Depressione post-partum. Succede anche ai papà

La depressione post partum può includere diversi sintomi, da una grave flessione dell’umore a tendenze suicidarie della madre nel primo anno dopo la nascita del bambino. È una condizione ancora poco diagnosticata e poco trattata, a volte con tragiche conseguenze. Ma anche gli uomini possono soffrire di questa condizione mentale? In un articolo per la BBC, Amanda Ruggeri mette in luce come anche in campo medico questa condizione sia stata e sia tuttora spesso totalmente ignorata, se declinata al maschile. Eppure, le ricerche cominciano ad andare in questa direzione. Si stima che circa il 10% dei padri sia depresso nel primo anno dopo la nascita del bambino: si tratta del doppio dell’incidenza della depressione nella popolazione maschile generale. Ma secondo altre ricerche e casistiche cliniche, questa sembrerebbe una sottostima: dopo quattro-sei mesi dalla nascita del bambino, circa il 25% dei papà soffrirebbe di ansia generalizzata, di disturbi ossessivi e di disturbo post traumatico da stress. Quando un problema di salute mentale riguarda la popolazione maschile è meno probabile che ci sia una richiesta di aiuto. La convinzione di dover risolvere da soli è spesso ancora molto presente: cercare aiuto significa, per molti uomini, un segno di debolezza. È stigmatizzato e considerato un comportamento appartenente alla sfera femminile. La cultura, le aspettative su di sé, le credenze, le provenienze familiari: sono molti i fattori che condizionano e orientano la scelta. E lo stesso contesto culturale è significativamente presente anche tra gli operatori della salute: viene spesso detto ai papà che il loro compito è di essere di supporto alla mamma che aspetta e partorisce, con sottovalutazione delle ansie e delle paure che anche i padri potrebbero provare. Uno stereotipo sostenuto a vari livelli, che rende difficile mettere in luce il bisogno di sostegno della popolazione maschile in generale e in particolare in questa delicata fase perinatale. Una ricerca inglese ha raccolto le testimonianze dei papà che hanno avuto sintomi: ricorrono, nelle interviste, dichiarazioni circa la propria incapacità, la sensazione di essere dei falliti, di non sentirsi “un vero uomo”, di non poter parlare con nessuno della propria condizione mentale, di non essere in grado di supportare la propria compagna nel ruolo di madre, oltre a sensazioni di vergogna molto diffuse: quale uomo si deprimerebbe dopo aver avuto un bambino? Le madri hanno maggiori probabilità di ammalarsi di depressione nel periodo postnatale (in media circa il 24% madri, 10% padri – ma occorre tenere conto, per i padri, di un vasto numero di mancati accessi e relative diagnosi); e, ovviamente, i cambiamenti ormonali hanno una parte in causa nel caso della madre. Ma la portata psicologica è di importante e significativa centralità, sia nel caso delle madri sia in quello dei padri. E per quanto riguarda i sintomi? Ogni caso è naturalmente a sé, ma in linea generale le manifestazioni variano. Le madri che soffrono di depressione post partum possono non riuscire ad alzarsi dal letto, sperimentare frequenti episodi di pianto e disperazione profonda; mentre negli uomini prevalgono indecisione, irritabilità, estrema autocritica, comportamenti ossessivi, con aumento delle ore di lavoro, oppure abuso di sostanze e di bevande alcoliche o ancora somatizzazioni. Anche in questo, la portata delle credenze e della cultura ha un ruolo determinante nella natura dell’espressione sintomatica, femminile e maschile. E anche gli ormoni maschili hanno un ruolo da poco evidenziato. Recenti ricerche dimostrano che gli ormoni dei padri cambiano, fin dai mesi successivi al concepimento: i livelli di testosterone diminuiscono durante la gravidanza del partner e gli estrogeni aumentano verso la fine della gravidanza. Ovviamente, a parte le cause fisiologiche, sia le madri sia i padri vanno incontro a un profondo stravolgimento con la nascita di un bambino, che riguarda la vita di relazione, la vita sessuale di coppia, la relazione con il bambino, la pressione della responsabilità, le preoccupazioni finanziarie. E, aggiungo io, la posizione all’interno delle famiglie di origine; un aspetto identitario spesso trascurato e poco considerato, che merita invece un’attenzione dedicata: cambiano gli equilibri, le percezioni delle persone coinvolte, lo status all’interno della famiglia allargata, con grande impatto sulla psicologia della neomadre e del neopadre. Su alcuni fattori di predisposizione non abbiamo strumenti per agire. Ma sugli aspetti culturali e sociali si può fare molto; si può dare spazio a questi argomenti, se ne può parlare a scuola, si può insegnare alle nuove generazioni che la vulnerabilità va riconosciuta. E che merita attenzione.
Davvero le altre coppie sono più felici di noi?

Joshua Coleman è uno psicologo e ricercatore presso il Council on Contemporary Families. Ho letto un suo recente articolo sul tema del confronto: tutti noi siamo portati a paragonare la nostra esperienza con quella degli altri e molto spesso sovrastimiamo la loro felicità, il loro benessere o le loro competenze. Coleman parla, in particolare, della propria esperienza come terapeuta di coppia e rivela che molto spesso le coppie in terapia idealizzano le altre coppie, di amici o conoscenti. Questo succede, in maniera più o meno intensa, a tutti gli esseri umani: paragonarci agli altri è tipico della nostra natura sociale. I periodi di noia, di fatica e di insoddisfazione, in una relazione di coppia, sono tuttavia un dato prevedibile; da considerare fisiologico, più che preoccupante. John Gottman, professore emerito di psicologia dell’Università di Washington, ha determinato, con una lunga ricerca sul campo, che ben il 69% dei problemi tra i membri di coppie sposate non viene in realtà mai risolto: gli scontri si verificano nella maggior parte dei casi su problemi di comunicazione, di denaro, di genitorialità o di divisione dei lavori domestici, che spesso restano tali. Si può invece intervenire sulla percezione e sulle modalità di azione e reazione. Perché ciò che distingue le coppie felici da quelle infelici non è il conflitto quotidiano in sé, ma il modo in cui ciascuna parte pensa ai dissapori e alle litigate e a come le interpreta nel rapporto con l’altro. E per quanto riguarda l’intesa intima? L’idea che le altre coppie abbiano una relazione fisica migliore, più eccitante, o forse solo più intensa, è molto comune, secondo le ricerche. Ma come sembrano concordare numerosi studi sociologici, i dati rilevano come il periodo più passionale per la grande maggioranza delle coppie sia di solito il primo anno della relazione; nel tempo, gli incontri con il partner avvengono una volta alla settimana e poi su base sempre più irregolare. Anche qui, la nostra tendenza al confronto, ci porta fuori strada nelle opinioni che abbiamo degli altri e delle loro relazioni.: il confronto sociale è la migliore ricetta per l’infelicità: non è difficile pensare a quanto fanno i social in questo campo, nell’aumentare i confronti e l’insoddisfazione degli individui e delle coppie. In ogni caso, sapere che nella maggioranza assoluta dei casi tendiamo a sovrastimare l’erba del vicino, come già la saggezza popolare sostiene da sempre e come dimostrato dai risultati delle ricerche piscologiche e sociali, può aiutare a capire che spesso ci illudiamo, a nostro unico svantaggio: non possiamo infatti conoscere la verità delle relazioni delle altre coppie dall’esterno. Possiamo imparare a ridimensionare e a osservare: si può apprendere molto dalle coppie che sembrano fare sia meglio sia peggio di noi. È un ottimo antidoto contro la trappola del confronto a nostro sfavore: molte ricerche sottolineano come i coniugi esaminati, ascoltando le storie degli altri, abbiano provato sollievo e sorpresa nello scoprire che non erano gli unici a Questo ha notevolmente ridotto la sensazione di isolamento e di disapprovazione che provavano verso sé stessi e il proprio compagno o la propria compagna. In sostanza, dietro le vite apparentemente ideali, della nostra o delle altre coppie, ci sono sofferenze e battaglie: come quelle di tutti gli altri. Mal comune, mezzo gaudio, dunque? No, di certo. Ma avere una dimensione più realistica di ciò che avviene statisticamente nelle vite degli altri, aiuta a comprendere, accettare e dare più valore alle nostre relazioni; e a giudicarle in modo più comprensivo e meno severo. E forse con un po’ di ottimismo in più.
Il bullismo: cambiare cultura parte da noi

Nel secolo scorso, goliardia e bullismo erano parte, tollerata e a volte addirittura incoraggiata, di riti di iniziazione vari: alla vita scolastica, sociale o militare. Il bullismo, come sappiamo oggi, rappresenta al contrario un serio rischio per la salute mentale dei bambini e porta a manifestazioni di ansia elevata, depressione e pensiero persecutorio. Alcuni di questi sintomi possono scomparire in modo naturale qualche tempo dopo il termine dei comportamenti di bullismo; ma, secondo numerose ricerche, molte vittime continuano a soffrire di un rischio maggiore di malattie mentali, con un’incidenza di sviluppo di sintomi psichiatrici da 20 a 30 volte superiore durante la vita adulta rispetto a persone che non hanno subito bullismo da piccoli. Questi dati impressionanti evidenziano come il bullismo subito in età evolutiva provochi importanti modificazioni a livello sia psicologico sia fisico. Recenti meta-analisi, come riportato da David Robson per la BBC, dimostrano che le campagne anti-bullismo non solo riducono la vittimizzazione, ma migliorano anche la salute mentale generale della popolazione degli studenti e, di conseguenza, degli adulti che presto diventeranno. Secondo Louise Arseneault, psichiatra che studia da anni questa problematica, i bambini vittima di bullismo tendono a considerare le relazioni sociali come possibili minacce, a caricarle di significati e aspettative che in qualche modo modificano sia il loro comportamento sia il comportamento degli interlocutori verso di loro; e questo ha un effetto prolungato nella vita di relazione da adulti, sia sulla difficoltà a vivere con un partner a lungo termine sia sulla possibilità di instaurare nuove amicizie in età avanzata. L’effetto non è solo psicologico; o meglio, l’effetto psicologico e quello di infiammazione fisica vanno di pari passo, potenziandosi a vicenda con aumento e correlazione di manifestazioni problematiche o francamente patologiche dal punto di vista della salute mentale. La ricerca di Arseneault suggerisce che lo stress provocato dal bullismo può avere un impatto sul corpo per molti anni, anche diversi decenni dopo l’evento: uno studio longitudinale durato 50 anni ha dimostrato che il bullismo frequentemente subito tra i 7 e gli 11 anni era collegato a livelli di infiammazione notevolmente più elevati all’età di 45 anni. Uno dei più interessanti e applicati programmi di prevenzione del bullismo, sviluppato dallo psicologo scandinavo Dan Olweus, si basa sull’idea che i singoli casi di bullismo sono spesso il prodotto di una cultura che tollera la vittimizzazione. Oggi ogni adulto è chiamato a cambiare questa cultura: che sia genitore o insegnante o operatore sanitario, gli adulti devono agire nei luoghi – scuole, sport, tempo libero – in cui il bullismo si esprime e controllarli su base regolare, interrogando i bambini, osservando le interazioni, organizzando riunioni di classe o di squadra in cui i bambini vengono educati e informati sul bullismo. Ma cosa può fare un genitore per contribuire a questa cultura dell’attenzione? Prendere sul serio le preoccupazioni del bambino, non suggerire affrettate risposte o comportamenti da adottare, ma ascoltare, ragionare con lui ad alta voce e coinvolgere altri adulti che possano vigilare. E, soprattutto, farsi promotore attivo di una conversazione sull’argomento, anche se non ha nessun sospetto che la cosa possa riguardare il proprio bambino: se il genitore ne parla come di un fenomeno che può accadere a tutti e che non è colpa del bambino che lo subisce, l’argomento diventa affrontabile e risolvibile. Per una figlia, un figlio; o per un’amica o un amico loro in difficoltà. Spesso molti problemi partono dal fatto che il bambino non ne può parlare: anche per il bullismo, affrontare il tema da parte di adulti motivati e attenti, è il modo migliore per autorizzare una discussione, un pensiero. E per permettere a una piccola vittima di venire allo scoperto, senza vergogna e con l’aspettativa che una soluzione possa esistere. Perché anche la speranza è alimentata dalla cultura circostante. I programmi antibullismo stanno contribuendo a creare un ambiente scolastico più favorevole per i bambini e ci sono varie modalità di aiutare gli studenti vittime di comportamenti scorretti. Ma l’obiettivo più importante è garantire che il messaggio anti-bullismo sia radicato nella cultura dell’istituzione: che non venga minimizzato, ignorato, rimandato. Dalle ricerche più recenti emerge infatti che informare i bambini e tutti gli adulti coinvolti – ad esempio, nell’istituzione scuola – anche quelli che hanno meno interazione con i bambini rispetto agli insegnanti, dall’autista di scuolabus all’operatore di mensa, consente di ridurre in modo altamente significativo il numero di casi di bullismo. L’attenzione al singolo caso, il coinvolgimento di tutti e una cultura che rifiuta in modo deciso, chiaro e senza compromessi la vittimizzazione dei bambini, consente rapidi e duraturi cambiamenti nell’atteggiamento generale della popolazione scolastica nei confronti del bullismo, inclusa una maggiore empatia per le vittime. Affrontare e risolvere il problema del bullismo non dovrebbe interessare solo insegnanti, psicologi e genitori, con l’intento ovviamente prioritario di limitare o porre fine alla sofferenza immediata dei bambini; ma dovrebbero interessare anche il legislatore, perché incidono a lungo termine sulla salute della popolazione. Gli adulti possono fungere da modello per aiutare a creare un ambiente in cui i bambini si sentano al sicuro e possano dare il meglio di sé: agire tempestivamente per mettere al sicuro il bambino vittima di bullismo e insegnare a tutti i bambini che certi comportamenti non sono mai accettabili, per nessun motivo, è il primo passo per un impatto duraturo sul benessere e sulla loro felicità da grandi.
Innovazione e idee: c’è differenza tra riunioni virtuali e in presenza?

Premetto che l’espressione in presenza – non bella, concordo con voi – è per contrapporre le due modalità di riunione che il Covid 19 ha reso ormai largamente normali nelle nostre vite lavorative. È appena uscito un interessante articolo su Nature, di Brucks, M.S., Levav, J. (Virtual communication curbs creative idea generation) che parla estesamente degli effetti delle riunioni online sulla creatività e sulla produzione di idee originali. L’innovazione si basa sulla generazione di idee collaborative che si pongono a fondamento del progresso, sia commerciale sia scientifico: gli autori si sono interrogati su come l’allontanamento dall’interazione di persona possa influire sulla creatività. La ricerca ha compreso uno studio di laboratorio e un esperimento sul campo in cinque paesi (in Europa, Medio Oriente e Asia meridionale). Il risultato sembra piuttosto univoco: i ricercatori affermano che tutti i dati indicano come la videoconferenza inibisca la produzione di idee creative. L’articolo è lungo, circostanziato e confortato da una serie di misurazioni oggettive complicate e inutili da riportare in questa sede. Ma le conclusioni sono piuttosto radicali: siamo tutti meno creativi, meno innovativi e le nostre interazioni sono più povere, quando ci riuniamo online. Vediamo esattamente perché e che cosa succede di diverso, in una riunione virtuale. Fino a poco tempo fa, qualsiasi collaborazione avveniva in gran parte con interlocutori che condividevano lo stesso spazio fisico, perché le tecnologie di comunicazione esistenti – telefonate, messaggi, lettere, email – limitavano la portata delle informazioni a disposizione degli interlocutori e riducevano la sincronicità nello scambio di informazioni; gli autori fanno esplicito riferimento alla teoria della ricchezza dei media, alla teoria della presenza, e alla teoria della sincronicità dei media. I recenti progressi nella qualità della rete e l’alta risoluzione degli schermi hanno inaugurato una tecnologia audiovisiva sincrona che trasmette molti degli stessi segnali di informazione sonori e non verbali dell’interazione faccia a faccia. La videoconferenza per molti aspetti consente un’interazione identica a quella in presenza, a livello di scambio di informazioni. Ma l’esperienza di collaborazione è davvero equivalente? Gli autori dimostrano che c’è una differenza sostanziale. Mentre i team in presenza operano in uno spazio fisico completamente condiviso, i team virtuali abitano lo spazio delimitato dallo schermo davanti a ciascun partecipante e questo costringe i partecipanti virtuali a restringere il proprio campo visivo. Secondo i ricercatori, il fatto di concentrarsi interamente sullo schermo comporta che i partecipanti alla riunione filtrino gli stimoli visivi periferici, cioè tutto ciò che avviene nella stanza dove si trovano, che non sono ovviamente visibili o rilevanti per i loro interlocutori. Restringere la propria portata visiva all’ambiente condiviso di uno schermo, comporta un conseguente restringimento del focus cognitivo, poiché è dimostrata da ricerche precedenti una correlazione precisa tra l’attenzione visiva e quella cognitiva. Gli autori hanno quindi dimostrato come ci sia un impoverimento della creatività, determinato dalla diminuzione del focus cognitivo dei partecipanti, dovuto alla concentrazione di ognuno sul proprio schermo: nonostante il livello conservato di scambio di informazioni, rimane questa differenza fisica intrinseca nella comunicazione attraverso il video. Questa focalizzazione ristretta riduce il processo associativo alla base della generazione di idee, in cui i pensieri si ramificano e combinano informazioni provenienti da elementi disparati per formare idee nuove. A mio parere, va anche considerato come tutta una serie di informazioni olfattive, materiche, di osservazioni dei movimenti degli altri, di sguardi e di altre piccole interazioni tra partecipanti a una riunione in presenza vadano completamente perdute in una riunione virtuale. Questo elimina per gli interlocutori una serie di stimoli che contengono informazioni importanti, alcune con diretto accesso alla coscienza e altre che restano sotto livello, che verosimilmente contribuiscono alla ricchezza dell’esperienza e a generare connessioni preziose che si traducono in pensiero maggiormente creativo. La ricerca ha dimostrato, tuttavia, che il ristretto focus cognitivo indotto dall’uso degli schermi non ostacola tutte le attività collaborative. In particolare, la generazione dell’idea è tipicamente seguita dalla selezione dell’idea da perseguire, una tappa dell’incontro che richiede focus cognitivo e ragionamento analitico. In questa fase di collaborazione, per la selezione e decisione condivisa, la riunione online non mostra debolezze o minore prestazione dei partecipanti: gli autori non hanno trovato prove che i gruppi di videoconferenza siano meno efficaci quando si tratta di selezione delle idee. È ormai opinione diffusa, e gli studi negli Stati Uniti lo confermano, che il 20% delle giornate lavorative si svolgerà a casa anche dopo la fine della pandemia. In Italia, le stime sono più o meno le stesse, anche se ovviamente si tratta di proiezioni in uno scenario mai documentato prima d’ora nell’esperienza umana, a livello globale. Alla luce di questi risultati, si potrebbe avanzare una modesta proposta: dedicare le riunioni in presenza all’esplorazione e alla generazione di idee e utilizzare le riunioni virtuali per attività collaborative più focalizzate sulle decisioni, sulle scelte e sulle argomentazioni a favore o contrarie alle idee emerse nell’interazione più ricca e creativa già avvenuta in presenza. Siamo in una fase davvero sperimentale dell’esperienza lavorativa umana: utilizzare bene i dati di ricerche approfondite sul campo, permette di realizzare piccoli campi sperimentali nella propria attività lavorativa quotidiana. Per diventare pionieri di nuove, più utili modalità di incontro collaborativo. E per tenerci il buono che questa tragica pandemia ha consentito di generare: la possibilità per molti di lavorare da casa.
Chiedere aiuto: una piccola formidabile azione umana

La civiltà umana inizia con un’azione: quella di aiutarsi nelle difficoltà. Aiutare e farsi aiutare è ciò che consente la formazione e il mantenimento delle organizzazioni sociali, dal più piccolo al più grande nucleo di convivenza, ed è la condizione per creare appartenenza e produrre cultura. Una volta una studentessa chiese all’antropologa Margaret Mead quale considerasse il primo segno di civiltà in una cultura, aspettandosi che parlasse di vasi di terracotta, strumenti per la caccia o manufatti religiosi. Margaret Mead rispose che la prima prova di civiltà era un osso femorale fratturato di 15.000 anni fa, trovato in un sito archeologico. Un femore rotto e guarito: questa era la prova che un’altra persona si era presa del tempo per stare con il ferito, per fasciarlo, portarlo in salvo e curarlo durante il recupero. Un femore guarito indicava che qualcuno aveva aiutato un suo simile umano, piuttosto che abbandonarlo per salvare la propria vita. Aiutare gli altri ci aiuta: a sentirci utili, capaci, competenti. E ovviamente, in un mondo ideale, dove non ci fossero accesso difficile alle risorse, scarsità di cibo e acqua, paura, guerre, prevaricazioni, e tutto ciò che impedisce una convivenza pacifica tra gli esseri umani, chiedere e offrire aiuto sarebbe la più semplice e naturale delle azioni. Ma nel nostro mondo imperfetto, quando si tratta di chiedere supporto, guida, consiglio o aiuto agli altri, spesso sentiamo che questa semplice azione può metterci in pericolo e che ci farà apparire deboli o vulnerabili. Le persone che hanno sperimentato situazioni familiari e sociali poco supportive spesso provano sentimenti negativi rispetto al ricevere aiuto e gli altri tendono a non offrire alcun supporto a persone con queste caratteristiche, perché avvertono il loro rifiuto a priori. Chi non ha potuto contare su nessuno per aiuto o supporto si sente più a suo agio, più in condizione di controllo, se può fare tutto da solo. E se si comporta come se non avesse bisogno o non volesse alcun aiuto, di conseguenza non otterrà alcun aiuto. Oltre a privare sé stesso di tutti i benefici di avere persone che possano contribuire alla sua vita, priverà gli altri della gioia di aiutare. Provate a fare una rapida riflessione: cosa significa questo per voi? Come vi sentite all’idea che altri vi forniscano guida o assistenza? Le risposte individuali variano ovviamente in base alle esperienze di vita e si posizionano su un continuum che spazia dal rifiuto totale di aiuto alla ricerca continua di aiuto. È evidente che entrambi gli estremi sono disfunzionali. Una posizione intermedia, in cui sia presente sia la capacità di dare sia quella di chiedere aiuto, è il migliore segno di competenza relazionale. Qui, nello spazio di un breve articolo, ci concentriamo su situazioni meno estreme e con premesse meno difficili di quelle di chi non ha mai ricevuto supporto e consideriamo l’opportunità di cambiare leggermente le posizioni individuali sull’argomento; per ottenere un beneficio sperimentabile e a portata di mano. Perché gli esseri umani sono predisposti all’aiuto e si sentono più vivi quando supportano gli altri. E occorre conoscenza di sé per riconoscere che si ha bisogno di aiuto e avere sufficiente fiducia per chiederlo. Chiedere supporto è un segno di forza. È una dichiarazione di umanità. E come tale va considerata. Le persone più sicure e di successo che incontriamo nella vita sono quelle capaci di coinvolgere gli altri per supporto, guida e consigli. Sono i primi a riconoscere che non sarebbero mai potuti arrivare dove sono senza mentori, consulenti o collaboratori. Il modo migliore per legare con una persona è chiedere un piccolo favore. È un modo di far sentire l’altro apprezzato, considerato e degno di fiducia. Chiedere a qualcuno di essere supportarti, guidati, consigliati, aiutati o istruiti può davvero portare un cambiamento significativo in una relazione. E se anche ci rispondessero di no, avremmo già modificato il nostro rapporto con l’altro: mostrargli, senza paura, di avere bisogno di lui ci rende infatti più contattabili a livello profondo. E questo, nel tempo, non modifica solo il nostro atteggiamento. Ma anche quello degli altri nei nostri confronti.
L’illusione di comunicare: quello che diciamo viene capito davvero?

George Bernard Shaw la metteva in questi termini: “Il maggiore problema della comunicazione è l’illusione che abbia avuto luogo”. Certo, sembra paradossale: comunicare, mettere in comune, dovrebbe significare poter passare in modo immediato informazioni, sentimenti, opinioni, racconti e intenzioni, da un soggetto emittente a un soggetto ricevente che condividono la stessa lingua. Dovrebbe. Ma sappiamo tutti molto bene che la cosa è assai più complicata. È una questione di filtri in entrata: tutti li abbiamo, di quasi tutti siamo inconsapevoli; e molto spesso non siamo in grado di individuare né di riconoscere minimamente quelli dei nostri interlocutori. Questo è naturalmente un terreno fertile per incomprensioni e, in alcuni casi, per pericolose escalation nella comunicazione. Oggi prendiamo in considerazione gli insegnamenti del dottor Marshall B. Rosenberg (1934-2015), che ha affrontato scientificamente il tema e ha lavorato in tutto il mondo come pacificatore prima di fondare il Centro per la comunicazione non-violenta. Partiamo da una semplice constatazione: quando comunichiamo verbalmente con persone diverse siamo spesso sorpresi dal fatto che, in qualche modo, i nostri interlocutori non abbiano sentito quello che pensavamo di avere detto. Le nostre parole, infatti, arrivano loro attraverso filtri potentissimi di accesso. Per fare un’analogia con la vista, è come se tutti indossassero occhiali da sole con sfumature di colore differente: la nostra camicia bianca verrebbe percepita come rosa, azzurra, verde o marrone, a seconda della lente attraverso cui fosse guardata. A seconda del filtro di chi ascolta, il messaggio più semplice può arrivare in modo radicalmente diverso. “Puoi scrivermi una nuova versione di questo articolo?” potrebbe arrivare, a seconda dell’interlocutore, come “Chiede a me perché non ha voglia di lavorarci”; oppure: “Non è assolutamente in grado di farlo e ha bisogno del mio aiuto”; o ancora “Delega per sottolineare la sua posizione di superiore nell’organigramma”. E potete immaginare numerosi altri modi di interpretare un messaggio all’apparenza così banale, a seconda del filtro e delle attese del ricevente. Quindi: comunicare in modo efficace significa non solo assumersi la responsabilità di ciò che si dice; ma anche di come il nostro messaggio viene ascoltato, tenendo in considerazione molti fattori. Ma come si possono individuare i filtri di ascolto delle altre persone? Rosenberg indica nove bisogni umani fondamentali, da considerare come filtri di base attraverso i quali le nostre parole vengono percepite: Affetto, Creazione, Ricreazione, Libertà, Identità, Comprensione, Partecipazione, Protezione, Sussistenza. Possiamo pensare anche a quanto la Teoria dell’Attaccamento potrebbe contribuire nel comprendere meglio e individuare i filtri: una persona con attaccamento sicuro reagirà allo stesso messaggio in modo differente da qualcuno con attaccamento ansioso-ambivalente. La materia è vasta quanto il bisogno umano di comunicare, ma è anche affascinante e ancora totalmente da approfondire. Intanto, ricordiamoci che i filtri ci sono sempre. Quando conosciamo bene qualcuno è possibile anticipare attraverso quale filtro è più probabile che ci stia ascoltando e adattare il nostro messaggio di conseguenza, per essere più sicuri che arrivi proprio ciò che volevamo dire. Chiedere all’ascoltatore di ripetere ciò che pensa di aver sentito può sembrare inutile e faticoso, ma spesso è il modo migliore per capire se la nostra vera intenzione sia stata comunicata. Le possibilità di essere compresi migliorano anche se spieghiamo chiaramente ed esplicitiamo la nostra motivazione: far sapere all’ascoltatore cosa c’è dietro la nostra richiesta o affermazione renderà meno probabile la stratificazione delle interpretazioni in entrata. In ultima istanza, è importante essere consapevoli del fatto che tutti, e prima di tutto noi stessi, ascoltiamo gli altri attraverso potenti filtri individuali, dovuti alla nostra impostazione, alla nostra esperienza e alla personale visione del mondo. Curiosità, apertura e un freno alle interpretazioni aiutano ad avvicinarci al messaggio di chi parla con noi e alle sue intenzioni. Coltivare il dubbio, chiedere e offrire spiegazioni è forse il più utile esercizio per evitare distorsioni nella comunicazione, in entrata e in uscita. Per andare un po’ più in là nell’illusione, che rimane in parte tale, di potersi comprendere davvero.
IMMAGINAZIONE: DAVVERO IL PENSIERO PUÒ CAMBIARE IL FUTURO?

In un momento di totale incertezza come quello presente, può essere molto utile: pensare al futuro è uno strumento potente, alla portata di tutti, che permette di sviluppare resilienza, speranza e ridurre ansia e depressione.E, perché no: creare condizioni di possibile e concreto miglioramento della realtà. Sia nella pratica clinica che nella mia esperienza di coach, questa è una delle strategie che aiutano a dare inizio a una serie di azioni preparatorie che portano a realizzazioni importanti: passo per passo, azione dopo azione. Vedere, “pre-vedere”, un risultato ha effetto sul risultato stesso, come nel caso delle profezie che si auto-avverano. Oggi ci ispiriamo ad alcune idee di Jane McGonigal, nota e geniale designer di giochi di realtà alternativa, progettati per migliorare in modo concreto la vita reale e risolvere problemi reali. McGonigal, che ha pubblicato diversi libri su questi argomenti (tra cui il recentissimo “Imaginable”, è direttrice della divisione ricerca e sviluppo dei giochi presso l’Institute for the Future e insegna presso la Stanford University. L’autrice parla del “pensiero episodico futuro” come di un’autentica possibilità di incidere, con l’immaginazione, su quanto succederà. Le ricerche neuroscientifiche e le evidenze delle risonanze magnetiche confermano che, quando immaginiamo qualcosa, i circuiti neuronali e le emozioni coinvolte hanno la stessa potenza piscologica delle esperienze realmente vissute nel quotidiano. Esercitarci a immaginare situazioni future, arricchirle di particolari, tornare su quanto immaginato e apportare modifiche, migliorie, aggiungere particolari e riempire quello che manca nella nostra esperienza diventa, in sostanza, una possibilità di allargare il campo. In pratica, “lavorare” su uno scenario futuro, immaginato e sistemato nei minimi dettagli, consentirebbe al nostro cervello di rendere immaginabile – e quindi possibile – qualcosa che non abbiamo ancora sperimentato nella vita reale. La parte immaginata, che nasce dalle nostre esperienze reali e si combina con immaginazioni che attingono ai nostri valori e alle nostre conoscenze su ciò che ha già funzionato in passato, consente un passo in più: autorizza in qualche modo il cervello ad agire come se lo scenario futuro fosse realmente possibile. Perché immaginarlo è come costruire una memoria, un ricordo. Da lì, si può partire per attivare una serie di piccole azioni per preparare e facilitare la realizzazione del futuro immaginato. Questo vale anche per gli scenari che spaventano; per diminuire l’ansia, la paura del non-conosciuto e diminuirne l’impatto, con il risultato di essere meglio preparati e più attrezzati davanti a situazioni spiacevoli o difficili: una sorta di de-sensibilizzazione attraverso l’immaginazione. In conclusione, possiamo mettere al lavoro il nostro cervello perché collabori con i nostri desideri, o con il nostro bisogno di sicurezza: in questo saranno coinvolti apprendimento, ricordi, emozioni, circuiti di ricompensa, sistemi di valori, persino i nostri modelli di attaccamento. Quello che è dimostrato, dalle ricerche, è che possiamo concretamente metterci in condizione di facilitare la realizzazione di qualcosa attraverso la sua immaginazione (rispettando, ovviamente, un principio di situazioni verosimili) e costruendo piccole azioni che possono avvicinarci al risultato desiderato. Esercitare un po’ di controllo attivo, e ottimistico, sul futuro, può essere d’aiuto, oggi più che mai. Per trovare nuove direzioni, per muovere passi importanti; e per dare energia alla speranza.
Indietro nel tempo? Effetti e sorprese

In un momento come quello attuale, con la guerra subito dopo la lunga stagione del Covid, molti pensano a quanto fosse più facile prima, in molti sensi. È stato, ed è, un periodo duro, di incertezza e di futuro imprevedibile: più di quanto lo sia in tempi cosiddetti normali. Sperando fortemente che presto si trovino soluzioni diplomatiche e finisca un’insensata violenza, analizziamo cosa significa recuperare momenti precedenti e più sereni, e l’effetto che può avere sul nostro cervello. Vorrei ricordare qui uno degli esperimenti psicologici che sono diventati un classico della letteratura: siamo nel 1981 e la psicologa di Harvard Ellen Langer decide di allestire un esperimento con un gruppo di uomini intorno ai settant’anni (allora settanta erano già un’età avanzata). In cosa consisteva? Le persone che prendevano parte all’esperimento furono invitate a vivere cinque giorni all’interno di un monastero, in cui tutto era stato progettato per sembrare proprio come se fosse l’anno 1959. Radio, televisori in bianco e nero, libri, oggetti per la cucina, arredamento: tutto era d’epoca, l’atmosfera era perfettamente ricostruita, come in un set cinematografico. Questa distorsione temporale, in cui erano immersi, prevedeva che i partecipanti fossero trattati come se avessero 50 anni. Negli spazi che occupavano, non c’erano specchi e c’erano molte foto che li ritraevano: foto che avevano loro stessi fornito, di vent’anni prima, in cui ridevano, pescavano, abbracciavano; erano, insomma, uomini maturi attivi e in salute. Durante i cinque giorni, i partecipanti dovevano discutere le notizie e gli sport di 22 anni prima come se fossero appena accaduti, al presente, e comportarsi in tutto e per tutto come quando avevano cinquant’anni. Alla fine dei cinque giorni, che sono ovviamente un tempo assai limitato e allestito artificialmente, i ricercatori fecero le valutazioni finali. Risultato? Gli uomini, alle misurazioni fisiche, erano aumentati in altezza, avevano una maggiore destrezza manuale e una vista ancora migliore. Sembravano più giovani anche di aspetto. Tra i partecipanti (alcuni dei quali avevano precedentemente utilizzato un bastone per camminare) è stata persino improvvisata una partita di football mentre aspettavano l’autobus per tornare a casa. Ellen Langer esitava a pubblicare i risultati dell’esperimento, preoccupata che il metodo insolito e la dimensione ridotta del campione potessero essere difficili da accettare per la comunità accademica. Ma nel 2010 un programma della BBC ha ricreato l’esperimento con persone anziane famose, ottenendo effetti simili. Una successiva ricerca di Langer l’ha portata a concludere che possiamo allenare le nostre menti per sentirci più giovani, il che a sua volta può far sì che i nostri corpi seguano l’esempio. Naturalmente è impossibile riprodurre effetti simili nelle nostre vite. Ma agire in modo differente, fare delle piccole distorsioni temporali può aiutare in modo molto concreto e misurabile. È interessante notare che il gruppo di controllo dell’esperimento, i cui partecipanti dovevano semplicemente ricordare e discutere fatti ed episodi risalenti a vent’anni prima, non aveva affatto avuto gli stessi risultati. La chiave di differenza sembra quindi stare nell’agire “come se”. Non possiamo certo riportare indietro il tempo, ma ingannare un po’ il nostro cervello ha l’effervescente effetto di riattivarlo in aree che utilizziamo meno, presi degli eventi e dalle difficoltà attuali. Applicare questo principio alle nostre azioni quotidiane, rivivere un luogo, un’esperienza, tornare ad attività lasciate, può essere un utile alimento per l’ottimismo. Se non altro, partire da una posizione meno pessimistica e negativa, può far ripartire interazioni positive con i nostri simili, ritrovare elasticità e malleabilità. E contribuire a cambiare, in meglio, la realtà che ci assedia da tempo.
Velocità mentale: cosa cambia tra i 20 e i 60 anni?

Sono passati pochi giorni dalla pubblicazione di un’interessante ricerca di von Krause, M., Radev, S.T. & Voss, che rivoluziona un po’ tutti gli assunti sulla rapidità mentale correlata all’età. Il modello dello studio è ovviamente molto complesso e chi fosse interessato può trovarlo nell’articolo originale del 17 febbraio su Nature Human Behaviour. Ma a noi qui interessa il risultato, che apre prospettive diverse di pensiero e di riflessione su un argomento che coinvolge tutti: ventenni, quarantenni, sessantenni e oltre; perché il nostro destino, legato a un tempo lineare che avanza, e le nostre credenze ci portano naturalmente a pensare che un ventenne abbia una rapidità mentale maggiore rispetto a un sessantenne. Non è così. Per almeno un milione e duecentomila motivi. Tanti sono stati i partecipanti allo studio. Gli scienziati hanno applicato un modello di diffusione bayesiano ai dati trasversali di 1,2 milioni di soggetti, per estrarre componenti cognitivi interpretabili dai dati grezzi del tempo di risposta delle persone nell’affrontare semplici compiti decisionali. E hanno osservato le differenze di età nei parametri cognitivi esaminati. Come già noto, le velocità di risposta, in semplici compiti che implicano una decisione, iniziano a diminuire dalla prima età adulta e continuano a diminuire con l’avanzare dell’età. Tuttavia, e qui i risultati sono rivoluzionari, la ricerca dimostra che i tempi di risposta non sono pure misure della velocità mentale: rappresentano invece la somma di più processi. I risultati indicano con chiarezza che il rallentamento del tempo di risposta, che inizia già all’età di 20 anni, è attribuibile all’aumento della cautela decisionale e ai processi non decisionali più lenti, piuttosto che a differenze nella velocità mentale. Come dire che, davanti a una scelta, la minore rapidità di risposta di un cinquantenne rispetto a un ventenne non è dovuta a una minore rapidità mentale. Ma piuttosto a una maggiore attenzione prima di decidere e a una più meditata valutazione delle implicazioni della decisione. La ricerca sfida quindi le credenze diffuse sulla relazione tra età e velocità mentale. Molte opinioni sul nostro funzionamento mentale ci provengono dall’osservazione, dalla letteratura, dall’arte, dalla storia. Oggi abbiamo una prova in più, basata su un numero altissimo di partecipanti e su un rigoroso metodo scientifico, di qualcosa che forse sapevamo già: con l’età aumenta l’esperienza e l’esperienza trattiene da decisioni affrettate. Quello che non sapevamo è che il rallentamento della rapidità mentale, secondo lo studio citato, si osserva solo oltre, e in numero significativo anche ben oltre, i 60 anni di età. Un buon motivo per essere ottimisti sull’invecchiamento del nostro cervello. E sulla saggezza di continuare ad allenarlo, come se avesse vent’anni.
Quanto siamo influenzabili nelle decisioni?

Tra psicologia, sociologia e studio dei comportamenti economici. Il Covid ha sospeso il futuro, ci ha forzati in un presente ripetuto; una bolla di tempo lungo, che ha tolto energie e capacità di desiderio e di programmazione. Con la prospettiva che la pandemia stia regredendo, si aprono nuovi orizzonti: di riprendere a viaggiare, uscire, progettare. Ed è il tempo delle decisioni: su cosa acquistare, cosa lasciare e su cosa investire. David Robson, nei suoi libri, articoli e ricerche per la BBC, esplora come operiamo nel decidere e come le nostre decisioni possano essere influenzate. Avviene in moltissimi campi e a molti livelli: per vendere, per convincere, per affiliare, per spostare le opinioni dei cittadini. L’argomento è vastissimo, ma qui vediamo cos’è l’”effetto esca”, che possiamo trovare e osservare presto sul nostro cammino, in questi momenti di ripresa di attività a lungo sospese. Sappiamo tutti che, quando siamo ad esempio in un’area di servizio, le bibite in vendita al banco hanno spesso tre opzioni di dimensioni – piccola, media e grande – e che la porzione grande costa solo poco di più di quella media. Visto l’apparente affare, vi è già capitato di scegliere l’opzione più grande e costosa? Si tratta di questo: nell’”effetto esca”, con la presentazione deliberata di un’opzione aggiuntiva, leggermente meno attraente – in questo caso, la bibita di medie dimensioni relativamente costosa – siamo invogliati a pagare più soldi di quanti avremmo scelto razionalmente di spendere. Linda Chang, psicologa dell’Università di Harvard, sostiene appunto che è possibile spingere le persone a scegliere prodotti più costosi, se le opzioni vengono inquadrate in un modo preciso e quanto facilmente il nostro giudizio sia influenzato dal contesto in cui i fatti sono presentati. Ma torniamo alla nostra voglia di viaggiare, dopo questo lungo periodo di spostamenti difficili, e immaginiamo di voler acquistare un volo aereo. È uno dei più classici esempi dell’”effetto esca”. Immaginiamo di scegliere il nostro volo tra le seguenti opzioni: Il volo A costa 400 euro, con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro, con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa 435 euro con uno scalo di 1 ora. In questo caso, i ricercatori hanno dimostrato che la maggior parte delle persone sceglierebbe il volo A, che è più economico del volo C, ma con un tempo di attesa più breve, anche se è notevolmente più costoso del volo B. Ora immaginiamo un’altra scelta di voli: Il volo A costa 400 euro con uno scalo di 1 ora. Il volo B costa 330 euro con uno scalo di 2 ore e 1/2. Il volo C costa 330 euro con uno scalo di 3 ore e ¼. In questo caso, la preferenza della maggior parte delle persone è stata per l’acquisto del volo B. Dal punto di vista logico, questo non ha senso: B non dovrebbe essere più attraente ora, rispetto al primo esempio; perché il tempo di attesa e il prezzo sono sempre esattamente gli stessi. Ma il cambiamento del Volo C – che comporta uno scalo ancora più lungo – ha alterato il modo in cui i partecipanti hanno percepito le altre possibilità e in questo contesto hanno preferito scegliere un tempo di attesa più lungo per un prezzo più conveniente. Ricapitolando, ecco come funziona: il volo C è “l’esca” ed è progettato per apparire simile, ma un po’ meno attraente, rispetto a una delle altre opzioni, che è quella su cui il venditore vuole orientare la nostra scelta. È proprio il confronto ad aumentare la desiderabilità della scelta “bersaglio” e a portarci ad operarla. Se pensate che l’uso di un’esca ben progettata può spostare l’opinione tra le altre due opzioni fino al 40%, come dimostrano numerose ricerche, capite quanto facilmente le nostre decisioni possano essere influenzate dal modo in cui sono inquadrate le alternative. Non si conoscono ancora le ragioni esatte di questo particolare effetto, anche se si conosce bene come costruirlo e farlo funzionare. Una delle possibili ipotesi dei ricercatori è che il confronto con l’esca ci offra una giustificazione, e quindi ci rafforzi in una direzione, per operare la nostra scelta. Se dovessimo confrontare solo A e B, sarebbe difficile valutare il compromesso tra costo e tempo di attesa: quanti soldi valgono davvero 1 ora e ½ di attesa in più? Ma se un’opzione è ovviamente migliore – il volo C – per attesa o prezzo, abbiamo un buon motivo per spiegare a noi stessi la scelta operata. Questo ci fa sentire più rassicurati e motivati e ci semplifica- cosa che piace sempre molto al nostro cervello! – il compito. Insomma, una terza opzione poco attraente cambia le preferenze delle persone tra altre due possibilità date. In conclusione: ricordiamoci che l’effetto esca ci attende un po’ dovunque. Ma forse vale la pena, con qualche accortezza anche verso le trappole mentali, di tornare a progettare e a immaginare. Per riaprire ai desideri.