Come riprendere il controllo della mente con il Brain Dump

Viviamo dell’epoca dell’iperconnessione e dell’infodemia. Siamo costantemente subissati da una grande mole di informazioni provenienti dall’esterno. A questi stimoli si aggiungono i nostri pensieri, a volte ingombranti e non sempre gestibili. Lo sanno bene gli overthinker : i “pensatori seriali” che pensano troppo e spesso fanno fatica a tradurre i pensieri in azioni.Quando il cervello rimugina in continuazione consuma molte energie e genera stress e stanchezza, sia fisica che mentale. Esiste però una tecnica per riprendere il controllo della propria mente e governare il proprio cervello e si chiama Brain Dump. Cos’è Il Brain Dump? Il Brain dump, dall’inglese letterale “scaricamento del cervello”, è una tecnica che consente di riordinare la mente e organizzare i pensieri, così da incanalare le nostre energie in obiettivi traducibili in azioni. Questo metodo ci insegna a governare la mente e a liberarla da tutto ciò che ci affligge o non è necessario, sgombrandola definitivamente. Imparando a gestire i pensieri rafforziamo la concentrazione, la forza di volontà e l’organizzazione. Il Brain Dump va inteso come un flusso di coscienza: occorre prendersi un momento per trasferire su carta o in modalità digitale (a seconda delle preferenze), il fiume in piena di pensieri che affollano la nostra mente. In questo modo le informazioni saranno “archiviate” in una sorta di memoria esterna, avremo modo così di decodificarle lucidamente e gestirle una alla volta. I benefici del Brain Dump Una volta appreso, questo metodo può essere utilizzato in tutti i contesti: per l’organizzazione delle task lavorative; per gli impegni quotidiani della vita domestica; per la pianificazione del tempo libero e per gli obiettivi di crescita e organizzazione personale. Lo scopo del Brain Dump è ridurre il sovraccarico del nostro cervello, incrementando la concentrazione e quindi il rendimento e la produttività. Dissipando la confusione riusciamo a isolare le problematiche e a individuare soluzioni. Avere il pieno controllo sulla nostra vita ci aiuta a ridurre lo stress e ad avere maggior consapevolezza e autostima. Come renderlo utile Una volta sbrogliata la matassa della nostra mente e trasferita su carta (o pc), è importante dare seguito alle azioni traducendole in task operative. In questo modo non solo creiamo abitudini positive, ma alleniamo il nostro cervello a lavorare diversamente, in modo più smart ed efficiente.
La rappresentazione delle malattie mentali sui social networks

Le malattie mentali sono diventate un vero e proprio trend di discussione sui social networks.Dalle star che rompono il silenzio per sdoganare lo stigma sociale sui disturbi mentali, agli influencer che documentano in real time il proprio disagio, il web è pieno di canali che parlano di salute mentale. Da un lato questo fenomeno ha degli effetti positivi, perché contribuisce a rompere il tabù della malattia mentale e a normalizzare il disagio psichico. Dall’altro però stiamo assistendo a una spettacolarizzazione dei disturbi mentali, talvolta strumentalizzata per avere maggiore attenzione e visibilità. Romanticizzare i disturbi La conferma arriva dai giovanissimi: cercando “depressione” sui social, appaiono tantissimi post raffiguranti ragazze e ragazzi bellissimi e trasgressivi con frasi che parlano di sofferenza, disagio e malessere. La tendenza a raffigurare le malattie mentali in chiave glamour e romanticizzata prende il nome di “sofferenza estetizzata”. Questo rebranding patinato e instagrammabile è pericoloso perché propone un’immagine di adolescenti “problematici” e fascinosi, sminuendo l’importanza del disagio e soprattutto del percorso di cura.Ma risulta addirittura deleteria per chi soffre di malattie mentali e non si rispecchia affatto nel ritratto romanzato e artefatto del web.Il risultato è una spaccatura tra il “disagiocool” tanto di moda e i “matti” tradizionali, che si allontanano sempre di più dall’ideale di normalizzazione e inclusione nella società. Influencer e disturbi mentali C’è bisogno di parlare di malattie mentali in modo autentico, genuino, equilibrato: senza indorare la realtà ma nemmeno dipingendo i malati come mostri. Parlare di salute mentale in rete è importante e può avere degli effetti positivi potentissimi. Sono molti gli influencer che mostrando la loro vita, con le proprie fragilità e debolezze ma anche con successi e conquiste danno forza e speranza a chi soffre dello stesso disturbo.Anche la testimonianza di personaggi famosi che “ce l’hanno fatta” si rivela preziosa per portare alla normalità il tema della salute mentale. Ma anche per acquisire la consapevolezza che un disturbo non ci impedisce di crescere e di avere successo, raggiungendo i nostri obiettivi. Non è affatto sbagliato utilizzare i social per parlare di disturbi mentali. È sbagliato dare un’immagine distorta della realtà o parlare solo degli aspetti negativi, che contribuiscono ad aggravare la concezione comune. Bisogna trovare la giusta misura per parlare degli aspetti positivi e negativi delle malattie mentali, promuovendo l’informazione, la consapevolezza e l’inclusione.
Dalla Great Resignation alla Yolo Economy: come cambia il lavoro oggi

Il 2021 è stato l’anno della “Great Resignation” o “Big Quit”: il boom di dimissioni volontarie da parte dei lavoratori a livello mondiale. In Italia, secondo il report condotto dall’Associazione Italiana Direzione Personale, le dimissioni volontarie fra i giovani toccano il 60% delle aziende. I più colpiti da questa tendenza sono proprio i millennials e la generazione Z, che si discostano dalla generazione X, ancora al vertice delle aziende italiane. Perchè i giovani lasciano il lavoro? Le motivazioni sono diverse: la maggior consapevolezza delle proprie competenze e dei propri valori professionali e personali; la ripresa del mercato e dunque la possibilità di ricercare un lavoro con maggior benessere organizzativo e condizioni economiche e professionali più appaganti; e infine l’obiettivo di avere più tempo libero e un migliore equilibrio tra vita privata e professionale. Pandemia e digitale, la doppia faccia della medaglia La pandemia ha avuto un ruolo centrale sul cambio epistemologico del lavoro. Le persone hanno dovuto ripensare il proprio modo di lavorare, introducendo nella loro vita il digitale. Non tutti però erano pronti a questa rivoluzione: molti lavoratori hanno sperimentato frustrazione e ansia da prestazione, oltre a tecnostress e overworking, che possono sfociare in Burnout. Per alcuni è stato ancora più difficile distinguere i momenti di vita privata dagli impegni professionali, rendendo sempre più labili i confini tra questi due mondi. Ma è stata anche un’occasione per riallineare la vita alle proprie priorità. Lo smart working ha permesso di mettersi alla prova con un nuovo modello professionale più agile e autogestito. C’è chi ha tratto vantaggio da questa nuova modalità di lavoro agile, sperimentando una maggiore autonomia e flessibilità nella gestione dei tempi nell’organizzazione del lavoro. Il risvolto psicologico Con il Covid-19 abbiamo messo in discussione tutto ciò che era scontato: la libertà, la vita, il contatto umano, ma soprattutto il valore del tempo da dedicare ai propri cari e alle proprie passioni. La pandemia è stata una crisi, ha segnato un punto di rottura che ci ha costretto, con prepotenza, a pensarci come esseri umani, mortali, che transitano in questo mondo per un periodo limitato. Alla luce di questa consapevolezza, cosa è davvero importante? Vivere per lavorare o lavorare per vivere Il primo aspetto da mettere in discussione è proprio quello professionale. Siamo abituati ad un modello di lavoro totalizzante, dove l’identità professionale definisce chi siamo. Ma non è più così: la sovrapposizione fra occupazione e identità non appartiene più alla nuova generazione di lavoratori che non ha alcuna intenzione di rimandare la propria esistenza “a dopo”. La Yolo Economy Da questa consapevolezza è nato un nuovo stile di vita e mindset professionale: la Yolo Economy!L’acronimo YOLO è “You Only Live Once” (si vive una volta sola), e indica una nuova corrente di pensiero che ridefinisce il lavoro in maniera creativa e flessibile per garantire il benessere organizzativo. La Yolo Economy coinvolge soprattutto i giovani e prevede un drastico cambio di paradigma del mondo del lavoro articolato in alcuni punti cardine: flessibilità degli orari di lavoro; luoghi di lavoro adattabili e creativi; un lavoro in linea con le proprie attitudini e tempo libero per dedicarsi ai propri affetti e alle proprie passioni. E tu, cosa ne pensi del tuo lavoro?
Cronaca di una guerra virale sui social: gli effetti sui giovani

Cronaca di una guerra virale sui social, alla portata dei giovani spettatori. La Guerra del nuovo millennio si combatte anche sui social. Tra fake news, sovraesposizione mediatica e infodemia (quantità eccessiva di informazioni presenti sul web), i nostri giovani sono sopraffatti e disorientati. Ogni giorno i social media sono bombardati di informazioni, immagini e video cruenti della guerra tra Russia e Ucraina. Qualunque dettaglio, fotogramma e cruda denuncia attraversa e trafigge il mondo del web, lasciando inermi, confusi e spaventati i giovani spettatori. In questa battaglia i social costituiscono un’arma e una potente risorsa per sfuggire alla censura e portare la propria testimonianza. Tuttavia le notizie arrivano in maniera convulsa e repentina, priva di filtro e diventa difficile distinguere la realtà dalla finzione. La crudeltà della guerra si scaglia con violenza dinanzi agli occhi di ragazzini che non sono pronti ad accettare e a elaborare un tale orrore. I personaggi politici, oggetto di meme e vignette ironiche assumono un’immagine grottesca e irreale. I contorni della realtà si sfocano fino a prendere le sembianze di una fiction, qualcosa che è impossibile stia realmente accadendo. Per giovani e giovanissimi diventa quasi impossibile comprendere lo scenario attuale in mancanza di un bagaglio culturale adeguato. La storia e gli equilibri geopolitici internazionali sono fondamentali per avere uno sguardo critico su ciò che sta accadendo al mondo.Al tempo stesso sono sprovvisti delle strategie di coping necessarie per elaborare, interpretare e gestire l’ansia e la paura che derivano dalla fruizione di questi contenuti. Il rischio è anche quello di “normalizzare” le immagini della guerra, che si susseguono indifferentemente a video di gattini o influencer sullo smartphone. Un alternarsi costante di stimoli visivi che conduce i ragazzi ad un’alternanza delle emozioni più disparate e difficili da gestire: rabbia, angoscia, paura. In questo caso l’educazione nozionistica deve andare di pari passo con quella emozionale.Ai nostri giovani occorre spiegare ciò che accade da un punto di vista storico e di cronaca, ma non solo. É importante che gli vengano trasmesse le capacità e le risorse emotive necessarie per far fronte ad un momento così delicato.
Identità e social: se l’immagine digitale prende il sopravvento

Il concetto di identità 5.0 ai tempi dei social: quando l’immagine digitale prende il sopravvento.Nel precedente articolo abbiamo visto le evoluzioni dell’immagine femminile sui social, ma quali effetti ha avuto il progresso digitale sull'(auto)percezione della nostra identità? Identità personale, identità sociale e identità in rete Si definisce identità l’insieme delle rappresentazioni di noi stessi e di coloro che sono in relazione con noi.L’identità non è qualcosa di statico ma di estremamente mutabile, perché è il risultato della scelta sociale della quale siamo protagonisti. Lo psicologo William James afferma che: “ciascuno di noi ha tante identità sociali quanti sono i gruppi di persone con cui interagiamo. Ognuno di noi rappresenta una delle sue parti a seconda dell’ambito sociale in cui si trova.” In quest’ottica identità personale e identità sociale non sono due concetti a sé stanti, ma si compenetrano e interagiscono continuamente. Questa “frammentazione” di identità appartenenti a differenti contesti e situazioni, sfocia in una moltitudine di ruoli che ci vedono protagonisti: donna, madre, moglie, manager, amica…e così via. L’effetto dei social e l’identità digitale Nel 2009 Mark Zuckerberg – CEO di Facebook– dichiarò: “i giorni in cui avevate un’immagine per i vostri amici, una per i colleghi e una per le altre persone che conoscete stanno probabilmente per finire molto presto”.Ad oggi si conferma la sua lungimirante visione: innovazione tecnologica, smart working e social network hanno fatto sì che ognuno di noi si costruisse una precisa identità digitale.Ora distaccarsi da quella che potremmo definire la nostra “brand identity” ci crea disagio perché ci sembra di apparire “diversi” da noi stessi. Il rischio più grande è quello di porre un limite alla propria crescita e curiosità per noi contraddire l’identità pubblica. In questo modo la percezione della propria identità, in tutte le sue sfaccettature, rischia di confondersi con l’immagine trasmessa all’esterno, generando stress e ansia. Ognuno di noi è in continua evoluzione. L’interazione con gli altri e con l’ambiente che ci circonda ci rende ogni giorno persone più ricche e complesse. La vita regala esperienze e cambia le prospettive, sarebbe assurdo privarci delle sfaccettature più intime della nostra essenza per aderire ad una sola, piatta immagine.
Il ruolo dei social media nei disturbi del comportamento alimentare (DCA)

Social media e pressione sociale Viviamo in una società in cui l’aspetto fisico di una persona rappresenta un parametro di giudizio e discriminazione. Ciò che accade offline si riversa e amplifica attraverso i social media, dando vita ad un vero e proprio fenomeno socio-culturale. Abbiamo già parlato dell’ideale di bellezza patinata e irraggiungibile che spopola sui social network, il costante confronto con questo modello di perfezione provoca insoddisfazione e in alcuni casi dismorfia. L’influenza dei social media La conferma viene da una ricerca australiana pubblicata sull’”International Journal of Eating Disorders“.L’indagine ha studiato la correlazione tra permanenza sui social e DCA. É emerso che gli adolescenti che trascorrono molto tempo sui social hanno maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare.Il 51,7% delle ragazze e il 45% dei ragazzi intervistati ha manifestato comportamenti alimentari disordinati. I social più pericolosi sono quelli che si basano su una comunicazione di tipo prettamente visuale, come Instagram e Snapchat. Il pericolo degli hashtag Il web non costituisce solo un pericolo, ma anche un punto di ritrovo e aggregazione per chi soffre di disturbi alimentari. Infatti nel corso degli anni sono nati hashtag e community che condividono immagini, contenuti e consigli disfunzionali per raggiungere l’ideale condiviso di magrezza e perfezione. Alcuni di questi sono #meanspo, #thinspo, #thighgap, #thininpiration, #ana, che corrispondono ad immagini di corpi esili ed emaciati inneggiati come esempio di forza di volontà e determinazione. L’aiuto dai social Per fortuna i social non sono soltanto un esempio negativo, ma hanno avviato numerose iniziative sia dall’alto che parte degli utenti per contrastare i comportamenti disfunzionali e i DCA. Per prima cosa le piattaforme hanno dichiarato guerra agli hashtag e ai contenuti dannosi censurandoli. Inoltre hanno veicolato attraverso i gruppi e le community che incitano ai DCA messaggi di supporto e informazioni sulla sana alimentazione e sullo stile di vita corretto. Sono nate delle community virtuali positive che combattono i disturbi del comportamento alimentare che funzionano come “terapie di gruppo”. Accolgono e sostengono i nuovi membri accompagnandoli nel loro percorso, dandosi forza l’un l’altro, e divulgando informazioni preziose per uscire da questa problematica. Esistono infine i “Profili recovery” che raccontano la storia di chi ce l’ha fatta a sconfiggere i disturbi alimentari. Questi testimonial spontanei della guerra ai DCA incarnano un esempio positivo di forza e determinazione e di bellezza sana, realistica e autentica. Abbiamo visto quanta importanza rivestono i media e il web nella percezione del mondo e di noi stessi. La tecnologia è tuttavia una trasposizione del nostro tessuto socio-culturale. Appare fondamentale educare i nostri giovani all’amore e al rispetto per sé stessi e per gli altri, nella consapevolezza che il corpo è solo un piccolo tassello della meravigliosa complessità e ricchezza di ogni individuo.
La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.
Ossessione dai social e notizie negative: il Doomscrolling

Nei precedenti articoli abbiamo osservato come la pandemia ha fortemente influenzato il rapporto con i social networks. In particolare abbiamo parlato di dipendenza, iperconnessione e FOMO, ma c’è un ulteriore fenomeno molto importante: il Doomscrolling. Il neologismo inglese deriva dalla parola “scroll” (che indica il tipico scorrimento delle notizie del feed social), e la parola “doom”, letteralmente destino avverso, rovina o sventura. Il Doomscrolling si caratterizza dall’ossessione della ricerca e fruizione di notizie negative attraverso i social media. Una tendenza che si è manifestata prepotentemente con la pandemia Covid-19, toccando il suo apice durante il primo lockdown. Perchè facciamo Doomscrolling?Questa risposta è strettamente collegata al nostro istinto di sopravvivenza: quando viviamo una minaccia il nostro cervello si mette in allerta per ripristinare controllo e sicurezza. La raccolta di informazioni rappresenta un tentativo di controllo su una determinata situazione. In quest’ottica il Doomscrolling si configura come un atteggiamento protettivo che attiviamo in una situazione di crisi o incertezza. C’è da aggiungere che grazie ai social media e alla moderna tecnologia, oggi ogni cittadino ha libero accesso ad una mole infinita di informazioni. Come funziona il Doomscrolling?Il Dooscrolling è dannoso perchè alimenta un circolo vizioso fatto di ansia e frustrazione. L’utente, preoccupato da una situazione di minaccia, ricerca informazioni sul web nella speranza di sentirsi rassicurato. Al contrario, reperisce notizie negative che contribuiscono ad incrementare il suo stato di ansia ed incertezza. A questo punto, per placare la preoccupazione l’utente è spinto a ricercare sempre più informazioni, nella speranza che siano positive. Si attiva così una spirale ossessiva che trascina l’individuo in uno stato di paura e forte stress. Il nostro cervello si trova a fare i conti con un sovraccarico di informazioni e di sensazioni negative che non riesce a fronteggiare, da questa condizione scaturiscono panico, insonnia e talvolta addirittura depressione e burnout. Come fermare il Doomscrolling?Per fermare questo vortice ossessivo il primo step, il più difficile, è quello di accettare ciò che non possiamo controllare. Seppure la ricerca di informazioni viene recepita dal nostro cervello come un qualcosa di utile e proficuo, si tratta di una sensazione illusoria. L’aggiornamento costante ci rende più informati e consapevoli, ma va fatto con la giusta misura.Il secondo step prevede un graduale distacco dalla tecnologia: occorre darsi un tempo massimo per la fruizione delle notizie e l’utilizzo dei dispositivi elettronici per non cadere nel baratro della dipendenza.Il terzo step, infine, consiste nel ristabilire il giusto equilibrio tra la vita online e la vita offline, riappropriandosi degli autentici momenti di contatto e calore umano, vivendo i rapporti in maniera piena e totalizzante, condividendo le proprie emozioni e anche le proprie paure.
Generazione Covid: il rapporto con la tecnologia

La Generazione Covid è fatta di bambini, ragazzi e giovani che vivono la quotidianità attraverso la tecnologia e si apprestano a costruire il loro futuro in questo tempo sospeso. Questa fascia di popolazione vive da spettatore una situazione che non può controllare ma solo accettare passivamente. Così trova altri modi e strumenti per essere resiliente e ricreare quel contatto e quei riti tipici delle relazioni tra giovani e giovanissimi, attraverso la tecnologia. La tecnologia è infatti il filo conduttore della vita al tempo del Covid: dall’educazione allo svago, dallo studio alla gestione dei rapporti interpersonali, ogni attività passa attraverso lo schermo. La giornata viene scandita in modalità digitale, secondo una tabella di marcia precisa. La DADIn un precedente articolo abbiamo trattato in maniera approfondita le implicazioni psico-sociali della DAD. A lungo andare questa modalità genera stanchezza e frustrazione, incidendo sul rendimento e sulla motivazione degli studenti. La scuola non è solo il luogo dell’istruzione ma un contenitore in cui si innescano processi sociali e si svolgono riti collettivi. Questo aspetto viene totalmente a mancare in modalità virtuale: i giovani non hanno modo di confrontarsi con il gruppo dei pari.Inoltre alcuni aspetti pratici condizionano notevolmente l’esperienza della DAD. Non tutte le famiglie, ad esempio, dispongono della tecnologia adeguata per consentire una fruizione ottimale. Così come non tutti i docenti hanno dimestichezza con il digitale. I Social In una prima fase i social networks sono stati lo strumento ideale per raccontare la propria vita in maniera autentica, fare gruppo e sopperire all’assenza di relazioni nel mondo reale. Successivamente però c’è stata un’inversione di marcia. Non si pubblica più per comunicare con gli altri ma per mostrare se stessi. E, in un disperato tentativo di ristabilire una normalità, si dipinge una realtà patinata e un’ostentata felicità forzata. L’IperconnessioneIn un momento storico in cui tutto è rimandato, i ragazzi hanno bisogno di strumenti immediati che forniscano gratificazioni tempestive. In questo modo si innesca una dipendenza dalla tecnologia che trascina con sé tutte le problematiche che ne derivano. Una di queste è la FOMO: una forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso”. Difatti, nello svolgimento della propria routine quotidiana, il giovane, disconnesso non lo è mai. É comprensibile cercare di ristabilire un ordine e uno scopo nella propria vita. E se gli strumenti digitali possono essere d’aiuto è bene educare le nuove generazioni ad utilizzarle in modo proficuo e consapevole, rimanendo sempre fedeli alla propria autenticità.
L’AI incontra la Psicologia: l’Intelligenza Artificiale Emotiva

Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte integrante delle nostre vite e, complice la pandemia, si sta progressivamente sostituendo ai tradizionali canali di comunicazione e relazione face to face. Tuttavia, il distanziamento fisico e la cosiddetta “skin hunger” ci hanno fatto riscoprire l’importanza del contatto umano e di un valore più emozionale dei rapporti interpersonali. Ci troviamo di fronte ad uno strano paradosso: mentre gli individui sono proiettati in una dimensione sempre più egocentrica, le macchine, in una spasmodica corsa all’innovazione, stanno diventando sempre più empatiche. Sempre più aziende si stanno dotando di tecnologie digitali in grado di creare connessioni emotive con il pubblico di riferimento per rendere l’esperienza di acquisto o di consumo più reale, immersiva e soddisfacente. Uno degli strumenti più utilizzati per raggiungere questo scopo è l’Intelligenza Artificiale (AI): un computer in grado di riprodurre il funzionamento dell’intero pensiero umano e agire di conseguenza in maniera autonoma. L’intelligenza artificiale emotiva Al fine di creare un legame efficace con il pubblico, l’Intelligenza Artificiale non solo deve comportarsi come la mente umana, ma deve comprendere la psicologia dell’utente. Nasce così l’Intelligenza Artificiale Emotiva: una nuova frontiera dell’AI che rende la tecnologia capace di riconoscere le emozioni e i sentimenti degli utenti attraverso l’analisi delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo (ma non solo).Lo scopo di questo ambizioso progetto è quello di dotare le macchine di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere e interpretare lo stato d’animo dell’interlocutore e di adattare coerentemente il proprio comportamento. Comprendere e codificare sentimenti ed emozioni L’AI Emotiva ragiona attraverso il “calcolo affettivo“, termine coniato dalla prof.ssa Rosalind Picard della MIT University già nel lontato 1995. Tale processo è il risultato di studi interdisciplinari che combinano psicologia, scienze cognitive e informatica per comprendere, misurare e analizzare le emozioni umane tramite parametri biometrici e fisiologici. Le tecniche utilizzate dall’Intelligenza Artificiale per riconoscere gli stati d’animo spaziano dall’analisi delle espressioni del volto, del linguaggio del corpo e dei modelli vocali; all’analisi del linguaggio online, corredato di elementi multimediali quali emoji, immagini e video; fino alla misurazione di dati biometrici: temperatura corporea, respirazione, attività muscolare e attività cerebrale. Il progresso tecnologico ci mette dinanzi ad infinite possibilità, è importante però riflettere anche su quelli che sono i limiti di questo strumento. Il percorso di codifica e comprensione delle emozioni e dei sentimenti umani è complesso e non sempre lineare perché prende in esame aspetti etnici, antropologici e socioculturali che, se non considerati, possono generare bias cognitivi. L’auspicio è quello di guardare all’Intelligenza Artificiale Emotiva come un potente strumento da tenere nella cassetta degli attrezzi e da utilizzare con consapevolezza in molteplici ambiti, primo tra tutti la psicologia.