L’accettazione, questa strana sconosciuta.

L’accettazione, questa strana sconosciuta. La maggior parte dei pazienti, quando arriva in studio per le prime sedute, parte raccontando con rabbia e frustrazione la condizione di vita in cui si trova. Ascolto analisi psicosociali accurate del comportamento dell’altro-carnefice: i genitori, i partner, un amato, un lutto. La principale domanda è: perché a me? Emerge infatti, che molto tempo della giornata e della sintomatologia si aggira attorno al disperato tentativo di rispondere a questa domanda: perché a me. Da qui partono pensieri ruminativi volti a ripercorrere il momento decisivo, l’azione precisa, in cui è crollato il castello felice. Quale errore, quale parola, quale reazione ha scatenato quell’evento. Tutto ciò nasconde un qualcosa di importante, che è la pretesa e la credenza di poter controllare eventi di per sé incontrollabili, principalmente i desideri di altre persone, eventi esterni e accidentali. Quando tocchiamo il tasto dell’incontrollabilità degli eventi, emerge una sensazione di sopraffazione e di impotenza, che è difficile da contattare e tollerare. <<E quindi cosa devo fare?>> Accettare, rispondo io. È qui la nota dolente. Che cosa vuol dire accettazione? Accettare sembra un concetto appartenente alla filosofia orientale, ben diversa da noi. Nella nostra cultura, dove preme l’esaltazione di caratteristiche quali la testardaggine, la perseveranza, il sacrificio volto alla produzione; accettare è appannaggio di religione e spiritualità. Quelle situazioni un po’ strane da ritiro nella foresta, in silenzio, monacale. Accettazione viene spesso percepita, infatti, come una modalità passiva di affrontare le cose. Accetto, amo e perdono tutto ciò che mi accade: una sorta di porgi l’altra guancia. Accettazione è, invece, quanto più diverso ci sia da questo. Trovo che sia la più attiva e coraggiosa delle scelte: una ridefinizione di confini entro cui recuperare le proprie risorse, e agire. Vuol dire aprirsi a sperimentare pienamente la realtà così com’è in questo momento, smettendo di combatterla, o di respingerla. Accettazione non è, infatti, approvazione. Io posso accettare anche ciò che non approvo, e Marsha Linehan (2015, p.504) su questo fa un esempio molto indicativo: Un uomo si trova in carcere con una condanna a vita per un crimine che non ha commesso. È ricorso in appello, non ha soldi e non ha risorse per assumere un bravo avvocato. Per lui è fondamentale accettare che il carcere sarà la sua nuova casa per sempre, anche se non approva questa condizione. Se non accetta tale realtà, non potrà adattarsi al carcere, e apprendere le nuove abilità necessarie per sopravvivere in tale ambiente, né ottenere ciò che di buono questo può offrire. Adirarsi e combattere il sistema può interferire con il problem solving e portare ad un maggior numero di punizioni dal contesto. Rimanere disteso sulla propria branda, rassegnarsi e arrendersi, può essere altrettanto problematico e portare a punizioni e ritorsioni. L’accettazione è quindi l’unico vero primo passo per riuscire ad agire in modo efficace, prendendo chiara evidenza della realtà così com’è.

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore

Il dolore di affrontare il disagio di un genitore Uno dei dolori più profondi nel processo di terapia è quello della scoperta della sofferenza degli altri significativi. È quello che è successo a F., quando nel ripercorrere insieme la propria infanzia, ricostruisce delle assenze della madre per lunghi periodi. In questi lunghi momenti taciuti in famiglia, la madre era costretta a letto, a dormire, in quello che sembrerebbe riconducibile ad una depressione probabilmente post-partum, proprio dopo la nascita di F. F. ha chiaramente trovato le sue strategie per restare vicino alla madre, e per accogliere i momenti “buoni” e allegri da poter trascorrere insieme. F. e i suoi fratelli, con il passare degli anni, hanno notato e ricostruito dei comportamenti di disagio che, però, entrambi i genitori ancora oggi non hanno riconosciuto. È nel ripensare ai momenti di sofferenza della madre che F. comincia a provare un dolore profondo. Alla sofferenza rimasta silente, al lutto dei momenti non trascorsi insieme, alla rabbia per il mancato riconoscimento della patologia da parte degli adulti stessi. Quello di F. è un vissuto comune a moltissimi pazienti giovani adulti alle prese con il passaggio all’autonomia dalla casa familiare, con una sofferenza più o meno intensa da parte della coppia genitoriale. <<Come faccio a starle vicino nel modo giusto?>> chiede F., che ormai di depressione ha letto tanto, e riporta di dover avere un comportamento calmo, accogliente e pacato con il familiare con disagio. Eppure la rabbia è tanta, per tutti i consigli non ascoltati, per le offerte di aiuto non accolte sfociate in litigi, urla e allontanamenti improvvisi. La verità è che l’aiuto passa spesso per la cosa più coraggiosa e silente che possa esserci: l’accettazione. Accettazione della condizione di sofferenza e patologia, di non riconoscimento del proprio disagio, e di una condizione di vita scelta che è diversa da quella che noi vorremmo per il benessere del nostro familiare. L’accettazione però, per essere sana, reale e sincera, ha bisogno di confini, che è quello del rispetto della propria persona. Devo cioè accettare nel rispetto del mio benessere. Oltre, diventa un aspetto passivizzante e forzato. Accettare di non poter offrire aiuto ad una persona in sofferenza, talvolta è uno dei più coraggiosi gesti di aiuto che possiamo offrire. In poche parole, la nostra vicinanza silente.

Disturbo d’ansia: il ruolo dei familiari

Disturbo d’ansia: il ruolo dei familiari.   Di disturbi d’ansia ormai si parla ampiamente. Diversi sono gli articoli che spiegano il circolo sintomatico, gli errori di pensiero e qualche strategia di gestione dell’ansia. Essa è inoltre uno dei disturbi in comorbidità più diffusi. Insomma, l’ansia la conosciamo tutti, e qualcosa di simile ad un attacco di panico è stato provato più o meno da ognuno di noi. Per lo stesso motivo, molti possono trovarsi ad avere, per un certo periodo di vita, un partner o un familiare con un disturbo d’ansia. Stare vicino ad una persona con un disturbo d’ansia, indipendentemente dalla tipologia del disturbo, non è facile. Chi soffre d’ansia, per esempio, può chiedere insistenti rassicurazioni, anche a distanza di poco tempo. Il disturbo inoltre può essere così pervasivo da influenzare uscite o attività insieme. Cosa può fare il familiare di una persona con disturbo d’ansia? Non rassicurare continuamente. Chi soffre d’ansia chiede continue rassicurazioni sul contenuto dei suoi timori. Il familiare è motivato a rispondere in senso positivo alle rassicurazioni, con il tentativo di superare il motivo di preoccupazione e tranquillizzare il soggetto. In realtà, la rassicurazione è un fattore che contribuisce a mantenere alto il livello dell’ansia. Infatti, quando si riceve una rassicurazione, il livello di ansia cala per un breve periodo di tempo, per poi tornare più alta e più forte di prima. Questo spingerà il soggetto a tornare “dove si è sentito meglio”, ovvero a chiedere un’altra rassicurazione simile, dopo poco tempo. 2. Comprendere la persona, senza trattarlo da paziente. La persona che soffre di un disturbo d’ansia, va certamente compresa nelle sue paure. L’ansia è un’emozione, e in quanto tale ognuno di noi ha la capacità di comprenderne le sensazioni, seppur ad una intensità minima. Rispondere in modo rabbioso o accusatorio, stanchi delle continue richieste di rassicurazione, aumenta il senso di colpa del soggetto ansioso (spoiler, il senso di colpa aumenta la stessa sintomatologia ansiosa). Tuttavia, comprendere il soggetto, non vuol dire diventare totalmente accudenti o comportarsi da terapeuti. Infatti, l’estrema accondiscendenza, accompagnamento, o addirittura sostituirsi alle paure del soggetto per lungo tempo, diventano aspetti di mantenimento della patologia. In primo luogo, questi comportamenti evitano alla persona ansiosa le esposizioni necessarie ad un trattamento del disturbo (attenzione, non parliamo di terapia d’urto!). Infine, un tal comportamento incita il soggetto ad una possibile identificazione con un passivizzante ruolo da paziente malato. 3. Mantenere la calma. Rispondere con un tono di voce calmo e senza paura funge da modelling per la persona ansiosa: d’altronde, di ansia non si muore! 4. Riconoscere i meccanismi dell’ansia. Un consulto da un esperto è molto utile nel riconoscimento dei circoli e dei sintomi ansiosi. 5. Fare insieme tecniche positive. Piuttosto che entrare nel contenuto della preoccupazione, quando si riconosce una sintomatologia ansiosa in atto, si può semplicemente incitare a mettere in atto, insieme, delle tecniche di gestione dell’attivazione corporea, come esercizi di respirazione, l’abbraccio della farfalla, rifocalizzazione dell’attenzione, TIP di gestione emotiva.

10 Errori di Pensiero che sostengono la sofferenza

10 Errori di Pensiero che sostengono la sofferenza. Ognuno di noi filtra il mondo attraverso le lenti della propria storia. Attraverso occhiali con i vetri colorati del nostro passato, delle nostre convinzioni sul mondo, della nostra attitudine al futuro. Ci sono 10 errori di pensiero individuati dagli autori dell’approccio DBT (Dialectical Behavior Therapy) che, scurendo i colori delle lenti e aggiungendo paraocchi, sostengono la visione di un mondo sofferente. Quali sono? PENSIERO “TUTTO O NIENTE”, “BIANCO O NERO”: Se non sono perfetto, sono un perdente totale. Se non si ottiene tutto quello che si vuole, ci si sente come se non si avesse nulla. Se si ha una buona giornata, tutto il resto della tua vita è perfetto. Se, al contrario, qualcosa va storto, la mia vita va SEMPRE male. CATASTROFIZZARE: Se si prevede un futuro negativo senza considerare altro, probabilmente si otterrà quel risultato. “Sicuramente sto per fallire la mia prova”, oppure “Se glielo dico mi odierà per sempre”. LETTURA DEL PENSIERO: Si crede di sapere cosa altre persone stanno pensando anche senza chiedere. “Chiaramente pensa che non farò un buon lavoro!” IPER-GENERALIZZAZIONE: Si arriva a conclusioni negative che vanno ben oltre la situazione attuale. “Da quando mi sono sentito a disagio il primo giorno di lezione, so che non sarò in grado di stare bene per il resto dell’anno”. FILTRO MENTALE: Si sviluppa un udito e una visione selettivi e si riesce solo a sentire e a vedere l’unica cosa negativa, ignorando le molte cose positive. “Perché il mio supervisore non mi ha dato il massimo? Vuol dire che sto facendo un lavoro terribile!”. SQUALIFICARE IL POSITIVO: Ci si dice che le esperienze, azioni, o qualità positive non contano, o hanno comunque meno valore delle cose negative. “Ho fatto goal perché ho avuto fortuna”. RAGIONAMENTO EMOTIVO: Si pensa che le proprie emozioni corrispondano alla realtà. “Mi sento… quindi è”; Mi sento come se mi odiasse… quindi mi odia”; “Mi sento stupido, quindi lo sono”; “Ho paura di andare a scuola, quindi è una cattiva idea andarci”. AFFERMAZIONI “DOVREBBE”: Riguarda il come noi stessi o qualcun altro “Dovremmo” comportarci e vengono sopravvalutate le conseguenze negative se non vengono soddisfatte le aspettative. “L’errore che ho commesso è ‘terribile, devo sempre fare del mio meglio.” “Non dovresti essere così sconvolto”. ETICHETTARE: Viene fatta un’ulteriore generalizzazione utilizzando un linguaggio estremo per descrivere le cose. “Ho versato il mio latte. Sono uno sfigato!”, “La mia amica non mi ha chiamato. È l’amica più menefreghista e senza cuore che ci sia”. PERSONALIZZAZIONE: Ci si vede come la causa di qualcosa di assolutamente incontrollabile o il destinatario di qualcosa che non ha niente a che fare con voi. “I miei genitori hanno divorziato a causa mia”; “Alla reception ce l’avevano con me perché ho fatto qualcosa di sbagliato”. Come rendermene conto? Spesso questi errori di pensiero sono compresenti e si rinforzano vicendevolmente. Un modo per rendersene conto è quello di far caso all’uso, nel proprio linguaggio e nel proprio pensiero, a termini quali “sempre, mai, ogni volta, mai una volta”, che esprimono di per sé generalizzazioni ed estremismi che raramente aderiscono alla realtà. Tu quali usi?

La rabbia: l’emozione temuta in terapia

La rabbia: l’emozione temuta in terapia Questo non è il primo articolo che scrivo riguardo le emozioni e, soprattutto, la rabbia. Spulciando tra i vari lavori divulgativi, nei principali programmi di life skills e di educazione alle emozioni per bambini, adulti e adolescenti, viene posto molto accento sul tema della gestione della rabbia. L’aspetto comportamentale correlato alla rabbia, infatti, porta con sé l’idea di attacco. Rossore, sguardo e postura di minaccia fino, nei casi più estremi, ad arrivare ad un’aperta aggressività. Vengono usati termini quali “scoppi”, “scatti”, “esplosioni” di ira. Tali parole, come qualsiasi fenomeno improvviso e dirompente, richiamano l’idea di qualcosa di spaventoso che va arginato, gestito. Rabbia è minaccia di conflitto e, in quanto tale, va gestita. In una interessante supervisione a cui ho partecipato di recente, il supervisore sottolineava di come anche in terapia la rabbia del paziente sia un tasto dolente per il terapeuta. La reazione, nella relazione, è quella di timore. Ha inizio così una corsa ad applicare strategie per arginare, gestire appunto. Tutto ciò, rischia di spostare l’accento da un punto che, per le altre emozioni, risulta più facile ed immediato. La rabbia infatti, prima di essere gestita, va innanzitutto capita. Molto banalmente, cos’è che ti fa arrabbiare tanto? Questa importantissima emozione ci comunica che il paziente sente di aver subito o di aver assistito ad una grave ingiustizia. Possiamo quindi solo immaginare quale dolore e torto subito possa celarsi dietro una dimensione così esplosiva. Spesso, il paziente non ha nel proprio vocabolario le parole per descrivere tutto ciò, ed è innanzitutto qui che la curiosità e l’attenzione empatica del terapeuta deve posarsi. In un movimento di connessione con ciò che altro non è dolore, del paziente. Come possiamo infatti gestire, prima ancora di capire?

I sistemi motivazionali per comprende le relazioni

I 5 sistemi motivazionali per comprende le relazioni affettive Nel 2024 intrattenere una relazione sembra sempre più complicato. Basta scorrere le app di Tik Tok o di Instagram per trovare divertenti parodie sulla complessità degli incontri. “Ho avuto paura”, “non sei tu, sono io” “La verità è che non gli piaci abbastanza” “Come sopravvivere ad un narcisista”, sono solo alcuni dei temi principali che emergono. In una qualsiasi cena tra amici si evidenzia la conseguente paura che emerge dall’intraprendere una relazione: “e se poi mi delude?” Una delle emozioni che noto essere più legata a tale delusione, oltre alla tristezza, è quella della vergogna e dell’umiliazione. Essere lasciati viene vissuto come una presa di potere da parte dell’altro. Non è un caso che oggi si aggiungono al gergo giovanile vocaboli come “sottona/e”, o al contrario, “malessere”. Ciò che accade può essere meglio compreso alla luce dei sistemi motivazionali. I sistemi motivazionali I sistemi motivazionali vengono descritti da Bion nell’ambito della Teoria dell’Attaccamento. Essi si fondano su disposizioni innate, evoluzionistiche, e guidano la motivazione ad agire nel mondo e relazionarci con i nostri simili. Tendono quindi ad attivarsi quando vogliamo raggiungere un obiettivo evolutivo, e spegnersi quando sentiamo di averlo raggiunto. In Italia, ampliando la teoria Bowlbiana, Liotti ipotizza la presenza di 5 sistemi motivazionali interpersonali, che attivano e regolano singoli e distinti aspetti dello scambio umano: SMI di attaccamento volto alla ricerca di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore; SMI di accudimento, volti all’offerta di cura e conforto in situazioni di pericolo o dolore; SMI agonistico per la definizione del rango sociale; SMI sessuale per la regolazione dei comportamenti seduttivi implicati nella formazione della coppia; SMI cooperativo (evoluzionisticamente più moderno e raffinato) per la cooperazione tra pari in vista di un obiettivo comune (Liotti, 1995). I SMI sono interscambiabili tra loro. In differenti obiettivi e contesti, infatti, passiamo da un sistema all’altro all’interno della stessa relazione e in differenti momenti. Durante un litigio possiamo quindi attivare il sistema agonistico di rango (cerchiamo di prevalere sull’altro), mentre nei momenti intimi attiviamo quello sessuale, di accudimento, ecc. La nostra storia di vita certamente influenza il passaggio da un sistema all’altro. Può succedere che io attivi più facilmente un certo tipo di motivazione rispetto alle altre. I sistemi motivazionali nelle relazioni affettive I momenti più produttivi di una relazione avvengono probabilmente quando entrambi i membri attivano un sistema cooperativo (siamo su di un piano paritario per la definizione di un obiettivo comune, quello di un pezzo di percorso insieme), come anche di attaccamento, accudimento e sessuale. Quando una relazione affettiva finisce, ho il sospetto che talvolta le emozioni di vergogna e umiliazione possano avere molto a che fare con il SMI agonistico. Leggiamo ciò che accade su di un piano agonistico. La persona è riuscita a lasciarmi, quindi ha più potere di me. Io ho meno potere di lui. Parte un desiderio di riscatto e, se mi abbasso a cercare l’altro, o comunicare il mio stato emotivo negativo, sono una “sottona”, ovvero perdo ancor più posizioni nel rango di potere. Come cambierebbe la lettura se attivassi, anche in quei momenti, un sistema basato sulla cooperazione? Probabilmente potrei leggere il mio gesto come un bisogno: ho bisogno di comunicare in che modo il tuo gesto mi ha ferita. E se poi l’altro leggesse il mio gesto come una debolezza? Se io ho disattivato il sistema di rango, è una lettura degli eventi che mi informa di come è l’altro, più che di come sono io. Mi informa del fatto che l’altro ha attivato un sistema motivazionale basato sul potere, mentre io no. Mi informa del fatto che io ho avuto il coraggio di esprimere un mio bisogno, e non di collocarmi in un rango di valore rispetto agli altri. Mi informa di che tipo di bisogni ho io, e che tipo di bisogni ha l’altro.

Differenze di genere: sensibilizzazione agli studenti

Studenti e differenze di genere: una proposta di sensibilizzazione. Basta un veloce giro nei corridoi di un qualsiasi istituto superiore di periferia, per notare che la cultura patriarcale regna sovrana e che manca qualsiasi educazione alle differenze di genere. La dicotomia maschio forte-cacciatore/sfigato-isolato e donna facile-ingenua/fedele-seria sono le categorizzazioni più immediate facilmente individuabili in pochi minuti trascorsi nelle classi. Il tema del maschilismo, è conosciuto dai ragazzi in relazione all’atto più estremo di tale fenomeno: il femminicidio. Insomma, sensibilizzazioni mirate alla comprensione delle differenze di genere dovrebbero essere di primaria importanza nell’agenda scolastica. Ma come rendere un tema tanto complesso, facile, immediato e interessante? Ecco una proposta di sensibilizzazione pensata per studenti dai 15 ai 18 anni. Educare alla diversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Nel genere. Cosa succederebbe se fossimo tutti dello stesso genere? Le differenze di genere Senza differenze di genere, quindi, il mondo si estinguerebbe. Eppure, dalle differenze si generano degli stereotipi Gli stereotipi non esistono per un solo genere, ma per entrambi. Per il rosa, e per il blu. Quali sono gli stereotipi che vi incastrano, vi bloccano, non vi permettono di essere liberi? Il patriarcato Tutti questi stereotipi sono figli di una organizzazione sociale chiamata patriarcato. Esso non ha nulla di “naturale”, quanto ha, nella storia, un’utilità di fondo di tipo economica. Mentre nella famiglia tradizionale, infatti, la madre è certa (la madre è colei che partorisce i figli), il padre non è immediatamente certo. Un’organizzazione patriarcale, che vede cioè il potere economico e sociale al pater familias, legittima il diritto della presenza del padre, e preserva una discendenza economica da padre a figlio. È pertanto un’organizzazione sociale basata sulla proprietà privata e sulla legge del più forte. Il femminismo e il matriarcato Diverso, e non opposto, al maschilismo, c’è il femminismo. Femmismo non sostituisce, al primato dell’uomo capofamiglia, la donna. Bensì, parla di un mondo libero da stereotipi, di genere e non, in cui c’è parità tra esseri umani. L’organizzazione sociale possibile in questa cornice, è il matriarcato, che non vede la supremazia del capo-donna, quanto porta esempi di società basate sulla cooperazione e la condivisione. In queste società, infatti, non esiste un leader donna, quanto un tessuto sociale che collabora per la sopravvivenza della società. Lo sai che sono sempre esistite nella storia le società matriarcali? Ne sono esempio il mito delle amazzoni, le guerriere, e le centinaia di società ancora esistenti oggi in Indonesia, Cina e Messico. Il matriarcato nella natura La natura stessa ci spiega che il patriarcato ha poco a che fare con le differenze “naturali” del genere. Ci sono infatti tante specie animali che sono organizzate secondo un modello matriarcale. Le api sono un classico esempio di società matriarcare: un’ape regina, e una società altamente collaborativa costituita da api operaie e fuchi. Tra le specie in cui le femmine sono più aggressive, abbiamo i Bonobo e la mantide religiosa. Mentre elefanti e orche sono tra le specie in cui la matriarca è la femmina più vecchia del branco, e maschi e femmine più giovani collaborano nel branco. Una volta capito, quindi, che le differenze di genere di “biologico” hanno ben poco, come dovrebbe essere, un mondo libero da stereotipi?

L’autismo: una proposta di sensibilizzazione per studenti

L’autismo come Neurodiversità: una breve proposta di sensibilizzazione interattiva per studenti. Neurodiversità Per fortuna, al mondo siamo tutti diversi. Non esistono due persone uguali al mondo. La diversità ha un fondamento e una funzione bio-psico-sociale tanto semplice quanto importante. Se non fossimo diversi nei tratti somatici, ad esempio, non potremmo distinguerci e riconoscerci tra noi. Se non fossimo diversi nei gusti, ciò che ci piacerebbe si estinguerebbe! Se venissimo tutti dallo stesso luogo, staremmo stretti. Se non avessimo specializzazioni differenti, il mondo non si evolverebbe. In cos’altro siamo differenti? Non esistono due persone al mondo con lo stesso cervello. Conosciamo oggi tante forme di intelligenza differente, persone con un’intelligenza più emotiva, ragazzi con intelligenza analitica, chi con una intelligenza sociale. Si sta abbandonando l’idea di una sola struttura cerebrale “normale”, da cui una persona può più o meno distanziarsi, a favore di una idea inclusiva di neuro-diversità. Autismo Nella tradizione folkloristica europea, si attribuiva l’autismo alle fate, che si credeva sostituissero di nascosto i propri neonati, denominati Changeling o Servan, con quelli umani. Questi bambini, infatti, erano riconosciuti come molto più intelligenti della norma, ma con dei comportamenti un po’… bizzarri! Il cervello di una persona con autismo, nonostante la diversità propria di ogni essere umano, ha delle caratteristiche semplicemente diverse. Ad esempio, hanno una memoria superiore alla media, fino ad arrivare ad una vera e propria memoria fotografica. È il caso di famosissimi artisti come Stephen Wilshire, l’uomo che disegnò Manhattan a memoria. Inoltre, hanno la caratteristica di avere interessi circoscritti, questo gli permette di diventare molto più bravi degli altri nelle attività di loro interesse! È il caso di Lionel Messi, il famosissimo calciatore. Eppure talvolta, per loro è difficile mantenere l’attenzione sul mondo circostante. Come mai? Curiosi di vedere il mondo dal loro punto di vista? Una caratteristica dell’autismo è infatti l’iperstimolazione sensoriale. Fa un po’ paura, vero? Le persone con autismo sono per questo facilmente in ansia e sotto stress. Per gestire questa condizione mettono in ansia dei comportamenti per noi un po’ bizzarri. Ad esempio, quelle che vengono chiamate “stereotipie”, come il dondolarsi sulla sedia, oppure l’isolamento autistico, da cui prendono il nome. Cosa possiamo fare per rendere la classe accogliente e inclusiva? Per quanto appena detto, possiamo quindi impegnarci a rendere l’ambiente semplicemente inclusivo, per persone che hanno un cervello con diverse caratteristiche. Ad esempio, possiamo impegnarci ad evitare di fare rumori fastidiosi, di parlare a voce troppo alta, di ridere troppo forte. Evitiamo di fare troppi cambiamenti all’ambiente in classe, o di utilizzare luci troppo forti. Una cosa molto importante è quella di evitare il contatto fisico improvviso o continuo. Semplicemente approcciarsi con curiosità e diversità!. Come un extraterrestre che si è perso senza un manuale per sapere come orientarsi. Non desidero essere guarito da me stesso. Concedetemi la dignità di ritrovare me stesso nei modi che desidero. Riconoscere che siamo diversi l’uno dall’altro, che il mio modo di essere non è soltanto una versione guasta del vostro. Interrogatevi sulle vostre convinzioni. Lavorate con me per costruire ponti tra noi (Jim Sinclair).

Self-Doubt e successo professionale: quale relazione?

Self-Doubt e successo professionale: quale relazione? Questa settimana, le colleghe hanno pubblicato diversi articoli sul blog molto interessanti, che riguardano la sindrome dell’impostore, e gli effetti negativi e positivi dell’autocritica. Leggendo questi articoli, mi viene in mente un lavoro molto interessante che ritengo crei tra di essi un link chiarificatore. In particolare, alcuni autori mostrano dove sia giusto porsi, lungo il continuum che ha ai suoi poli una sprezzante sicurezza delle proprie capacità e un costante dubbio sul sè, per riuscire ad essere lavorati “sufficientemente buoni” , e individui appagati. Niessen-Lie e colleghi (2017), nell’articolo “Love your-self as a person, doubt your-self as a therapist”, studiano il costrutto del Self-doubt nel successo professionale. Esso, a differenza dell’autocritica, è circoscritto al contesto di performance lavorative, ed è definito come la capacità di mettere in dubbio il proprio operato professionale. I ricercatori notano che un alto punteggio al self-doubt è correlato ad un buon successo lavorativo. Questo è vero solo quando è accompagnato da un alto punteggio alla self-affiliation (la capacità di fare esperienza di soddisfazione intrapersonale) e da una capacità di coping costruttivo (cioè mettere in atto le proprie risorse per risolvere il problema presentato). In altre parole, mettere in dubbio il proprio operato lavorativo permette di correggere in corso d’opera eventuali errori lavorativi, capacità fondamentale per il successo professionale. Questo è vero però solo se abbiamo un’autostima e un amore per il sé sufficientemente alto, da riuscire a mobilitare strategie di coping efficaci e a vivere relazioni soddisfacenti con gli altri (colleghi, clienti o pazienti).  L’autocritica è una strada verso il successo, ma solo se si è capaci di amarsi abbastanza come “persone”.

Un mondo senza ansia? Che paura!

Un mondo senza ansia? Che paura! Andrea è un ragazzo di 21 anni, con una brillante carriera accademica alle spalle, e le idee ben chiare sul futuro. Viene in seduta per problemi di ansia, in particolare nelle relazioni. La sua è un’ansia paralizzante, che lo spinge a vivere gran parte delle relazioni, soprattutto quelle sentimentali, nella sua fantasia. Più precisamente, è innamorato di Asia, una ragazza che frequenta i corsi universitari con lui. Il sentimento per Asia è così forte, da mettere in dubbio il desiderio di scegliere una magistrale a Bologna, molto prestigiosa per il suo indirizzo e quello che vorrebbe fare. Non crede infatti nelle relazioni a distanza, e la sua scelta potrebbe ledere alla relazione. Il fatto è che Andrea, con Asia, non ci ha mai neanche parlato. Nonostante, infatti, vive e rivive nella sua mente conversazioni e strategie per avvicinarla, al momento di doverlo fare l’ansia diventa così forte da provocare una grande e invalidante confusione mentale e somatoforme. Esplorando la catastrofe temuta, mi dirà alla fine del colloquio “vorrei solo che l’ansia non esistesse”. Proviamo a ragionarci su: che succederebbe in un mondo senza ansia? Immaginiamo, ad esempio, di essere studenti senza la minima traccia di ansia da prestazione. Cosa succederebbe? Molto probabilmente non studieremmo per l’esame. Non ci si attiverebbe quell’allarme che ci mette in guardia sul pericolo di ledere la nostra immagine sociale (molto banalmente, di fare una brutta figura). Saremmo, in ultimo, bocciati. Immaginiamo una cosa ancora più elementare, ovvero quella di non avere la minima ansia nell’attraversare la strada. Cosa succederebbe? Non guarderemmo a destra e a sinistra prima di attraversare. Non si attiverebbe, in questo caso, la spia circa il pericolo di ledere la nostra integrità fisica (ovvero il pericolo di morire). Andrea è solo uno dei tanti pazienti che viene in seduta con la richiesta di non provare più ansia. Ma è una domanda che andrebbe ridefinita, per la nostra salvezza! L’ansia, al pari delle altre emozioni, è una guardiana importantissima su molti scopi personali, quali quelli di sopravvivenza e di immagine sociale. Il disagio psicopatologico subentra nel momento in cui l’intensità dell’ansia diventa molto alta, con poche strategie personali e sociali per farvi fronte. Solo in quel caso, allora, l’ansia diventa paralizzante e, nel vano tentativo di gestirla, da avvio a strategie fallimentari come evitamento, ruminazione, e diversi tipi di sintomi.   Allora quale sarebbe una domanda possibile in terapia? Quella di poterne diminuire l’intensità percepita, e aumentare le capacità di gestirla! Perché un mondo senza ansia… che disastro!