‘Toccare’ il paziente: l’uso del contatto fisico in psicoterapia

L’uso del contatto fisico in psicoterapia segue l’idea che lo sviluppo del lavoro e della consapevolezza dei propri processi e della propria salute mentale passi anche attraverso la conoscenza del corpo. Essa si fonda sui concetti di unità tra corpo e Sé di origine fenomenologica intrinseci nella psicoterapia della Gestalt. Il contatto corporeo è usato nella forma di ‘esperimento’ per aiutare e sostenere i pazienti nell’esplorare alcuni aspetti della loro natura corporea. Il lavoro con il corpo e l’atto del toccare devono essere concordati ed avere chiaro il fine del lavoro e l’obiettivo terapeutico. Ci sono differenti modalità di intervento corporeo: ‘tocco molto leggero’ che aiuta a mantenere l’attenzione in un punto del corpo; ‘appoggiare le mani’ serve a mettersi in contatto percepire ed influenzare il ‘campo’ di energia; ‘tocco mobile’ che serve a comunicare sostegno e presenza e a confortare; ‘dondolare’ serve a sciogliere le unità scheletriche e muscolari e riconnettersi con il fluire. Ogni tipologia ha un senso nel lavoro di quel paziente in quel momento. Il lavoro con il corpo aiuta a lavorare sui blocchi che si manifestano nel corpo e che sottendono blocchi emotivi. Esistono molti pazienti coni quali non è necessario lavorare con il corpo poiché gli obiettivi terapeutici e i temi che trattano non lo richiedono.

Malinconia o depressione: quando preoccuparsi

In una recente indagine l’ansia e la depressione ed entrambe assieme sono risultate essere tra le principali cause per cui ci si rivolge ad uno specialista della salute mentale. Come fare per sapere quando preoccuparsi e quando invece possiamo stare tranquilli. E’ importante osservare alcuni comportamenti nell’arco degli ultimi quindici giorni. Bisogna fare attenzione se in questo lasso siamo tristi per la maggior parte dl tempo e se abbiamo una mancanza di interesse per le cose che precedentemente destavano la nostra attenzione. Questi due ‘sintomi’ devono poi essere accompagnati da almeno altri tre ‘segni’ come i seguenti: se in quel lasso di tempo di tempo è cambiato il nostro modo di dormire: se per esempio stiamo dormendo troppo o troppo poco; se è cambiato il nostro modo di mangiare: per esempio se stiamo mangiando troppo o troppo poco; inoltre è importante osservare se stiamo avendo pensieri tristi e di autosvalutazione; se siamo agitati o se manca la concentrazione, se ci sentiamo affaticati o stanchi. Se notiamo almeno cinque o più sintomi nelle ultime due settimane allora è bene rivolgersi ad uno specialista che possa fare il punto della situazione ed indicarci se cominciare o meno un trattamento. Spesso il disagio psichico viene trascurato e così accade che una difficoltà di grado lieve, risolvibile in poco tempo possa essere trascurate e diventare invalidante. Per questo diventa molto importante la prevenzione anche attraverso i medici di medicina generale. Il lavoro di terapia può essere supportato farmacologicamente quando la depressione è di grado grave o persistente o accompagnata da grave sintomatologia ansiosa.

Disturbo ossessivo compulsivo: pensieri intrusivi ed azioni compulsive

Il disturbo ossessivo compulsivo fa parte della macro categoria di disturbi nella quale sono inclusi i disturbi da dismorfismo corporeo, disturbo da accumulo, tricotillomania (strappamento di peli), disturbo da escoriazione. Esiste una stretta correlazione tra questi disturbi ed i disturbi d’ansia. Nel DOC la persona perde il controllo sui propri pensieri che diventano fastidiosi ed intrusivi e generano molta ansia ed agitazione, la persona si sente afflitta da dubbi ‘cronici’ e per placare l’ansia che ne scaturisce si sente ‘costretta’ (come se ci fosse un’altra persona che lo comanda) a mettere in atto una serie ‘azioni’, chiamate tecnicamente ‘compulsioni’ che dovrebbero avere lo scopo di placare l’ansia. La persona si sente meglio per un tempo, ma dopo poco ricomincia il loop. Le sensazioni che la persona prova sono molto dolorose e vanno dal sentirsi come intrappolati e costretti a fare ciò che non si vuole, alla paura di impazzire, all’agitazione e allo sconforto. Se state provando tutto questo sappiate che il supporto di uno specialista è fondamentale. Le linee guida internazionali raccomandano l’utilizzo di psicoterapia e di terapeuti formati in maniera adeguata. Il primo passaggio è quello di rendere edotto il paziente su ciò che gli sta accadendo, quasi a spiegare il suo ‘disturbo’, successivamente sempre seguendo le linee guida sarebbe soffermarsi per un tempo sui pensieri intrusivi al fine di poterli esplorare e affinché la persona possa ‘familiarizzare’ con questi Metodo ERP: esposizione e prevenzione della risposta). L’ERP ha l’obiettivo di rompere questo ciclo di sintomi eliminando i rituali e l’evitamento, insegnando al paziente a tollerare i livelli di stress messi in atto dall’astensione alla compulsione anche attraverso la mindfullness. L’ERP può essere condotta a vari livelli di intensità e in setting diversi, tra cui l’ambulatorio privato, l’ospedale o il domicilio a seconda della gravità dei sintomi del paziente. Resta fondamentale l’alleanza tra il paziente e il terapeuta, essi lavorano assieme per identificare e lavorare sugli stimoli interni ed esterni, sui contenuti specifici, sulle azioni ripetitive ed invalidanti. Sono previsti compiti a casa per continuare il lavoro sulle paure.

Quando l’amore finisce: sostegno psicologico al termine di una relazione

La fine di una relazione d’amore rappresenta per le persone un momento di profonda crisi soprattutto quando la scelta non è propria ma del partner. La fine di una relazione, che sia un fidanzamento, una convivenza, un matrimonio e che ci siano figli o meno richiede una profonda riorganizzazione. Le persone che si costituiscono come coppia in modo naturale perdono o acquistano ‘parti’ che si strutturano e sedimentano nel tempo. Quando una relazione finisce ci si trova a fare i conti con un processo di ‘ristrutturazione e di ridefinizione’ di se stessi in termini di ruoli e funzioni. In alcuni momenti questo processo può diventare particolarmente faticoso e ci può essere la necessità di un contenimento e di una guida, contemporaneamente può diventare un’occasione per conoscersi un più profondamente. La persona che ha un cosiddetto ‘attaccamento insicuro’ può avere maggiori difficoltà. Cosa significa avere un attaccamento insicuro? L’iniziatore e il principale teorico di riferimento in tale ambito è stato John Bowlby, psicologo e psicoanalista britannico. Questi, interessandosi particolarmente alla natura del rapporto madre-figlio e alle possibili conseguenze sulla personalità dei bambini di un’eventuale separazione precoce dalla madre in età infantile, ha elaborato la teoria dell’attaccamento. I bambini con questo stile sono insicuri nell’esplorazione del mondo, hanno la convinzione di non essere amati, tendono ad evitare la relazione per la convinzione del rifiuto e hanno un’apparente esclusiva fiducia in se stessi. Il sé è visto come positivo e affidabile mentre l’altro come negativo e inaffidabile. Solitamente la madre non è riuscita a rispondere alle richieste del bambino in modo affidabile e ciò non ha permesso di sperimentare di nutrire una fiducia piena. Quando poi quel bambino cresce nella relazione di coppia potrebbe ‘ricercare’ in maniera inconsapevole una ‘conferma’ all’inaffidabilità dell’altro ‘scegliendo’ un partner che ne ricordi le caratteristiche. Il fallimento della relazione ‘svela’ talvolta questo tipo di dinamiche. La fine di una relazione può essere il momento per poter ritirare su se stessi i propri investimenti emotivi e conoscersi profondamente per uscire da dinamiche disfunzionali che si ripetono e che portano a sofferenza.

Mutismo selettivo: cosa succede quando a parlare è il silenzio

Il Mutismo Selettivo non è un fenomeno dovuto a qualche disfunzione organica o ad un’incapacità correlata allo sviluppo, ma è un atteggiamento di risposta ad un forte stato emotivo legato all’ansia. Nonostante vogliano farlo, i bambini con mutismo selettivo NON riescono a parlare fuori casa o in presenza di estranei, si bloccano, e ciò avviene in particolare in luoghi pubblici o nei contesti sociali più ansiogeni come, ad esempio, l’asilo o la scuola. Al contrario di quanto avviene in tali contesti, a casa, negli ambienti familiari e con le persone con cui si sentono a loro agio, si esprimono normalmente e a volte sono dei grandi chiacchieroni. Il Mutismo Selettivo ha un esordio precoce: in genere si presenta all’inserimento nella scuola dell’infanzia o nel primo periodo della scolarizzazione, poiché nell’ambiente scolastico aumentano le aspettative e la pressione affinché il bambino parli. È importante considerare che nel primo mese di scuola dell’infanzia o primaria i bambini possono essere timidi o riluttanti a parlare. È necessario aspettare che questo periodo iniziale sia passato, prima di ipotizzare la presenza del Mutismo Selettivo. Capita però che gli insegnanti tardino a segnalare ai genitori che il bambino a scuola non parla, scambiando il Mutismo Selettivo per semplice timidezza. Come appaiono i bambini con Mutismo Selettivo? Alcuni bambini con Mutismo Selettivo rimangono immobili, non interagiscono, non iniziano un gioco e a volte non rispondono agli inviti al gioco dei compagni. Anche il linguaggio del corpo può essere impacciato, lo sguardo sfuggente e assente, il viso inespressivo. Sembra che ignorino gli altri, mentre in realtà sono così ansiosi e impauriti da essere letteralmente bloccati, tanto da non riuscire a rispondere. È come se si sentissero su un palcoscenico, al centro dell’attenzione ~ proprio quello che vogliono evitare ~ e questo fa aumentare la loro ansia. Altri bambini invece sono meno rigidi e utilizzano forme di comunicazione alternativa; ad esempio usano la mimica o i gesti per comunicare con i loro interlocutori. I bambini con Mutismo Selettivo sono in genere molto sensibili sia alle percezioni sensoriali (rumori, urli, tono della voce molto alto) che al giudizio degli altri: se commettono un errore, possono preoccuparsene tutta la notte; se l’insegnante alza la voce, si chiedono se la colpa è loro. Per questi bambini può costituire un problema non solo il far sentire la propria voce, ma anche il fatto che le persone li VEDANO parlare; infatti, se riescono a bisbigliare qualcosa a qualcuno spesso si coprono la bocca con la mano. Sono bambini molto pignoli e perfezionisti; sono anche abitudinari, perché le novità destabilizzano le loro sicurezze e provocano loro ansia. Per questo motivo i cambiamenti devono essere graduali. Può spesso accadere che in classe restino muti, mentre appena fuori dall’aula o dalla scuola, inizino a parlare con i genitori e a volte anche con qualche compagno. Consigli per gli insegnanti Il primo passo è quello di alleviare l’ansia in classe, creando un clima disteso e rilassato in cui il bambino si senta più possibile a proprio agio. Non considerare oppositivo il comportamento del bambino con Mutismo Selettivo: non c’è intenzionalità nel non parlare anzi al contrario il bambino vorrebbe riuscire, ma l’ansia gli impedisce di farlo, bloccandogli le parole in gola. Non mettere sotto pressione il bambino e non ingannarlo con promesse o ricatti perché parli. Rispettare i suoi tempi. Concedere inizialmente al bambino di utilizzare il linguaggio non verbale. Bisogna graduare le aspettative, fissando obiettivi intermedi. Il bambino non uscirà dal Mutismo Selettivo tutto d’un tratto, serviranno piccoli passi e probabilmente molto tempo. Permettere al bambino di indicare, di usare lo sguardo, l’alzata di mano o di scrivere su un foglio le risposte. Nell’attività del circle-time, non fare domande a tutti, ma lasciare la libertà di intervenire o meno. Evitare gli interventi a turno, perché nei bambini con Mutismo Selettivo l’ansia aumenta quando il loro turno si avvicina. Far sedere il bambino vicino al compagno preferito non di fronte all’insegnante, lontano dalla porta. Fare attenzione alle prese in giro: il bambino non deve essere etichettato come “bambino che non parla”. Spiegare alla classe, concordando prima con il bambino e in sua presenza, che tutti abbiamo paura di qualcosa, e che il compagno sa parlare ma a volte non riesce a far uscire le parole. In questa occasione, ogni compagno di classe avrà lo spazio per parlare delle proprie paure. Si può migliorare l’autostima del bambino affidandogli piccoli compiti e incarichi alla sua portata e favorendo l’attività in coppia o in gruppi di 3 componenti, possibilmente con compagni con cui il bambino si sente a proprio agio. Alcuni bambini con Mutismo Selettivo non amano produrre rumori o suoni, anche meccanici; è utile abituarli a non temere di produrre suoni attraverso il gioco. Sempre attraverso il gioco, possono essere incoraggiati a fare rumore e a produrre suoni con la bocca (risate, soffi, fischi). Quelli che per noi sono gesti scontati, per loro sono grandi passi che costituiscono l’inizio di una comunicazione verbale. Non fare domande dirette al bambino. Nel caso la risposta possa essere un “sì” o un “no”, permettergli di rispondere con un gesto del capo per farlo sentire coinvolto nella conversazione di classe. Tenere presente che se il bambino parla una volta, non è detto che poi parlerà sempre. È anche importante controllare le reazioni quando il bambino pronuncia qualche parola: non bisogna mostrare eccessivo entusiasmo per l’accaduto (“Maestra, X ha parlato!!!”). È probabile che il bambino inizi a parlare con un suo pari piuttosto che con l’insegnante; in questo caso evitate di dire che avete sentito la sua voce. Uno dei problemi per gli insegnanti è la valutazione: si possono utilizzare compiti scritti o chiedere ai genitori di effettuare a casa delle registrazioni mentre il bambino ripete la lezione o legge a voce alta. Si potrebbe dare la consegna a tutti gli alunni e poi ascoltare insieme tutte le registrazioni in classe. Tenere presente che le valutazioni creano tensione ai bambini con Mutismo Selettivo, in alcuni casi anche quelle scritte. Il Mutismo Selettivo rientra pienamente nella definizione dei

Gestalt play therapy: il lavoro con i bambini attraverso la vaschetta di sabbia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. Il lavoro di gestalt play therapy si avvale di vari strumenti tra questi troviamo il lavoro con la vaschetta di sabbia. La sabbia è un mezzo meraviglioso per i bambini di tutte le età dai più piccoli ai più grandi. Il suo utilizzo come mezzo terapeutico non è nuovo. Margaret Lowenfeld descrive il valore del gioco con la sabbia dicendo che sabbia e acqua si prestano per la rappresentazione di un gran numero di fantasie: scavare un tunnel, seppellire o affogare, creare terre e paesaggi marini. La sabbia bagnata è plasmabile, mentre quella asciutta è piacevole da toccare, la sabbia è meravigliosa tra le dita e offre un’esperienza tattile e cinestetica ideale. L’autrice utilizzava la sabbia chiedendo ai bambini di rappresentare oggetti della vita reale. La scena rappresentata attraverso la vaschetta di sabbia e con l’utilizzo di materiali che possano ricoprire significati simbolici sembra essere come la sequenza di un sogno che si dipana davanti agli occhi del terapeuta. I vantaggi che presenta questo tipo di attività sono numerosi, la vaschetta è facile da tenere, puo essere utilizzata molte volte, è uno strumento poco usuale nella quotidianità dei bambini e desta molta curiosità nei bambini. Quando un bambino ‘costruisce’ una scena sta rappresentando parti di se stesso e del suo mondo interiore e lo sta mostrando al terapeuta che può osservare e intervenire sui temi che di volta in volta vengono rappresentati.

L’uso degli psichedelici in terapia

L’uso degli psichedelici per uso ricreativo si è diffuso negli anni 60 con un movimento di liberazione giovanile e come modalità di rottura verso una generazione. Esiste tuttavia da qualche tempo un’attenzione verso l’uso di queste sostanze anche da un punto di vista ‘terapeutico’ e potremmo guardare con una certa curiosità come si sta muovendo una certa ricerca in merito al loro utilizzo. Infatti gli psichedelici sono agenti psicoattivi utilizzati da migliaia di anni per generare cambiamenti percettivi e stati alterati di coscienza (Hoffmann, 1980). A partire dal 2010, si stima che più di 30 milioni di individui abbiano ingerito psichedelici negli Stati Uniti (Krebs & Johansen, 2013). Nelle prime ricerche sulla salute mentale legata a psicoterapia con psichedelici, i ricercatori hanno condotto molte ricerche che hanno ottenuto risultati favorevoli (Grinspoon & Bakalar, 1979; Krebs & Johansen, 2012; Rucker, Iliff, & Nutt, 2018). Negli anni ’60 esisteva una ‘psicoterapia psichedelica’ che era arrivata alle porte della medicina tradizionale. Ciononostante, molte delle prime ricerche erano inficiate da difetti metodologici e le preoccupazioni riguardavano questioni etiche, poiché i regolamenti per la conduzione di ricerche con soggetti umani non erano così severi come quelli imposti oggi. Questa prima ondata di ricerca psichedelica fu quindi accolta con un contraccolpo politico, la ricerca e le applicazioni cliniche furono fermate e soppresse, per la maggior parte, interrompendo ulteriori indagini e valutazioni fino agli anni ’90. A partire da dagli anni ‘90 molti studi ben progettati, eticamente responsabili e rigorosi hanno contribuito al rinnovato interesse per gli psichedelici e alla rivitalizzazione della terapia psichedelica (Carhart-Harris & Goodwin, 2017). Ancora, per decenni, sono state espresse preoccupazioni riguardo alla potenziale associazione tra l’uso di psichedelici e l’aumento dei tassi di malattia mentale. In risposta a ciò, due studi su larga scala di oltre 130.000 partecipanti hanno affrontato queste preoccupazioni e non hanno rivelato relazioni significative tra l’uso di psichedelici nel corso della vita e l’aumento dei problemi di salute mentale. In alcuni casi, l’uso di psichedelici è stato associato a meno problemi di salute mentale (Johansen & Krebs, 2015; Krebs & Johansen, 2013). Studi recenti di psicoterapia assistita da psichedelici hanno documentato l’alleviamento di sintomi, tra cui l’ansia (dos Santos, Osório, Crippa, Bouso, & Hallak, 2018), la depressione (Reiche et al., 2018), il disturbo da stress post-traumatico (PTSD; Sessa, Higbed, & Nutt, 2019) e la dipendenza (Winkelman, 2014). Gli psichedelici agirebbero in modo tale da alterare potenzialmente la coscienza in modo tale da fornire un’esperienza di guarigione più profonda durante le sessioni di psicoterapia rispetto agli interventi attuati durante gli stati ordinari di coscienza (Belser et al, 2017; Bogenschutz et al., 2018; Mithoefer et al., 2018; Mithoefer, Wagner, Mithoefer, Jerome, & Doblin, 2011; Nielson, May, Forcehimes, & Bogenschutz, 2018; Noorani, Garcia-Romeu, Swift, Griffiths, & Johnson, 2018; Swift et al., 2017; Wagner et al., 2017). In particolare questo accadrebbe perché gli psichedelici sono spesso associati a un’esperienza soggettiva di dissoluzione dell’ego, segnata da una disintegrazione del senso dell’identità o del sé (Letheby & Gerrans, 2017). Questo può facilitare una prospettiva più oggettiva e quindi modificare modelli disadattivi di comportamento, pensieri ed emozioni (Swanson, 2018). Pertanto, la dissoluzione dell’ego sembrerebbe migliorare i pensieri e i comportamenti disadattivi Gli strumenti di neuroimaging, che sono entrati in ampio uso durante la recente ondata di ricerca psichedelica, hanno contribuito e facilitato l’indagine dei meccanismi neurobiologici degli psichedelici in un modo non raggiungibile nelle epoche precedenti della ricerca psichedelica. Le droghe psichedeliche perturbano le reti e i processi cerebrali che normalmente vincolano i sistemi neurali centrali per la percezione, l’emozione, la cognizione e il senso di sé o ego (Swanson, 2018), e i dati di neuroimaging sostengono la tesi che la dissoluzione dell’ego agisce come un passaggio per o precede il beneficio terapeutico di alcune esperienze psichedeliche. Le ricerche sono ancora in corso e altri sviluppi si prospettano in tal senso.

Gestalt play therapy: il lavoro di terapia con i bambini

Sempre più spesso arrivano in terapia bambini che portano disagi di origine psicologica. La pediatria di base è diventata nel tempo più sensibile rispetto alla salute psicologica dei bambini, questo lo dico perché sempre più spesso ad inviare il bambino ad un consulto è proprio il pediatra di libera scelta.Nel tempo la professione e l’opera dello psicologo con gli adulti è stata sdoganata probabilmente anche dalla necessità di sostegno che le persone hanno potuto riconoscere di avere a causa del Covid-19 e dell’isolamento ad esso conseguente. Le conseguenze dell’isolamento sociale hanno richiesto una massiccia opera da parte degli psicologi.Trovo tuttavia ancora delle resistenze e delle perplessità quando si parla della psicoterapia per i bambini.Le perplessità dei genitori rispetto alla psicoterapia rivolta al bambino riguardano il fatto che il bambino non possa essere in grado di trarre benefici dalla psicoterapia perché piccolo o che essa sia semplicemente un momento di gioco fine a se stesso. I sintomi che il bambino porta con sé hanno un significato e quando esso viene ‘letto’ e svelato essi svaniscono. Il bambino che viene in terapia non parla o gioca semplicemente come farebbe in un contesto della sua vita. In terapia il bambino disegna, gioca o parla con le sue ‘paure’ con i suoi ‘mostri’ con i suoi ‘sintomi’ e questa conoscenza ‘accompagnata’ diventa la terapia stessa. Dietro la pratica clinica ci sono le teorie psicoevolutive e le ricerche scientifiche ben chiare e che fanno da guida nella mente del terapeuta. Il terapeuta che lavora con i bambini ha da imparare a volte molto dai suoi piccoli pazienti e deve essere disposto a ‘scendere’ dalle scarpe e abbassarsi fino al pavimento e a giocare. A diventare un po’ bambino con il bambino. In questo modo si stabilisce un ponte tra il corpo, le emozioni e la volontà, come per esempio nel caso dei bambini iperattivi quando lavorando con l’esperienza tattile ci si concentra nel ‘qui ed ora’ dell’esperienza e il bambino diventa più consapevole dell’esperienza interna, nominandola ed esplorandola. Nel mio approccio il sintomo non serve a ‘diagnosticare’ il disturbo, esso diventa un atto creativo per mezzo del quale il bambino sta affrontando un disagio. Il terapeuta diventa come un alchimista alle prese di pozioni ed incantesimi immerso nel mondo un po’ magico del bambino.

Minfullness per ‘pulire la mente’: abbandonare i pensieri automatici e fluire nel presente

Nella pratica psicoterapica le tecniche di respirazione e rilassamento mediate dalle tradizioni orientali offrono uno spunto di lavoro sui processi interni. La parola ‘mindfulness’ significa essere pienamente presenti e consapevoli di ciò che sta succedendo in un preciso momento. Questo concetto affonda le sue radici nelle tradizioni buddiste, il termine inglese deriva dalla parola ‘sati’ che nella lingua Pali significa ‘ consapevolezza o attenzione presente e attiva’ Quindi la mindfulness consiste nel prestare attenzione al momento presente fluendo momento per momento con quello che accade senza giudicarlo. Ci sono due cose importanti che accadono quindi: la prima è quella di disinserire ‘ pilota automatico dei pensieri’ attraverso l’attenzione costante e la seconda è quella che qualsiasi cosa accada in quel momento non venga valutata con un giudizio di valore. La nostra mente se lasciata a se stessa non si ferma mai e vaga tra pensieri, cose da fare, sensazioni fisiche, ricordi, in modo del tutto inconsapevole al soggetto. Così che potremmo non avere la consapevolezza che ci attardiamo in pensieri negativi magari per la maggior parte del tempo durante una giornata. Studi scientifici dimostrano l’interdipendenza tra salute fisica e benessere mentale. La minfullness offre una possibilità di aumentare tale benessere ed è un prezioso strumento nei disturbi mentali nei quali le persone sono con i pensieri o nel passato o nel futuro. Inoltre offre la possibilità di creare uno spazio mentale tra il pensiero e l’azione in quelle situazioni in cui c’è un’impulsività elevata o iperattività. La pratica può essere applicata anche ai bambini aumentando la creatività e la concentrazione. I benefici sono evidenti a chi segue una pratica quotidiana o anche a chi la utilizza sporadicamente.

Il trattamento della depressione: linee guida per l’intervento

La depressione si definisce tale quando si verificano die condizioni fondamentali: un umore depresso per la maggior parte dei giorni quasi tutti i giorni e la perdita di interesse per alcune attività che precedentemente destavano interesse e piacere. A queste due condizioni di associano poi altre manifestazioni (almeno 4 o più) come l’insonnia o l’ipersonnia, la mancanza di appetito o iperfagia, la perdita di concentrazione, vuoti di memoria, agitazione o rallentamento psicomotorio, faticabilità o perdita di energia, sentimenti di svalutazione e sensi di colpa eccessivi, pensieri ricorrenti di morte o ideazione suicidaria. Il disturbo depressivo è detto anche disturbo comune dell’umore per la facilità di riscontrare tale stato nella vita delle persone. L’intervento è caratterizzato da un approccio definito ‘stepped care’. Il primo contatto di solito e con il medico di medicina generale che valuta la sintomatologia e definisce i passaggi da compiere. Quando la persona ha una sintomatologia lieve si rimanda la persona ad una nuova visita dopo circa quindici giorni. Dopo questo periodo si rivaluta la situazione. Se invece la sintomatologia è moderata, il medico di medicina generale può chiedere al paziente di rivolgersi presso un centro di salute mentale per una consulenza specialistica.  In casi gravi dove è presente anche un’ideazione suicidaria o pensieri di morte assieme, il paziente necessita una ‘presa in carico’ da parte del centro di salute mentale e seguirà un percorso sia farmacologico che psicoterapico. Tra i trattamenti psicoterapici si riconoscono come valide le terapie che sottolineano l’importanza della relazione interpersonale. Entrando nel vivo della terapia si lavora per ridurre le ruminazioni: si è visto infatti che i pazienti depressi passano molto tempo a rimuginare sui loro difetti; monitorare le attività quotidiane: la perdita di interesse per le attività quotidiane è centrale nei pazienti depressi e la flessione di questa è sintomatica di un peggioramento; pianificare le attività: per quanto possibile è fondamentale a programmare la giornata e le attività; registrare pensieri negativi e modificarli.  L’aiuto di professionisti specializzati contattati in tempi adeguati diventa fondamentale per la prognosi del trattamento.