Regole e adolescenza: insofferenza o bisogno?

Le regole e l’adolescenza: insofferenza o bisogno? Entro in una classe, una prima di una scuola secondaria con circa 16 alunni di 14 anni. È febbraio, l’anno è cominciato da 6 mesi. Tuttavia, ognuno di loro sembra già essere stato profilato dalla maggior parte degli insegnanti, e il loro destino accademico sembra già esser stato scritto. Entro in classe come psicologa all’interno di un progetto di mentoring e orientamento. È una bella classe di ragazzi vivaci, piccoli e pieni di vita, anche se non passa molto tempo prima di rendermi conto della presenza di due alunni internalizzanti. Se ne stanno in silenzio in ultimo banco, il loro sguardo è assente, la voce flebile dal tono basso. È difficile coinvolgerli nelle attività. Non sembrano incuriositi dalla nuova presenza, o dalle proposte di giochi interattivi di presentazione. Sembrano sfiduciati, diffidenti. La mia attenzione ricade su di loro con non poca angoscia. Quella dei professori con cui mi confronto, invece, ricade su un’altra alunna. B. è descritta come l’unico elemento “difficile” della classe. Non ci sono altri problemi. B mette in difficoltà i professori, con i suoi modi spavaldi e la sua reticenza al rispetto delle regole. È l’unica che si rifiuta di depositare il cellulare, minacciando reazioni di sfida e appellativi dispregiativi agli insegnanti. <<Avanti alla classe, diventa umiliante!>>, afferma un professore in difficoltà. Il prof decide di ridare il telefono a tutti, invece di richiamare B. al rispetto della regola. Durante le mie ore di osservazione in classe, B. decide di addormentarsi al primo banco, il cappotto a coprire la testa dalla luce del sole. I professori decidono di sorvolare, <<almeno non da fastidio>>, mi dicono. I ragazzi comunicano con il comportamento ciò che non sono in grado di articolare in parole. Possiamo provare a chiederci: cosa sta provando a dirci? Accettando che B. si comporti diversamente dai compagni, inviamo il doppio messaggio di inadeguatezza, incapacità, diversità rispetto al resto della classe. Partecipiamo, da figure educative adulte, alla costruzione di un già fragile senso dell’io. <<è solo una ragazza prepotente!>>, mi viene risposto. Sta di fatto che, all’ultima ora, entra la professoressa di inglese. Serena, sicura. Si appoggia sulla cattedra svelta chiedendo ai ragazzi di ripetere per l’interrogazione. Chiama ogni alunno per qualche domanda. Anche B. B. non ha fatto i compiti, ma quello di inglese è l’unico quaderno che le ho visto cacciare dallo zaino in tutto il giorno. L’insegnante le chiede dolcemente di recuperare la traduzione in classe <<tanto non dovresti avere difficoltà a farlo>>. Lo ripete più volte, ma nessun segno di impazienza è rilevabile nella sua voce. La interroga tra un alunno e l’altro. La prof non si scompone quando B. sbaglia, aspetta, rispiega. Qualche domanda che non viene risposta da altri alunni viene rivolta a B., con la fiducia che B. possa conoscere ciò che sfugge ad altri. Non senza fatica, B. riesce a seguire per l’intera ora. Infine si avvicina a far correggere la traduzione all’insegnante. B. ha rispettato le regole per tutto il tempo. Il bisogno delle regole è un bisogno fondamentale in adolescenza, nella misura in cui, oltre ad un limite frustrante, comunica la presenza di un adulto attento, interessato e tutelante. Non esistono ragazzi asetticamente prepotenti, esistono ragazzi che non sanno parlare ad adulti che non sanno ascoltare.
La violenza domestica nelle CTU

La violenza domestica nelle CTU: la vittimizzazione secondaria. Il tema della violenza di genere è sempre più trattato in letteratura. Siamo sempre più sensibili a forme di violenza differenti da quelle fisiche, subdole e sottili dinamiche di potere che aleggiano nei diversi contesto. Il percorso è però ancora lungo, e valori androcentrici sono ancora profondamente radicati (ne parlo nel mio ultimo articolo) non solo nel contesto familiare, quanto in quello istituzionale. È il caso delle separazioni giudiziarie e le consulenze tecniche per l’affido dei minori. In altri termini, lo step successivo a quando la donna riesce ad emergere dal circolo della violenza (Walker, 1979) e incontra le istituzioni. Il campo di indagine sulla violenza domestica è pieno di pregiudizi. Quando la donna vittima di violenza pensa che il peggio sia passato, è lì che prosegue una violenza perpetrata dagli stessi servizi. Uno studio (Saccuzzo e Johnson, 2004) ha dimostrato che solo il 35% di donne vittime di violenza ottiene l’affido esclusivo dei figli, contro il 46% di donne che non hanno una storia di violenza domestica alle spalle, nelle cause di affido. Inoltre, il 10% di padri accusati di perpetrare violenza ottengono l’affido esclusivo, contro il 9% dei padri che non è stato accusato di violenza. Le donne che trovano il coraggio di denunciare gli abusi, semplicemente non vengono credute, in ciò che è il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Sono inondate di domande poco empatiche: <<Perché non hai denunciato prima? Se avevi paura perché non sei andata via prima?>>, ignorando la dinamica interna che per definizione caratterizza il fenomeno della violenza affettiva. CTP e CTU non adeguatamente formati sottovalutano o minimizzano la violenza nel caso di affido genitoriale, attraverso domande accusatorie, invasive, diffidenti. La donna vittima di violenza non si presenta bene. La vittima non sa dirti le date, le dinamiche dei fatti, sembra poco credibile. Ma questo significa non sapere riconoscere la violenza e i danni di un maltrattamento, di un PTSD e del perdurare degli effetti dello stress e della paura cronica che queste donne hanno. Vuol dire non riconoscere dal punto di vista clinico gli effetti della violenza (Baccaro, 2008), a discapito del diritto alla bi-genitorialità. Quello della bi-genitorialità è un diritto sacrosanto, ma non va applicato in modo asettico, senza tener conto delle dinamiche della coppia. Nei casi di violenza domestica, la bi-genitorialità non ha portato buoni risultati. I CTU chiedono alla donna di superare il “complesso della vittima”, pena l’essere considerata una cattiva madre, rabbiosa, incapace di elaborare i propri conflitti. La richiesta è che la donna superi la violenza subita a favore di una collaborazione attiva con il padre, per il benessere dei figli. E la consulente di parte della donna vittima di violenza? Vive ugualmente il vissuto di impotenza e violenza che l’istituzione impone loro. “Anch’io, come queste donne, vittime di violenza, non sono creduta in un momento così importante. E a volte mi chiedo: ma se fossi un uomo cambierebbe qualcosa? Sarei creduta professionalmente? E mi arrabbio anche perché ci si sente dire “ma non la vedi questa donna? Mandala da un professionista (es. psichiatra) che la segua” e queste frasi sono di una violenza incredibile. E la donna viene medicalizzata, non riconoscendo gli effetti di una violenza agita in modo intenzionale e che persevera e continua durante la CTU, una violenza quindi durante la comunicazione con i vari servizi” (Baccaro, 2008).
Disparità di genere e rivoluzione linguistica

Disparità di genere e rivoluzione linguistica: partiamo da qui. Disparità di genere nella lingua italiana Di disparità di genere nella lingua italiana se ne parla ormai da qualche anno. è a partire dagli anni ’80 che le prime femministe cominciano a definire la lingua italiana una lingua “sessista” (Sebini Alma, 1987). Da successivi movimenti studenteschi sono arrivate proposte volutamente provocatorie, come quella di sostituire al neutro maschile un “femminile universale”. Il maschile è, nella lingua italiana, la norma, il neutro. Ciò che è diverso dalla norma, e richiede una specifica, è il femminile. Ben presto tale rivoluzione linguistica ha smesso di ambire al solo superamento del patriarcato. Basti pensare alla diffusione dello schwa, che trae spunto dalle precedenti riflessioni per introdurre il più generale tema del Gender Equality, e comunicare la necessità del superamento del binarismo di genere. Questi ambiziosi cambiamenti creano scalpore e preoccupazione da parte dei più tradizionalisti, che si mostrano scettici di fronte a tali rivendicazioni che talvolta acquisiscono comprensibilmente la forma di tentativi elitari, isolati o provocatori. È altrettanto vero che tali tentativi si scontrano ancora con molte difficoltà radicate da superare. E ne è testimone il fatto che, nonostante l’utilizzo dello schwa, i pronomi personali dinanzi al nome seguano ancora un chiaro binarismo di genere. Partiamo dalla rivoluzione linguistica Durante i miei studi, e il mio percorso post laurea, ho assistito e partecipato a diversi incontri sulla rivoluzione linguistica nel femminismo. Le posizioni più marcate (spesso da parte di uomini ma non solo) contro tali cambiamenti, riguardano il fatto che ci sono temi più importanti per cui dover combattere. Le disparità salariali, ad esempio. La disparità di potere che passa per ogni forma di dominio economico. Giustificando, per giunta, il neutrale maschile come prodotto storico. Come se la storia fosse un costrutto naturale, e non un prodotto socio-culturale. Eppure, nonostante siamo consapevoli del fatto che il movimento di stampo femminista debba agire contemporaneamente su più livelli, il dominio linguistico è imprescindibile per il progresso del movimento. La disparità di genere nella lingua, infatti, rientra a far parte di quella che viene definita “violenza simbolica”. La violenza simbolica è: “Una forma di potere che si esercita sui corpi, direttamente, e come per magia, in assenza di ogni costrizione fisica. Ma questa magia opera solo appoggiandosi su disposizioni depositate, vere e proprie molle. Nel più profondo dei corpi” (Bourdieu, 2014) La violenza simbolica La violenza simbolica, è quel tipo di violenza tacita che viene veicolata su un piano non direttamente aggressivo. Essa è veicolata da storie, cultura, etnie, miti familiari, finanche sguardi. Si impregna nel corpo. In ultima analisi, la violenza simbolica è ciò che fa sì che il dominato (in questo caso le donne) si adatti al suo ruolo di sottomesso. Non dobbiamo guardare lontano per trovare degli esempi di ciò che stiamo dicendo. Basti pensare al genere legato ai mestieri. Esiste cioè il femminile di alcuni tipi di mestieri (psicologa, maestra, infermiera, ecc) tipicamente legati alla cura, mentre non esiste di altri (avvocato, medico, notaio, ingegnere, ecc). Alcuni autori hanno avanzato l’ipotesi che il femminile non sia solo in qualche modo prescritto ad una funzione di cura, ma anche escluso da quei mestieri che sono socialmente valutati come più “prestigiosi”. Nessuno dice in modo chiaro che una donna non può diventare ingegnere, ad esempio. è un messaggio tacito, più difficile da cambiare e da superare. è un’assenza di parola, quindi di pensiero. Lungi dall’esaurire un argomento così complesso nel presente articolo, si ribadisce l’importanza di continuare a lottare a partire da quei livelli di comunicazione nascosti, che imprimono la disuguaglianza nel corpo: il livello del simbolico.
Perché hai la responsabilità della tua felicità.

Perché hai la responsabilità della tua felicità. Il titolo di questo articolo ha un retroscena provocatorio, un misto di amarezza e speranza provata in prima persona. In realtà, la frase originale da cui ho tratto la presente riflessione, è ancora più provocatoria. <<Se l’azione di X ti ferisce, è una tua responsabilità>>, esordisce una docente ad una lezione sull’assertività. Facciamo un esempio. Immagina di passeggiare tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe la tua reazione? Probabilmente ti spaventeresti molto, ti sentiresti in pericolo, e metteresti in atto una reazione di attacco-fuga. Ora immagina invece di essere un biologo, appassionato ed esperto di rare specie di serpenti. Stai passeggiando tranquillo in un bel parco. Improvvisamente, dinanzi a te, dai cespugli esce un lungo serpente. Quale sarebbe, adesso, la tua reazione? Probabilmente ci sarebbe un po’ di paura iniziale, e il timore di un pericolo comunque presente. Ben presto il timore potrebbe lasciare spazio alla curiosità. La reazione potrebbe essere quella di avvicinarsi con cautela, per poterlo studiare e osservare bene. E l’esperienza finale sarebbe quella di tornare a casa soddisfatto, di aver osservato ciò che appartiene ad una tua passione. Lo stimolo è esattamente lo stesso, ovvero la vista improvvisa di un serpente, ma la lettura dell’evento cambia totalmente tra due persone. Come mai? Uno dei capisaldi dell’orientamento cognitivo-comportamentale è che tra l’evento scatenante (A), e l’emozione provata e ciò che scegliamo di fare (C), ci sia la nostra personale interpretazione dell’evento (B). Questo significa che non esiste una realtà oggettiva (o che quanto meno non ci è data conoscerla), ma che coloriamo la realtà della nostra storia personale. Per tornare alla frase della docente, possiamo quindi dire che all’azione di X (evento scatenante), segue una mia personale interpretazione dell’evento (ad esempio “X voleva ferirmi”), che mi rende responsabile dell’emozione di tristezza o rabbia provata. Questo non significa, certamente, che le nostre interpretazioni degli eventi siano tutte errate o non condivisibili. Bensì significa che abbiamo la responsabilità e il potere, di modificare le interpretazioni che ci recano estremamente dolore. Sei, quindi, responsabile della tua felicità.
Christmas Blues: cos’è e come affrontarlo al meglio

Christmas Blues: cos’è e come affrontarlo al meglio. Che le feste natalizie siano un periodo stressante ormai lo riconosciamo tutti. Ne sono testimoni i numerosi video sui social, che propongono divertenti “kit di sopravvivenza” al tanto agognato incontro con i parenti. <<E il fidanzatino?>> – chiede la nonna – <<e la laurea?>> – rincalza la zia puntigliosa. Il vissuto più o meno ironicamente condiviso, è quello di una condizione di stress e ansia che accomuna un certo numero di persone, al punto che si è coniato, da qualche anno, un nuovo termine: Christmas Blues. Il Christmas Blues, o Sindrome del Natale, è un termine recentemente apparso in rete per descrivere una condizione emotiva diffusa, caratterizzata da ansia, frustrazione e tristezza. Ciò che definisce questo fenomeno è la sua temporalità limitata. Esso, infatti, inizia in prospettiva delle feste natalizie, per alleviarsi e scomparire al termine delle vacanze e con la ripresa delle attività lavorative o scolastiche. Sebbene non rientri affatto tra i disturbi mentali riconosciuti e classificati dal DSM-V (parliamo, infatti, di una condizione emotiva e non patologica), non serve scomodare il manuale per ricordare, da parte di ognuno di noi, un episodio in cui ci siamo sentiti sopraffatti, tristi o preoccupati in procinto del Natale. Se la comparsa di questo carico di emozioni negative ci sembra strana, in quello che dovrebbe essere il periodo più bello e felice dell’anno, non siamo affatto soli. Anzi, la pressione di una collettività che ci “costringe” ad essere felici, contribuisce ad aumentare il vissuto negativo, facendoci sentire ancor più inadeguati. Ci sentiamo, cioè, ancor più soli, sbagliati e fuori dal coro. Le cause del Christmas Blues Le cause di questo vissuto sono molteplici. La già citata pressione delle aspettative familiari è certamente un fattore di frustrazione, in una corsa alla performance che misura continuamente la tua vita con delle canoniche fasi da rispettare, con ciò che “dovrebbe essere”, o con il cugino/fratello di turno. Non dimentichiamo, inoltre, che questo periodo coincide anche con la comunissima lista dei propositi del nuovo anno, fattore che ci spinge a misurarci con come vorremmo essere, e la nostra posizione attuale. L’organizzazione di banchetti infiniti è un forte fattore di stress, che richiede una progettazione e lavoro per giorni, che di per sé contribuisce ad attribuire un’elevata aspettativa alla giornata (spesso destinata inevitabilmente a fallire). Tutto ciò avviene per il semplice fatto che abbiamo speso molte energie e risorse nella sua preparazione, attraverso un errore cognitivo che abbiamo già descritto come fenomeno del sunk cost. Ma questo periodo è particolarmente difficile soprattutto per chi ha vissuto un lutto familiare, in un momento in cui la famiglia si riunisce e le sedie vuote diventano più visibili. È, inoltre, un momento di racconti, riti e memorie familiari, attraverso cui si ripercorrono i momenti più belli con la persona persa. Ma si ripensa anche, a prescindere dal lutto, al proprio ruolo in famiglia, alla propria identità, ai conflitti che serpeggiano spesso silenti tra una portata e l’altra delle obbligate riunioni familiari. Insomma, il Natale ci stimola inevitabilmente al ripensamento della nostra storia, di ciò che è stato, e di ciò che vorremmo essere. Consigli pratici Quindi, come possiamo sopravvivere alle feste? Innanzitutto accettando e sostando in quello che è il vissuto di tristezza, senza respingerlo. Ricordiamo infatti che, come ogni emozione, anche quelle negative ci stanno comunicando delle informazioni che vanno ascoltate, per poter essere elaborate. Costruire una routine basata su piccole e semplici azioni e rituali che ci fanno star bene (ad esempio, ritagliarci del tempo per prenderci cura di noi stessi, per le attività che ci appassionano, per incontrare le persone a noi care) può aiutarci a godere dei momenti belli, dandoci la carica di affrontare quelli più duri. La costruzione di nuovi riti familiari, che onorino la persona perduta ma che nascano da una vita familiare successiva al lutto, potrebbe contribuire a creare nuovi momenti di profonda connessione tra i membri. Infine, non dimentichiamo il potere di una dieta equilibrata e dell’attività fisico.
Il ruolo della fede in psicoterapia

Il ruolo della fede nella psicoterapia <<Laddove non arriva il pensiero, ci vuole fiducia>> Enne, nel mezzo di una seduta, mi racconta di aver visionato un video la sera prima, che mostra l’immagine del conflitto israelo-palestinese. <<Un uomo, tra le macerie, con il figlio morto tra le braccia, con una serenità in volto dice “è il volere di Allah”>>. <<E come è stato per lei?>> <<Angosciante, ma liberatorio. Un qualcosa di pacifico>> Cominciamo così a parlare della fede. Ad Enne, italiano di origini palestinesi, in questo periodo storico di fede ne è rimasta poca. Partiamo da un contesto preciso, quello religioso, per poi spogliarlo di un significato spirituale. In letteratura ci sono molte evidenze circa il ruolo che la fede riveste nel fronteggiamento delle cure oncologiche terminali e non. Promuove una proattività nel paziente, con una maggiore aderenza alle cure, una generale risposta positiva dell’organismo, in una rete di fattori indiretti che aumentano la percezione di benessere dell’individuo. Io che non sono credente, mi ritrovo a pensare ad una delle mie prime sedute di terapia personale. All’esposizione dei miei pensieri ruminativi di ricerca assoluta di certezza, il terapeuta mi risponde:<<laddove non arriva il pensiero, abbi fede>>. Ragioniamo un po’ su ciò che fede può significare per noi. Potrebbe aiutare a minimizzare la gravità di un errore. <<Ho fatto bene? È la scelta giusta?>>. Sono quesiti a cui non si può arrivare con assoluta certezza, in quanto fa parte di un’attività di previsione del futuro da parte della mente. Può cioè aiutare ad accettare il fallimento di un bisogno universale dell’uomo: il bisogno di certezza. La fede ci aiuta ad accettare con benevolenza l’incertezza, ingrediente fondamentale dell’emozione dell’ansia. Permette inoltre di accettazione del fallimento dei nostri scopi più profondi, che non è passività. È fiducia nella possibilità che nella vita ci siano altri scopi alternativi per noi più funzionali. Aiuta, infine, a fronteggiare il dolore dello scopo perduto. E per me che non sono credente, parlare di fede mi sorprende molto. Mi sembra irrazionale, abbandonica, un inno alla passività. Mi sono poi scoperta ad avere fede continuamente, nelle piccole cose. Ogni volta che non pensiamo al respiro, ad esempio. In tutte le azioni in cui non siamo consapevoli, e abbiamo fede che il nostro corpo si prenda cura di noi. Per tutte le volte che troviamo l’altro ad un incontro concordato, e ci sembra normale che possa essere lì ad aspettarci. Mi sono sorpresa a scoprire in quante cose ho fede continuamente senza darci peso, e di come questo mi permetta invece di portare attivamente avanti i miei obiettivi. Perché in fondo avere fede vuol dire accettare l’esistenza di ciò che è al di fuori del nostro controllo. Perché in fondo, dico ad Enne, avere fede è ciò che ci permette di star qui nell’incontro con la certezza che questo pavimento non crollerà.
Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost Ti è mai capitato di non riuscire ad abbandonare un piano, un obiettivo o una storia, anche quando risulta evidente che sia un investimento a perdere?. No, non c’è nulla che non va in te, sei probabilmente solo soggetto ad uno dei bias cognitivi più frequenti quando entra in campo la previsione di una perdita. Immagina di essere il direttore e proprietario di una società che produce aerei. Immagina che al momento ha speso 900 milioni di euro per completare il 90% di un progetto per la costruzione di un modello innovativo. Mancano altri 100 milioni di euro per completare la progettazione e cominciare a venderli. Tuttavia, ti viene detto che una società concorrente mette in vendita un aereo con caratteristiche nettamente migliori dei tuoi, e ad un prezzo concorrenziale. Cosa faresti? Sceglieresti di spendere altri 100 milioni di euro rischiando di fallire per completare il progetto, oppure decideresti di lasciar perdere e impiegare quei 100 milioni in qualcos’altro? Adesso invece, immagina di essere il direttore e proprietario della stessa società. Devi scegliere se investire o meno 100 milioni di euro per completare la progettazione degli aerei. Ti viene detto che la società concorrente mette in vendita un aereo migliore ad un prezzo concorrenziale. Tuttavia, non hai già investito altro denaro prima. Che cosa sceglieresti di fare? Se la tua risposta è di investire i 100 milioni di euro alla prima condizione, e di non investirli nella seconda, hai agito sotto il fenomeno del sunk cost. Infatti, Tversky e Kaneman (1981) scoprono che generalmente i soggetti che erano sottoposti alla prima ipotesi sceglievano di finire il progetto, a differenza del gruppo ai quali viene specificata solo la cifra da dover ancora spendere (100 milioni) e non quella già investita (900 milioni). La persistenza in un investimento, quindi, dipende non solo da quanto ci si aspetta che possa andare bene, ma anche da quanto si è già investito. Il bias del sunk cost consiste nella tendenza a mantenere un investimento per il semplice fatto che ci abbiamo già investito tanto impegno e risorse personali. Si ha cioè l’impressione che abbandonare quel progetto equivalga ad abbandonare anche le risorse che vi sono già state spese. Questa convinzione è in parte legata alla illusione del cosiddetto “belief in a just world” (Lerner, 1980), cioè all’idea che l’aver investito tanto in un bene implichi il diritto a non perderlo. In questo modo, rinunciare al bene implicherebbe ammettere di meritare la perdita, cioè una vera e propria autosvalutazione. Insomma, questo fenomeno ci dice una cosa: il passato, per gli esseri umani, ha un valore in sé. Bibliografia Perdighe, Gragnani (A cura di), 2021, Psicoterapia cognitiva, comprendere e curare i disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, Roma.
Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande?

Chiediamo ai bambini: Chi vuoi essere da grande? “E son sempre stata abituata a dire ciò che faccio, che quando mi hanno chiesto chi sono non ho saputo rispondere”. Durante una seduta, G. mi ripete più volte che non sa spiegarsi perché la sua migliore amica continua a tenerci così tanto a lui. È senso di colpa quello che emerge, mentre racconta che lei è sempre pronta a fare qualcosa, alle sue richieste d’aiuto. Al contrario, però, lei non gli chiede di fare nulla. <<Dove hai imparato che l’amore passa per l’azione?>> – gli chiedo. Il primo giorno di terapia personale, il dott. P. mi chiede:<<Beh, e tu chi sei?>>. Ho balbettato goffamente la mia laurea, citato il master post-laurea e l’ennesimo nuovo corso di studi intrapreso. Dopo qualche minuto di silenzio, credo di aver timidamente accennato all’associazione in cui, di tanto in tanto, facevo qualche valutazione psicodiagnostica. Non ho saputo dire altro. <<Che cosa vuoi fare da grande?>>. È una domanda a cui ho imparato a rispondere sin dai primi anni d’asilo. <<Voglio fare la mamma!>>- dicevo mentre imitavo mia madre nelle faccende domestiche. <<La veterinaria!>> – è diventato quando è arrivato il nostro primo cagnolino di famiglia. <<La psicologa!>> – è stato durante gli anni di liceo e università. Ho imparato a riconoscermi in ruoli che veicolano un set di azioni ben precise, e poche caratteristiche individuali deducibili. Questo è ciò che caratterizza l’approccio della performatività, crea giovani studenti promettenti e plurilaureati lavoratori di multinazionali. L’azione fa poi riferimento a poli duali: può essere buona/cattiva, difficile/facile, coraggiosa/codarda. L’azione non ammette troppe vie di mezzo e non accetta riposo immeritato. Ci può rendere ammirabili o, al contrario, colpevoli. Ci muove nel mondo orientando comportamenti che ci connettono o disconnettono agli altri. Ma quando l’azione viene minacciata o ostacolata, subentra il timore di vuoto. È un timore mortifero che minaccia il nulla anche solo al prospetto di un lontano e dubbio fallimento. Anche l’attesa diviene così minacciosa, quanto per definizione è sospensione di azione, e ci lascia con un’assenza di significato. Nei periodi di non-azione, non sappiamo più definirci. Avete mai provato a chiedere ai bambini “Chi vuoi essere da grande”? Sorridono, arrossiscono, si imbarazzano quando viene chiesto loro di approcciare ad un contesto semantico differente da quelli che afferiscono all’azione. Il chi vuoi essere fa riferimento all’esplorazione di un campo sovraordinato, ingloba l’azione in un set più ampio di valori, ideali, caratteristiche e risorse. Sprona ad esplorare tra infiniti modi di essere, fondamentale fase fisiologica in adolescenza. Esplorazione necessaria per la costruzione di un nucleo solido identitario che sopravvive ai momenti di tentennamento e attesa. Il primo giorno di scuola, nel primo tema in classe, chiediamo ai bambini “Chi vuoi essere da grande?”.
Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi.

Non so dire di no! Cosa sono i “no” assertivi. Nello scorso articolo abbiamo parlato della difficoltà di fare richieste. Abbiamo descritto esempi critici e alcuni consigli pratici, premettendo che: “è un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no”. Ora siamo noi l’altro, e impariamo a dire di no! Per quanti di voi è difficile pronunciare questa parolina di dissenso? <<Se dico di no l’altro ci rimane male>> <<Ma poi mi sento in colpa!>> <<Pensa che non ci tengo a lui, litigheremo!>> E quanti bisogni personali avete già trascurato, per il timore di dire di no? Insomma, quando diciamo di no dobbiamo avere ben chiaro il nostro obiettivo. Come per il fare richieste, stiamo dicendo di no al soggetto della domanda, non stiamo effettuando un giudizio di valore all’altro! Non gli stiamo di certo dicendo, cioè, che non è importante per noi! Ecco quindi, alcuni consigli pratici per imparare a dire di “no” in modo assertivo: Pianifica i risultati. Cosa succederà se dici di no? È in linea con l’obiettivo che vuoi raggiungere? Prevedere la reazione dell’altro non deve scoraggiarti, deve aiutarti a trovare una buona strategia per la tua comunicazione! Riconosci il tuo diritto di definire i limiti e seguire i tuoi bisogni. Non ci stancheremo mai di dire che il “no” è un diritto! E voler bene ad una persona non significa sempre porre i propri bisogni in secondo piano… talvolta lo si vuole fare, talvolta proprio no! Capisci il punto di vista altrui. Sei sicuro di avere chiaro il bisogno dell’altro? Perché ti ha fatto quella richiesta? Se non sei sicuro di avere tutte le informazioni che ti servono, puoi fare domande di approfondimento mettendo in atto un ascolto attivo. Se ti senti a disagio o dispiaciuto puoi esplicitarlo. Potresti usare frasi del tipo <<Mi sento molto a disagio a dirti di no>>. Sii chiaro. Non tergiversare, e non attendere che l’altro ti comprenda in assenza di una comunicazione precisa. Spiega con chiarezza le tue ragioni. Utilizzare il verbo “non voglio/non me la sento”, rispetto al “non posso”! Quest’ultimo, infatti, sposta l’attenzione su impedimenti esterni, con un duplice risultato. Innanzitutto potrebbe spingere l’altro a rifare la richiesta in un contesto differente. Infine, rispecchia una scusante esterna: siamo noi a scegliere cosa fare e quando! Offri alternative. Se possibile, sforzati a pensare ad un punto di incontro da proporre che accontenti entrambi, una strategia del tipo win-win. Fai domande assertive. Successivamente alla proposta di un’alternativa, assicurati che all’altro stia bene con domande del tipo “va bene per te?”. Ad esempio, Giorgio mi chiede un passaggio per raggiungere le poste, che si trovano esattamente dalla parte opposta alla mia palestra. Come comunico il mio no? Un’idea potrebbe essere questa: <<Mi sento in colpa a dirti questa cosa, ma sai ci tengo davvero tanto a non arrivare in ritardo alla lezione in palestra. Se ti accompagnassi alle poste, farei ritardo, e non me la sento. Però, se per te può essere comodo, posso fare una deviazione più breve per me, e lasciarti alla fermata del pullman, dove sta per passare un bus che giunge proprio avanti alle poste! Che ne pensi?>> E ora, prova tu a dire quel “no” che hai sempre desiderato.
Perché non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici

Perchè non riesco a fare richieste? Alcuni consigli pratici Quanti di voi si sentono in difficoltà a chiedere, ad esempio, un passaggio al proprio partner, ad un amico o ai propri familiari? L’incapacità di fare delle richieste, dalle più semplici alle più complesse, è da sempre il tallone d’Achille mio e di molte persone che mi circondano. Anche nella stanza di terapia, esplorare la possibilità di fare richieste chiare e semplici all’altro risulta spaventosa e inimmaginabile! Gli scenari anticipati sono catastrofici e terrifici. Alla mia domanda <<Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere, chiedendo a Carlo di darti un passaggio?>>, queste sono solo alcune delle risposte più gettonate: <<Se Carlo mi dice di no allora mi sento umiliata>>; <<Se chiedo a Carlo un passaggio penserà che non posso cavarmela da sola>>; <<Penserà di me che sono debole e vulnerabile>>; <<Non ho il diritto di chiederlo perché non mi merito niente>>; <<Se Carlo mi dice no, mi sentirei rifiutata da lui>>. Spesso ciò che accade in queste circostanze, è che la nostra richiesta racchiude in sé una molteplicità di domande silenti riguardo il nostro valore e/o il bene che l’altro ci vuole. La semplice richiesta di un passaggio cela, per chi non riesce ad avanzare richieste, una domanda molto più importante del tipo: che posto occupo nella tua vita? Un ipotetico “no” diventa in questo modo la conferma che, evidentemente, non sono poi così importante, così amato, così meritevole. In realtà fare richieste è un diritto e una libertà che va protetta a tutti i costi. È un mio diritto chiedere, ed è diritto dell’altro dire di no. Allora cosa posso fare per rendere quel “no” meno rischioso? Avere ben chiaro l’obiettivo della richiesta. Distacca la tua richiesta da interrogativi inespressi. Qual è il tuo reale obiettivo? Se è quello di ottenere un passaggio, allora Carlo potrebbe dire di no ad un passaggio, non alla tua persona! Se invece vuoi sapere che posto occupi nella vita di Carlo stai sbagliando domanda… potresti provarne una più chiara ed efficace, come “mi vuoi bene? Che posto occupo nella tua vita?”. Solo una domanda coerente con il mio obiettivo, permette di non incorrere in disguidi comunicativi. Assicurati di essere ascoltato. Sei sicuro che il tuo interlocutore possa prestarti attenzione in quel momento? Evita di fare richieste in momenti in cui è visibilmente impegnato o emotivamente molto attivato, ad esempio se è arrabbiato o preoccupato. Vai dritto al punto. Prova a porre una richiesta chiara e coincisa, ad esempio: “potresti darmi un passaggio?” è molto più efficace di “sai, non so come raggiungere casa…” e aspettarti che l’altro si proponga! Ricorda: è tuo dovere richiedere, non è dovere dell’altro interpretare. Se hai difficoltà a fare richieste chiare, esplicitalo. Rendere esplicita la propria difficoltà aiuta l’altro a capire il tuo stato emotivo, attivando una maggiore empatia ed ascolto. Prova a cominciare la frase con: “sai, mi sento in colpa/in difficoltà a chiedertelo, ma…” Ascolta l’altro. Ora che hai posto la tua richiesta, ascolta attivamente l’altro senza giungere ad interpretazioni o conclusioni affrettate! Il suo “no” può evidenziare dei bisogni che sono per lui altrettanto importanti quanto i tuoi! Il fatto che in quel momento non voglia darti un passaggio, potrebbe celare delle ragioni che vanno ben aldilà dell’affetto che prova per te! Mostra apprezzamento se l’altro accoglie la richiesta, o cerca un compromesso accettabile per entrambi. Ricorda che il tuo obiettivo è richiedere un passaggio, non avere una prova d’amore! Puoi quindi provare a chiedere di accompagnarti più vicino alla tua meta, in un posto che sia più comodo anche all’altro.