Disforia di Genere e Intervento Psicologico

Con il termine Disforia di genere si fa riferimento all’insoddisfazione o sensazione di disagio nei confronti del proprio sesso biologico. Negli ultimi tempi la disforia di genere è stata oggetto di attenzione sia nel campo della salute mentale che nella società in generale. Agli inizi degli anni ’90, si è manifestato un nuovo atteggiamento nei confronti dei fenomeni transgender; il clinico, pertanto, si trova di fronte ad una serie spesso sbalorditiva di individui con esperienze transgender. Da un punto di vista diagnostico, il Manuale Statistico e Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM-5) ha evidenziato come la non conformità al genere biologico di appartenenza non sia un disturbo mentale; il disturbo nasce solo se vi è un disagio significativo associato alla condizione. Nella nuova classificazione la disforia di genere è stata separata sia dalle disfunzioni sessuali che dalle parafilie. I professionisti della salute mentale, in base al loro orientamento teorico, possono usare diversi approcci terapeutici con lo scopo non di curare il transessualismo, ma di accompagnare il transessuale nell’esplorazione della propria identità, per garantirgli uno stile di vita stabile con probabilità di successo nelle relazioni interpersonali, nel lavoro e nell’espressione dell’identità di genere. Fondamentale è che il terapeuta sappia stabilire una relazione autentica in cui la persona possa sentirsi compresa e non giudicata. All’interno del percorso terapeutico viene data particolare rilevanza all’esplorazione della storia di genere e dello sviluppo dell’identità transessuale per dare l’opportunità al soggetto di ristrutturare cognitivamente eventi significativi, validare le sue emozioni e rafforzare il senso di Sé.  In alcuni casi il transessuale può chiedere di coinvolgere la famiglia nella terapia per esplorare e risolvere conflitti sorti in infanzia. Un’altra area su cui è bene focalizzarsi in terapia è la transfobia interiorizzata, cioè quell’insieme di sentimenti e atteggiamenti negativi che una persona può provare nei confronti della propria transessualità.  Le caratteristiche associate alla transfobia interiorizzata sono: scarsa accettazione e stima di sé, sentimenti di inferiorità, vergogna, senso di colpa e l’identificazione con gli stereotipi denigratori. In questi casi l’obiettivo del terapeuta è rendere il paziente consapevole e promuovere l’accettazione di sé  Una volta che sono stati trattati questi aspetti e che il paziente ha deciso come gestire la sua disforia e la sua espressione di genere, la terapia si focalizza sul supporto dell’individuo nell’attuazione del suo progetto. Sviluppare una relazione terapeutica con transessuali può essere molto difficoltoso, poiché essi vedono il terapeuta come un ulteriore ostacolo sul loro percorso di transizione e sono terrorizzati dalla diagnosi.  La priorità in questi casi è riformulare il ruolo del clinico da “controllore” a uno più adeguato all’alleanza terapeutica, per permettere al paziente di riporre le armi e farsi aiutare. Lavorare con le persone transgender richiede specifiche competenze psicologico-cliniche che, spesso, gli istituti formativi a cui gli psicologi si rivolgono non forniscono. Questa carenza rappresenta una grande lacuna per tutti quegli psicologi che potrebbero trovarsi ad avere a che fare nel proprio lavoro con tale popolazione  A tal proposito risulta essere molto utile la lettura delle “LINEE-GUIDA PER LA PRATICA PSICOLOGICA CON PERSONE TRANSGENDER E GENDER NONCONFORMING” DELL’AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION, per avere più informazioni a riguardo.

La Psicologia Inversa

La psicologia inversa è un meccanismo manipolativo che si verifica quando cerchiamo di indurre nell’altro un atteggiamento opposto a quello che gli stiamo comunicando o che stiamo adottando. Un ambito di utilizzo è nel campo dell’educazione. Quando si vuole insegnare qualcosa o attivare un comportamento più funzionale ad un bambino o un ragazzo, come far mettere a posto la propria camera, mangiare un cibo nuovo, ecc. capita di ricorrere alla psicologia inversa.  Ad esempio, la psicologia inversa è utilizzata dai genitori per rendere alcune cose più attrattive ed interessanti per i bambini, come banalmente gli spinaci raccontando loro che servono a renderci forti come “braccio di ferro”.Un altro ambito di utilizzo di questa tecnica è quello relazionale, in cui si attivano negli altri comportamenti opposti a quello desiderato per condurlo a fare ciò che in realtà si desidera.  È un modo per giocare con la psiche umana. Infatti, la psicologia inversa tra adulti si usa nelle relazioni amicali o sentimentali, ma anche nelle realtà lavorative, dove il comportamento desiderato è ottenuto non solo rendendolo accattivante ma soprattutto puntando sulla perdita del valore che si avrebbe se non ci comporta in tal modo.  La percezione di perdere il valore di qualcosa è una forte spinta all’azione, dando la sensazione di scegliere autonomamente, anche se di fatto si viene guidati da un meccanismo di psicologia inversa. In certi contesti come l’educazione e l’amore è davvero giusto utilizzare la psicologia inversa?Quando si usa la psicologia inversa è importante chiedersi il motivo che spinge ad utilizzarla, quali sono gli obiettivi che si vogliono raggiungere e se sia il contesto e la relazione adeguata al suo uso.  Se la psicologia contraria è adottata per far mangiare le verdure ai bambini può andare bene, se invece è usata per raggiungere il successo sul lavoro o in una relazione d’amore, per ingannare il capo, i dipendenti o il partner non è la strategia relazionale più corretta ed efficace. I rischi e gli effetti dell’abuso della psicologia inversa  Sulla persona a cui viene rivolta possono essere la diminuzione della fiducia e della sicurezza in sé, la perdita di autostima e del senso di autonomia nelle proprie decisioni.  Inoltre, nella fase della costruzione dell’identità in adolescenza o nel caso di persone con un forte bisogno di auto-affermazione (situazioni in cui è molto probabile che funzionino le tecniche di psicologia inversa) il risvolto della medaglia è il rischio di influire negativamente sullo sviluppo del senso di responsabilità dell’altra persona e della sua capacità di comprendere cosa sia giusto e corretto e cosa no. La psicologia inversa può quindi essere utile in alcuni contesti ed occasioni per mostrare il valore e l’importanza di alcuni comportamenti che non si vogliono mettere in atto, ma resta una tecnica psicologica manipolatoria che utilizza le debolezze altrui per ottenere qualcosa che si desidera

Cos’è il Phubbing?

Il termine Phubbing è una parola inglese che nasce dall’unione di due termini snubbing e phone e indica gli effetti dell’essere snobbato, ignorato nelle situazioni di interazione faccia a faccia, a causa dell’utilizzo del cellulare.  Questo termine è stato creato nel 2013 da Alex Haigh, che all’epoca era uno studente di marketing in Australia. Il phubbing inizia di solito come un atto volontario: si riceve un messaggio al cellulare e si tende quasi subito a rispondere.  Il comportamento diventa problematico quando si trasforma in una sorta di ossessione e la consultazione del cellulare diventa sempre più frequente nelle nostre giornate, impattando ad esempio con la qualità di tempo trascorso con i figli,  Con il passare del tempo, l’atto di guardare il cellulare diventa automatico e involontario e la persona neanche più si accorge di quanto stia mancando di rispetto a chi gli sta vicino, o che sta trascurando intere aree della sua vita pur di mantenersi in contatto con il mondo virtuale.  Alla luce di quanto emerso, è facilmente intuibile quanto il phubbing possa rappresentare un danno per chi lo mette in atto: il voler rimanere costantemente connesso lo porta paradossalmente ad essere scollegato dalla realtà e poco attento ai bisogni dell’altro;  così facendo, risulterà antipatico e sgradevole agli occhi degli altri e faticherà a mantenere legami e relazioni positive. Essere troppo attaccati al telefono, infatti, aumenta il rischio di isolamento e solitudine. Il Phubbing come dipendenza In alcuni casi, inoltre, la tendenza a controllare le notifiche e i social in modo ossessivo non è soltanto una semplice forma di maleducazione, ma una vera e propria addiction. La dipendenza da smartphone, che oggi vanta il nome specifico di “nomofobia”, è infatti un fenomeno crescente, soprattutto fra i giovani, e consiste nella paura di rimanere disconnessi.  Ciò provoca ansia e depressione, mettendo anche a repentaglio la salute fisica del soggetto: l’esposizione alla luce bludello schermo, infatti, è causa di insonnia ed esercita effetti cancerogeni sulla pelle.  Altre conseguenze negative derivanti dall’eccesso di tempo trascorso sul cellulare sono date dalla riduzione dell’attività fisica e dei contatti sociali, nonché dall’esposizione alle onde elettromagnetiche.  Le vittime di Phubbing Se si soffre perché spesso vittime di phubbing, perché questo ostacola le relazioni o perché si sente di non riuscire a controllare il tempo passato sullo smartphone, è consigliabile rivolgersi ad uno psicologo.  Questo, infatti, aiuterà a riflettere su come comunicare in modo efficace per chiedere all’altro di essere considerati; darà inoltre un supporto a livello relazionale per megliogestire le emozioni e le dinamiche interpersonali, effettuando, se necessario, una terapia di coppia;In conclusione, il phubbing è un fenomeno che spesso passa inosservato, ma che in realtà può avere un forte impatto sulle nostre vite; la prevenzione e il ricorso ad un intervento mirato sono però necessarie

Il Fenomeno del Catcalling

Il catcalling deriva dalla fusione dei termini “cat” (gatto) e “calling” (chiamare), e non è altro che la molestia verbale destinata prevalentemente a donne incontrate per strada. Il catcalling comprende commenti indesiderati, gesti, strombazzi, fischi e avance sessuali in luoghi pubblici come strade e mezzi di trasporto. Il fenomeno è in crescita e condiziona molte donne che non si sentono più libere di camminare per strada e indossare ciò che vogliono.  Le molestie di strada non sempre includono azioni o commenti con connotazione sessuale. A volte prevedono anche insulti omofobici e altri commenti che fanno riferimento a religione, etnia, classe sociale e disabilità. Il catcalling, come gli altri tipi di molestie, è caratterizzato dall’oggettivazione della vittima: il cat caller non vede una persona ma un oggetto sessuale. Molte donne che hanno subito una molestia verbale per strada hanno difatti dichiarato di essersi sentite sporche e inutili, in quanto in quei momenti ci si sente deumanizzati, privati di un nome ed una personalità mentre degli estranei squadrano il tuo corpo senza che tu possa dire nulla.  In questa dinamica il cat caller si colloca in una posizione di potere rispetto alla vittima, la quale, dopo aver ricevuto fischi, un “ciao bella” o uno sguardo di troppo, prova sentimenti contrastanti.  E poi vi è la rabbia per aver subito una molestia e allo stesso tempo la frustrazione ed impotenza legate al non aver reagito per timore di scatenare reazioni incontrollabili nel cat caller.  Tutto ciò si tramuta in una forte paura che porta ad una profonda modificazione del proprio stile di vita nella speranza di evitare che quell’evento si verifichi nuovamente, come: vestirsi in maniera differente, scegliere di non percorrere certe strade, non socializzare o rincasare prima che faccia buio.  L’aspetto subdolo del catcalling è che la molestia vera e propria, si nasconde dietro ad un complimento. infatti, vi è tanta gente che pensa sia un buon modo per approcciarsi all’altro ed esprimere interesse. Quindi fischiare o fare complimenti per strada sarebbe sinonimo di interesse verso l’altroe soprattutto, dal punto di vista di chi lo esercita, dovrebbe essere vissuto come un complimento da chi lo vive. In molti Paesi il catcalling è considerato un reato. Nel 2018 in Francia è stata approvata una legge sulle molestie verbali e contro il catcallingche prevede sanzioni in multe dai 90 ai 1500 euro, a seconda della gravità della molestia. Anche in altri Paesi, come il Perùe lo stato dell’Illinois, sono previste sanzioni.  ‍In Italia il catcalling non è considerato reato e dunque non sono previste sanzioni per le molestie di strada. Tuttavia, il catcalling potrebbe essere inquadrato nella fattispecie di cui all’art. 660 del Codice penale, che disciplina lacontravvenzione di molestia o disturbo alle persone.‍ Ad ogni modo, in Italia l’assenza di normative specifiche contro questo tipo di condotta amplifica la banalizzazione del problema, che andrebbe risolto anche attraverso la prevenzione e l’educazione già dai primi anni di scuola

La Triangolazione nel Sistema Familiare

In psicologia, il termine triangolazione rappresenta una specifica dinamica relazionale nella quale la comunicazione e le interazioni tra due individui non avvengono direttamente, ma sono mediate da una terza persona.  Il concetto di triangolazione si è sviluppato principalmente nell’ambito della terapia familiare (Bowen, 1985) per identificare una modalità di gestione della tensione e dei conflitti all’interno di un rapporto significativo.  Secondo Bowen, i rapporti diadici (es. tra marito e moglie, tra fratelli, o tra genitore e figlio) sono intrinsecamente instabili durante situazioni di stress. Quando tali situazioni si verificano, si ricorre quindi ad una terza persona che viene messa in causa per diminuire o gestire lo stress.  Anche se la triangolazione non è di per sé negativa, un utilizzo abituale di questa strategia può diventare un vero e proprio elemento di tossicità psicologica all’interno di un rapporto affettivo. All’interno di sistemi familiari particolarmente disfunzionali, la triangolazione può anche coinvolgere i figli, i quali vengono chiamati in causa da uno o da entrambi i genitori per gestire o diminuire lo stress emotivo legato al loro conflitto interpersonale. La triangolazione diventa dunque disfunzionale quando causa eccessivo stress alla terza parte della configurazione triangolare, quando impedisce la risoluzione del conflitto della diade anziché contribuire a risolverlo, e/o quando viene utilizzata deliberatamente per garantirsi un maggior controllo della relazione Di solito nel sistema familiare, la triangolazione si verifica quando l’aumento della tensione relazionale tra i coniugi viene gestito e contenuto coinvolgendo uno dei figli: questa alleanza con “un altro più vulnerabile” mira alla costruzione di una relazione più stabile.  La triangolazione, dispiegandosi da una generazione all’altra, rende sempre più difficile il processo di individuazione dei singoli membri della famiglia, fino ad arrivare ai casi estremi di simbiosi familiare in cui la non differenziazione del sé di ciascuno è massima. Secondo Bowen è un tipo di coazione a ripetere applicata alle generazioni, in cui ogni generazione fa ricadere la sofferenza su quella successiva (Hoffman L, 1984) L’aspetto patologico della triangolazione intergenerazionale risiede nel fatto che le risorse psicologiche ed emotive del bambino vengono utilizzate per regolare il conflitto tra adulti, a scapito dei suoi bisogni evolutivi. In questo modo si realizza un processo di delega che, di generazione in generazione, che porta avanti la richiesta di soddisfacimento di bisogni originari rimasti inappagati. Inoltre, la posizione di funzionamento del bambino all’interno del triangolo inevitabilmente condizionerà il suo modo di pensare, sentire e agire, modellando qualitativamente il suo senso di identità e appartenenza e di conseguenza le possibilità di differenziazione dalla famiglia di origine. La non differenziazione dalla famiglia di origine porterà, in un momento successivo del ciclo di vita dell’individuo, a uno spostamento sul partner della richiesta di soddisfacimento dei bisogni rimasti inappagati; quando questa richiesta di appagamento, inevitabilmente, fallirà l’ansia spingerà nuovamente alla ricerca di un’alleanza con i figli. 

Gaslighting: Una forma di Manipolazione Mentale

Il termine deriva dal film Gas light del 1938 e dai suoi rifacimenti successivi, tra cui vale la pena ricordare Rebecca – la prima moglie di Alfred Hitchock (1940). In questi film è descritto bene il contesto in cui avviene la violenza psicologica. Un marito occupato a frugare casa per trovare le ricchezze della moglie abbassa, come effetto collaterale delle sue ricerche, l’intensità di alcune luci a gas.  La moglie se ne accorge e manifesta disappunto e disagio, ma il marito riesce a convincerla che tutto quello che sta avvenendo sia in realtà solo frutto della sua immaginazione, sostenendo che l’intensità delle luci è rimasta la stessa di sempre, facendola così impazzire. Così funziona il Gaslighting: la vittima viene gradualmente indebolita e resa malleabile, un disegno spietato che viene portato a compimento utilizzando una strategia subdola in cui si persegue il preciso obiettivo di deprimere totalmente il bersaglio. Il Gaslighter, così viene definito colui che mette in atto una manipolazione mentale, fa credere alla vittima di stare vivendo in una realtà che non corrisponde alla realtà oggettiva, la fa sentire sbagliata, mina alla base ogni sua certezza e sicurezza, in sostanza agisce su di lei un vero e proprio lavaggio del cervello.  La ricerca dimostra che nella stragrande maggioranza dei casi la vittima e il gaslighter sono vicini, quasi sempre partner o parenti stretti. Si tratta di una grave forma di perversione relazionale che rende le vittime talmente assuefatte e dipendenti da essere nella maggior parte dei casi inconsapevoli rispetto a ciò che sta loro accadendo.  La violenza si cronicizza non appena la vittima entra nella fase depressiva, quella in cui si convince della ragione e anche della bontà del manipolatore (che si prende cura di lei, la capisce, la sostiene) che non a caso è spesso addirittura idealizzato. Ecco che si crea così il paradosso, in cui la vittima idealizza il proprio carnefice. Proprio per quanto detto finora è difficile che chi è vittima del gaslighter si renda conto della situazione perversa in cui vive e chieda aiuto, cosa ancor più vera se si pensa che essa diventa così dipendente da isolarsi anche a livello sociale per la paura di essere inadeguata o giudicata pazza.  Spesso la richiesta di aiuto o la capacità di far “aprire gli occhi” alla vittima arriva da chi le sta intorno, familiari, amici o colleghi. È allora che può e deve iniziare il percorso di ricostruzione della propria identità, della fiducia e del senso di sé che porti la donna a liberarsi da una relazione perversa e dolorosa. L’obiettivo principale del gaslighting, infatti, è proprio quello di minare l’autonomia e la capacità valutativa dell’altro; per acquisire il pieno controllo sulla sua vita.Per raggiungere l’obiettivo di svalutare progressivamente la propria vittima, inizialmente il Gasligther utilizza una leggera ironia (ad es., sulla forma fisica o sul modo di vestire, di parlare, ecc.). Infine, si dedica accuratamente e impietosamente all’insinuare dubbi sulla moralità dell’altro, sulla sua lealtà, intelligenza, onestà. Colpisce uno a uno, tutti i suoi punti di riferimento affettivi per condurla progressivamente all’isolamento, talvolta totale. Nonostante il gaslighting sia considerato una forma di violenza psicologica, in Italia esso non viene di per sé identificato come reato o come crimine espressamente previsto dal Codice penale. Tuttavia, di fronte ad abusi psicologici è possibile riconoscere la presenza di differenti tipologie di reato come: maltrattamenti; violazione degli obblighi di assistenza familiare; minaccia e stalking. È pertanto importante che la vittima che ha subito un danno da gaslighting denunci l’abusatore per ricevere l’aiuto necessario. 

La Pas: Sindrome da Alienazione Parentale

La Sindrome da Alienazione Parentale è una grave forma di abuso contro i bambini coinvolti in separazioni conflittuali, inizialmente descritta come sindrome (PAS è l’acronimo di Parental Alienation Syndrome) dallo psichiatra americano Richard A. Gardner. Il concetto di PAS compare per la prima volta nel 1985, quando il medico statunitense Richard Gardner ne parlò in riferimento alla dinamica psicologica disfunzionale che si attiva sui figli minori coinvolti in processi di separazioni e divorzi conflittuali, durante i quali uno dei genitori, denominato “Alienante”, avvia nei riguardi dell’altro coniuge, denominato “Alienato”, un’autentica campagna di denigrazione finalizzata a definire come nociva e pericolosa la frequentazione del figlio da parte dell’ex coniuge e della famiglia di quest’ultimo.  “Il figlio, dal canto suo, mostra una posizione totalmente adesiva con quella del genitore Alienante, colludendo in toto con la pratica di programmazione psichica a mezzo della quale il genitore Alienante lo spinge a disprezzare ed evitare il genitore Alienato” (Gardner, 1987). L’alienazione è prodotta da una “programmazione” dei figli: una specie di lavaggio del cervello che porta i figli a perdere il contatto con la realtà degli affetti, e ad esibire astio e disprezzo ingiustificato verso l’altro genitore. La “programmazione” arriva a distruggere la relazione fra figli e genitore alienato: nei casi gravi i bambini arrivano a rifiutare qualunque contatto, anche solamente telefonico, con il genitore alienato. Le conseguenze di tutto questo sono molto gravi, anche sul lungo termine, in quanto la PAS viene definita come una vera e propria forma di violenza psicologica che tende a direzionare la mente del bambino verso scenari di giudizio precostituiti, con gravi danni non solo all’elaborazione cognitiva ma anche alla regolazione emotiva, alla capacità di giudizio, all’esame della realtà, da cui possono generarsi deficit di empatia, narcisismo e mancato rispetto per l’autorità.  Il bambino, infatti, per rispettare le volontà tendenziose del genitore alienante, non esita a ridicolizzare il genitore alienato con atteggiamenti denigratori, oppositivi e irrispettosi che in altre circostanze non verrebbero mai consentiti, ma sarebbero al contrario segnalati e stigmatizzati. L’esistenza della Sindrome da Alienazione Parentale è stata ed è tuttora oggetto di numerose controversie all’interno della comunità scientifica internazionale, data la confusione concettuale che caratterizza la diagnosi e l’assenza di strumenti validi e affidabili per accertarne l’esistenza, sono stati condotti pochissimi studi empirici per investigare la sua validità scientifica.  Proprio per queste ragioni la PAS non è inclusa nell’attuale manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM IV). Il costrutto stesso di PAS come “sindrome” psicologica sta evolvendo maggiormente verso quello di “disturbo” della relazione parentale in un’ottica quindi meno psicopatologica e più familiare-sociale. È evidente che la strategia migliore per gestire situazioni come questa risiede in un intervento globale che abbia per oggetto le relazioni familiari più che la consultazione con un solo membro della famiglia. In questo è determinante l’esistenza di una chiara consapevolezza circa l’esistenza di un doppio ruolo ovvero quello genitoriale e quello coniugale. Ognuno di questi ruoli implica diritti, doveri e responsabilità differenti.  La responsabilità morale, psicologica e educativa dei figli è e deve essere dei genitori, quindi il conflitto coniugale non può e non deve trasformarsi anche in conflitto genitoriale.  Quando ciò accade è bene considerare l’intervento di figure esterne alla famiglia che possano aiutare nella comprensione e nella modificazione di queste dinamiche disfunzionali.

La Psicoterapia Sistemico Relazionale

La Psicoterapia Sistemico Relazionale è uno dei tanti approcci esistenti nella psicoterapia, viene anche chiamata terapia sistemica familiare o semplicemente terapia familiare perché ha come focus di osservazione l’individuo inserito all’interno di vari sistemi, primo tra tutti la famiglia.  Per questo motivo, si tratta di un approccio che viene spesso utilizzato nel lavoro terapeutico con le famiglie. Tuttavia, è più corretto parlare di psicologia e psicoterapia sistemico relazionale perché è possibile utilizzarla anche per la Psicoterapia individuale o per la Terapia di coppia La Terapia sistemico-relazionale nasce come terapia delle relazioni. Fin dalla sua nascita l’individuo è inserito in una rete di relazioni, per questo il malessere del singolo non può essere slegato dal contesto a cui appartiene.  Questa visione permette di allargare la visuale da cui spesso si guarda erroneamente l’individuo portatore del sintomo, spostandosi da una dimensione soggettiva ad una dimensione relazionale.  Nello specifico, il terapeuta sistemico-relazionale ridefinisce il sintomo non più come problematica unicamente individuale, pensiero che ritroviamo in molti approcci terapeutici, ma come l’espressione di un malessere che affligge anche il proprio contesto di relazioni significative. Le relazioni disfunzionali possono riguardare il sistema famiglia, il sistema coppia, il contesto lavorativo o quello amicale. In questa ottica, l’individuo portatore del sintomo non viene colpevolizzato, ma accolto come colui che sta mostrando al suo contesto di appartenenza un malessere di cui sono tutti vittime consapevoli e non, spetterà al terapeuta cambiare le dinamiche relazionali disfunzionali in funzionali, restituendo benessere non solo all’individuo ma anche al suo contesto relazionale. Cenni storici sulla psicoterapia sistemico-relazionale La teoria sistemico relazionale è nata a partire dalla teoria generale dei sistemi, formulata da Ludwig von Bertalanffy (1901-1972), un biologo austriaco che faceva parte della scuola di Palo Alto e in seguito del Circolo di Vienna.  La Scuola di Palo Alto è una corrente psicologica statunitense che prende il nome dalla città californiana dove sorge il Mental Research Institute, centro di ricerca e terapia psicologica  fondatoda Donald de Avila Jackson nel 1959. Secondo la teoria dei sistemi esiste un’interdipendenza e un’interrelazione tra tutti i fenomeni osservati, le cui proprietà non possono essere ridotte a quelle delle parti che lo compongono, cioè all’interno di un sistema il tutto è più della somma delle parti.  Il sistema, secondo la teoria sistemica, è un’unità intera e unica, composta da parti, ognuna con la sua funzione, che sono in relazione tra loro che tendono all’equilibrio. Nel sistema l’intero risulta diverso dalla semplice somma delle parti e qualsiasi cambiamento in una sua parte influenza l’intero sistema nel suo insieme. Come interviene la psicoterapia sistemico-relazionale L’intervento terapeutico basato sulla teoria sistemico-relazionale tiene conto della storia familiare e transgenerazionale che va ad influenzare il contesto di riferimento, ma l’approccio si focalizza sul presente e sull’analisi delle difficoltà del momento attuale.  Lo scopo è quello di modificare i modelli e le dinamiche disfunzionali presenti attraverso un processo di co-costruzione che coinvolge attivamente terapeuta e individuo/famiglia.  La psicoterapia sistemico-relazionale ha il compito di andare a riparare quelle relazioni che l’individuo avverte come problematiche tramite il cambiamento delle dinamiche disfunzionali presenti nel proprio contesto di riferimento; la sua funzione è quella di apportare un rinnovato benessere soggettivo e sociale.

Il Genogramma Familiare

Il genogramma familiare è uno speciale albero genealogico che oltre a rappresentare graficamente le relazioni di parentela tra i componenti di una famiglia su almeno tre generazioni, viene completato con la narrazione che il paziente fa delle relazioni tra i soggetti rappresentati. Il genogramma ci aiuta a ricostruire l’evoluzione storica della famiglia nel tempo, connettendo tra loro gli eventi significativi. Lo studio del genogramma mette in primo piano la ciclicità con cui i modelli familiari si trasmettono nel tempo.  Infatti, ogni membro della famiglia tende a ripetere gli stessi comportamenti appresi nella propria famiglia d’origine, i quali, se non vengono messi in discussione e modificati, tendono ad intensificarsi nelle successive generazioni. Il fondatore del genogramma è Murray Bowen, psichiatra e psicanalista americano che negli anni 70 iniziò ad applicare “la teoria dei sistemi” alle famiglie. Egli riuscì a spiegare alcuni importanti sintomi che osservava nei suoi pazienti ed iniziò a strutturare la teoria della trasmissione trigenerazionale dei modelli familiari e del triangolo familiare. Per le sue originali teorizzazioni e per la loro applicazione, Bowen venne considerato uno dei fondatori della psicoterapia familiare, come egli stesso iniziò a definirla, e del modello sistemico-relazionale. Fu colui che formulò ed ideò per primo il concetto di genogramma e ne fece un fondamento del suo modello di intervento sulle famiglie. Le sue teorizzazioni diedero vita al modello sistemico-relazionale in cui la famiglia iniziò ad essere considerata come un sistema complesso ed interdipendente in cui ciascun componente svolge la sua azione per mantenere in equilibrio il sistema.  I componenti della famiglia interagiscono tra loro e con l’ambiente esterno in un equilibrio che è sempre variabile ed in evoluzione. All’interno di ciascuna famiglia ogni individuo ha una specifica funzione ed un ruolo che lo caratterizza. Il genogramma può aiutare a riappropriarsi del proprio passato, soprattutto quando questo viene vissuto come debolezza, come qualcosa da cancellare o nascondere. Attraverso una nuova comprensione di ciò che è stato ereditato, è possibile riscrivere la propria storia individuale che necessariamente è connessa a quella di altri individui.  Così, gettando una nuova luce sul passato, il genogramma diventa strumento per vivere in modo nuovo le relazioni presenti e avere una chiave di lettura per le situazioni che si incontreranno nel futuro. Il genogramma è uno strumento fondamentale per il terapeuta sistemico relazionale ed è utilizzato sia all’interno del percorso terapeutico, per strutturare le informazioni raccolte, quindi formulare ipotesi sull’origine del disagio e pianificare il percorso di trattamento, sia all’interno del percorso di formazione del terapeuta come strumento di elaborazione della propria esperienza familiare, in questo caso il lavoro di co-costruzione della storia personale dell’allievo avviene grazie alla partecipazione attiva e supportiva del gruppo di formazione e del didatta.

Adolescenti alla ricerca del Reality Shifting

Il Reality Shifting è una nuova moda in voga tra gli adolescenti, che consiste nel creare situazioni ed esperienze immaginarie da vivere in prima persona, utilizzando solamente la forza della propria mente. Questo modo di trasferirsi in un vero sogno ad occhi aperti sta spopolando sui social soprattutto su Tik Tok e sembra che stiano aumentando sempre più i ragazzi che provano a rifugiarsi in diversi mondi di fantasia Il Reality Shifting viene definito come una forma di autoipnosi durante la quale il soggetto che la pratica si astrae dalla realtà per catapultarsi in un mondo immaginario plasmato sui propri desideri e le proprie fantasie. Chi si cimenta in questa specie di meditazione può vivere esperienze alternative, visitare luoghi mai esplorati e persino interagire con personaggi famosi o inventati. Sono moltissimi, ad esempio, i Tik Tok in cui ragazzi e ragazze descrivono con entusiasmo le avventure vissute con attori e/o personaggi del mondo di Harry Potter In psicologia shifting indica la flessibilità cognitiva e la capacità di attivare la mente verso compiti diversi, permettendo il passaggio da un compito all’altro e controllando l’interazione tra i due compiti. Ma in questo caso siamo di fronte ad un fenomeno dove prevale la ricerca dalla disconnessione dalla propria vita reale.  In realtà questo punto rappresenta uno snodo cruciale nell’analisi del fenomeno. Tra le conseguenze della pandemia e la crescente ansia generazionale gli esperti temono infatti che milioni di adolescenti provati dall’isolamento e dall’incertezza del futuro possano assuefarsi a questa uscita d’emergenza dalla realtà. Dobbiamo noi adulti chiederci che cosa succede nella mente di un ragazzo che all’improvviso inizia a isolarsi dal mondo. È difficile da comprendere, ma bisogna cercare di capire cosa lo spinge a farlo senza giudicarlo. In quanto le conseguenze di tale comportamento possono essere devastanti per lui/lei e per la sua famiglia. Si inizia con il non voler frequentare più la scuola, nonostante spesso il rendimento sia buono, poi si inverte il ritmo sonno-veglia e si passa la maggior parte del tempo rintanati in cameretta, con le luci abbassate, per immergersi in un mondo non reale.  Quindi dietro il successo del Reality Shifting può nascondersi il pericolo che i soggetti più fragili finiscano per preferire la fantasia autogestita alla vita vera, estraniandosi dalle normali interazioni di un adolescente (amici, famiglia, scuola) e riducendo il proprio mondo a quello modellato su misura nella propria mente.