Come parliamo a noi stessi conta: il caso di N.

Come parliamo a noi stessi? siamo soliti rivolgerti parole di cura, di comprensione, o di severa critica? Quando N. viene in studio, è in preda al panico. Non si sente capace di svolgere alcun compito, anche quelli quotidiani. Lo stesso cucinare, riordinare casa, diventano per lei fonte di un fortissimo stato di ansia. Visti i consistenti anni di psicoterapia pregressa, N. avanza la richiesta di iniziare un percorso basato sulle pratiche di mindfulness. Lavoriamo quindi sulla capacità di stare nel presente, di osservare, descrivere e partecipare. Dopo alcune settimane e un’esercitazione quotidiana e costante, N. afferma di sentirsi soddisfatta, più capace. Mi racconta di riuscire a vedere i colori più limpidi, i pensieri più chiari, di sentirsi forte di strategie che le permettono di tranquillizzarsi più velocemente. <<Talvolta>> – mi dice- << torna ancora quella bambina che non sa fare nulla, che ha paura. Ma le dico di andar via, e torno a fare le mie cose>>. La bambina di cui parla N. è lei all’età di 8 anni, iper-svalutata dalle figure genitoriali, che ha tanta difficoltà a seguire le lezioni velocemente come le sue compagne, a fare amicizia, ed è molto spaventata dalle mura alte e giganti della scuola. N. nelle precedenti terapie ha lavorato molto sulle cause delle insicurezze di quella bambina: sa elencarmi alla perfezione gli episodi di forte invalidazione che hanno legittimato le sue difficoltà. Eppure, quella bambina sembra essere ancora molto presente e minacciosa. La identifichiamo insieme come la parte del sé più fragile, e cominciamo ad ascoltarla, a parlarle. <<Ti odio, per colpa tua io ora sono così, insicura e spaventata. Non potevi essere come le tue compagne? Non potevi cavartela meglio?>>. N. incarna alla perfezione l’invalidazione genitoriale. <<Come avresti voluto che gli adulti intorno a te ti aiutassero difronte alle tue evidenti difficoltà?>> le chiedo. Dopo un po’ di riflessione, N. mi risponde <<Avrei voluto mi stessero vicino e mi dicessero che insieme si poteva affrontare tutto>>. <<E perché, ancora oggi, parli a questa bambina, ora che sei tu il suo unico adulto, come i tuoi genitori hanno fatto con te?>>. Proviamo a rivolgerle parole diverse, ad essere curiose di ciò che ha da dire e che potrebbe provare: proviamo a rivolgerle parole d’amore. Dopo alcune settimane di lavoro, N. si presenta in seduta gioiosa e fiera di sé. <<L’ansia>> – mi dice – <<me la vivo come una vecchia amica. Si siede accanto a me, resta per un po’, in silenzio, e poi va via>>. Qualche giorno fa ha poi rivisto quella bambina, sembra le abbia chiesto scusa. <<Non preoccuparti, insieme ce la facciamo>>, le ha risposto. Come parliamo a noi stessi conta.
Emozioni negative: esistono davvero?

Tutti noi siamo abituati a riconoscere due tipi di emozioni: quelle positive, da ricercare, e quelle negative, da evitare o allontanare. Ma le emozioni negative esistono davvero? M. è fortemente spaventata dalla rabbia. Per lei è un’emozione che proprio non può essere provata. <<Porta solo conflitto. Non si risolve niente. Ci urliamo solo addosso e, alla fine, non otteniamo nulla. Se invece riuscissimo tutti a dialogare e ragionare, le guerre non esisterebbero>>. Nell’utopico mondo pacifico di M. non ci sono emozioni dolorose. Regna il predominio dell’intelletto e, nel tempo libero, si cercano eventi giocosi e divertenti, in compagnia. Il problema è che, nel mondo di M., ad un certo punto, allontanare le emozioni “negative” ha significato allontanarsi da ogni emozione, non provando più nulla. <<Vorrei portare un nuovo tema oggi>> mi dice in seduta <<Ho la sensazione di compiacere tutti i miei amici e di rinunciare sempre a ciò che, alla fine, vorrei io>>. Lavoriamo, quindi, sulla funzione della rabbia. È vero, la rabbia genera conflitto, rancore, dolore, sensazioni corporee spiacevoli. Ma che cosa fa per noi? Perché è un’emozione primaria e ancestrale a cui siamo, da sempre, così legati? “La rabbia influenza le nostre risposte a ciò che ostacola obiettivi o attività importanti o che sta per minacciare noi o qualcuno che ci sta a cuore (Lemerise, Dodge, 2008).” Leggo, solo per citare una delle tante funzioni biologiche presenti in letteratura che evidenziano in questa emozione una funzione di controllo, difesa e padronanza del sé. Per dirlo in altri termini, la rabbia permette di dire, nella relazione, “io ci sono”. Ci sono, con la mia persona, la mia individualità e i miei bisogni. E tu, ora, non mi stai vedendo. E, quindi, io mi arrabbio, e te lo comunico. Con M. lavoriamo su questo. Sulla possibilità di dire che ci siamo e che vorremmo essere visti. Che ci sentiamo degni di essere guardati e rispettati. E, alla fine della seduta, la rabbia non è poi più così male.
Mind-reading: il mio psicologo mi legge nella mente?

<<Il mio psicologo mi legge nella mente!>> Quanti di voi hanno mai sentito questa frase? Per me è ormai divenuta un’affermazione costante, una volta svelata la mia professione (e menomale sia così!) Ma cos’è che crea la percezione, inevitabilmente anche minacciosa, di uno psicologo un po’ empatico, un po’ “mentalista”? Nessuna sfera magica, ahimè. Parliamo invece della capacità di mind-reading del terapeuta. Il Mind-reading può essere definito come la capacità di attribuire un senso alle azioni degli altri, sulla base delle credenze, dei desideri e delle emozioni che imputiamo loro. È un’abilità cognitiva di “connessione con l’altro”, tradizionalmente studiata all’interno della Teoria della Mente (Wellman, 1990). È un’abilità rudimentale di comunicazione e comprensione pre-linguistica. La nostra principale forma di comunicazione quotidiana è, infatti, di tipo verbale. Scritto o parlato che sia, siamo abituati a pensare che il linguaggio sia lo strumento più semplice e chiaro per farci capire dall’altro. In realtà, spesso, la comunicazione linguistica è la più complessa, insidiosa e lontana forma di comprensione reciproca. Il mind-reading è una tipologia molto semplice e rudimentale di dialogo. È un’abilità presente anche in moltissimi animali non umani, che permette di dare senso alle azioni degli altri, difendendosi, in questo modo, dai predatori e procurandosi cibo attraverso l’interazione. Consiste in una piena presenza nella relazione, che permette di ampliare la propria attenzione agli aspetti non verbali della comunicazione e alla discrepanza tra questi e ciò che si sta dicendo. Significa, cioè, ampliare la propria capacità di ascoltare, di vedere l’altro, di percepire cosa noi stessi stiamo provando in quel momento, mentre l’altro ci sta parlando. Nella pratica, quindi, lo psicologo non legge nella mente: sta ponendo l’intera sua persona al servizio della relazione terapeutica.
FoMO: la paura di essere tagliati fuori

Hai spesso la sensazione di poter perdere qualche occasione o opportunità? Allora conosci sicuramente la sindrome del FoMO. Negli ultimi giorni ha spopolato sui social la notizia che Victoria De Angelis, nota bassista dei Maneskin, ha rivelato, durante un’intervista in Radio, di soffrire di FoMO. La FoMO, letteralmente <<Fear of Missing Out>>, può essere definita come una preoccupazione pervasiva e costante di essere “tagliati fuori”. Consiste nella sensazione che gli altri vivano esperienze gratificanti dalle quali si rischia di rimanere esclusi. In altre parole, la FoMO porta alla condizione per cui, anche se si è estremamente stanchi, o si desidera fortemente restare in casa, si viene assaliti da un profondo disagio governato dalla credenza che qualcosa di grande e incredibile possa accadere in nostra assenza. Diviene quindi fonte di malessere qualsiasi situazione o momento di calma e solitudine. Tutto ciò comporta, parallelamente, la necessità costante di monitorare gli altri. Infatti, si cerca di controllare le azioni delle persone che ci circondano, nel tentativo illusorio di diminuire la propria ansia. Non a caso, la FoMO è strettamente correlata all’uso compulsivo dei social network. Qualcuno mi sta inviando un messaggio? Mi sta scrivendo una mail? I miei amici si stanno scambiando foto a mia insaputa? C’è qualcosa che sta accadendo e che io dovrei sapere? Sono solo alcuni dei pensieri intrusivi che guidano, nella FoMO, la necessità di sorvegliare continuamente il proprio smartphone nell’utopia dell’ “iper-connessione” promessa dal mondo dell’online. L’illusione e il disagio di questa condizione deriva dal necessario paradosso insito nell’aspettativa che qualcosa di strepitoso potrebbe compiersi in nostra assenza. Che qualcosa di incredibile possa, cioè, avvenire in momenti che non sono mai quelli che stiamo vivendo. In un’attesa costante, con l’attenzione rivolta ad un ipotetico che non potrà, per paradigma, mai realizzarsi.
Guardiamo attraverso ciò che siamo: la “verità” di Silente

Tutti noi guardiamo il mondo attraverso ciò che siamo. Ma allora, cos’è la “verità” secondo la psicologia? Harry: è vero tutto questo… o sta accadendo dentro la mia testa? Silente: Certo che sta accadendo dentro la tua testa, Harry. Vorrebbe voler dire che non è vero? Okay, lo ammetto: sono una fan di Harry Potter. Ma in questa meravigliosa scena tratta dalla seconda parte di “Harry Potter e i doni della morte” Silente, nella sua semplicità, esprime un argomento ampiamente condiviso e discusso in psicologia: il concetto di “Realtà” Spesso siamo alla ricerca della verità, ma esiste davvero? O meglio, di quale verità stiamo parlando? Immaginate di osservare un quadro in una galleria d’arte. Siete certi di guardare lo stesso oggetto che sta osservando la persona accanto a voi? Immaginate di star osservando il vostro dipinto preferito, durante un viaggio desiderato da tanto. Sentite e assaporate le emozioni che vi suscita: serenità, felicità, gioia, curiosità. Immaginate i colori e le forme, vivide e precise. Immaginate invece che alla persona accanto a voi lo stesso quadro non piaccia, che abbia appena litigato con il proprio partner e che sia tremendamente affamato. Le forme e i colori che guarderà saranno ugualmente accesi e vividi come li vedete voi? Il ricordo sarà ugualmente chiaro e piacevole come il vostro? La stessa realtà oggettiva sarà decisamente diversa per due sguardi distinti. Ogni giorno filtriamo ciò che accade intorno a noi attraverso le lenti della nostra storia, degli schemi interiorizzati, delle relazioni e delle emozioni che ci circondano. Tutto ciò che suscita una sensazione diventa quindi “vero” per noi, e non c’è persona o argomentazione che tenga ad affermare il contrario. Se per me è importante, è reale, e in quanto tale deve essere affrontato e discusso. Affermare la propria verità è l’atto di rispetto e di amore verso sè stessi più profondo che possa esserci. Ciò che possiamo fare è divenire consapevoli delle nostre lenti, e renderle più vivide e tinte dei nostri colori preferiti!
Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide

Cosa succede quando poniamo la felicità al di fuori di noi? Il caso di Sidney Bradford: l’uomo deluso da ciò che vide Sidney Bradford perse la vista a 10 mesi a causa di una malattia che fu, all’epoca, definita inoperabile. Nonostante la cecità, egli era un macchinista di professione, ammirato da vicini e colleghi per le imprese che era riuscito a compiere oltre il suo handicap. Eppure, Sidney non era mai riuscito a riscoprirsi soddisfatto di ciò che aveva, percependosi un eterno svantaggiato a causa della propria condizione. Con il progredire della scienza, Sidney fu operato e, all’età di 52 anni, riacquisì la vista. Riuscì a vedere sua moglie e il mondo circostante per la prima volta, così come aveva sempre desiderato! Eppure, ben presto, Sidney si scoraggiò ed entrò in un profondo stato di rassegnazione e depressione. Sidney disse di trovare la vista una grande delusione: questo nuovo dono non gli consentiva di vivere la vita che desiderava. Infatti, per certi versi continuava a comportarsi come un uomo cieco, lavorando con gli occhi chiusi e al buio per molte ore. Persino coloro che lo ammiravano per i successi raggiunti nonostante la cecità, ora lo consideravano soltanto “strano”. In effetti, Sidney aveva inconsapevolmente fatto della propria cecità una risorsa, riuscendo con successo a compensare l’handicap. Ciononostante, sembra che egli non abbia mai veramente accettato il proprio limite, facendo dipendere l’aspettativa della felicità costantemente al di fuori del proprio controllo e costantemente in ciò che gli mancava… dalla vista! Sidney Bradford muore, da uomo spezzato, nel 1960, meno di due anni dopo dall’intervento. Ci ha però insegnato dove poter guardare per trovare la felicità: alla scoperta delle nostre risorse, in seguito ad un profondo e duro lavoro di accettazione della nostra persona.
Oncologia: la psicologia alleata della forza di vita
Resoconto di una esperienza di tirocinio Poco più di due anni fa, decido di svolgere il mio tirocinio pre-laurea all’UOC di oncologia medica. Durante i miei incontri con la psico-oncologa del reparto, decidiamo di fare delle simulate: per restare in luogo sicuro, io sono l’utente. Dopo aver impersonato un’eterogeneità di ruoli d’utenza, arriva Marica, di 45 anni, con tre figli, appena operata di cancro al seno. A inizio seduta, sentivo di non sapere nulla di una donna di circa 20 anni più grande di me, con delle figlie adolescenti, operata di una malattia di cui credo di poter capire ancora poco. L’incontro successivo, mentre già mi preparo a protestare per un ruolo che non mi appartiene, la dottoressa mi avvisa che stavolta sarò io la psicologa. Nonostante trovi difficoltoso partire da un secondo colloquio, accetto, e cominciamo la simulata. Mi sembra di essere inondata da un flusso caotico di informazioni. Marica porta la mia costante attenzione sulla gestione della vita in famiglia: mostra una forte rabbia nei confronti delle due figlie, che sono sempre chiuse in camera, e del marito che non sembra darle una mano. Parla della malattia, dell’infermiera, dell’oncologa che non riesce a contattare, del disagio di non sapere come dovrà proseguire e quando questa storia finirà. Dice di continuare a provare sintomi d’ansia, di dormire male la notte e fare anche degli incubi. Chiede continuamente << ma è normale?>>, ed io cerco di recuperare alla mente quelle nozioni di psicologia dello sviluppo per cercare di giustificare in parte il comportamento dei figli. Consiglio di poter aprire uno spazio di conversazione sul dolore e sulla paura che queste ragazze hanno potuto provare. Marica lo rigetterà con diverse scuse e motivazioni: “ma ci ho già provato” “ma tanto è inutile” “si ma mica è colpa mia”. Dopo 50 minuti di conversazione agguerrita mi libero, quasi in un lamentoso sfogo, del caos da cui mi sono sentita investita nelle parti iniziali del colloquio. In oncologia è sempre così. Al disagio che un utente può provare sulla base della propria storia personale, subentra improvvisamente ed in modo dirompente la malattia. Il timore di morte, il dolore del percorso di cure, accompagna la co-narrazione in modo più o meno latente. La tutor mi dirà poi di essersi sorpresa della notizia di una tirocinante molto giovane in un contesto oncologico, temendo potesse essere pesante e spaventoso per la mia carriera. La mia scelta è stata dettata dalla notizia di un incidente fatale di una mia coetanea, che mi ha portato alla necessità di “riappacificarmi con l’idea di morte”. Un tirocinio in cui si sfiora la morte in ambito protetto, credevo potesse essere un primo passo in questa direzione. <<Con la morte non ci puoi far pace>> mi risponde la tutor. La forza della terapia in oncologia sta proprio nel sostenere il paziente a schierarsi, con tutte le proprie forze, con il desiderio di vita. Terminiamo la supervisione con questa immagine che vorrei tenermi stretta e che mi rassicura molto: la psicologia eterna alleata, nel suo percorso, della forza di vita.
Una relazione di cura per due: narrazioni di terapia

Ho sempre pensato che la relazione di cura fosse tale, di fatto, per l’utente e solo indirettamente positivo per il professionista. Oggi invece mi sono sentita accarezzata in seduta: da psicologi, vi è mai capitato? È un momento di oscillazione nella terapia a cui sto assistendo in presenza del mio supervisore. I numerosi tentativi di invasione di campo da parte dei genitori di M., di 17 anni, portano alla continua necessità di rivendicare le caratteristiche del setting in un servizio, il Ser.d., poco complice e sensibilizzato alla necessità terapeutica. L’ultima grande invasione si è avuta quando ricevo una chiamata da parte del responsabile, pochi minuti prima del nostro incontro settimanale, che mi informa del desiderio, da parte di M., di continuare il percorso senza di me. Dopo che M. spiegherà prontamente di non essere al corrente di quanto accaduto, torno in seduta. Inutile dire quanto questo evento sia andato a scontrarsi con il mio vissuto di profonda inadeguatezza, con il quale combatto a denti stretti per riappropriarmi del piccolo spazio esterno occupato dalla mia presenza. Per questo motivo, il mio ritorno è stato difficile e complesso. La relazione è in stallo, l’imbarazzo e il timore del giudizio sono difficili da gestire per entrambe, e troppo ingombranti nella stanza. Il mio supervisore prende quindi le redini della situazione e io sento il bisogno di farmi da parte. Cerco di rendermi invisibile sulla sedia tentando, silente, di rendere sempre meno evidente la costellazione di insicurezze che ingombrano il campo e non mi permettono di essere presente al momento. M. comprende e rispetta il mio silenzio e, dopo qualche sguardo incuriosito, comincia la seduta con il mio supervisore. Più volte durante l’ora sento il suo sguardo posarsi su di me, timido ma dolce, come ad accertarsi che io sia ancora lì. Mi riscalda. Accetta il mio silenzio godendo dei miei assensi, dei cenni alle sue parole, due occhioni che mi comunicano <<ci sei anche tu, lo sto narrando anche a te>>. Pian piano, nei successivi incontri, comincio a riprendere la mia voce, una parola alla volta. Mi riapproprio degli esercizi di mindfulness a inizio seduta, dei collegamenti, delle verbalizzazioni dei movimenti di M., riprendo fiducia nei miei, inevitabilmente anche nostri, insight. È l’espressione viva e compiaciuta di M. che mi permette di aggiungere sempre qualcosa in più. Mi sento più comoda sulla sedia, posso farmi più grande. Ritorno ad occupare il mio posto. Perché si, questo è anche il mio posto. Lavoriamo sul primo movimento di autonomia di M. da una madre fagocitante, nella difesa di un setting di cui io sono parte integrante. Oggi mi sento adeguata, sono parte del processo, in una relazione in cui evolviamo entrambe, una relazione di cura per due.
Oltre la patologia: non siamo i nostri sintomi.

Come, la presenza della patologia, contribuisce ad accentuare l’immutabilità dell’immagine che abbiamo dell’altro? <<Io ti conosco>>. Le tre parole più pericolose in una relazione, le definiva la prof. del corso di filosofia morale, che chiudono il mondo del possibile e incasellano, rendendo immutabile, l’evolvere della relazione. Ma cosa succede quando siamo in presenza di una patologia? Ne ho fatto sorprendentemente esperienza durante un turno notturno in casa famiglia. Sono le 22.00 ed è ora di andare a letto per i più piccoli che, come sempre, dopo un po’ di proteste si avviano nelle proprie camere. Tutti tranne P. P. dopo l’ultima visita dal neuropsichiatra ha da pochissimo cambiato terapia. Ora prende un antipsicotico a basso dosaggio che viene utilizzato, nei bambini, per trattare i disturbi della condotta. L’introduzione del nuovo farmaco è stata accolta con sorpresa ma anche legittimazione da parte di noi educatori. Quella sera, come quasi tutte, P. non vuole andare a letto per continuare a guardare la televisione. Noto distrattamente che stava guardando dei video Youtube su due uomini che costruiscono case in un villaggio, con il susseguirsi del giorno e della notte. <<Ci risiamo>>, penso tra me e me; così mi armo di pazienza mentre la accompagno verso la cameretta. P. fa meno storie del solito e, dopo qualche versetto di lamento, mi segue sbuffando. Quando arriviamo in stanza salta sul letto e, indicando la parete di fronte a lei, sguardo serio, dice <<guarda! Ci sono le stelle!>>. Automaticamente mi giro di scatto e, sbarrando gli occhi, dico:<<cosa?!>>. Il mio pensiero vola già al peggio: sta avendo delle allucinazioni?. P. esita alla vista della mia preoccupazione, e timidamente ripete:<< lì, guarda, ci sono le stelle! Si è fatta notte. E lì, stanno costruendo una casa>>. Comincia a percorrere con il suo piccolo indice ogni crepa e la rende stella, le macchie di pastello sul muro diventano casette. Ricostruisce le scene viste poco prima in tv come strategia di autocontenimento per tollerare la frustrazione! Interrompe la narrazione in attesa di una mia reazione, accennando ad un sorriso che attende conferma. Mi sento una sciocca e scoppio in un’allegra risata. Così presa dal sintomo che non ho lasciato spazio alla più semplice e pura delle ipotesi: il gioco spontaneo di un bambino! Mi siedo sul letto e la faccio accoccolare sulle mie gambe: << e poi?>>. Continuiamo a ripercorrere difetto dopo difetto rendendolo soggetto, oggetto, storia. Arricchiamo insieme la narrazione di nuovi particolari tra sorrisi e carezze, in un gioco magico perché privo di preconcetti. Noi non siamo i nostri sintomi.
Un primo vero incontro

Quanto è difficile incontrare una persona per davvero? M. è una ragazza di 17 anni che si reca al Ser.d., sotto direzione dei genitori, per uso cronico di cannabis da circa due anni. Padre dipendente e violento, madre controllante e distruttiva, M. aggiunge ricordi rimossi di traumi su traumi ad ogni incontro. È confusa, non sa se siano essi fantasia o realtà. La prima volta che l’ho vista è stata già una grande sorpresa, quando mi ritrovo davanti una ragazzina piccola, intraprendente, dai lunghi capelli dorati e dai felponi decisamente fuori taglia. Le storie di ribellione raccontate dalla madre cozzano con l’immagine di un corpo tanto aggrazziato quanto calmo e silenzioso sulla sedia difronte a me. Con M. c’è fin da subito una meravigliosa affinità intellettuale. Passiamo le sedute perdendoci in spiegazioni biologiche e discorsi sui meccanismi cognitivi da cui risulta estremamente intimorita. <<Sono pazza?>> è la domanda di apertura di ogni incontro. Ed io, fiera e pronta, mi fiondo in chiacchiere e slides che, a suon di ironia e risate, ripercorrono e ricostruiscono la storia di una bambina che non è stata sempre presa per mano. È facile tessere le fila della narrazione di M., è semplice ricostruirgliela addosso incontro dopo incontro. Ad una seduta M. descrive entusiasta di come, provando a mettere in pratica gli esercizi di respirazione consapevole, si sia accorta di quanto molto spesso non sia presente alla realtà. Dice di provare sollievo ogni volta che si accorge di star fissando una persona, di avere una mano, un braccio, di camminare. Aggiunge che è al tempo stesso terrificante prendere coscienza di non aver vissuto, e vivere tutt’ora, a pieno la sua vita. Nella chiara e rigida tabella di marcia che ho disegnato per lei, sui suoi traumi e sulla brillante immagine che ho, non c’è spazio per l’emergere di nuovi sintomi e parti patologiche. Mi rilancio quindi contenta nell’ennesima spiegazione di come sia normale e bello questo percorso insieme. Quando M. va via, il mio supervisore mi rimprovera prontamente per la mia eccessiva razionalità: << Non lasci spazio alle emozioni degli altri!>>. Non mi sono accorta subito che avevo il bisogno di sentire solo ciò che mi serviva sentire. Ciò che serviva alla prosecuzione della terapia, sia chiaro. E incontrare M. per davvero è troppo difficile e poco funzionale. Quello che intendo dire è che, quando non riusciamo a vedere l’altro, lo facciamo anche a fin di bene. Lo facciamo per non provare il dolore che stanno provando, perché vedere l’altro soffrire, spesso, è una pena troppo forte. La mia rigidità, in quel momento, veniva dalla speranza e dalla necessità di andare, anzi di correre, verso la guarigione. Non penso di aver sbagliato a ricostruire del tutto la sua storia e il percorso terapeutico, questo no. Penso solo di averlo fatto da sola, senza il suo aiuto, con la presunzione e la giovane ingenuità di chi cerca di scoprire cosa è meglio per l’altro. Alla seduta successiva mi ritrovo davanti una perfetta sconosciuta. Ascolto attentamente la valanga di paure che descrive come un treno in corsa. Mi parla del timore che le persone possano leggerle nel pensiero, che riesca a prevedere il futuro, che il suo inconscio l’abbia portata ad agire e a cercare il trauma per poter finalmente raggiungere il cambiamento. Il punto di frattura di ogni storia che si rispetti, che ci porta naturalmente nella direzione di un lieto-fine, che giustifichi le tre ore di film appena subito. Dopo un’abbondante mezz’ora di narrazione ininterrotta, M. si zittisce, aspettando che mi getti ancora una volta nella mia solita opera di tranquillizzazione e normalizzazione. Quando questo non accade, guarda impaurita e sbalordita la mia immagine mite, silente, pensierosa. Oggi decido di non imporre la mia ipotesi, oggi esploro le sue. Decido di non dare una risposta alternativa, rinforzo il mondo del possibile, del sospeso. Proponiamo insieme di fermarci più incontri nell’esplorazione di questi aspetti, di scoprire e costruire insieme, semplicemente di cercare di capirci di più. Al termine della seduta, le dico di non avere fretta di trovare delle risposte, per ora limitiamoci a fare domande. E a lei, che è attratta dal mettere alla prova le proprie abilità cognitive, aggiungo che è più divertente: le risposte chiudono, le domande aprono… ad un infinito mondo di possibilità! Oggi torno a casa sorpresa, ho incontrato una M. nuova, sconosciuta. Una ragazza che riesce ad essere brillante ma ad avere anche tanta paura, che riesce a leggere l’altro in modo nitido ma anche la realtà in modo confuso, ma soprattutto ho scoperto una relazione che può proseguire e fare anche passi indietro. Per la prossima settimana mi aspetto di farmi sorprendere da una M. ancora diversa, e da una relazione che ha ancora la forza di mettersi in gioco. Mi aspetto poi di costruire dei punti di riferimento mutevoli e pronti a lasciarsi sorprendere. Sperando che un punto definitivo alla meraviglia non arrivi mai, che il mio sguardo possa diventare tanto nitido da non giungere mai a dire <<io ti conosco>>.