Assertività: come svilupparla nella relazione con i figli?

Che cos’è l’assertività? Cosa vuol dire essere assertivo? E quali sono i vantaggi dell’essere assertivi anche con i propri figli? L’assertività fa riferimento alla capacità di una persona di esprimere ciò che pensa in modo chiaro e rispettoso. Possiamo immaginarla lungo un continuum dove, da un lato, si pone il comportamento aggressivo che tende a prevaricare gli altri; dall’altro lato, un comportamento passivo, in cui non si riescono a fare valere i propri bisogni. Vediamo cosa può fare un genitore per sviluppare anche nei propri figli la capacità di essere assertivi: essere assertivi: il cervello dei bambini si sviluppa attraverso i comportamenti che si osservano nei genitori. Numerose ricerche dimostrano che i vantaggi dell’essere assertivi sono tanti: può aumentare la sicurezza di sè, si possono ridurre i conflitti, così come si può avere un elevato senso di autoefficacia. osserva quando il tuo bambino rimane in silenzio e aiutalo a dare voce a quel silenzio. Soltanto così potrà imparare ad esprimere i propri desideri, ma anche le proprie paure. Per poter diventare assertivi, è necessario essere consapevoli dei propri diritti. Quali sono i diritti di ciascun bambino? Diritto di essere trattati con rispetto e dignità; Avere ed esprimere sentimenti e opinioni. Anche se non si è d’accordo, il tuo bambino merita lo stesso rispetto e lo stesso ascolto. Diritto di giudicare le proprie necessità, stabilire le priorità e prendere decisioni. Osserva i suoi gesti e le sue parole, ti aiuteranno a comprendere ciò che vuole a seconda dei suoi bisogni; Dire di no senza sensi di colpa; ci si può rifiutare di fare qualcosa senza sentirsi in colpa, lascia che accada e lascia che il tuo bambino spieghi le proprie motivazioni, attraverso il confronto e il dialogo; Diritto di chiedere quello che si vuole (e l’altro di accettare o meno se soddisfare quel desiderio); Diritto di cambiare; Diritto di sbagliare. Aiutiamo il bambino a capire che non è grave se succede; Diritto di avere successo. Riconosci le doti di tuo figlio, altrimenti lui come potrà riconoscerle? Riposare e isolarsi; Diritto di non essere assertivo. Com’è possibile? Capita a tutti, in determinati momenti, di voler restare in disparte o di reagire in modo più aggressivo. Bisogna dare la possibilità ai propri figli di reagire in modi diversi a seconda dei momenti. La cosa importante per l’adulto rimane sempre la stessa: esserci!

I bambini davanti alla televisione: cosa può fare l’adulto?

I bambini trascorrono tanto tempo ormai davanti alla televisione: vediamo insieme come l’adulto può gestire questo tempo. E’ chiaro ormai che la televisione è una compagnia durante la maggior parte delle giornate, sia per grandi che per piccini. Diventa inutile, infatti, fare finta che non esista, ma piuttosto bisognerebbe imparare a farci i conti e apprenderne un utilizzo più corretto. Inoltre, la televisione piace a tutti e anche gli adulti amano rilassarsi davanti al loro film o programma televisivo preferito…vogliamo negarlo? Per non parlare della funzione di alcuni programmi che sono volti a fornire informazioni e a creare riflessioni. Quali possono essere allora gli aspetti negativi del guardare a lungo la televisione? la televisione può portare via del tempo ad altre attività importanti. E’ stato visto che, dai tre anni in poi, i bambini guardano in media la tv tre o quattro ore al giorno. Togliendo le ore essenziali di pasti, sonno, scuola, rimane troppo poco tempo per il gioco, le conversazioni con gli adulti, la lettura e l’ascolto di fiabe, le attività all’aria aperta. quando il bambino (ma anche l’adulto) è seduto davanti alla tv, tende ad accogliere in modo passivo ciò che viene trasmesso in quel momento. passare velocemente da un programma all’altro può portare al fenomeno della “inibizione retroattiva”. Che cos’è? Il nuovo spettacolo potrebbe offuscare quello visto in precedenza, impedendo di fantasticare su ciò che è stato appena guardato in tv e ostacolando anche giochi di finzione correlati. Ecco perché invece è consigliato portare più spesso i bambini al cinema, dandogli il tempo di elaborare (anche con l’adulto) ciò che è stato visto. Cosa possono fare gli adulti educanti? è sicuramente importante vedere la maggior parte dei programmi con i bambini: osservare le loro reazioni, fornire immediate spiegazioni alle loro domande, intervenire per aiutarli nella comprensione di ciò che vedono. imparare a programmare quando è ora di vedere la tv e cosa si sceglie di guardare. Se, ad esempio, prevediamo che dopo quel cartone animato ci sarà la merenda o un’altra attività piacevole sarà anche più facile staccare il bambino dalla televisione! coinvolgere il bambino nella scelta di cosa vedere. Se si ha una guida tv con delle immagini, lo si può aiutare a fargli esprimere delle preferenze, così sarà anche più facile alla fine spegnere il televisore quando il programma è terminato. Ma la cosa più importante rimane sempre la stessa. Ricordiamo che i bambini ci osservano e il nostro comportamento funge da modello, sia per gli aspetti positivi che per quelli negativi.

Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.

Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi

Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery

Avere a che fare con la perdita durante il Covid-19

Il Covid-19 ha obbligato il genere umano a rapportarsi con la perdita: un aspetto che fa parte della vita, spesso mal tollerato. Tutti, nel corso di questi ultimi due anni, abbiamo ascoltato telegiornali o programmi televisivi o conferenze che ci hanno riportato un numero sempre maggiore di decessi, mentre alcuni di noi, oltre ad ascoltare determinate notizie alla televisione, purtroppo hanno perduto persone care e vivono ancora più da vicino gli effetti disastrosi di questa pandemia. Ognuno di noi ha la sua storia e a ognuno di noi il Covid-19 ha fatto perdere qualcosa o qualcuno. Pertanto vorrei che ciascuno provasse a indirizzare le parole di questo testo alla propria esperienza. Perché la perdita ha accomunato tutti: chi ha perso la possibilità di avere vicino gli amici o i familiari che vivono lontano; chi ha perso l’occasione di salutarsi o la possibilità di festeggiare; chi ha perso il lavoro e tutti abbiamo perso la nostra quotidianità e il ritmo che scandiva le nostre giornate. Le fasi del lutto: Elisabeth Kubler Ross ha descritto cinque fasi che conducono all’elaborazione di una perdita e che non devono necessariamente presentarsi in questa sequenza:   Negazione: “non posso crederci, sembra un film, è surreale“. La realtà e il dolore è talmente intollerabile che abbiamo bisogno di difenderci, rifiutando che sia vero. Contrattazione: nonostante i momenti di sconforto, vi sono anche momenti in cui si immagina il dopo e si sognano le cose che si vorrebbero fare. Rabbia: ci si sente soli e si ha bisogno di direzionare la rabbia esternamente (verso il sistema, verso gli altri) oppure internamente. Depressione: sembra non esserci proprio via d’uscita, questa è la fase in cui si guarda con maggiore consapevolezza alle perdite subite. Accettazione: si riesce a creare un nuovo equilibrio che ci definisca e che sia in continuità con la nostra storia personale Perché è così difficile che l’elaborazione avvenga durante la diffusione di questo virus? Più la perdita avviene improvvisamente, senza avere la possibilità di prepararsi all’idea che “da domani” bisognerà abituarsi a vivere la quotidianità in un modo diverso, più diventa difficile riuscire a reintegrarla nella propria storia; inoltre l’elaborazione inizia anche grazie a dei rituali, dei gesti che aiutano a  prendere consapevolezza di ciò che è avvenuto, a tirare fuori le proprie risorse e a proseguire nel corso della propria vita, nonostante il dolore subito. Chi ha creato una nuova routine probabilmente avrà notato un graduale adattamento alla nuova realtà, avvenuto proprio grazie all’utilizzo di strategie di coping. In psicologia, con il termine coping, si fa proprio riferimento a tutte quelle strategie mentali e comportamentali che consentono all’individuo di fronteggiare lo stress e le difficoltà che si presentano. Quando si sceglie di agire, nonostante la sofferenza provata, si sta ampliando la flessibilità psicologica donando vitalità alla propria vita. Mantenendo, invece, una visione di sé e del mondo rigida, ci si focalizzerà soltanto su ciò che non può essere fatto, perdendo la possibilità di compiere azioni che riempiano i momenti e che conducano a realizzare obiettivi che aggiungano valore alla propria vita. E’ proprio durante una crisi che ci si sente più fragili poiché viene messo in discussione il proprio equilibrio. L’etimologia del termine “crisi” deriva dal latino crisis e dal greco κρίσις (scelta, decisione). E la crisi rappresenta, pertanto, anche il momento più fertile, quello in cui abbiamo l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività, della vitalità e riorganizzare la propria vita in un modo diverso. “L’ordine è necessario per non perdersi, il disordine per ritrovarsi” Radomska Ma come fare? Essere bloccati, “sentire che la propria vita sia ferma” può diventare occasione di ripartenza. Pensiamo a un corridore che, prima di iniziare la sua corsa o vincere una maratona, è fermo nella sua postazione di partenza fino allo scoppio di un colpo di rivoltella che sancisce il “via!”

Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.

Essere genitore: come si diventa mamma e papà?

La consapevolezza di diventare genitore può essere facilitata nella donna dai cambiamenti fisici. Ma cosa succede ai papà? La genitorialità può essere facilitata nella donna attraverso i cambiamenti fisici legati allo stato di gravidanza: si crea uno spazio fisico all’interno della donna e, nello stesso momento, ci si prepara a creare anche uno spazio mentale per il proprio bambino. La gravidanza psichica, di fatto, procede parallelamente a quella fisica e può essere suddivisa in tre fasi: il primo trimestre in cui si inizia a maturare l’idea di diventare genitore, il secondo trimestre in cui si raggiunge maggiore consapevolezza, l’ultimo trimestre in cui ci si proietta al dopo e a come sarà il nascituro e la relazione con lui. Nella donna questo processo avviene piuttosto naturalmente. Ma cosa accade al papà? La gravidanza psicologica avviene anche per i papà! Per lungo tempo ci si è concentrati soprattutto sui vissuti emotivi della donna che, aiutata anche dai cambiamenti fisici e ormonali, riesce fin dalla scoperta della gravidanza a stabilire una relazione privilegiata con il bambino. In questa relazione diadica, spesso capita che il papà si senta escluso o venga recriminato dalla compagna che vorrebbe sentirlo più vicino. Ecco due vissuti completamente differenti, ma complementari. E in questo, potrebbe aver contribuito la pressione sociale e culturale, che induce spesso le donne a occuparsi principalmente della cura dei figli. Tuttavia, oggi si assiste ad una maggiore presenza anche del padre che desidera partecipare in prima persona a tutti gli aspetti di crescita del figlio. Anche nel papà inizia a prendere forma un maggiore senso di responsabilità e di protezione che si esplica in modi e in tempi differenti rispetto alla figura materna e che potrebbe avere anche la funzione di tenere a bada le emozioni emergenti. La gravidanza è un’esperienza unica nella vita non solo di una donna, ma di una coppia! Si è parlato di vissuti differenti, ma complementari. A questo riguardo, si può provare a pensare al fatto che al padre è richiesta anche una maggiore capacità empatica. E’ importante ricordare sempre, prima di alimentare possibili incomprensioni, che ciascun partner sta effettuando un percorso interno molto personale, per cui condividere a cuore aperto pensieri ed emozioni che si presentano, può essere utile per rafforzarsi e sostenersi a vicenda, fornendo al bambino che verrà al mondo la solidità di cui avrà bisogno.