La motivazione intrinseca e l’effetto Tom Saywer

motivazione

Il raggiungimento di un obiettivo è per ciascuno di noi fonte quotidiana di sforzo fisico e mentale. Ciò che aiuta durante tutto il lavoro è la motivazione che ci spinge a fare sempre un passo in più in vista della meta. Un esempio calzante di quanto la motivazione possa essere un valore aggiunto ai nostri sforzi è dato dalla famosa vicenda della staccionata da dipingere di Tom Saywer, romanzo scritto da Mark Twain. La storia racconta che Tom, per punizione deve dipingere la staccionata della sua casa. All’arrivo dei suoi amici, che si approssimano ad andare al fiume a divertirsi, lui finge un maggiore interesse per il suo lavoro. Tom sostiene con convinzione che gli era stato dato un incarico importante. La sua determinazione stimola la curiosità degli amici e la storia finisce con lui che riposa, riceve regali, mentre gli altri fanno il lavoro. Abbiamo tutti esperienza che un compenso, la passione, il divertimento siano ottime motivazioni che ci aiutano a completare un lavoro. A tutto ciò si aggiunge anche il riverbero positivo sulla nostra autostima. In alcuni casi, però, la vera motivazione per portare a termine un compito, in realtà, non risiede dentro di noi. Essa è frutto di persuasione o di ricatto emotivo. Il Tom Saywer di turno, ci convince che quel determinato lavoro è l’esperienza più gratificante per noi. Sostiene addirittura che la concessione del lavoro a noi, sia un piacere esclusivo, non permesso a nessun altro. Il problema nasce nel momento in cui questo compito diventa per noi, non più motivo di orgoglio e passione, ma sacrificio, rinuncia e stress. In questo caso, ci rendiamo conto che la motivazione non è intrinseca, ma semplicemente “imposta” dall’esterno. Ma a tutto c’è rimedio: bisogna imparare a dire no alle cose e soprattutto alle persone che se ne approfittano della nostra sensibilità e disponibilità.

La primavera dentro e fuori di noi

Oggi, 21 marzo, è il primo giorno di primavera. Giusto un anno fa, nasceva il nostro blog, con l’intento quotidiano di aiutare i lettori ad avere fiducia nella psicologia. La primavera, si sa, è un momento di rinascita della natura. Una esplosione di colori e calore comincia a diffondersi intorno a noi, eliminando così il grigiore e il letargo dei lunghi mesi invernali. Questo periodo dell’anno è spesso accolto con gioia ed entusiasmo da tutti noi e diventa foriero di tanti nuovi e buoni propositi da attuare. Diventa, quindi, un po’ un punto di ripartenza, al pari di capodanno o di settembre. La voglia di cambiamento e di rinascita deve essere lo stimolo per poter affrontare ogni giorno la nostra primavera interiore ed esteriore. In questo periodo, ci accingiamo a fare il decluttering, nell’armadio. Lo svuotiamo, con impegno, di cose inutili, pesanti e che non ci stanno più bene, per riempirlo di colori e novità. Lo stesso atteggiamento possiamo tranquillamente applicarlo anche ai nostri pensieri. Una primavera di idee e nuovi propositi positivi, che ci permettono di lasciare andare via le zavorre. Piccoli gesti quotidiani, come una passeggiata, un nuovo vestito, un caffè al bar con gli amici, si trasformano così in piccoli cambiamenti che aumentano il buon umore e riempiono la nostra giornata con sfumature diverse. Pian piano ci accorgeremo che staremo costruendo, mattone dopo mattone, il nostro benessere psicologico, obiettivo primo della nostra vita.

Il ricatto emotivo come strategia di comportamento

ricatto

Una strategia comportamentale che si struttura e si cristallizza nelle relazioni umane è il ricatto emotivo. È un meccanismo tipico dei rapporti confidenziali in cui il ricattatore utilizza i punti deboli della vittima per indurlo all’obbedienza. Si sentono spesso frasi come “Ho fatto tanto per te e tu cosa fai?” oppure “Io che ti voglio bene, sono disposto a farlo per te”. Mettendo in gioco i sentimenti, il ricattatore attiva il senso di colpa nella vittima e preferisce l’utilizzo del ricatto anziché affrontare una discussione. La centralità del ricatto emotivo sta essenzialmente nel circolo vizioso che si instaura. Si fa leva sulle emozioni per ottenere ciò che si vuole e si rinfaccia alla vittima di essere insensibili o egoisti. In effetti, il ricatto emotivo è una caratteristica che sembrerebbe appartenente alle personalità forti, ma in realtà denotano spesso una scarsa considerazione di sé. Questa scarsa autostima è ancor più palese nella vittima; le cui caratteristiche sono la sensibilità e la dipendenza effettiva. L’utilizzo di tale strategia corrisponde solo al fatto che come comportamento reiterato ha avuto successo. Il pianto è l’esperienza più diffusa e diretta del ricatto emotivo. I genitori cedono di fronte ai capricci dei bambini e così insegnano fin da piccoli che questa strategia può funzionare per ottenere ciò che si vuole senza problemi. Saper dire no non significa, infatti, amare meno. È dimostrare, invece, di essere responsabili verso se stessi, le proprie opinioni e rispettare anche i propri sentimenti.

La sindrome dell’impostore: se il comportamento è Fake

sindrome dell'impostore

Le prime osservazioni sul fenomeno della sindrome dell’impostore risalgono alla fine degli anni 70 del 900 in America. Essa si manifesta prevalentemente con una sensazione di disagio psicologico in cui una persona non si sente meritevole del successo raggiunto, con conseguente rimorso. Secondo le psicologhe Clance e Imes, infatti, nella sindrome dell’impostore, l’individuo si sente incompetente ed inadeguato riguardo allo status in cui vive (ad esempio professionale). Attribuisce, inoltre, il raggiungimento di un risultato positivo a cause esterne, come la fortuna o una sovrastima di se da parte degli altri. La definizione di impostore rimanda al senso di colpa vissuto e amplificato, che non consente di godere della gratificazione. Da ciò ne derivano comportamenti atti ad evitare di essere smascherati. Il malessere è legato prevalentemente alla scarsa valutazione di se: l’autostima e l’immagine di se stessi sono costellate di aspetti negativi e svalutanti, a cui si aggiunge solitamente ansia e paura di fallire. Colui che si sente un impostore, in realtà ha la tendenza ad essere troppo critico su se stesso e spesso, ha alle spalle, genitori giudicanti e competitivi. Nell’era digitale, la situazione si complica: spesso la condivisione sui social di un successo, genera nell’osservatore la capacità di non analizzare la situazione nel complesso. Il risultato sembra essere stato raggiunto dall’altro con estrema facilità, mentre per noi tutto è così irrangiungibile e complicato. Al contrario, se non ci si facesse sopraffare dalla sindrome, guarderemmo il successo altrui, come frutto di impegno e sacrificio, proprio come per noi. Dalle recenti ricerche su questo fenomeno, si evidenzia che molte persone hanno fatto, almeno una volta, esperienza di inadeguatezza, soprattutto di fronte a delle sfide impegnative. Il raggiungimento del successo, ovviamente, non dipende da tali pensieri negativi. Esso invece è dettato da motivazione e rimodulazione cognitiva sulle proprie reali capacità e competenze.

La malattia fisica con origine psicologica

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L’ipocondria e il disturbo di somatizzazione generano spesso confusione nella loro definizione: in entrambi c’è la manifestazione di una malattia lamentata che però ha origini differenti. L’ipocondria è la PAURA esagerata di avere una malattia grave senza alcun riscontro clinico. Il malato immaginario, quindi, interpreta erroneamente i sintomi fisici attribuendoli a delle malattie invalidanti e gravi. I sintomi fisici lamentati preoccupano fortemente l’individuo, che non trova rassicurazione neanche negli esami e nelle valutazioni mediche cui continuamente si sottopone. L’ipocondriaco vive, di conseguenza, uno stato di frustrazione perenne per non essere stato capito e curato adeguatamente. Ha, inoltre, la tendenza a spiegare il proprio stato di salute (o di malattia) con dovizie di particolari. Gli ipocondriaci lamentano continuamente sintomi che riguardano i diversi apparati (gastrointestinale, cardiaco, respiratorio), ingigantiscono quelli di lieve entità come un semplice raffreddore. Essi tendono ad allarmarsi esageratamente quando sentono parlare di malattie gravi o dei segni che loro avvertono nei loro corpi. Questi soggetti utilizzano come unico argomento di discussione le malattie temute e i loro sintomi, impoverendo così la conversazione e le relazioni sociali perchè cercano di monopolizzare l’attenzione di tutti. Il disturbo di somatizzazione, invece, consiste nella conversione di uno stato di disagio psicologico, di stress e di emotività in un sintomo fisico. Gli organi maggiormente colpiti sono l’intestino (colite), o lo stomaco (gastrite), la pelle (prurito, acne). Anche il sistema muscoloscheletrico (cefalea, torcicollo), e l’apparato urogenitale (dolori mestruali, calo del desiderio sessuale), costituiscono bersagli per la sintomatologia. Anche questi soggetti lamentano spesso i sintomi e si rivolgono ai medici in continuazione, ma non possono essere spiegati con alcuna condizione medica generale. Questi pazienti esprimono i loro sintomi e problematiche in modo drammatico ed esagerato, compromettendo sensibilmente le relazioni e il lavoro, perchè invalidati da queste reazioni fisiche a stati psicologici.

Importante per me: significato di semplici parole

importante

Cosa è veramente importante per noi? La domanda, pur essendo retorica, ci accompagna in molti momenti della nostra vita. E’ un interrogativo che ci porta a riflettere su noi stessi, sul nostro passato e soprattutto sul futuro. Anche l’inizio dell’anno, foriero di aspettative e buoni propositi è il momento ideale per rispondere alla domanda. Ma prima è necessaria una riflessione. Dal punto di vista etimologico, la parola “importante” deriva dal latino e significa letteralmente “quello che si porta dentro”. Ciò che è importante nasce quindi da una consapevolezza di sé e del mondo esterno. Il nostro compito quindi è non solo selezionare le cose da portare dentro di noi, ma anche coltivarle e mantenerle “dentro”. Consapevolmente scegliamo affetti, la famiglia con gli alti e bassi che implica. Allo stesso tempo, allontaniamo le negatività per evitare malesseri e stati depressivi. E ciò che ci portiamo dentro diventa così parte della nostra esistenza e ci aiuta a mantenere il tanto desiderato benessere psicologico. Lavoriamo per costruire una positiva immagine di noi, che ci accarezza nei momenti di difficoltà e ci supporta per fronteggiarli con serenità. Ci adoperiamo affinché la nostra autostima sia un bagaglio di certezze, di cose importanti che ci inorgogliscono e ci aiutano a relazionarci meglio. Si stabilisce un rapporto intimo con le cose che ci portiamo dentro. Si costruisce il nostro universo interiore che contribuisce ad accettarsi e a piacersi.

L’autostima è utile per essere positivi o negativi

autostima

L’autostima è un concetto psicologico su cui sono stati effettuati numerosi studi per comprenderne bene le diverse sfaccettature. L’autostima positiva è considerata il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende più sicuri, più felici, più desiderabili e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide della vita. Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima. La causalità operi in entrambe le direzioni: l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni e le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un impatto sulla sua performance. In altre parole la considerazione di se può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità. L’autostima non è un riflesso delle capacità delle persone. Le persone con alta autostima non sono necessariamente più dotate (intelligenti, competenti) di quelle con bassa. Quello che le distingue sono le loro convinzioni sulle proprie capacità, il loro atteggiamento rispetto alle prove della vita, le loro reazioni ai successi/fallimenti. Coloro che hanno alta autostima tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire gli eventi negativi con serenità; le persone con scarsa considerazione tendono ad essere pessimiste e non sfruttano le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi. Le persone con alta autostima prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, appaiono in genere sicure di sé e sono convinte di avere buone probabilità di successo. Spesso hanno alle spalle una storia di successi che alimentano le rosee aspettative e anche quando in passato sono incappati in qualche delusione, tendono a pensare che “stavolta andrà bene”. Per questi soggetti le situazioni e le prove difficili risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere per dimostrare a loro stessi e agli altri che sono in gamba. Le persone con bassa autostima si trovano nella situazione opposta: prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, vorrebbero tanto “darsela a gambe”. Hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità, e l’esperienza passata non gli suggerisce pronostici favorevoli. Si raffigurano già il momento in cui dovranno fare i conti con l’ennesimo fallimento. Essi non vedono le prove come stimolanti sfide, ma come occasioni in cui rischiano di dimostrare di non essere abbastanza capaci e intelligenti. Dati questi timori non aspirano a conseguimenti eccezionali. A loro basterebbe non fare una figuraccia, rientrare nella media, non risultare troppo inadeguati. I conseguimenti delle persone con alta autostima saranno ben più numerosi ed elevati di quelli delle persone con bassa autostima a causa del grado di impegno e persistenza che mettono negli obiettivi che si prefiggono. Le persone con alta autostima pur essendo soddisfatte di sé spesso lavorano sodo per migliorare le loro aree di debolezza. Le persone con bassa autostima, “dando per persa la partita”, tendono ad impegnarsi poco e ad essere sopraffatte dall’ansia.

L’immagine di se e il concetto di autostima

immagine di se

L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

Il giovane adulto e la sua famiglia

giovane adulto

Oggigiorno, l’uscita dalla famiglia è sempre più ritardata. Per motivi di studio o lavorativi, la permanenza del giovane adulto con i suoi genitori è prolungata nel tempo. Questa fase evolutiva del ciclo naturale della famiglia può avere aspetti vantaggiosi: se il giovane adulto resta in famiglia per un periodo transitorio, allora si ha la possibilità di sperimentare ed inserire al meglio nei diversi contesti sociali. La famiglia quindi dovrebbe essere considerata come trampolino di lancio per i propri figli. In contesti funzionali, i genitori facilitano il processo di separazione fisica e psicologica dei loro figli ormai adulti e reinvestono le loro attenzioni su se stessi e sulla coppia. In questo processo l’impegno del giovane è quello di costruirsi e consolidare una vita effettiva e lavorativa autonoma. D’altro canto i genitori devono accettare l’adultità dei figli rinegoziando la relazione con loro. E’ necessario creare adesso un rapporto alla pari tra adulti responsabili ed individualizzati. In Italia, il fenomeno dei mammoni è in forte crescita e le cause possono dipendere da fattori esterni, come un mancato inserimento lavorativo. Allo stesso tempo ci possono essere anche fattori familiari. In questa famiglia, la provvisorietà del rimanere ancora in casa con i genitori è spesso alimentata da accordi impliciti su entrambi i fronti. I genitori da un lato incoraggiano questo stato di impasse, con atteggiamento complice. Spesso i genitori sentono ancora forte il desiderio di accudimento e cura del figlio, non considerandolo adulto. Altri ancora vivono la solitudine in maniera depressiva cosicché da far “intenerire” il proprio figlio. L’uscita del figlio dalla famiglia si realizza solo se tutto il sistema familiare ridefinisce confini e relazioni in modo evolutivo.

Il tormento: croce per gli uomini e delizia per le donne

tormento

Per molte donne il tormento è il mezzo di comunicazione che hanno nei confronti della persona che dovrebbe essere fonte di gioia, piacere e sostegno. Esso si innesca tra persone che hanno un rapporto intimo, come mogli e mariti, madri e figli.Da un lato gli uomini sostengono che l’arte del tormento sia tipicamente femminile al punto da trasformare le mogli in perfette assillatrici. Le donne, invece, sostengono che un tale atteggiamento sia sinonimo di premura e attenzione alle esigenze di tutti. Non è altro che un modo per ricordare continuamente ai loro compagni di svolgere alcune mansioni affinché questi le interiorizzino.In realtà, l’uomo percepisce le parole delle donne come ordini che si tramutano istantaneamente in tormento, in assillo che logora il cervello e sfinisce. Colei che assilla usa il tormento sperando che la vittima cambi il proprio atteggiamento e ne assuma uno più consono ai suoi standard; l’uomo, invece, lo percepisce come un dito puntato contro che ricorda esclusivamente le proprie mancanze. Questo atteggiamento femminile, inoltre, viene utilizzato solitamente a fine giornata, quando l’uomo avrebbe bisogno di rilassarsi. Invece è costretto ad attuare un meccanismo che fa tanto impazzire la donna: lo stato di sordità apparente. La donna che usa il tormento è una persona frustrata che cova rabbia verso tutti. E’ stanca di occuparsi di tutto e della sua vita che l’ha obbligata ad uniformarsi ad uno stereotipo sociale di moglie e madre dedita. Se una donna comincia ad essere assillante, vuol dire che desidera essere gratificata per la quotidianità delle proprie attività di accudimento e stimata per l’impegno nel proprio compito. Il tormento maschera un problema di comunicazione. Esprimendo i propri sentimenti, le donne aiutano l’uomo a recepire i reali bisogni, in quanto quest’ultimo ha un cervello predisposto, evoluzionisticamente parlando, a leggere la realtà e non tra le righe. Inoltre, se una donna attua il tormento, vuol dire che non si sente capita o più banalmente ascoltata.Quindi chi è vittima del tormento ha la sua percentuale di colpa, perché l’assillo nasce da un’esigenza di attirare l’attenzione non sulle molteplici attività giornaliere di riassetto domestico, ma semplicemente di apprezzamento da parte di un partner che non la capisce fino in fondo.