire sul sistema endocrino e neuroriflesso attraverso l’approccio corporeo, può portare a dei benefici.  La scrittura a quattro mani del testo insieme ad un collega psicoteapeuta vignettista, ha avuto lo scopo di rendere l’argomento della sessualtà e dei disturbi sessuali, ancora a volte oggetto di vergogna e tabù, più fruibile e leggero ma di immediata comprensione e lettura. Mi piace immaginare che tutto ciò sia solo l’inizio di un percorso formativo e di crescita per tutti noi, dove non ci si ferma ai manuali teorici (seppur preziosi e fondamentali), ma attraverso l’ascolto del paziente ed il confronto con le altre figure professionali si possa percorcorrere una strada, la strada maggiormente efficace per poter rispondere nella maniera più completa ed attenta alle richieste e alle sofferenze delle persone che abbiamo davanti.

Mind Blinding, Empatia e Autismo.

di Ilenia Gregorio Il “Mind blinding” è l’incapacità di comprendere lo stato mentale altrui. Ma qual è il fattore che porta a tale difficoltà nei soggetti affetti di autismo? Inizialmente si pensava che il problema principale fosse una inabilità del soggetto autistico di sviluppare la Teoria della Mente, ovvero la capacità di comprendere da un lato lo stato cognitivo (cosa sta pensando), e dall’altro lo stato affettivo (cosa sta provando) di una persona con cui si vuole interagire. Queste due componenti ci permettono di rapportarci adeguatamente con gli altri e con il mondo circostante. I soggetti con autismo, però, non riescono ad interpretare le informazioni sociali e da ciò deriva l’incapacità di riuscire a comprendere gli stati mentali dei pari: aspetto che viene definito “Mind blinding” e che comporta, come conseguenza, serie difficoltà relazionali. Successivamente la ricerca ha esteso il concetto della Teoria della Mente (definita anche come empatia cognitiva) alla capacità di empatizzazione (o empatia affettiva), ovvero la capacità di riconoscere lo stato mentale altrui e avere una reazione emotiva appropriata ai sentimenti dell’altro. Si è visto infatti che bassi livelli di capacità empatiche negli autistici sono i responsabili delle loro difficoltà a livello relazionale. Un dibattito che ha portato alla formulazione del “double-empathy problem” (Milton et al., 2022 ) ovvero l’assunto che ci sia una bidirezionalità nella non-comprensione di aspetti sociali tra soggetti autistici e soggetti normotipici. Il problema potrebbe riflettere il fatto che non riuscendo a comprendersi l’uno con l’altro finiscano per escludersi a vicenda. Il soggetto autistico così rimarrà sempre più isolato, e non gli sarà concesso di condividere e imparare i comportamenti dei normotipici. Il “double-empathy problem” inoltre sottolinea il fatto che soggetti autistici e normotipici hanno degli stili comunicativi differenti e per questo motivo non riescono a comprendersi vicendevolmente. Quindi l’errore non risiede solo nella persona autistica, perché semplicemente questa ha delle regole differenti, e personali, per codificare ciò che vede (e ciò che non vede) che però non corrispondono alle le regole che generalmente ognuno di noi utilizza per far fronte al mondo sociale. È come se la persona autistica riconoscesse e riuscisse a stare dentro il mondo autistico che però non è conforme al mondo normotipico. Lo stesso ragionamento viene fatto per un soggetto normotipico, che ha delle regole che non gli permettono di riconoscere ciò che si cela dietro il mondo dello spettro autistico (Mitchell et al., 2021). Ad ogni modo, dire che un soggetto autistico “manca di empatia” non è totalmente esatto; l’empatia autistica non è quindi una contraddizione. “Nella ricerca [scientifica] non c’è una definizione standard e concordata di empatia”.  Nonostante i grandi passi in avanti fatti nella conoscenza dei disturbi dello spettro autistico, sia da parte della comunità scientifica che nella consapevolezza del grande pubblico e dei professionisti sanitari, ci sono alcune etichette e semplificazioni che faticano a scollarsi. Ad accomunarle, la tendenza a trattare le diversità come deficit e raramente come differenze, concentrando su questo l’intera narrazione. Tra queste diversità campeggia proprio l’empatia e la convinzione ancora radicata in molti, che chi è nello spettro ne sia privo, incapace di mettersi nei panni del prossimo, di comprenderne stati d’animo, emozioni, sensazioni e di comportarsi di conseguenza. Ci troviamo sicuramente di fronte ad un approccio spesso de-umanizzante ma che si fatica ad abbandonare, nonostante negli ultimi anni sia stato frequentemente messo in discussione, anche perché pone sotto lo stesso “ombrello” tutte le persone autistiche senza tener conto della grande diversità che appunto caratterizza uno spettro. Oggi sappiamo che, così come per le persone neurotipiche, non vi sono due autistici uguali tra loro. Per capire meglio il concetto di empatia, è utile dividerla in tre stadi o momenti differenti: 1.  Il primo riguarda la capacità di notare che una persona sta provando qualcosa 2.il secondo si riferisce al saper identificare di cosa si tratta 3. il terzo riguarda l’idoneità a “reagire” in un modo considerato opportuno. Per gli standard neurotipici, questo significa provare gli stessi sentimenti, immedesimarsi, condividere sensazioni e farlo in un modo che sia adeguato ed evidente all’altra persona. Notare gli indizi sociali tipici nel comportamento o su un volto può essere a volte complicato per un autistico/a, di qualunque età, dunque già al primo punto incontriamo qualcosa sul quale soffermarsi. Seguito, al punto due, da una difficoltà che accomuna molte persone nello spettro: riconoscere e identificare le emozioni altrui (ma anche le proprie). “Quella risata è felice o è, sarcastica? Sta piangendo per la tristezza o per la gioia”? A questo punto, resta “solo” da manifestare una reazione adeguata. Ma le risposte ai segnali emotivi altrui sono pesantemente dettate da norme e aspettative sociali, definite per necessità dalla maggioranza non autistica. Ed ecco un altro punto per il quale gli autistici potrebbero dall’esterno sembrare poco empatici quando in realtà, semplicemente, nella loro reazione non seguono lo stesso ‘copione’ di una persona neurotipica. Ragionando in questi termini, già il cosiddetto deficit di empatia diventa semplicemente un modo diverso di comprendere, interpretare e reagire all’esperienza e al sentire del prossimo. Bisogna quindi, ripensare l’empatia. C’è ancora molto da fare per valutare la bidirezionalità dell’empatia, ma gli studi che mostrano le difficoltà dei neurotipici nell’attribuire stati mentali agli autistici sono già un cambiamento di paradigma positivo. Ed è proprio sulla Bidirezionalità che dobbiamo soffermarci: e se si trattasse, per l’appunto, di un problema di comprensione tra persone che vivono il mondo che le circonda in modo diverso, una difficoltà che rende l’empatia – così come la comunicazione – difficile da parte di un neurotipico verso un autistico esattamente come da parte di un autistico verso un neurotipico? Questo aspetto, come anticipato in diversi studi e all’inizio di questo articolo, è già emerso: per una persona neurotipica, comprendere gli stati mentali di una autistica e leggerne le emozioni non è banale e si parla nello specifico di mind blindness (o mind blinding). Lo stesso Damian Milton, autore di numerosi studi in merito, oltre ad avere un punto di vista dall’interno, in quanto autistico, è noto nell’ambiente per il suo

EPOCA DELL’INFORMAZIONE E ALIENAZIONE

di Ioannoni Raffaele “Sono triste, sono annoiato Sono sdraiato sul divano… Potrei uscire di casa ed incontrare qualcuno!  Potrei uscire di casa ed iniziare uno sport! Si ma… non ho voglia… meglio vedere un’altra serie su Netflix o giocare ai videogiochi. E poi Chiara Ferragni ha postato una nuova storia su Instagram! Anche oggi starò a casa sul divano, il mondo può aspettare ancora un altro po’…” I sociologi hanno chiamato il periodo storico in cui viviamo, “l’epoca dell’informazione”.  La nascita e lo sviluppo di internet, l’invenzione degli smartphone e dei social network hanno dato a noi, cittadini del XXI secolo, la possibilità di accedere ad un numero potenzialmente infinito di informazioni sia in forma scritta che video.  Con un solo click possiamo vedere un filmato o inviare un messaggio ad una persona che vive letteralmente dall’altra parte del mondo e la solitudine sembra ormai solo un miraggio. Tutti siamo connessi e raggiungibili ovunque e da chiunque: basta avviare una chiamata su Whatsapp per sentirsi nella stessa stanza anche se si è separati da centinaia o addirittura migliaia di chilometri.  E la solitudine sembra ormai solo un lontano miraggio. TECNOLOGIA: GIOVANI, DIPENDENZE E DEPRESSIONE; ALCUNI DATI. La tecnologia sembra andare in questa direzione: basti pensare che Meta, la famosa azienda di Zuckerberg, sta investendo miliardi di dollari in un progetto chiamato Metaverso, uno spazio virtuale in cui ogni cosa sarà alla portata di tutti. Oggetti, luoghi e persone saranno solo ad un click di distanza, e tutti saranno presenti in un unico ed infinito spazio virtuale. L’unico bisogno? Avere una connessione internet ed un dispositivo informatico abbastanza potente.  Eppure, la situazione sociale attuale non appare così rosea…E la pandemia che tutti noi abbiamo vissuto, ha lasciato una profonda cicatrice nelle nostre vite.  La società italiana di psichiatria ha affermato che: “Dopo la pandemia i sintomi depressivi nella popolazione generale sono quintuplicati e oggi si stima che li manifesti circa una persona su tre, tanto che si ipotizzano fino a 150 mila casi di depressione maggiore in più rispetto all’atteso […] Depressione e ansia sono cresciute rispettivamente del 28 e 26% rispetto al periodo pre-Covid a dimostrazione di come la pandemia sia stata sicuramente un acceleratore per lo sviluppo di queste problematiche.”  E sono le nuove generazioni che stanno pagando il prezzo più alto: il ritiro sociale, la solitudine, l’ansia e la malinconia avanzano sempre di più. Pensiamo alle nuove formazioni sintomatiche, come la sindrome hikikomori o la dipendenza da internet; pensiamo alla continua esposizione e comparazione a modelli ideali irraggiungibili e fittizi che portano ad un continuo svilimento di sé e della propria immagine allo specchio: “L’isolamento e la rottura con il mondo reale e la società nelle sue più diverse componenti hanno contribuito all’aumento delle dipendenze da sostanze ma, soprattutto, da tecnologia: oggi si stimano almeno 700 mila adolescenti dipendenti da web, social e videogiochi. Altri ancora sono vittime di ansia e depressione, anche queste in costante aumento”. Questi dati sono paradossali: il mondo è più connesso eppure le persone più isolate; si può parlare con chiunque ma non si esce di casa; potenzialmente si può essere ovunque eppure non si è da nessuna parte. CONLCUSIONE La rivoluzione tecnologica ha indubbiamente portato moltissimi benefici e facilitazioni apportando innumerevoli cambiamenti al nostro tessuto sociale. Forse, però, ci sta investendo in un modo che difficilmente si sarebbe potuto immaginare: l’impennata di sintomatologie legate all’ansia, al ritiro sociale e alla depressione potrebbero essere un effetto di questa rivoluzione. Inoltre, la continua esposizione a modelli estetici ed etico-normativi irraggiungibili può portare noi tutti, giovani compresi, a sviluppare quello che Donald Winnicott, famoso psicoanalista inglese del XX secolo, ha chiamato falso sé, ovvero un’identità fittizia. Il falso sé mina lo sviluppo di una personalità integra ed allontana l’individuo dai suoi desideri più intimi e dalla possibilità di vivere un’esistenza autentica.  E senza autenticità si perde il senso del proprio vivere e si smarrisce la direzione del proprio cammino.  Tuttavia, un saggio diceva: “per ritrovarsi, alle volte, è necessario perdersi”. E tu cosa ne pensi? Un caloroso saluto dal vostro Raffaele. Sitografia https://www.rmipsicologo.it/ https://www.rainews.it/articoli/2023/10/malattie-mentali-gli-psichiatri-la-pandemia-del-futuro-boom-di-diagnosi

FILOFOBIA: la paura di amare

di Ferrara Rossana Le fobie invadono le nostre vite come il vento in autunno ed ognuno di noi, nel corso della sua esistenza, si ritrova a viverne almeno una. Ma il discorso in merito alla filofobia è qualcosa di diverso, qualcosa che si conosce non molto… Filofobia è un termine che deriva dal greco, composto da “φιλος” che vuol dire “amore” oltre che da “φοβία”, cioè “paura”. Una fobia è una paura marcata e sproporzionata nei confronti di un elemento specifico e, nel caso della filofobia, questa paura persistente, anomala ed ingiustificata è riferita all’innamorarsi o, più in generale, all’attaccamento emotivo. Non è soltanto paura di amare, ma anche paura di essere amati. La filofobia rientra nellacategoria delle fobie specifiche che, secondo il DSM V (APA, 2013), sono caratterizzate dai seguenti criteri diagnostici: Paura e/o ansia marcate verso oggetti o situazioni specifici; La situazione e l’oggetto fobici causano quasi sempre un senso di paura e/o ansia; Gli oggetti o situazioni fobici sono evitati oppure sopportati con grandi difficoltà; La paura e l’ansia provate sono sproporzionate rispetto al reale pericolo determinatodall’oggetto e situazione specifici; Per la diagnosi è necessario che i sintomi siano presenti per almeno sei mesi; I sintomi causano disagio clinicamente significativo o caldo del funzionamento personale,sociale e lavorativo.Per la diagnosi di fobia specifica, è indispensabile che la condizione non sia giustificata da altri disturbi mentali, come psicotici, disturbo ossessivo-compulsivo o altri disturbi d’ansia.Come si presenta nella quotidianità?Innanzitutto, l’amore può fare paura? Capiamo bene di cosa si tratta…Già l’amore, di per sé, è complicato ed è difficile che due persone che si sono trovate, nel momento in cui si dichiarano, intendano entrambe la stessa cosa per “amore”. È complesso parlarne, esprimersi in merito, viverlo e condividerlo con qualcun altro. L’amore è complicato e, in qualità di tale, può far paura ed essere difficilmente gestibile. È un sentimento piacevole ma pieno di contraddizioni… “Odi et amo”, proprio come diceva Catullo, “Ti odio e ti amo”. Nel momento in cui una persona che ha paura di amare si rende conto di cominciare a sentire qualcosa nei confronti del compagno/a che sta frequentando o, quantomeno, comprende di iniziare a provare qualcosa per l’altro, di stare per affezionarsi, inevitabilmente prende le distanze rompendo ogni forma di contatto e lasciando chi è dalla parte opposta senza parola alcuna. Di colpo niente messaggi, chiamate ed incontri, niente di niente fino a cadere nel dimenticatoio dell’oblio. Coloro che possono essere definiti come filofobici sono la quasi totalità delle persone prive di capacità di sviluppare una qualche forma di attaccamento affettivo e che diventano ipersensibili alle proprie reazioni nel mondo delle emozioni. Anche se questa paura può apparire priva di giustificazione e irrazionale, è opportuno ricordare che una reazione emotiva ha sempre un motivo alla base che le permette di esistere. Pur se il pensiero sottostante può apparire come un qualcosa che gli altri non capirebbero ha sempre una logica tutta propria. Dato che l’amore è un sentimento astratto, lo si può evitare in modi diversi a differenza di quando si ha paura di qualcosa di concreto. Immaginiamo di essere claustrofobici…una cosa è certa: l’ascensore non fa per noi e la scelta di prendere le scale sembra essere ormai una garanzia. Nel caso dell’amore questa cosa non si può fare e si cerca una soluzione come interrompere una relazione in cui ci si scopre innamorati, scegliere relazioni non impegnative e durature per evitare di inciampare nell’innamoramento, altri decidono di mandare avanti relazioni che non li soddisfano a pieno per non ritrovarsi ad un momento di confronto con la persona amata, mentre altre persone ancora optano per un’ulteriore scelta, ossia quella di evitare una relazione dedicandosi completamente ad altro. Da dove nasce questa paura? Come qualcuno potrebbe intuitivamente pensare, si tratta di una paura che ha origine nella storiapersonale, riferita ad uno degli incubi peggiori come quello del terrore di poter essere un giornoabbandonati e spaventati, oltre che feriti amaramente, dalle persone che invece avrebbero dovutoamarci e proteggerci. Tutto questo ha come conseguenza la manifestazione di comportamenticontrastanti ed ambivalenti: nonostante la paura, contemporaneamente,si attiva la ricerca di vicinanzadi una figura di riferimento che possa, in qualche modo, proteggerli.Come si riconosce e cosa fare?Riconoscere questa paura non è facile in quanto può mascherarsi dietro mille “giustificazioni” qualiad esempio malessere, disinteresse per le relazioni serie, difficoltà pratiche e logistiche, stanchezza,periodi difficili, ecc. Riconoscere di avere un problema può essere il primo passo per cominciarne larisoluzione. Chiedere aiuto è il primo step per iniziare ad affrontare la paura d’amore poiché attraversola psicoterapia si sperimenta una relazione alla cui base c’è la fiducia e la possibilità di affidarsi;capire l’origine delle ferite e imparare a risanarle può permetterci di riscoprire quanto può esserepositivo per vivere meglio aprirsi alle relazioni affettive, concedendosi il lusso di rischiare di esserefelici, visto che l’amore ci rende vulnerabili. La filofobia ha una cura e vincere la paura è totalmentepossibile potendo così vivere serenamente le relazioni. Bibliografia American Psychiatric Association (2013), Manuale diagnostico e statistico dei disturbi Mentali,Quinta edizione (DSM-5), trad. it. Raffaello Cortina, Milano 2014Nardone Giorgio, Psicotrappole ovvero le sofferenze che ci costruiamo da soli: imparare ariconoscerle e a combatterle, Ponte delle Grazie, 2018.Tavormina, R.Why are we afraid to love. Psychiatria Danubina, 26(1), 178-183. Veneruso, D.(2019). Philophobia e philoterapia: Paura di amare. FrancoAngeli, 2014

Cultura dell’Adozione

di Barbara Barbieri Parlare di adozione non è mai semplice.Ci sono esperienze meravigliose e adozioni non riuscite che fanno soffrire tutte le parti in causa e riflettere costantemente chi se ne occupa sul come, perché, quando è utile adottare. Vediamo qui i principi cardine imprescindibili su cui si basa l’adozione.La convenzione dell’Aia (29 maggio 1993) è un regolamento accettato liberamente dagli Stati firmatari con lo scopo di vincolare gli Stati aderenti al rispetto degli stessi principi e delle stesse procedure in materia di adozione.Principi su cui si fonda:1) Criterio di sussidiarietà:Consiste nel riconoscimento del diritto del minore a vivere e crescere prima di tutto all’interno della famiglia di origine.Da cui ne consegue che chi si occupa di adozione procede come segue: Il primo impegno è di consentire alla famiglia di origine di tenere con sé il figlio che ha generato, quindi ci si adopera, se possibile, affinché il bambino resti nella sua famiglia; anche allargata dando il sostegno necessario,psicologico, sociale o economico, e/o a promuovere l’affido temporaneo cercando parallelamente di risolvere eventuali situazioni precarie, ecc. Se non è possibile lasciarlo nella sua famiglia, si cerca di non sradicarlo culturalmente: adozione nazionale. Se anche questa possibilità viene meno si procede all’adozione internazionale come ultima risorsa per garantire al bambino il diritto di avere una famiglia.2) Riconoscimento che l’interesse prevalente in ogni ipotesi di adozione internazionale è quello del minore. Chiunque si occupi di adozione ha il dovere di operare partendo dalle attese del minore e si deve sempre porre come suo intermediario, suo interprete e suo scudo. Questo è valido per tutti gli operatori: psicologi, assistenti sociali, tribunali, enti autorizzati e a maggior ragione per i futuri genitori. Non significa sottovalutare le problematiche della coppia. Spesso chi adotta, lo fa partendo da una sua storia personale con ben precisi motivazioni ed ha il diritto di essere trattato con il massimo rispetto. Significa ricordare che non vi è alcun diritto per la coppia nell’adozione, il diritto è del minore di avere una famiglia che lo aiuti a crescere. La profonda differenza sta nel fatto che il genitore fa una scelta matura e consapevole, anche se con precise motivazioni alla base, il bambino subisce l’abbandono ed ha sempre un’età che non gli permette di comprendere a fondo le ragioni della sua realtà. L’interesse della famiglia viene preso in considerazione se e quando coincide con l’interesse primario del bambino. Ai genitori è richiesta disponibilità e compatibilità. Adottare significa per una coppia dare un’offerta di disponibilità da utilizzarsi nel momento in cui ci sarà un bambino che ne ha bisogno, tale disponibilità viene maturata e appieno attraverso il percorso dei coniugi con i servizi sociali, che vi portano ad affrontare e superare le loro eventuali problematiche individuali o di coppia e a fornirgli una qualità diversa dell’essere genitore.L’adozione, infatti, presuppone un’educazione della coppia alla genitorialità attraverso un percorso di consapevolezza che fornisca gli strumenti adeguati per capire il bambino e per rispondere alle sue necessità di salute fisica, ma soprattutto psicologica. La compatibilità è maturata, invece, attraverso il percorso con gli enti autorizzati che focalizzano l’attenzione sull’incontro con il bambino e con tutte le variabili legate all’accoglimento di un bambino straniero: burocratiche,culturali eccetera. Accogliere un bambino straniero significa fare proprio anche il suo contesto di origine. Per fare questo è necessario una comprensione profonda dei concetti di uguaglianza di tutti i bambini e di disponibilità affettiva intesa come sensibilità ed apertura tali da offrire la massima garanzia che il minore sarà accettato con la sua personalità, il suo carattere e la sua storia. La maturazione avviene attraverso un percorso cheporta ad uno spazio mentale nella coppia dove il bambino possa portare se stesso con la sua unicità. La competenza psicologica dei genitori adottivi è la base da cui partire per poter pensare di aiutare il bambino a costruire una storia condivisa ed accettabile dell’abbandono, ma anche di riconoscere la sua diversità culturale. A loro è richiesto un percorso in cui avvenga una buona elaborazione delle motivazioni profonde che li muovono a questa scelta, attraverso l’analisi dei vissuti di lutto legati al silenzio del corpo o a qualunque altra causa di dolore, rabbia o frustrazione. Solo una buona elaborazione consente, infatti, di utilizzare la propria storia di coppia in modo creativo e non difensivo cioè utilizzare la storia genitoriale come risorsa per dare un significato alla creazione della famiglia adottiva.L’adozione è anche un fenomeno sociale poiché il bambino e la famiglia, nel senso più allargato, dovranno confrontarsi con l’inserimento nel contesto sociale, culturale e scolastico. Il percorso non è facile perché è spesso frustrante e doloroso. La dinamica ricorrente è un equilibrio dinamico che vede l’alternanza di una vita familiare piena e ricca di momenti affettivi condivisi, unici e specialissimi dove l’altro è simile a sè (sia esso figlio o genitore), ma ad ogni momento evolutivo è necessario essere pronti a confrontarsi nuovamente con la separazione e la diversità. Si deve essere disponibili ad un cambiamento, individuale, di coppia, di famiglia.Il presupposto logico e giuridico di ogni procedura di adozione è dare una famiglia ad un minore che si trova in una situazione di abbandono non provocato e non sanabile, il risultato finale è la creazione di una famiglia che mette insieme le risorse dei genitori e del bambino con l’intento di darsi affetto reciproco.

Le scelte efficaci: la motivazione

di Alberta Casella Ogni giorno affrontiamo scelte del quotidiano che condizionano, poi, il procedere della vita. Pensiamo a scelte semplici come, ad esempio, cosa fare nel tempo libero, quale amico contattare per chiacchierare un po’, cosa acquistare e come vestirsi.  Pensiamo poi anche a scelte complesse, il lavoro, la famiglia, la casa. Una persona che si definisce “razionale” compie tali scelte in base ad elementi che fanno propendere in positivo o negativo.  La questione così posta sembra risolta ma appare semplicistica.  In essa non è considerato tutto il mondo interno della persona, composto di emozioni, sentimenti e desideri.  La parte razionale della nostra scelta viene definita motivo, mentre il mondo interno che sottende e muove e condiziona la scelta viene definito motivazione.  La motivazione va distinta in intrinseca ed estrinseca: la motivazione estrinseca è fornita dall’esterno alla persona, è il volere di un altro soggetto che riesce ad influenzare la nostra scelta. La motivazione intrinseca è il nostro volere puro da condizionamenti, è il nostro reale desiderio. Le motivazioni estrinseche possono e devono essere comprese come intrinseche. Troppo spesso, tuttavia, la motivazione intrinseca è sottesa alla scelta ovvero muove sotto la superficie ma non è chiara alla persona che sceglie.  Quando le nostre motivazioni riescono ad essere ascoltate chiaramente e soddisfatte, ci guidano in scelte che ci generano un senso di appagamento e benessere; di contro, quando non valutiamo, non consideriamo o, addirittura, escludiamo volontariamente i nostri desideri e aspettative si crea una frattura idiosincratica che, al minimo, genera malessere ma può causare stati più gravi di patologie e sofferenza.  Può accadere, ad esempio, che una persona pianifichi la sua scelta e per ragioni impreviste non la realizzi. Pensiamo il caso di una persona che sceglie un lavoro lontano da casa considerando razionalmente il buon compenso economico: può accadere che non si presenti il primo giorno di lavoro e perda la posizione offerta per via di uno stato di malessere psicologico o fisico che gli impedisce di proseguire nella scelta presa.  L’errore di costui è non aver considerato il desiderio di non allontanarsi, ad esempio, da casa e dalla famiglia e non aver valutato, quindi, la motivazione intrinseca nella scelta compiuta. Tali stati di malessere protratti nel tempo e ricorrenti assumono anche diagnosi di disturbo psicosomatico ovvero un malessere psicologico che si riflette in un sintomo fisico arrivando a compromettere il fluire del quotidiano. Qualora tale condizione diventi ricorrente e/o cronica, è importante rivolgersi a un professionista psicologo che possa aiutare nella comprensione e soluzione della difficoltà.

“SEX EDUCATION” E IL RUOLO DELLA TERAPIA

di Paola Papini La serie televisiva britannica “Sex Education” è essenziale in un mondo che fa fatica a considerare lapluralità identitaria che caratterizza gli adolescenti dell’ultimo ventennio.La serie teen parla di Otis, un ragazzo di 13 anni, dei suoi compagni di scuola e ha come parola d’ordinel’inclusione. La stagione di chiusura, uscita a settembre del 2023, non ha deluso le aspettative. Infatti, èstata in grado di sfatare miti e tabù sul sesso in modo schietto e semplice, ci ha regalato una visione di unascuola progressista che fa attenzione al benessere della persona e dell’ambiente che viviamo e ha dato lapossibilità di riconoscere quelle che sono le tante condizioni in cui viene vissuta la sessualità e l’intimità adun’età tanto critica come l’adolescenza ma anche a chi, invece, questa fase l’ha già superata.“Sex education” non è solo questo, durante le quattro stagioni si parla di dubbi e paure che si affrontanoalle scuole media, bullismo, genitorialità prendendo in considerazione il contesto e un vissuto di cui si caricaogni attore. Le scene vengono scandite dai diversi personaggi che affrontano i vari compiti evolutivirappresentati come delle sfide e che comportano la messa in gioco delle emozioni così come l’emergere dideterminati tratti di personalità. La fase più comune che è stata rappresentata è quella della formazione diidentità, più nello specifico si parla di diffusione dell’identità.Blos sostiene che obiettivo dell’adolescenza sia l’elaborazione delle esperienze da parte di ragazze e ragazziper arrivare ad un’organizzazione stabile dell’Io. Nel raggiungimento di tale obiettivo l’autore sottolinea daun lato lo sviluppo sessuale e la conseguente lotta che l’Io ingaggia per non essere sopraffatto dall’ondatapulsionale ad esso collegata e, dall’altro, introduce, mutuando il concetto dalla Malher (1975) che avevadefinito l’adolescenza il “secondo processo d’individuazione”, l’attivazione da parte dell’adolescente deiprocessi di separazione e individuazione, che lo porteranno alla costituzione del senso d’identità.Centrale nella serie è, inoltre, il ruolo che riveste la terapia. Emblema di quest’ultima è la mamma di OtisMilburne, che diventa dapprima la terapeuta della scuola per poi passare il testimone al figlio e alla suaamica Maeve che si convincono che possono essere terapeuti dei loro stessi compagni organizzandosi in unprimo momento in dei bagni abbandonati per poi ritagliarsi uno spazio all’interno della scuola.La serie sembra voler, da una parte, normalizzare in modo da far sembrare affrontabili, umane, gestibili e,soprattutto, reali quelle che oggi vengono ancora da molti viste come diversità (omogenitorialità,bisessualità, transessualità…). Viene affrontata, in maniera indiretta, la mancanza di personaleadeguatamente formato all’interno delle scuole che siano in grado di affrontare determinati temi. D’altraparte c’è il rischio di ridurre a dei clichè il ruolo del terapeuta, di confondere quest’ultimo come qualcunoche dispensa consigli piuttosto che occuparsi della sofferenza psicologica, dell’empatizzazione con leemozioni degli altri, dell’ascolto dei pensieri, delle paure, delle gioie e delle delusioni attraverso delletecniche acquisite con la formazione e l’esperienza.Il mondo in cui è ambientato “Sex education” è fondamentale per aprire un dialogo ma allo stesso tempopotrebbe risultare eccessivamente utopico e difficilmente comprensibile a chi ancora mostra delleresistenze alla società contemporanea. Bibliografia Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica trad. it., Franco Angeli, Milano, 1980.Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975) La nascita psicologica del bambino trad. it., Boringhieri, Torino,1978.Erik H. Erikson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando editore

“L’Importanza dell’Autostima nella Tua Vita”

di Viviana Loffredo L’autostima è un aspetto fondamentale della nostra salute mentale e del nostro benessere emotivo. Rappresenta il modo in cui ci percepiamo e il valore che attribuiamo a noi stessi. Un’adeguata autostima è essenziale per affrontare le sfide della vita, costruire relazioni sane e realizzare i nostri obiettivi. Cos’è l’autostima? L’autostima è la fiducia e il rispetto che nutriamo per noi stessi. Si basa sulle nostre percezioni e valutazioni personali, influenzate dall’esperienza di vita, dall’educazione, dalle relazioni e dalle realizzazioni personali. Un’alta autostima è spesso associata a un senso di sicurezza, capacità di prendere decisioni consapevoli e affrontare le sfide con resilienza. Importanza dell’autostima: 1. Relazioni Salutari: Un’adeguata autostima è cruciale per costruire relazioni sane. Quando ci amiamo e rispettiamo, siamo più propensi a stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione aperta. 2. Successo Personale: Un’autostima sana è un catalizzatore per il successo personale. Le persone con una buona autostima sono più propense a fissare obiettivi ambiziosi e a lavorare per raggiungerli. 3. Salute Mentale: Una bassa autostima è spesso correlata a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Al contrario, una sana autostima può contribuire a una migliore salute mentale. 4. Resilienza: L’autostima è un fattore chiave nella resilienza. Le persone con una buona autostima affrontano meglio le avversità e si riprendono più rapidamente dalle delusioni. Come sviluppare l’autostima: 1. Autocoscienza: Comincia con l’autocoscienza. Riconosci i tuoi punti di forza e le aree in cui desideri migliorare. 2. Accetta i Fallimenti: Accetta che i fallimenti fanno parte della vita. Impara dalle tue esperienze senza giudicarti duramente. 3. Comunicazione Positiva: Sii gentile con te stesso nella tua conversazione interna. Sostituisci pensieri negativi con affermazioni positive. 4. Imparare a Dire No: Impara a stabilire confini sani e dire “no” quando è necessario. Rispettare i tuoi bisogni è un segno di autostima. 5. Cura di Te Stesso: Fisicamente ed emotivamente. Mangia sano, fai esercizio fisico e dedica del tempo alle tue passioni. 6. Cerca Supporto: Non esitare a cercare il supporto di amici, familiari o professionisti se hai bisogno di aiuto nell’aumentare la tua autostima. L’autostima è un elemento chiave per una vita soddisfacente e appagante. Investire nel tuo sviluppo personale, nella tua autostima e nella tua fiducia in te stesso può fare una differenza significativa nelle tue relazioni, nel tuo successo e nel tuo benessere generale. Ricorda, sei un individuo unico e prezioso, e meritare il rispetto e l’amore, in primo luogo da te stesso.

Uomini Altamente Sensibili

di Federico Rossi Cosa significa essere un (vero) uomo?In fondo un uomo non è che un essere umano che dimora all’interno di un corpo maschile. Spessoquesto ce lo dimentichiamo.Siamo un po’ tutti vittime del patriarcato, di questa mascolinità tossica che contraddistingue lanostra società. Ma non solo. Siamo anche vittime del matriarcato, di una femminilità avvelenatadalla stessa spasmodica brama di controllo del suo equivalente maschile. Entrambi condividono illoro scopo: acquisire potere per dominare e trionfare sul mondo, negando, di fatto, i propri limiti ele proprie oscurità.L’essere umano appena nato aspira naturalmente ad essere onnipotente fin dalla nascita e dai primirapporti con il caregiver. Nel tempo e col tempo, questo suo bisogno egocentrico deve fare i conticon il principio di realtà, con l’osmotico confronto con se stesso e ciò che lo circonda. Diconseguenza non resta che innalzare difese, sviluppare fantasie, scendere a patti con se stessi, leproprie vulnerabilità ed i vissuti inaccettabili che spesso ci portano ad agire come chi dovremmoessere, piuttosto che come siamo.Non è cosa semplice essere realmente autentici quando alla libertà d’animo si contrappongonoresistenze ed ostacoli psicologici, personali, sociali e culturali. Da questi attriti e divergenzeemergono perpetui conflitti, in cui il ‘divenire’ diventa lotta costante verso il mondo e se stessi, unlusso riservato a pochissimi, un miracolo di vita che germoglia e si sviluppa per essere poi acquisitorealmente soltanto nel corso della vita.Come disse lo Psicoanalista Svizzero Carl G. Jung: “Il privilegio di una vita è diventare chi seiveramente.”Lo sa bene l’uomo, quello altamente sensibile, che lotta costantemente contro uno stereotipomaschile che spesso non ha nulla a che vedere con la sua natura.Durante la crescita l’uomo si trova immerso e trascinato dalle correnti gravitazionali del suo sesso,imbevuto di preconcetti costruiti, che trovano le loro radici nell’inconsapevolezza della gente, mache tuttavia ne determinano il comportamento.Il patriarcato in fondo è proprio questo, un sistema di potere che stabilisce una gerarchia basatasulla presunta superiorità degli uomini rispetto alle altre identità di genere, portando adiscriminazioni, pregiudizi culturali e limitazioni nell’accesso alle posizioni di potere per chi non siidentifica come maschio eterosessuale. Questo sistema permea la società moderna, influenzando lenorme culturali e coinvolgendo tutti gli individui, incluse le donne, poiché crescono immerse inquesta cultura patriarcale.Ne deriva la concettualizzazione di una ‘mascolinità tossica’, funzionale al mantenimento del primomodello dominante, ma che ha subito cambiamenti nel corso del tempo. L’origine del termine risaleagli anni ’80, quando lo psicologo Shepherd Bliss lo coniò per la prima volta. Secondo uno studiopubblicato nel Journal of School of Psychology, la mascolinità tossica è definita come: “l’insieme ditratti maschili socialmente regressivi che promuovono il dominio, la denigrazione delle donne,l’omofobia e la violenza insensata.”Questa visione tossica della mascolinità può essere suddivisa in alcune caratteristiche chiave:→ Durezza: Gli uomini sono spinti a mostrare forza fisica, insensibilità emotiva ecomportamenti aggressivi.→ Anti femminilità: Gli uomini dovrebbero respingere tutto ciò che è considerato femminile,inclusa l’espressione emotiva e l’accettazione d’aiuto.→ Potere: Gli uomini sono incoraggiati a cercare il potere e lo status (sia sociale chefinanziario) per ottenere il rispetto altrui.La mascolinità tossica, spesso definita come machismo, si manifesta attraverso una serie dicomportamenti che possono avere conseguenze dannose, non solo per gli uomini ma per tutti,indipendentemente dal genere o dall’identità di genere.Chi abbraccia questa visione di mascolinità:X Mostra una mancanza di connessione emotiva con se stesso e gli altri.X Evita il confronto, preferendo mantenere il controllo e prendere decisioni unilateralmente.X Ha difficoltà a chiedere aiuto quando ne ha bisogno.Si crea così una figura mitologica e totemica presa a modello, in assenza di altri riferimenti, dalsesso maschile. Una sorta di lobby non dichiarata, in cui determinati gruppi ed individui nonpossono che godere di vantaggi significativi. Ne sono avvantaggiati ad esempio i soggetti cherispecchiano i tratti della “triade oscura” (narcisismo, machiavellismo e psicopatia), come moltisoggetti “tradizionalisti”, fino ad arrivare alle imponenti strutture di potere, come le corporazioni. Imedia spesso amplificano questi ideali, mentre settori quali la tecnologia e la sanità possonoinvolontariamente perpetuarli. Non da ultimi la religione e lo sport sovente consolidano questenorme, sostenendo visioni conservatrici o fondamentaliste.Siamo tutti testimoni di una società che è vittima ed artefice di un’esacerbata industrializzazione edi una cultura consumistica “usa e getta” post-industriale, in cui si segue un percorso di intensaoggettificazione umana, grazie al quale la parola “successo” è sinonimo di status e ricchezzamateriale. Ciò non può che portare ad un contesto con una maggioranza insoddisfatta, in cui glisforzi per incarnare l’ideale di “vero uomo” nella società attuale rischiano di vacillare e crollare. E’una condizione paradossale, soprattutto se si tiene presente quanto, durante l’epoca georgiana(1714-1830) prima della Rivoluzione Industriale, la mascolinità era associata a saggezza, virtuositàe libera espressione emotiva, contrapponendosi drasticamente alle successive concezioni industrialie belliche di virilità. Tuttavia, per riscrivere queste norme, gli uomini necessitano del supporto delledonne, che li accettino per ciò che sono veramente. Hanno bisogno di accettare e che vengaaccettata la propria sensibilità, ma anche dell’incoraggiamento empatico e comprensivo da parte dialtri uomini.Di tale cambiamento di mentalità gioverebbero tutti, single e famiglie, soprattutto in salute. Datialla mano dimostrano che, nonostante gli uomini abbiano minori diagnosi di disturbi d’ansia odepressivi rispetto alle donne (segno in questo caso di un trattamento ricevuto dalla società piùadeguato ai loro bisogni e desideri), essi presentano un tasso di suicidio significativamentesuperiore alle stesse, salendo al 77% dei casi negli USA. Il sesso maschile è inoltre più suscettibilealle dipendenze, oltre che rappresentare circa il 93% della popolazione carceraria. Questi numerisorprendenti sono rimarcati anche dal fatto che che gli uomini vivono in media 5-10 anni in menodelle donne. Il dott. Thomas Perls, professore alla School of Medicine dell’Università di Boston,sostiene che circa il 70% di questa differenza nell’aspettativa di vita sia attribuibile allo stile di vitaed ai fattori ambientali, mentre solo il 30% a fattori biologici. Questa teoria è corroborata daulteriori studi su monaci e suore del dott. Marc Luys, tramite i quali si coglie che in quei casi lalongevità è risultata quasi identica tra i due sessi, grazie a uno stile di vita simile e regolamentato.Come conseguenza all’imperare di queste “pre-concezioni” maschili, l’uomo (con più o menosensibilità) non può che ritrovarsi costretto a seguire tali ideali,