I Problemi Psico-sociali del paziente pediatrico con patologia cronica

di Ilenia Gregorio Le patologie croniche sono malattie dalla prognosi incerta e a decorso ingravescente che richiedono un rapporto continuativo e diretto con le strutture e gli operatori s a n i t a r i . L a N a t i o n a l Commission on Chroni c Illness degli USA, nel 1956, ha definito malattie croniche tutte quelle patologie caratterizzate da un lento e progressivo declino delle normali funzioni fisiologiche (Bertola e Cori, 1989). A differenza delle malattie acute, che alterano lo stile di vita per un periodo di tempo circoscritto, i pazienti affetti da patologie croniche – e spesso anche i loro familiaridevono adattare le loro abitudini, i loro spazi e i loro tempi in base alla malattia, al suo decorso e alle terapie necessarie (Krulik e coll., 1999). L’impatto psico-sociale delle malattie croniche, infatti, si manifesta a diversi livelli, i n t r a p s i c h i c o e d interpersonale, nell’ambito f a m i l i a r e , s c o l a s t i c o e l a v o r a t i v o e a l i v e l l o macrosociologico.Già dagli anni ’30 Anna Freud metteva in evidenza che una “malattia fisica” poteva avere gravi conseguenze sullo sviluppo psicologico del bambino, soprattutto se di l u n g a d u r a t a . L’ospedalizzazione e le cure p r o l u n g a t e p o t e v a n o compromettere in modo anche importante, il delicatissimo processo evolutivo del piccolo ammalato, con conseguenze diverse correlate all’età di insorgenza della patologia, alla sua gravità e al suo protrarsi. Dai primi studi di Anna Freud ad ora lo scenario è gradualmente cambiato se consideriamo che i progressi terapeutici hanno trasformato molte patologie incurabili in malattie con sopravvivenza prolungata, incrementando, però, i problemi sociali. Oggi giorno, le strutture sanitarie si sono attrezzate per i pazient i con patologi e c r o n i c h e i n m o d o d a consentire loro la migliore q u a l i t à d i v i t a ( C e n t r i Specialistici e Day Hospital con afferenza di competenze p a r t i c o l a r i ) ; sono nate Associazioni di malati spesso integrate da adeguati Comitati Scientifici, che attualmente tendono ad aggregazioni sempre più interessanti (Consulte di Associazioni); la vita politica, anche se con fatica, sta realizzando che la questione “malato cronico” interessa milioni di persone e che sarà necessaria una particolare sensibilità nei suoi confronti. La malattia cronica, d i f a t t i , r i c h i e d e c u r e e competenze p a r t i c o l a r i , rapporti continui con le Strutture Sanitarie ed ha, comunque, anche nella migliore delle ipotesi, grande rilievo sulla vita sociale del paziente e della sua famiglia, sui suoi progetti, sulle sue aspirazioni. Il bambino fino ai 6-7 anni ha un comportamento del tutto particolare vede la sua malattia cronica come una colpa, l e terapie come maltrattamenti e avverte come dolore tutte le tensioni, i bisogni e i disagi caratteristici della sua situazione. In questa f a s e d e l l a v i t a i l comportamento della madre è importantissimo una madre che si sforza di trasmettere serenità e consapevolezza, avrà maggiori possibilità di infondere tranquillità al bambino; una madre ansiosa avrà, al contrario, un bambino a g i t a t o , p r e o c c u p a t o , spaventato. Qui il supporto psicologico specifico, gioca un r u o l o fondamentale: l o psicologo dovrà mettere in c a m p o t u t t a l a s u a competenza e le tecniche specifiche, dovrà accogliere, contenere ed implementare le risorse del bambino e della sua mamma, spiegando bene t u t t o q u e l l o c h e s t a succedendo e sostenendo al massimo la figura materna o comunque genitoriale. Dopo i 7 anni il bambino affronta la malattia con maggiore coscienza capisce bene quello che gli viene detto, localizza i disturbi, quando soffre fisicamente si s e n t e ancora “ p u n i t o ” , maltrattato, perseguitato. Il supporto psico-sociale e la famiglia devono aiutarlo a mantenersi obiettivo, a non strutturare delle interpretazioni devianti, devono guidare il piccolo paziente ad avere un atteggiamento positivo nei confronti della vita in genere e della sua terapia in particolare. Si capisce bene come sia sempre di più indispensabile un colloquio chiaro, onesto, sereno e costante da parte dell’équipe curante. Nell’età adolescenziale la situazione diventa sempre più difficile (di per sè questo il p e r i o d o d e l l a v i t a p i ù complesso dal punto di vista psicologico e sociale). Il ragazzo può assumere atteggiamenti di difesa, con negazione della malattia che v i e n e v i s t a come u n a minaccia, un impedimento alla propria autonomia, una aggressione alla “immagine di sè. E’ vero che la negazione d e l l a m a l a t t i a p u ò rappresentare una protezione, almeno nelle fasi iniziali, ma l’adolescente in questo caso non accettando la propria condizione, probabilmente non accetterà nemmeno le terapie propostegli. E’ importante quindi che egli prenda piena coscienza del proprio stato, che possa esaurientemente usufruire del sostegno della famiglia, del personale sanitario e delle strutture di afferenza perché, senza un adeguato supporto, e senza risorse alternative, potrebbe “regredire” sino a mettere in atto comportamenti i n f a n t i l i . S o l i t a m e n t e
Binge drinking e drunkoressia : l’abbuffata alcolica

di Anna Borriello, Francesca Dicè “B i n g e drinking’’,‘‘drunkoressia’’, ti è mai capitato di imbatterti in queste espressioni? Proviamo a fare un po‘ di chiarezza su questo fenomeno che, come un vero e proprio trend, sta spopolando sempre più tra i giovani – e non – portando con sé molteplici risvolti non soltanto sul piano fisico, come p o t r e s t i a m p i a m e n t e immaginare, ma anche e soprattutto sul versante psicologico. Fin dagli albori dell’umanità l’uso e l’abuso di alcol ha accompagnato la vita dell’uomo assumendo, nel corso dei secoli, svariate valenze culturali. Le bevande alcoliche sono state utilizzate come alimento, simbolo di sacralità nei riti religiosi, mezzo di connessione con i s t a n z e u l t r a t e r r e n e , automedicazione, elemento di convivialità e strumento di aggregazione sociale. Stabilire il limite tra uso tradizionale e u s o p a t o l o g i c o è continuamente oggetto di studio in ambito medico, psichiatrico, sociologico e politico. Distinguendo dunque un’abitudine non patologica da u n a d i p e n d e n z a , raggruppiamo i bevitori in tre diverse categorie: I bevitori abituali e non abituali, la cui attitudine al bere non provoca danni e che possono, nel caso si renda utile o n e c e s s a r i o i n t e r r o m p e r e t a l e consuetudine; Coloro che, avendo s v i l u p p a t o u n a d i p e n d e n z a , n o n riescono a rinunciare al bere, nemmeno nel momento in cui tale c o m p o r t a m e n t o provoca evidenti danni a l l a s a l u t e , all’andamento delle loro relazioni interpersonali o lavorative. Coloro, per i quali ogni interesse, motivazione o iniziativa ruota intorno al bere. Ma l’abuso alcolico è un vizio, una moda, un sintomo o una malattia? Oggigiorno al consumo moderato di alcoldurante i pasti, si stanno sostituendo i consumi fuori pasto, consumi eccessivi e ad a l t a i n t e n s i t à . Quando parliamo di Binge drinking, termine inglese introdotto nel panorama italiano all’inizio degli anni 2000, facciamo riferimento alla cosiddetta “abbuffata di alcolici”, ovvero ad una condotta disfunzionale assunta da una persona quando ingerisce volutamente quantità ripetute di alcol in misura maggiore alle sue capacità psicologiche e fisiologiche; nello specifico, come puntualizza la British Medical Association, con tale termine s‘intende il bere, con il preciso proposito di ubriacarsi ( r i c e r c a d e l l ‘ e f f e t t o psicoattivo), di solito in contesti di socialità, una quantità convenzionalmente misurata in “6 o più bicchieri di bevande alcoliche –in a rowin fila” in un breve arco di tempo. E’ dunque il numero di drink consumati in un’unica occasione che definisce q u a n t i t a t i v a m e n t e i l comportamento di Binge Drinking. I l dr ink v iene consumato molte volte in modo quasi consecutivo e r a p i d o , o v v e r o s e n z a sorseggiare, tutto d’un fiato. Si tratta di una tendenza che si a c u i s c e n e l fi n e settimana derivata dalla v o l o n t à d e i r a g a z z i d i provocarsi uno stat o di alterazione in determinate occasioni. Recenti studi americani hanno dimostrato come il più delle volte il binge drinking si associa a quella c h e v i e n e d e fi n i t a “ d r u n k o r e s s i a ” , o v v e r o la restrizione alimentare a cui si sottopongono soprattutto i ragazzi prima di consumare alcolici, al fine non solo di limitare l’introito calorico ed evitare di prendere peso ma anche di potenziare gli effetti euforizzanti e disinibenti dell’alcol, incrementando così il rischio di sviluppare in età adulta dipendenze patologiche e disturbi della sfera psichica. Lo scopo di tali abbuffate alcoliche risiede nel provare ebbrezza fino ad arrivare all’ubriacatura completa con p e r d i t a d i c o n t r o l l o e intossicazione. Se ripetuto nell’ arco di sei mesi, quattro sono i criteri per diagnosticare un episodio di Binge drinking: – eccessivo consumo di alcol;– assunzione di alcol rapidamente in un breve arco di tempo;– bere fino ad ubriacarsi e a sentirsi male;– bere in compagnia in p a r t i c o l a r i e v e n t i . Ad oggi, nella popolazione giovanile, il consumo di alcol è in forte crescita già tra gli 11 e i 15 anni di età. I dat i dell’Istituto Superiore della Sanità fanno emergere come il 42% dei ragazzi di età compresa tra i 18 e i 34 anni che mette in atto il binge drinking beve alcolici fuori pasto. In tale contesto, le ripetute bevute raramente hanno carattere occasionale, tendono perlopiù a diventare un atteggiamento frequente sino a trasformarsi in vera e propria dipendenza, fisica e psichica, da alcool, con conseguenti sintomi da astinenza quali: depressione, a l t e r a z i o n e d e l l ’ a t t i v i t à circadiana e disturbi del sonno, disturbi sessuali, irritabilità nonché problemi di performance c o g n i t i v e ,compromettendo così attività scolastiche, lavorative, ma anche le più semplici attività che scandiscono la routine quotidiana. Secondo Hudolin (2015)
Mindfulness a scuola

Mindfulness: alcune pratiche da utilizzare a scuola La scuola rappresenta un contesto fondamentale per lo sviluppo dei bambini, non solo per gli apprendimenti ma anche per gli aspetti psicosociali. Sicuramente molti insegnanti manifestano a lungo andare segnali di stress, demotivazione, diminuzione dell’energia che può condizionare negativamente gli apprendimenti dei bambini. Il senso di autoefficacia è considerato un fattore protettivo, ovvero la consapevolezza della propria efficacia nell’affrontare situazioni difficili con la convinzione che, con impegno e tecniche adeguate, sia possibile raggiungere determinati obiettivi educativi (Bandura, 2000). Questa risorsa può essere potenziata con la mindfulness. Per praticare percorsi di mindfulness che vedano insieme insegnanti ed allievi è importante che: vengano pianificate le attività in momenti che siano agevoli per tutti; sia creato un contesto funzionale all’interno dell’aula, dove svolgere le pratiche; sia pianificata una routine; vengano coinvolti gli allievi nella creazione dello spazio mindful; vengano coinvolti anche i genitori per svolgere alcuni esercizi a casa con i propri figli. Alcuni esempi di pratiche di mindfulness: Il respiro Cercate di inspirare profondamente l’aria. Fate attenzione al momento in cui trattenete il respiro. Poi espirate e fate attenzione a ciò che provate. E’ caldo? Freddo? Provate a focalizzarvi su ciò che sentite quando fate brevi inspirazioni ed espirazioni. Che tipo di sensazioni provate? E ora lasciate che il respiro abbia il suo naturale ritmo. Qualcosa è cambiato nella vostra mente? Quale tipo di respiro vi fa sentire più tranquilli? Usate il respiro che più vi aiuta a stare bene con voi stessi. Nei panni di uno studente Cercate un posto tranquillo, sedetevi, prendete tre respiri profondi, chiudete gli occhi e immaginate il vostro allievo difficile sulla porta. Mettetevi nei suoi panni, guardate il mondo dalla prospettiva dei suoi anni, della sua situazione familiare, dei rapporti con i compagni, del suo concetto di sè come allievo non diligente, che spesso ha interazioni difficili con gli insegnanti, che lascia a metà il suo compito. Come si sentirà? Con quali preoccupazioni entra nell’aula? Che cosa si aspetta da voi? Quali sono i suoi sogni? I suoi limiti? Cosa gli impediscono di fare? E quali sono i suoi punti di forza? E voi adesso cosa gli direte? Volete provare a mettere in evidenza i suoi punti di forza oggi?
Procrastinazione: perchè preferiamo il “poi”

La procrastinazione è un fenomeno che quasi tutti hanno sperimentato almeno una volta nella vita. È quel comportamento che ci porta a rimandare attività importanti a favore di compiti meno urgenti o più piacevoli. Sebbene possa sembrare un atteggiamento innocuo, la procrastinazione può avere conseguenze significative sul benessere personale, sulla produttività e sulle relazioni interpersonali. Possibili cause della procrastinazione Prima di tutto, è importante capire che la procrastinazione non è semplicemente il risultato della pigrizia o della mancanza di forza di volontà. Infatti, le sue radici sono spesso molto più complesse e possono includere fattori psicologici, emotivi e comportamentali. In primo luogo, la paura del fallimento è una delle cause principali della procrastinazione. Le persone, in altre parole, rimandano i compiti perché temono di non essere all’altezza e preferiscono evitare l’ansia associata al possibile fallimento. Il perfezionismo, in secondo luogo, gioca un ruolo significativo. I perfezionisti spesso procrastinano perché temono di non riuscire a realizzare il compito alla perfezione, paralizzandosi di fronte alla necessità di fare tutto in modo impeccabile. Inoltre, la mancanza di motivazione può portare alla procrastinazione. Quando un compito non è percepito come interessante o significativo, la motivazione cala drasticamente, inducendo a rimandare. Allo stesso modo, il sovraccarico di lavoro può contribuire alla procrastinazione. Di fronte a una quantità eccessiva di lavoro, ci si può sentire sopraffatti e non sapere da dove iniziare, il che porta a rimandare tutto. Infine, la bassa autostima può indurre alla procrastinazione. Le persone con bassa autostima dubitano delle proprie capacità di completare un compito con successo e, di conseguenza, tendono a rimandarlo. Gli effetti della procrastinazione La procrastinazione può avere numerosi effetti negativi che vanno oltre il semplice ritardo nel completamento delle attività. Alcuni esempi: Stress e ansia: rimandare continuamente i compiti può portare a un aumento dello stress e dell’ansia, soprattutto quando le scadenze si avvicinano; Ridotta produttività: la procrastinazione cronica può influire negativamente sulla produttività complessiva, rendendo difficile completare progetti importanti; Problemi relazionali: la procrastinazione può causare tensioni nelle relazioni, sia sul lavoro che nella vita personale, poiché gli altri possono percepire questo comportamento come mancanza di rispetto o impegno; Impatto sul benessere: l’ansia e lo stress associati alla procrastinazione possono avere un impatto negativo sul benessere fisico e mentale, contribuendo a problemi di salute come l’insonnia, la depressione e l’aumento della pressione sanguigna. Strategie per superare la procrastinazione Fortunatamente, ci sono diverse strategie che possono aiutare a combattere la procrastinazione e a migliorare la produttività e il benessere generale. Alcune strategie possono essere: Suddividere i compiti: spezzare i compiti più grandi in piccole attività gestibili può rendere il lavoro meno intimidatorio e più affrontabile. Questo approccio può aiutare a costruire un senso di progresso e realizzazione; Stabilire obiettivi chiari e specifici: avere obiettivi chiari e raggiungibili può aumentare la motivazione e fornire una direzione. Gli obiettivi SMART (Specifici, Misurabili, Achievable, Rilevanti e Temporalmente definiti) sono particolarmente efficaci; Creare un piano di lavoro: pianificare in anticipo e creare un programma dettagliato può aiutare a mantenere il focus e a evitare di rimandare i compiti. Questo può includere la definizione di scadenze intermedie e la concessione di piccole ricompense per il completamento delle attività; Ridurre le distrazioni: identificare e minimizzare le distrazioni è fondamentale per mantenere la concentrazione. Questo può includere la gestione del tempo sui social media, la creazione di un ambiente di lavoro privo di distrazioni e l’uso di tecniche che prevedono periodi di lavoro concentrato seguiti da brevi pause; Cercare supporto: Parlare delle proprie difficoltà con amici, familiari o un professionista può fornire il supporto necessario per affrontare la procrastinazione. A volte, semplicemente condividere i propri obiettivi con qualcun altro può aumentare la responsabilità e la motivazione. Conclusione La procrastinazione è un comportamento complesso che può avere un impatto significativo sulla vita quotidiana. Comprendere le cause sottostanti e sviluppare strategie efficaci per affrontarla è essenziale per migliorare la produttività e il benessere generale. Con un approccio consapevole e proattivo, è possibile superare la procrastinazione e raggiungere i propri obiettivi con successo.
Il frustrato e la sua tossicità verso se stesso e gli altri

L’aggettivo frustrato è sempre più diffuso come sinonimo di fallito, deluso e depresso. Fin da bambini, l’esperienza della frustrazione ci accompagna quotidianamente, perché non sempre è possibile appagare nell’immediato un bisogno o un desiderio. Già Freud, che ha introdotto il termine nei suoi studi psicologici, sosteneva l’aspetto positivo della frustrazione, come capacità di adattamento al mondo esterno. D’altro canto, però, il frustrato è colui che mette in atto meccanismi e comportamenti psicologici di rigidità e negatività. Dsl punto di vista psicologico, vittima della frustrazione è proprio chi di fronte ad uno stimolo fisico o ambientale non reagisce, ma ne percepisce soltanto gli aspetti negativi. I sintomi di tipo emotivo più comuni sono la rabbia, l’ansia e l’umore depresso. I comportamenti tipici, inoltre, sono l’evitamento delle persone e delle situazioni oltre alla procrastinazione. Il frustrato, nello specifico, ha una rigidità di pensiero fossilizzata su quanto sia difficile ottenere dei risultati, e tende a vivere prevalentemente nel passato. Perde totalmente di vista il qui e ora, rimarginando sulle sue difficoltà: non utilizza le proprie risorse interne per superare lo stato di empasse, ma “ si crogiola” in esso. Proprio per questo modo di fare, la sua autostima e il suo umore virano verso il basso, compromettendone la salute mentale e le relazioni interpersonali. La vicinanza, infatti, ad una persona con tali caratteristiche, soprattutto se ci sono legami affettivi, diventa purtroppo tossica. Gestire continuamente malumori, sconfitte anticipate, rabbia infondata aumenta sensibilmente il rischio di esporsi a situazioni spiacevoli. Si compromette purtroppo anche la motivazione al cambiamento o per lo meno a provarci, perdendo di vista proprio la capacità di adattamento utile per vivere. Il frustrato dovrebbe quindi interrompere questo modus operandi: un cambiamento di strategia orientato ad un’analisi realistica dei bisogni/aspettative/risultati. Il tutto deve essere corredato da entusiasmo, motivazione e fiducia in se stessi.
La coppia adottiva: famiglia…in divenire

Adozione e affido non sono forme nuove di fare famiglia. Da sempre hanno rappresentato una risposta al bisogno sociale di “cura” dei bambini privi di un contesto familiare adeguato ed al tempo stesso una espressione del desiderio “generativo” delle famiglie. Sono forme che consentono di mettere in luce alcuni elementi costitutivi del familiare, essenziali oggi per riflettere sul vero significato dell’esser genitori e dell’esser figli. Tutto questo sottintende che l’adozione scaturisce da una “doppia ferita”, quella della fecondità mancata della coppia e quella connessa invece all’abbandono del bambino. Cosa vuol dire nello specifico diventare genitori adottivi? All’inizio della sua storia, la coppia adottiva è impegnata a costruire la propria identità. E’ un processo attraversato da profonde crisi. L’impossibilità di generare un figlio impone in qualche modo la separazione da un progetto desiderato, dall’immagine che ci si era fatti del proprio bambino e dall’immagine di sé (Gambini, 2007). La scelta adottiva giunge quasi sempre al culmine di un processo che porta la coppia a “gettare la spugna”, a seguito di numerosi tentativi di una generatività “naturale”. Tale scelta però, non deve essere il prodotto della negazione di sofferenza e tanto meno una scelta dettata dalla logica del “ripiego”. Non bisogna, dunque, cercare nel figlio adottivo un surrogato di quello biologico. L’adozione, è intesa come un vero e proprio “atto creativo”, nel senso che genera un nuovo legame. Divenire genitori adottivi significa collocare in qualche modo la nascita di un figlio in uno spazio che si discosta da quello “usuale” e fisico e porla in una “astrazione” psichica dove si “ri-nasce” partendo da un coinvolgimento per lo più emotivo (Galli-Viero, 2006). Cosa accade alla coppia? La coppia adottiva è chiamata ad adattarsi al cambiamento che si genera rispetto alla genitorialità stessa. Inoltre, a seguito dell’abbinamento del minore la coppia è tenuta ad adottare un ulteriore cambiamento rispetto allo “spazio” da riservare al proprio figlio finora soltanto immaginato, adesso reale e presente. In tal senso, appare necessario l’intervento da parte dei servizi i quali operano una vera e propria formazione attraverso equipe multidisciplinari atte a fornire strumenti di supporto all’educazione del minore. In particolare bisogna tenere presente che la genitorilità non è “innata” ma può e deve essere appresa attraverso logiche di fluidità e dinamicità. La famiglia adottiva nasce da un incontro di due biografie che si impegnano nell’accogliere reciprocamente le proprie storie. Conclusioni Se è vero che l’adozione è un processo complesso e puntualmente in divenire, è altrettanto vero che la dimensione adottiva non è temporanea ma definitiva, ragion per cui l’obiettivo principale è quello di creare una famiglia senza “etichette” e senza confini. Bibliografia Bastianoni P., Turino A. (2007), Famiglie e genitorialità oggi. Nuovi significati e prospettive, Milano, Unicopoli. D’Andrea A. (2000) Itempi dell’attesa. Come vivono l’adozione il bambino, la coppia, gli operatori, Milano, Franco Angeli. Gambini P. (2007), Psicologi della famiglia, Milano, Franco Angeli. Lucariello S. (2008), Portato da una cometa: il viaggio dall’adozione, Napoli, Guida. Paradiso L. (2015) Prepararsi all’adozione: le informazioni, le leggi, il percorso formativo personale e di coppia per adottare un bambini, Milano, Unicopoli.
La Creatività: Un Viaggio nell’Animo Umano

La creatività è uno degli aspetti più affascinanti e complessi della mente umana. La creatività non è solo l’abilità di produrre arte o musica, ma è una componente fondamentale del nostro pensiero e delle nostre azioni, influenzando ogni aspetto della nostra esistenza. La Natura della Creatività La creatività può essere definita come la capacità di vedere il mondo in modi nuovi, di trovare connessioni nascoste tra idee apparentemente distinte, e di generare soluzioni originali ai problemi. Questa definizione sottolinea l’importanza della flessibilità mentale e dell’apertura all’esperienza. Non è limitata agli artisti o agli scienziati; chiunque può essere creativo nel proprio ambito, che sia la cucina, l’ingegneria o la gestione aziendale. Le Radici Psicologiche della Creatività Le radici della creatività affondano profondamente nella nostra psiche. La teoria della psicologia dinamica suggerisce che la creatività emerga da un conflitto interno tra il desiderio di esprimere se stessi e le pressioni sociali che cercano di conformarci. Questo conflitto genera tensione, che può essere risolta attraverso l’atto creativo. Freud, ad esempio, vedeva la creatività come un modo per sublimare impulsi inconsci in accettabili espressioni artistiche. D’altra parte, la psicologia cognitiva si concentra sui processi mentali che facilitano la creatività. Secondo questa prospettiva, la creatività è il risultato di operazioni cognitive complesse come la combinazione di conoscenze diverse, la memoria a lungo termine e la capacità di immaginazione. Studi neuroscientifici hanno dimostrato che la creatività coinvolge diverse aree del cervello, tra cui la corteccia prefrontale, responsabile del pensiero divergente, e le reti di default mode, attive durante i momenti di riflessione spontanea. Fattori che Influenzano la Creatività Numerosi fattori influenzano la nostra capacità di essere creativi. Tra questi, l’ambiente gioca un ruolo cruciale. Un ambiente stimolante, ricco di nuove esperienze e privo di giudizi negativi, favorisce la creatività. Inoltre, l’interazione con altre persone creative può essere fonte di ispirazione e motivazione. La personalità è un altro elemento chiave. Le persone con una forte apertura all’esperienza, una caratteristica della teoria dei Big Five, tendono ad essere più creative. Questo tratto implica una curiosità insaziabile, un amore per la novità e una tolleranza per l’ambiguità. Al contrario, l’ansia e la paura del giudizio possono inibire la creatività, poiché limitano la nostra volontà di rischiare e sperimentare. Promuovere la Creatività Come possiamo promuovere la creatività nella nostra vita quotidiana? Prima di tutto, è essenziale coltivare un atteggiamento di curiosità e apertura. Esplorare nuovi interessi, leggere libri diversi dal solito, viaggiare e conoscere culture diverse sono tutte attività che arricchiscono il nostro bagaglio di esperienze e stimolano la nostra mente. Un’altra strategia efficace è dedicare del tempo al riposo e alla riflessione. La creatività spesso fiorisce nei momenti di rilassamento, quando la mente è libera di vagare e di fare nuove connessioni. Attività come la meditazione, il camminare nella natura o semplicemente prendersi del tempo per sognare ad occhi aperti possono essere estremamente benefiche. Conclusioni La creatività è un dono prezioso che ognuno di noi possiede in qualche misura. È una forza che ci spinge a migliorare, a innovare e a trovare significato nella nostra vita. Come psicologo, incoraggio tutti a coltivare la propria creatività, non solo come mezzo per realizzare opere d’arte o innovazioni tecnologiche, ma come un percorso per la crescita personale e il benessere mentale. In un mondo in costante cambiamento, la capacità di pensare creativamente è una risorsa inestimabile che ci permette di adattarci, evolverci e prosperare.
VACANZE: STACCARE PER IL BENESSERE MENTALE

In una società in cui la produttività è spesso esaltata come valore supremo, l’importanza di prendere una pausa dal lavoro e fare vacanze è spesso sottovalutata. Tuttavia, dal punto di vista psicologico, le vacanze (anche brevi) giocano un ruolo cruciale nel mantenimento del benessere mentale e nella prevenzione dello stress. Esploriamo i vari aspetti che rendono le vacanze fondamentali per la nostra salute psicologica. Uno dei benefici più immediati è la riduzione dello stress. Il lavoro quotidiano con annesse tutte le sue responsabilità può accumulare una quantità significativa di tensione. Le vacanze offrono l’opportunità di allontanarsi da questi “stressati” e permettono alla mente di rilassarsi e rigenerarsi. Le vacanze non riducono solamente lo stress, ma permettono anche un recupero energetico essenziale. Prendersi una pausa dal lavoro consento di recuperare le energie fisiche e mentali e di rinnovare la propria capacità di concentrazione e creatività. Questo recupero è fondamentale per mantenere alti i livelli di produttività e qualità del lavoro, una volta rientrati. Le esperienze vissute durante le vacanze possono anche contribuire al nostro sviluppo personale e all’auto-consapevolezza. Viaggiare in luoghi nuovi ed esplorare culture diverse stimolano la mente e possono portare a nuove prospettive e riflessioni su se stessi e la propria vita. Infine, il beneficio delle vacanze non si limita al periodo di pausa, ma gli effetti positivi possono durare anche dopo il rientro al lavoro. Un benessere mentale migliorato, una maggiore resilienza allo stress e una prospettiva rinnovata possono contribuire a una vita lavorativa più equilibrata e soddisfacente. In conclusione, andare in vacanza e staccare dal lavoro non è solo un lusso, ma una necessità per il benessere psicologico. E’ essenziale riconoscere il valore di queste pause e integrarle regolarmente nella propria vita per mantenere un equilibrio sano tra lavoro e vita personale, promuovendo così una maggior qualità della vita e una produttività sostenibile.
Stress da Vacanze

Finalmente è tempo di vacanza, il momento che tutti stavamo aspettando per rilassarci un po’, staccare dalla quotidianità e ritrovare il buonumore… o no?! In questo momento dell’anno non vediamo l’ora di liberarci dallo stress da lavoro, indossare quei vestiti freschi e goderci qualche giorno al mare, in montagna o in una città d’arte. In alcuni casi però, lo stress che volevamo lasciare fuori dalle nostre ferie può rimanere lì dietro l’angolo e, a volte, può compromettere l’intera vacanza. Ma cos’è lo stress da vacanze? E come si può riuscire a vivere delle vacanze senza stress? Le vacanze possono essere per molte persone fonte di stress prima ancora che inizino: sembra paradossale, ma lo stress da vacanze colpisce milioni di vacanzieri. Già il solo progettare una vacanza, infatti, può dare avvio ad alcune problematiche legate: al tipo di vacanza alla compagnia al budget da utilizzare. La vacanza può ingigantire le nostre aspettative. Sì, perché quando si pensa a una vacanza, è comune avere l’idea che ci si debba divertire a tutti i costi, che si vivranno esperienze che non è possibile fare nel corso dell’anno, che si ritornerà rigenerati, abbronzati e in piena forma. Avere qualche giorno da dedicare al benessere della coppia è senza dubbio una grande opportunità. Ci si potrà prendere del tempo per vivere una maggiore intimità senza dividersi tra impegni lavorativi, figli e altre attività quotidiane. Se in vacanza si ha l’opportunità di trascorrere molto più tempo insieme al partner, può capitare, però, che quello che dovrebbe essere un periodo di relax, possa diventare fonte di litigi e incomprensioni. Fare una vacanza in famiglia può essere sinonimo di vacanze stressate. Vacanze, stress e famiglia infatti sembrano a volte una combinazione a cui è difficile far fronte. Parliamo, ad esempio, delle vacanze con figli piccoli. Lo stress e l’ansia possono essere immediati, Come godersi allora i benefici del mare, della montagna o di un momento di vero relax senza pensare “le vacanze mi stressano”? La tensione e lo stress che possiamo vivere in vacanza potrebbero essere sintomo di qualcos’altro (come un disturbo d’ansia o una depressione estiva) e possono raccontarci qualcosa in più su di noi. Anche per affrontare lo stress da vacanze la psicologia può venirci in aiuto. Un professionista potrebbe aiutarci a capire qual è la vera fonte del nostro stress e aiutarci a cambiare alcuni comportamenti che magari assumiamo con facilità ma che poi, in fin dei conti, non ci fanno stare bene.
Studenti che sfidano gli insegnanti

Durante l’adolescenza, un periodo ricco di cambiamenti e scoperte, è normale che i ragazzi si sentano spaventati o preoccupati. Per sembrare più coraggiosi di fronte agli adulti e ai coetanei, alcuni di loro possono nascondere queste emozioni. Spesso, indossano la ‘maschera del coraggio’ che consente loro di affrontare anche le sfide con i loro insegnanti. Grazie a questa maschera, riescono a mostrarsi audaci, anche se dentro di sé provano paura. Questo comportamento può essere influenzato da diversi fattori, ma avere costantemente questa maschera può portare a un accumulo di stress e tensione emotiva.