Ritiro sociale tra gli adolescenti: un fenomeno sempre più diffuso

L’adolescenza è un periodo di grandi cambiamenti e sfide. I ragazzi si trovano a dover affrontare trasformazioni fisiche, emotive e sociali, mentre cercano di costruire la propria identità e trovare il loro posto nel mondo. In questo contesto, il ritiro sociale può emergere come una risposta a difficoltà e disagi. Questo fenomeno, che si manifesta attraverso l’isolamento volontario dalla famiglia, dagli amici e dalla scuola, può avere conseguenze significative sullo sviluppo psicologico e sociale dei ragazzi. Negli ultimi anni, si è assistito a un aumento preoccupante di casi di ritiro sociale tra gli adolescenti. Nello specifico, il ritiro sociale tra gli adolescenti italiani è un fenomeno in crescita, con numeri quasi raddoppiati in seguito alla pandemia di Covid-19. Ad esaminare tale fenomeno è il recente studio condotto dal gruppo di ricerca Musa ( “Mutamenti sociali, valutazione e metodi”) del dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Cnr-Irpps) e pubblicato sulla rivista Scientific Reports. La ricerca ha indagato, attraverso un approccio di ricerca di tipo socio-psicologico, l’eziologia del ritiro sociale identificando i fattori scatenanti tale comportamento tra gli adolescenti. Lo studio rivela come è in netta crescita il numero di adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico: le cifre sono quasi raddoppiate dopo la pandemia da Covid-19. La ricerca si è basata sui dati di due indagini trasversali condotte dal gruppo nel 2019 e nel 2022 su studenti di scuole pubbliche secondarie di secondo grado su campioni rappresentativi a livello nazionale composti rispettivamente da 3.273 e 4.288 adolescenti con un’età compresa tra 14 e 19 anni. Sono stati identificati tre profili di adolescenti: le “farfalle sociali”, “gli amico-centrici” e i “lupi solitari“: proprio all’interno di quest’ultimo profilo, è stato individuato un sottogruppo composto da adolescenti che non incontrano più i loro amici nel mondo extrascolastico, il cui numero è quasi raddoppiato dopo la pandemia, passando dal 5,6% del 2019 al 9,7% del 2022. Si tratta dei ritirati sociali. Si è visto in particolare che l’iperconnessione, ossia la sovraesposizione ai social media, ha un ruolo primario in questo processo corrosivo dell’interazione e dell’identità adolescenziale e successivamente del benessere psicologico individuale. L’iperconnessione è tra i principali responsabili tanto dell’autoisolamento quanto dell’esplosione delle ideazioni suicidarie giovanili. Lo studio mostra che non solo dal 2019 al 2022 sono drasticamente aumentati i giovani che si limitano alla sola frequentazione della scuola nella loro vita, ma anche nel mondo adolescenziale è significativamente diminuita l’abitudine a trascorrere il tempo libero faccia a faccia con gli amici. Il problema riguarda tutte le fasce di popolazione; i principali fattori associati al ritiro sociale sono una scarsa qualità delle relazioni familiari, la scarsa fiducia nei confronti di familiari e insegnanti, le esperienze di bullismo e cyberbullismo, l’uso eccessivo dei social media, la scarsa partecipazione alle attività sportive extrascolastiche e l’insoddisfazione per la propria immagine corporea. Il fenomeno, assimilabile a quello degli hikikomori, potrebbe generare una vera e propria emergenza sociale. È fondamentale sottolineare che il ritiro sociale non è una condizione statica. Può variare in intensità e durata, e può essere accompagnato da altri disturbi, come depressione, ansia e dipendenza da internet. Per questo motivo, è essenziale non sottovalutare i segnali di allarme e intervenire precocemente. L’intervento più efficace è quello integrato, che coinvolge la famiglia, la scuola, i servizi sociali e sanitari, e lo stesso adolescente. È importante creare un ambiente di supporto e comprensione, in cui il ragazzo si senta accettato e incoraggiato a superare le proprie difficoltà. Tale studio evidenzia l’urgenza di interventi educativi e formativi da rivolgere a genitori e docenti scolastici, nonché di sostegno per i giovani, ovvero un supporto specifico verso gli adolescenti che versano nelle condizioni più critiche. Fonte https://www.irpps.cnr.it/rischio-hikikomori-tra-gli-adolescenti-italiani-articolo-su-scientific-report/

Il “busy bragging”: più occupato più importante?

Nella nostra società frenetica, essere occupati è spesso sinonimo di successo. Spesso ci si lamenta delle lunghe ore di lavoro o dei mille progetti in corso e la mancanza di tempo libero, in un certo senso esibendoli quasi come se fossero trofei di cui vantarsi. Ma dietro questa ostentazione della frenesia, si nasconde un bisogno più profondo di riconoscimento e approvazione. Uno studio recente ha rivelato che sempre più persone tendono a vantarsi della propria frenetica vita, anche quando non è del tutto vera. Questo fenomeno, definito ‘busy bragging’, sembra essere alimentato dal bisogno di apparire produttivi e di successo agli occhi degli altri. Ma quali sono le implicazioni psicologiche di questo comportamento? Cos’è il busy bragging? Con il termine “busy bragging” si intende la tendenza a vantarsi di essere costantemente occupati, spesso per ottenere approvazione sociale o per dare l’impressione di essere importanti. Tale fenomeno è sempre più in aumento nella società moderna e connessa, generando un forte impatto sulla percezione di noi stessi e degli altri. Sul tema del busy bragging si è concentrata negli ultimi anni Silvia Bellezza, docente di psicologia del marketing alla Columbia Business School, che a questo proposito ha pubblicato uno studio sul Journal of Consumer Research. Bellezza ha condotto un esperimento in cui ha chiesto a un gruppo di persone di giudicare post di sconosciuti, ricavandone che chi è pieno di impegni viene considerato effettivamente di status superiore, poiché il suo valore di mercato cresce e risulta più vicino al successo lavorativo. Questa convinzione, però, può rivelarsi una trappola. Secondo la psicologa, chi si lamenta sui social di essere troppo impegnato ne farebbe poi spesso motivo di orgoglio. Secondo lei, il busy bragging sarebbe il nuovo status symbol del millennio e dietro la lamentela di chi è oberato di cose da fare si nasconderebbe una simulazione. Questa necessità di mostrarsi sempre impegnati e con pochissimo tempo libero può generare quella che la psicologa Shneider ha definito “produttività tossica”, ovvero una ricerca malsana di produttività che va altro i limiti compatibili della salute. Questo può generare aspettative impossibili da raggiungere e senso di colpa quando ci si concede un momento di pausa o riposo, da cui può nascere la necessità a mostrarsi a tutti i costi impegnati e produttivi. Tuttavia, come è stato dimostrato, essere sempre occupati non migliora la produttività, ma può avere effetti deleteri sia sulla salute che sul rendimento lavorativo. Motivazioni e conseguenze Le motivazioni psicologiche alla base di tali fenomeni possono essere diverse. Può nascere da un bisogno di approvazione, per cui vantarsi di essere occupati può essere un modo per cercare riconoscimento e validazione sociale; può essere collegato all’ansia da prestazione, ovvero alla paura di non essere all’altezza e al bisogno di dimostrare continuamente il proprio valore; ruolo centrale è svolto anche dalla cultura della produttività, in quanto la nostra società premia l’efficienza e la produttività, incentivando questo comportamento. Inevitabilmente, il fenomeno del busy bragging genera delle conseguenze negative sulla salute delle persone, primo fra tutti un maggiore rischio di sviluppare alti livelli di stress e burnout, in quanto la costante ricerca di occupazione può generare un sovraccarico mentale ed emotivo. Inoltre, tale comportamento può portare a una diminuzione della soddisfazione personale e della qualità della vita. Lo stimolo ad essere sempre produttivi non porta ad un aumento della produttività Tuttavia, Schulte ha dimostrato che questo sistema di iperproduttività non garantisce l’efficienza dei lavoratori, anzi la compromette. Lo stimolo ad essere sempre produttivi non porta ad un aumento della produttività, anzi spesso è vero l’esatto opposto. È scientificamente dimostrato che in qualsiasi campo il lavoratore che si sottopone a ore e ore di lavoro senza sosta perde in efficienza e creatività. Fondamentale diventa il tempo libero per potersi rigenerare. Riempirsi di cose da fare e di impegni da smarcare equivale a sentirsi importante, richiesto, utile agli altri e alla società. Ma tutto questo è pericoloso, perché ci toglie il tempo di oziare, inteso come tempo da dedicare ad attività rigeneranti per corpo e mente, attività essenziali per il benessere psicologico. Alternative positive possono essere la mindfulness o attività di meditazione, pratiche per focalizzarsi sul presente e apprezzare le piccole cose, o anche lo stabilire dei limiti, per avere maggiore equilibrio tra vita privata e vita lavorativa. Oggi, che viviamo in un momento storico in cui lo stress emotivo e psicologico hanno raggiunto vette elevate, il tempo da dedicare ad attività che non hanno per forza un risvolto produttivo è quanto mai necessario, per evitar rischi come il burnout, in quanto il nostro valore individuale non dipende sempre e solo dalla quantità degli impegni che abbiamo.

Aspettative e depressione, quale relazione?

Le aspettative sono “credenze riguardanti futuri stati di cose” e, in quanto tali, sono stime soggettive della possibilità che uno o più eventi si presentino, con la possibilità espressa tra gli estremi della certezza incrollabile e dell’impossibilità. Riguardano credenze che costruiscono scenari che riteniamo probabili e che utilizziamo come guida per agire nel mondo. In prospettiva sistemico relazionale, le aspettative hanno anche una qualità relazionale, in quanto si collocano tra soggettività e intersoggettività. Tali previsioni sono utili nel migliorare il senso di controllo sulla realtà circostante ma spesso possono trasformarsi in pretese che finiscono per aumentare delusione e insicurezza. Secondo la visione sistemica relazionale, per Loriedo e Jedlowski(2011) vi sono diverse tipologie di aspettative: le aspettative confermate, che possono dare un senso di controllo sulla realtà; le aspettative autoconvalidanti, che per il solo fatto di essere state pronunciate fanno realizzare ciò che si è detto; le aspettative disattese, che generano frustrazione e delusione; le aspettative in conflitto, quando non ci si riesce a sottrarre alle aspettative altrui anche se non coincidono con le proprie; le aspettative interiorizzate, quando si perseguono interessi e idee che non ci appartengono; infine le aspettative segrete, che appartengono ad altri e arrivano all’individuo senza che siano mai state esplicitate. Per Camillo Loriedo e Milena Jedlowski (2011) sembra esistere una correlazione tra aspettative disattese e depressione. Nello specifico tra aspettative totalizzanti e lo sviluppo di una condizione depressiva. Con aspettative totalizzanti si intende “convinzioni, proiettate nel futuro, caratterizzate da una previsione assoluta, che non ammette limitazioni ed eccezioni”. In tal senso, proprio perché totalizzanti, anche una delusione parziale determinerà un completo fallimento, facendo emergere il loro carattere depressogeno. Le aspettative totalizzanti nelle relazioni depressive sono: aspettativa del successo totale, aspettativa dell’amore completo, aspettativa di non commettere mai errori, aspettativa di approvazione incondizionata, aspettativa di ottenere sempre una posizione dominante, aspettativa della comprensione assoluta. Questa teoria articolata e complessa di Loriedo e Jedlowski, qui riportata in estrema sintesi, ha delle significative ricadute sull’intervento terapeutico in ottica sistemico relazionale. Infatti, per trattare tali aspettative, presenti principalmente nel contesto familiare dei pazienti depressi, il primo passo dell’intervento terapeutico è quello di ridimensionarle e relativizzarle, riducendo il loro valore assoluto e diminuire la loro importanza. In seguito, tali aspettative vanno sostituite con aspettative realistiche, così che sia possibile anche ridurre le pressioni intra-familiari reciproche. Obiettivo ultimo è “risvegliare” le aspettative personali, sopite da tempo, per aiutare i componenti della famiglia a scoprire le proprie aspettative nascoste e soffocate da quelle altrui. Fonte: Loriedo C. e Jedlowski M. (2011), Aspettative totalizzanti e relazioni familiari nella depressione. In Andolfi M, Loriedo C., Ugazio V., (a cura di) (2011), “Depressioni e Sistemi. Il peso della relazione.” Franco Angeli, Milano.

Necessità di raccontarsi: Adolescenti e consapevolezza del benessere psicologico

L’adolescenza, un periodo di grandi trasformazioni fisiche ed emotive, è spesso associata a turbolenze e incertezze. Ma cosa accade quando queste fluttuazioni superano il normale corso dello sviluppo? La salute mentale degli adolescenti è un tema sempre più urgente, che richiede una maggiore attenzione e comprensione. Depressione, ansia e disturbi comportamentali sono solo alcune delle sfide che minacciano il benessere degli adolescenti, con conseguenze significative sulla loro vita presente e futura. Sempre più studi e ricerche sottolineano l’urgenza di intervenire concretamente sulla salute mentale degli adolescenti. Una delle ultime pubblicazioni riguarda una indagine, anzi una “consultazione”, promossa dall’Autorità Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza (AGIA) sugli adolescenti italiani che ha raccolto le risposte di 7.500 ragazze e ragazzi tra i 16 ed i 20 anni. Quanto emerge mostra da un lato un malessere psicologico diffuso tra gli adolescenti italiani, dall’altro una diffusa “coscienza delle problematiche” e “la necessità di doverle in qualche modo gestire”. Dall’indagine emerge come un ragazzo su due soffre in modo ricorrente di stati di ansia o di umore negativo prolungati, il 46,5% dichiara di essere spesso nervoso, uno su quattro si definisce “ansioso”. Questo malessere psicologico ha forti ripercussioni ance sul malessere fisico, infatti uno su due lamenta un eccesso di stanchezza, il 29% ha frequenti mal di testa, dorme poco, fa poca attività fisica e mangia troppo o troppo poco; il 44,7% ha difficoltà di attenzione, il 40,4% studia male, poco o in maniera discontinua. Ciò che emerge in maniera sistematica è la necessità, quasi un’urgenza, da parte degli adolescenti di di raccontarsi, di aprirsi, di vivere i problemi in modo diverso dai loro coetanei di qualche hanno fa. Questa necessità viene sottolineata anche dalla grande richiesta da parte degli adolescenti stessi di un supporto psicologico sistematico ed a loro disposizione. Agli adolescenti, infatti, è stato chiesto da chi vorrebbero farsi aiutare “per stare meglio” se ci fosse la possibilità: sono pochissimi quelli che rifiutano questa possibilità, solo alcuni confidano nell’allenatore sportivo, nell’insegnante (16%) o nel medico (12,9%), ma il 62,7% vorrebbe un aiuto psicologico. “Quasi due ragazzi su tre vorrebbero parlare con uno psicologo”. La presenza di questa figura professionale, vista come grande risorsa e necessaria da parte dei giovani, può avere un ruolo significativo non solo nell’emergenza ma anche e soprattutto come ruolo di prevenzione e promozione di buona salute mentale, per fornire uno spazio di riflessione, per intercettare situazioni complesse e arginare derive problematiche. Tutto questo avvalorato dal fatto che è cambiato il rapporto dei giovani con le problematiche relative al benessere psicologico: oggi vengono considerate come situazioni che fanno parte di una vita complessa, finendo per complicarla, e che, se affrontati, possono aiutarti a crescere. La salute mentale degli adolescenti è un problema complesso che richiede una risposta multidisciplinare. Famiglie, scuole, istituzioni e comunità devono lavorare insieme per creare un ambiente protettivo e supportivo, dove i giovani possano esprimere le loro emozioni e ricevere l’aiuto di cui hanno bisogno, soprattutto in un’ottica preventiva e non solo all’urgenza. La prevenzione è la miglior cura.

Può la musica promuovere la salute mentale?

A tutti è capitato di emozionarsi durante l’ascolto di una canzone, di trovare conforto in una melodia o di ritrovare una nuova energia dopo l’ascolto di un brano musicale. La musica è parte integrante della nostra vita e spesso accompagna i momenti più importanti. Ma oltre a essere una fonte di piacere, la musica esercita un profondo impatto sulla nostra salute mentale. L’esperienza musicale è un viaggio multisensoriale che va ben oltre la semplice percezione sonora. La musica non si limita a stimolare l’udito, ma agisce come una vibrazione che permea tutto il corpo, attivando processi fisiologici e psicologici alla base del suo utilizzo in ambito terapeutico. Inoltre, a livello neurofisiologico si è visto che l’ascolto di musica attiva i così detti circuiti neurali della ricompensa, coinvolti in tutte le sensazioni di piacere. Questo circuito funziona attraverso il rilascio di dopamina, un neurotrasmettitore che produce un senso di gratificazione, inducendoci a ripetere il comportamento che ne è stato responsabile. La dopamina stimola infatti il rilascio delle nostre “morfine naturali”, come le endorfine e le encefaline, responsabili della riduzione della tensione fisica e del dolore. La musica, inoltre, attivando diverse aree del cervello, influenzando le nostre emozioni, la memoria e la capacità di apprendimento. È ormai ampiamente riconosciuto che la musica può: Migliorare l’umore: Ascoltare musica che ci piace può farci sentire più felici e rilassati. Riduce lo stress: La musica può aiutare a ridurre i livelli di cortisolo, l’ormone dello stress. Aumentare la creatività: La musica può stimolare l’immaginazione e la creatività. Facilitare l’apprendimento: In alcuni casi, la musica può facilitare l’apprendimento di nuove informazioni, soprattutto nei bambini. Secondo quanto emerso nella recente ricerca BVA DOXA 2024 “Musica e salute mentale”, il 90% dei giovani considera la musica uno strumento in grado di contribuire al benessere mentale. Dalla ricerca è emerso come quasi due persone su tre la utilizzano per rilassarsi, quando si sentono felici o semplicemente per distrarsi. Gli effetti benefici della musica sono diversi: evoca emozioni profonde (69%), migliora l’umore (63%) e riporta alla mente ricordi (62%). Altri dati emersi dalla ricerca illustrano come la musica accompagna gli stati d’animo e le emozioni come gioia (64%), calma (48%), tristezza e nostalgia (38%). Inoltre, gli effetti della musica riguardano anche i contenuti dei testi e non solo la melodia delle canzoni. Il 94% dei giovani afferma di leggere abitualmente i testi delle canzoni, che diventano così veicolo per la trasmissione di emozioni e messaggi. La musica, quindi, si conferma un potente canale di comunicazione, anche per temi inerenti alla salute mentale.  In definitiva, la musica può incrementare il benessere psicologico delle persone. La musica, influendo sulle nostre emozioni, può essere utilizzata per promuovere la salute fisica e psicologica, oltre che come strumento terapeutico in contesti clinici. La musica può aiutarci ad esprimere ed elaborare le nostre emozioni, sia positive che negative, può diventare uno strumento di catarsi e di crescita personale. La musica è un potente strumento che può migliorare la nostra qualità di vita e aiutarci ad affrontare le sfide quotidiane. Ascoltare musica, suonare uno strumento o partecipare a un’attività musicale può, quindi, apportare numerosi benefici alla nostra salute mentale.

Benessere psicologico e salute fisica: un connubio indissolubile

Da sempre la psicologia si interroga sul legame tra benessere psicologico e salute fisica, giungendo spesso ad una simile conclusione: il nostro benessere psicofisico dipende da un delicato equilibrio tra salute mentale e salute fisica. Con il termine benessere psicologico ci si riferisce ad uno stato di completo benessere mentale e sociale; è caratterizzato da un senso di soddisfazione, di realizzazione personale, da relazioni positive con gli altri e da una capacità di affrontare le sfide della vita in modo efficace. Chi sta meglio psicologicamente ha un migliore rapporto con la propria vita, in termini di scelte, obiettivi raggiunti, realizzazione personale, relazioni affettive, rapporti sociali. Le risorse psicologiche che si sviluppano nel corso della vita ci aiutano ad evitare situazioni critiche o ci permettono di affrontarle e superarle nel migliore dei modi possibili. Numerosi studi hanno dimostrato come un buon benessere psicologico possa avere un impatto positivo sulla salute fisica Per benessere psicofisico si intende uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, non semplicemente l’assenza di malattia o infermità. È una condizione ideale in cui la mente e il corpo lavorano in armonia, permettendoci di vivere una vita piena e soddisfacente. Numerosi studi scientifici hanno dimostrato l’esistenza di un forte legame tra mente e corpo. Lo stress, l’ansia e la depressione possono influenzare negativamente il nostro sistema immunitario, rendendoci più vulnerabili a malattie. Al contrario, un atteggiamento positivo e una buona gestione delle emozioni possono rafforzare il nostro organismo e proteggerci dalle malattie. Un altro livello di benessere psicologico può influire sulla salute fisica in vario modo: rafforzamento del sistema immunitario, minor rischio di malattie croniche, recupero più rapido in caso di malattie o infortuni, aumento dell’aspettativa di vita. Riguardo quest’ultimo punto, diversi studi che hanno analizzato un campione di persone per lunghi periodi di vita, hanno mostrato come il disagio psicologico incide in maniera importante sulla salute. Un recente studio ha indagato proprio quanto il benessere o il malessere psicologico incide direttamente sull’aspettativa di vita. Tale studio riguarda i dati di un’indagine epidemiologica USA su soggetti over 50 e periodo di osservazione di 12 anni (Pearce e coll. 2024). Lo studio ha rivelato che il benessere psicologico è un potente predittore della longevità, con una riduzione del 55% del rischio di morte nel gruppo con maggiore benessere. È interessante notare che circa un terzo di questo vantaggio in termini di sopravvivenza è attribuibile a stili di vita più sani adottati da queste persone. In conclusione, incrementare il benessere psicologico è di vitale importanza, ci permetter di vivere meglio e più a lungo. Prendersi cura della propria mente significa anche prendersi cura del proprio corpo, per questo investire nel proprio benessere psicologico è un investimento per la propria salute, anche nel lungo termine.

Sindrome da ripresa: tra ansia e nuove sfide

Settembre per molti è sinonimo di nuovi inizi o di ritorno alla routine, spesso però affrontati con non poca ansia. La fine delle vacanze, le nuove sfide, il non sapere a cosa si va incontro o la ripresa della quotidianità possono generare emozioni tra loro contrastanti. Spesso si parte con i migliori propositi per una ripresa piena di rinnovato entusiasmo, per poi dovere fare i conti con l’ansia e lo stress da rientro, che blocca od ostacola questa nuova prospettiva positiva. Perché si prova così tanta difficoltà nel riprendere i ritmi o iniziare nuove sfide dopo un momento di pausa e relax? Il rientro dalle ferie o da una lunga pausa può provocare quella che viene comunemente definita “sindrome da rientro“. Questa non è una vera e propria patologia, bensì una condizione transitoria e momentanea legata al momento specifico del rientro dalle vacanze. Quali sono le principali cause e i sintomi della sindrome da rientro? Una delle cause principali dell’ansia da rientro è la rottura della routine. In seguito ai tempi rilassati delle vacanze, riprendere i ritmi frenetici della vita quotidiana può essere vissuto come una limitazione della libertà, generando un senso di frustrazione e di ansia. Il rientro dalle vacanze può significare il ritorno a doveri e responsabilità che erano stati messi da parte, per cui doverli riprendere può causare ansia e stress. Altre cause dell’ansia da rientro posso essere riscontrate in un possibile sovraccarico di lavoro, paura del giudizio e quindi di non essere all’altezza delle proprie e altrui aspettative, non performare come ci si aspetterebbe, paura dell’ignoto, difficoltà ad affrontare le difficoltà che si dovranno affrontare durante l’anno, timore di sbagliare, paura di perdere il controllo e non riuscire a gestire tutto nel modo adeguato. Come accennato, i principali sintomi della sindrome da rientro sono legati principalmente all’ansia, allo stress, a fluttuazioni del tono dell’umore e a sintomi depressivi. Sintomi fisici e psicologici correlati all’ansia da rientro dalle vacanze possono essere tristezza, stanchezza e irritabilità, instabilità o fluttuazione dell’umore. Inoltre, si possono esperire ansia da prestazione, difficoltà a riprendere i ritmi, senso di colpa per non aver fatto molto durante il periodo di pausa, sensazione di vuoto relativa alla difficoltà di riconnettersi con i propri obiettivi lavorativi e di vita. Come affrontare la sindrome da rientro? Primo fra tutti, è necessario riconoscere queste emozioni e sensazioni, vederle ed accoglierle. Provare ansia e stress per l’imminente ripresa è normale. Non essere in una continua lotta con le nostre emozioni ma anzi riconoscerle è il primo passo per non incolparsi e affrontare la ripresa con meno tensione e preoccupazioni. Parlando più praticamente, si può gestire lo stress da rientro mettendo in atto delle tecniche di rilassamento, come lo yoga e la meditazione, oppure dedicarsi ad attività piacevoli per ridurre la tensione. Continuare a prendersi del tempo per sé e per la cura della propria persona è fondamentale durante tutto l’anno e particolarmente in momenti di transizione come il rientro dalle vacanze, trovare il tempo per fare ciò che ci piace ci permette di ricaricarci e affrontare le giornate con una rinnovata energia. Si può, inoltre, iniziare gradualmente ad organizzare e pianificare attività e priorità, sempre poco per volta. Aiutare se stessi a riprendere sempre gradualmente i ritmi quotidiani, attraverso l’attività fisica e ricalibrando i tempi veglia-sonno. Questo porterebbe a riabituarci gradualmente al cambiamento, permettendo di rientrare nella routine in modo più rilassato. In ambito lavorativo, sarebbe utile non sovraccaricarsi da subito di compiti e attività da svolgere; allo stesso tempo, ritagliarsi all’inizio dei momenti di pausa un po’ più lunghi consentirebbe a mente e corpo di riabituarsi ai ritmi precedenti. Ascoltarsi per riprendere L’ansia può così trasformarsi in energia positiva. Il rientro e i nuovi inizi spesso possono essere opportunità di cambiamento e un’occasione per crescere ed imparare. In questo senso, acquisire un atteggiamento proattivo aiuterà ad affrontare le difficoltà e le sfide che il rientro porta con sé. Prendersi cura di sé, riconoscere le emozioni che si provano, ascoltarle ed accoglierle è un passo fondamentale per affrontare il rientro con più consapevolezza e meno angoscia. L’ansia da rientro è un’esperienza comune che può influenzare il nostro benessere psicologico. Comprendere le cause profonde di questo disagio è il primo passo per affrontarlo. Mettere in pratica tecniche di rilassamento, organizzare il lavoro in modo efficace e prendersi cura di sé sono alcuni strumenti preziosi per ridurre l’ansia e migliorare la qualità della nostra vita. Il benessere psicologico è un obiettivo raggiungibile, a portata di tutti. Buona ripresa!

Il ruolo delle emozioni “negative”

Tristezza e felicità possono essere viste come due facce della stessa medaglia, entrambe sono necessarie per vivere una vita piena. Tuttavia, i tassi di depressione in crescita possono essere interpretati come un’impossibilità di esperire in modo funzionale anche le emozioni dette “negative”, mostrando come la ricerca spasmodica di una felicità “da copertina” porta spesso solo ad una perenne insoddisfazione. Facciamo sempre più fatica ad essere felici. Stiamo forse sbagliando qualcosa? Potrebbe essere possibile che la strada che porta alla felicità passi attraverso la tristezza? Le emozioni negative fanno parte dell’esperienza umana, hanno un loro ruolo e una loro funzione. Per “emozioni negative” si intende quelle emozioni alle quali viene assegnata una valenza negativa, ovvero vissute soggettivamente in modo spiacevole o sfavorevole. Esempi di tale tipologia di emozioni sono l’ansia, la tristezza, la rabbia, la colpa, il disgusto. Non sono necessariamente dannose e hanno specifiche funzioni nel regolare il nostro stare nel mondo. Tuttavia, se eccessivamente protratte nella loro durata oppure se sostenute da credenze irrazionali, eccessive e disfunzionali, possono correlarsi a esiti negativi a livello comportamentale e di benessere soggettivo.  Ricerche recenti suggeriscono che provare dei sentimenti non troppo felici in realtà promuova il benessere psicologico. Uno studio pubblicato sulla rivista Emotion nel 2016 ha coinvolto 365 partecipanti tedeschi dai 14 agli 88 anni. Per tre settimane, hanno avuto a disposizione uno smartphone che sottoponeva loro sei quiz giornalieri sulla loro salute emotiva. I ricercatori hanno studiato i loro sentimenti, sia negativi che postivi, in base al modo in cui i partecipanti percepivano la loro salute fisica in un dato momento. Prima di queste tre settimane, i partecipanti erano stati intervistati riguardo la loro salute emotiva (quanto si sentissero irritati o ansiosi; come percepissero l’umore negativo), la loro salute fisica e le loro abitudini di interazione sociale (se avessero legami forti con le persone a loro vicine). Dopo aver concluso il loro compito sugli smartphone, gli è stato chiesto il grado di soddisfazione delle loro vite. Il team ha riscontrato che il collegamento tra gli stati mentali negativi e una cattiva salute emotiva e fisica era più debole negli individui che consideravano utili le emozioni negative. Allo stesso modo, le emozioni negative erano collegate con una bassa soddisfazione per la propria vita solo nelle persone che non percepivano i loro sentimenti avversi come utili o piacevoli. Si tende a pensare che, poiché generino sofferenza e disagio nella persona che ne fa esperienza, sia auspicabile eliminarle, allontanarle ed evitate. Tuttavia, hanno un ruolo fondamentale nell’esperienza umana e sarebbe impossibile, se non disadattivo, pensare di non farne esperienza. Esse hanno funzioni ben specifiche e, soprattutto, utili: possono avvertirci che è necessario cambiare una situazione in cui non ci troviamo a nostro agio, possono aiutarci a riparare ad un danno, a mettere in atto un cambiamento o allertarci su pericoli o momenti di difficoltà. Possono diventare una spinta ad agire o a riflettere su di noi e su quello che ci circonda. Riconoscerne quindi la funzione è il primo passo per comprenderle, attraversarle e, infine, accettarle. In questo modo, possono assumere una valenza trasformativa e migliorativa del nostro stato di benessere, sia mentale che relazionale. Questo perché le emozioni sono strettamente intrecciate alle relazioni. Vi è un rapporto di interdipendenza tra emozioni e relazioni, in cui vi è una reciproca influenza: provare un’emozione a valenza negativa può generare una spinta riparatoria che influenza le interazioni e le relazioni con gli altri.  Inoltre, è durante le avversità che ci leghiamo più profondamente alle altre persone; affrontare le avversità aumenta anche la resilienza. Diventa utile, quindi, identificare le emozioni, dare loro un nome e capire che senso hanno nello specifico momento della vita che stiamo vivendo. Affrontare e comprendere le emozioni negative ci permette di sviluppare maggiore resilienza e promuovere maggiori livelli di benessere personale e sociale.

Overthinking e ruminazione mentale

Per trovare una soluzione ad una situazione complicata, è necessario attivare un significativo lavoro mentale: pensare e ripensare, confrontarsi, riflettere e poi agire. Tuttavia, spesso capita che alcuni pensieri rimangono come “incastrati” nella mente, restano lì e si ingigantiscono sempre di più. Capita a tutti di pensare spesso ad un particolare argomento, un pensiero che si introduce nelle nostre menti sempre più di frequente, soprattutto in periodi stressanti o in situazioni di forte indecisione. Tuttavia, se questo pensare viene fatto in maniera eccessiva, può diventare controproducente e piuttosto che aiutarci a trovare soluzioni non fa altro che creare nuovi problemi. In alcuni casi si può parlare di una vera e propria tendenza cognitiva detta “overthinking”, ovvero un processo di pensiero ripetitivo e improduttivo che porta a continuare a pensare in modo eccessivo a qualcosa, pur non giungendo ad alcuna conclusione utile. In questi casi, pensare sempre e continuamente a un evento o ad un argomento può diventare un vero e proprio processo ossessivo che ha come obiettivo apparente quello di tenere tutto sotto controllo, però con scarsi risultati. In psicologia si usa il termine “ruminazione mentale”, ovvero quel processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi negativi interni e sulle loro conseguenze negative. Si parla quindi di una tendenza a rimuginare su pensieri negativi e difficoltà senza trovare un’apparente soluzione. Questo può avvenire riguardo gli aspetti più svariati della nostra vita: relazioni, lavoro, identità personali, scelte di vita, tra le tante. Quanto questo rimuginio mentale diventa insistente e sempre più presente, potrebbe influire significativamente sul nostro benessere psicologico. Come mostrato da una ricerca di van Randenborgh e colleghi (2010), l’overthinking danneggerebbe la nostra sfera emotiva e la capacità di prendere decisioni, rendendoci meno fiduciosi e più in difficoltà. Di fatto, l’utilizzo continuo e costante della ruminazione automatizzerebbe tale processo, provocando in chi la sperimenta un senso di mancanza di controllo sui pensieri ed evidente abbassamento del tono dell’umore. L’overthinking porta spesso con sé ansia eccessiva, tendenza alla depressione, ai pensieri intrusivi ed ossessivi e può accompagnarsi ai disturbi del comportamento alimentare. L’overthinking, quindi, non è funzionale e può essere anche dannoso per la salute mentale. Diverse sono le tecniche o i suggerimenti per riconoscerlo ed imparare a tenerlo a bada. Ognuno, nel tempo, trova il modo a sé più congeniale, ma, in generale, alcuni suggerimenti possono aiutare a trovare la modalità che più si adatta ad ognuno di noi. Primo fra tutti, per tenere a bada la ruminazione mentale bisogna prendere coscienza che si sta pensando in maniera continuativa e incontrollata ad un argomento specifico. Già solo riconoscerlo ci pone in una prospettiva differente, permettendo di guardare e accogliere quel pensiero ripetitivo come una modalità che viene messa in atto in automatico e che quindi non ci definisce e, di conseguenza, possiamo imparare a controllare. Tra le tecniche possibili per imparare a gestire questo flusso di pensieri ci sono le tecniche di rilassamento, prime fra tutte la mindfulness e le pratiche meditative, attraverso le quali è possibile imparare ad osservare i pensieri da una prospettiva esterna, aiutando a fare un passo indietro per riconoscere meglio dove essi stanno andando. In seguito, dopo aver imparato a riconoscere tale meccanismo, potrebbe essere utile focalizzarsi sulle soluzioni: ci si potrebbe rendere conto che non vale la pena concentrarsi sul problema su cui si sta riflettendo troppo, ma che converrebbe di più rivolgere la propria attenzione e la propria energia altrove, in un’ottica di problem solving che agisca sul pensiero eccessivo in modo proattivo e costruttivo. Infine, in questi casi i pensieri che rimangono in testa tendono sempre ad ingigantirsi e ad essere percepiti come incontrollabili; confrontarsi con gli altri e parlarne, per permettere a questi pensieri di uscire dalla nostra testa, è sempre una delle tecniche più funzionali ed un ottimo passo per vedere le cose da prospettive differenti.

Quale relazione tra social media e sintomi di dismorfismo corporeo nei giovani?

L’uso dei social media è molto diffuso tra i giovani e diverse ricerche suggeriscono un’associazione con problematiche di salute mentale, inclusa una negativa percezione della propria immagine corporea. Tuttavia, la potenziale relazione tra uso dei social media e, nello specifico, il disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) ha ricevuto ancora poca attenzione. Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) Il Disturbo di dismorfismo corporeo (BDD) identifica una condizione in cui una persona mostra preoccupazione per un proprio difetto fisico che può essere presunto o reale, in quest’ultimo caso l’importanza data al difetto è di gran lunga eccessiva. È caratterizzato da una preoccupazione persistente per i difetti percepiti nell’aspetto fisico che sono inosservabili o appaiono lievi agli altri. Questa preoccupazione porta a un significativo deterioramento della vita quotidiana, a una ridotta qualità della vita e a tassi sorprendentemente elevati di tentativi di suicidio. Il BDD emerge tipicamente durante l’adolescenza e la sua eziologia è radicata sia in fattori genetici che ambientali. Tuttavia, attualmente si sa poco sui fattori ambientali specifici che contribuiscono allo sviluppo e/o al mantenimento dei sintomi di dismorfismo corporeo. I social media sono un fattore ambientale proposto come fattore di rischio, contribuendo potenzialmente anche ad un aumento della prevalenza del BDD tra i giovani. Il ruolo dei social media Le piattaforme di social media fanno molto affidamento su contenuti basati sulle immagini, molte delle quali sono altamente curate e/o modificate. Questo contenuto alimenta l’interiorizzazione di standard di bellezza irraggiungibili e l’enfasi posta sulla valutazione sociale legata all’apparenza che di conseguenza aumenta l’insoddisfazione per il proprio aspetto. Inoltre, i social media forniscono un contenitore costante per il confronto sociale basato sull’apparenza e influiscono sull’auto-oggettivazione, entrambe componenti chiave nei disturbi dell’immagine corporea come il BDD. La ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) Ad oggi, sono ancora pochi gli studi che esplorano la relazione tra uso dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Tali studi evidenziano l’importanza di esaminare le sfumature dell’utilizzo dei social media in relazione ai sintomi di dismorfismo corporeo, compreso il tipo di social media utilizzato (basato su immagini o testo), le motivazioni dietro al loro utilizzo e se la persona interagisce in maniera attiva o passiva sui social media. In questa scia si inserisce la ricerca di Gupta, Jassi e Krebs (2023) che ha avuto come obiettivo quello di esaminare l’associazioni tra i tre aspetti dell’utilizzo dei social media (frequenza di piattaforme basate su immagini, motivazione e utilizzo attivo o passivo) e i sintomi di dismorfismo corporeo, in un campione non clinico di 209 giovani tra i 16 e i 18 anni. Inoltre, questo studio mirava anche ad esplorare il ruolo del perfezionismo nell’associazione tra frequenza d’uso dei social e sintomi di dismorfismo corporeo. I risultati della ricerca I risultati, acquisiti tramite un survey online, hanno mostrato come una maggiore frequenza di utilizzo dei social media era associata a sintomi di dismorfismo corporeo self-reported più elevati. Da notare che questa associazione era specifica per le piattaforme di social media che sono altamente basate sulle immagini (come Instagram e TikTok), in contrapposizione alle piattaforme basate su testo (come Twitter). La motivazione basata sull’apparenza per l’utilizzo dei social media era l’unica motivazione associata in modo univoco ai sintomi di dismorfismo corporeo. Il perfezionismo può amplificare la relazione tra utilizzo dei social media e sintomi di dismorfismo corporeo. Nel presente studio, inoltre, l’utilizzo dei social media in modo passivo (guardare i contenuti degli altri ma non pubblicare contenuti) era significativamente associata ai sintomi di dismorfismo corporeo, sebbene questa relazione risulta non significativa quando si inseriscono le variabili di età e sesso. Ciò potrebbe implicare che il modo in cui un individuo interagisce con i social media è meno rilevante per quanto riguarda i sintomi di dismorfismo corporeo rispetto alle motivazioni per il loro utilizzo, al tipo di materiale a cui è esposto (materiale basato su immagini) e per quanto tempo. In conclusione I risultati di questo studio mostrano come l’utilizzo dei social media e i sintomi di dismorfismo corporeo siano collegati. È ipotizzabile, inoltre, che esista una relazione bidirezionale tra queste variabili: un utilizzo dei social media basato sull’apparenza e motivato dall’apparenza aumenta l’esposizione a ideali estetici irraggiungibili e di conseguenza ha un impatto negativo sui sintomi di dismorfismo corporeo. Allo stesso tempo, quelli con sintomi più elevati e un maggiore aspetto di perfezionismo hanno maggiori probabilità di impegnarsi in un utilizzo dei social media legato all’aspetto, ad esempio facendo confronti sociali verso l’alto e cercando rassicurazioni sul proprio aspetto. Pertanto, si forma un ciclo che si autoalimenta in cui sia i sintomi di dismorfismo corporeo che l’utilizzo dei social media diventano più radicati. Questa è solo una delle variabili che potenzialmente influenzano i sintomi di dismorfismo corporeo, ma è fondamentale tenerne conto, così da poter identificate misure protettive nei confronti dei giovani, come formare ad un uso più consapevole delle piattaforme e trovare ragioni alternative per l’utilizzo dei social media che non siano focalizzate esclusivamente sull’apparenza e sull’apparire. Fonte Gupta M, Jassi A and Krebs G (2023). The association between social media use and body dysmorphic symptoms in young people. Front. Psychol. 14:1231801. doi: 10.3389/fpsyg.2023.1231801