La rabbia: l’emozione temuta in terapia

La rabbia: l’emozione temuta in terapia Questo non è il primo articolo che scrivo riguardo le emozioni e, soprattutto, la rabbia. Spulciando tra i vari lavori divulgativi, nei principali programmi di life skills e di educazione alle emozioni per bambini, adulti e adolescenti, viene posto molto accento sul tema della gestione della rabbia. L’aspetto comportamentale correlato alla rabbia, infatti, porta con sé l’idea di attacco. Rossore, sguardo e postura di minaccia fino, nei casi più estremi, ad arrivare ad un’aperta aggressività. Vengono usati termini quali “scoppi”, “scatti”, “esplosioni” di ira. Tali parole, come qualsiasi fenomeno improvviso e dirompente, richiamano l’idea di qualcosa di spaventoso che va arginato, gestito. Rabbia è minaccia di conflitto e, in quanto tale, va gestita. In una interessante supervisione a cui ho partecipato di recente, il supervisore sottolineava di come anche in terapia la rabbia del paziente sia un tasto dolente per il terapeuta. La reazione, nella relazione, è quella di timore. Ha inizio così una corsa ad applicare strategie per arginare, gestire appunto. Tutto ciò, rischia di spostare l’accento da un punto che, per le altre emozioni, risulta più facile ed immediato. La rabbia infatti, prima di essere gestita, va innanzitutto capita. Molto banalmente, cos’è che ti fa arrabbiare tanto? Questa importantissima emozione ci comunica che il paziente sente di aver subito o di aver assistito ad una grave ingiustizia. Possiamo quindi solo immaginare quale dolore e torto subito possa celarsi dietro una dimensione così esplosiva. Spesso, il paziente non ha nel proprio vocabolario le parole per descrivere tutto ciò, ed è innanzitutto qui che la curiosità e l’attenzione empatica del terapeuta deve posarsi. In un movimento di connessione con ciò che altro non è dolore, del paziente. Come possiamo infatti gestire, prima ancora di capire?

LE FUNZIONI ESECUTIVE

Definizione delle funzioni esecutive e perché é cosi importante conoscere cosa sono. Nel precedente articolo abbiamo parlato di adolescenti e procrastinazione. Spesso i bambini e gli adolescenti che presentano difficoltà nelle funzioni esecutive sono etichettati come pigri, distratti, incostanti. Ma è davvero cosi? Cosa sono le funzioni esecutive? Le funzioni esecutive sono tutte le abilità cognitive che servono ad adattare i propri pensieri, comportamenti ed emozioni per raggiungere un obiettivo. Sono dunque necessarie per tutti gli altri processi cognitivi, come la memoria, l’attenzione, le abilità motorie, la verbalizzazione, la visualizzazione e il completamento di attività di apprendimento. Servono anche a regolare le emozioni. Potremmo, in generale, parlare di alcune funzioni di base che sono: Avvio delle attività: interrompere ciò che si sta facendo per iniziare un’altra attività; Inibizione delle reazioni istintuali: non compiere azioni impulsive, in vista di un obiettivo; Concentrazione: mantenere l’attenzione mentre si svolge un’attività; Gestione del tempo: pianificare il proprio tempo ed evitare di procrastinare; Memoria di lavoro: trattenere in mente informazioni e poi utilizzarle; Flessibilità: modificare le proprie idee quando le condizioni lo richiedono; Autoregolazione: riflettere sulle proprie azioni e modificarle, se occorre; Autocontrollo emotivo: evitare di abbandonarsi a comportamenti impulsivi, in preda a determinate emozioni; Completamento delle attività: mantenere livelli di attenzione ed energia fino al completamento di un compito; Organizzazione: mantenere in ordine il proprio spazio e aver cura delle proprie cose. La regione del cervello associata alle funzioni esecutive è la corteccia prefrontale o il lobo frontale. E’ importante sottolineare che la corteccia prefrontale continua a svilupparsi fino ai primi anni dell’età adulta. Per questo motivo, non bisogna aspettarsi dai propri figli adolescenti che siano già in grado di mettere in atto tutte le capacità appena menzionate. Il supporto dell’adulto, del genitore o di qualsiasi caregiver è comunque imprescindibile, anche perchè tutti i bambini crescono con ritmi diversi. Quando tuttavia alcune difficoltà si manifestano in più contesti e hanno ripercussioni anche sociali, potrebbe essere utile effettuare una valutazione psicologica per poter essere sicuri di rispondere interamente alle esigenze del bambino.

Allenarsi a diventare grandi: lo sport in età evolutiva

Lo sport non è solo movimento, ma rappresenta un potente strumento per favorire lo sviluppo psicologico ed emotivo dei bambini e degli adolescenti. Attraverso la partecipazione a varie discipline sportive, i giovani non solo migliorano la loro salute fisica, ma acquisiscono anche importanti competenze sociali, emotive e cognitive che li accompagneranno per tutta la vita. Autostima e sport nei giovani La partecipazione allo sport offre ai giovani l’opportunità di sviluppare e migliorare l’autostima e la fiducia in sé stessi. Attraverso sfide e il raggiungimento di obiettivi personali, i ragazzi imparano a credere nelle proprie capacità e a sentirsi sicuri delle proprie abilità. Inoltre, il sostegno e l’incoraggiamento dei compagni di squadra e degli allenatori contribuiscono a rafforzare la percezione positiva di sé stessi, creando un solido fondamento per la salute mentale e il benessere emotivo. Abilità sociali e collaborazione Lo sport è un ambiente sociale dinamico in cui i giovani imparano a interagire con gli altri, a lavorare in squadra e a rispettare regole e norme condivise. Attraverso l’esperienza di competere e collaborare con i compagni, i ragazzi sviluppano abilità sociali come la comunicazione, la leadership, la gestione dei conflitti e la capacità di cooperare verso un obiettivo comune. Queste competenze sono fondamentali per il successo nelle relazioni interpersonali e per l’adattamento sociale in diverse situazioni di vita. Gestione dello stress e delle emozioni Lo sport offre ai giovani una via d’uscita sana per gestire lo stress e le emozioni negative. L’attività fisica regolare è nota per ridurre lo stress e l’ansia, migliorare l’umore e promuovere una maggiore stabilità emotiva. Inoltre, la competizione sportiva offre ai ragazzi l’opportunità di sperimentare e regolare una vasta gamma di emozioni, come gioia, frustrazione, delusione ed eccitazione. Imparare a gestire queste emozioni in contesti sportivi può aiutare i giovani a sviluppare strategie efficaci per affrontare le sfide della vita e a mantenere un equilibrio emotivo. Autodisciplina e sport La pratica sportiva richiede dedizione, impegno e perseveranza, qualità che sono fondamentali per lo sviluppo dell’autodisciplina e della determinazione nei giovani. Attraverso l’allenamento regolare, la pianificazione delle strategie e il perseguimento degli obiettivi personali, i ragazzi imparano l’importanza dell’impegnarsi ed essere costanti. Queste abilità trasversali sono preziose non solo nello sport, ma anche nella vita quotidiana, preparando i giovani ad adattarsi ai cambiamenti con resilienza e determinazione. Conclusione In conclusione, lo sport rappresenta molto più di un semplice impiego del tempo libero dei giovani. È un potente strumento per favorire lo sviluppo psicologico ed emotivo, promuovendo l’autostima, le abilità sociali, la gestione delle emozioni e l’autodisciplina. Investire nell’attività sportiva durante l’età evolutiva è quindi fondamentale per il benessere complessivo dei giovani e per prepararli a una vita caratterizzata da soddisfazione.

La self-disclosure nella “cassetta degli attrezzi” del terapeuta

La self-disclosure (propriamente detta come “autorivelazione”) è un particolare strumento di lavoro del professionista esperto in ambito psicoterapeutico che viene impiegato sistematicamente oltre che per abbattere le difese dietro le quali spesso i pazienti si barricano, anche per permettere al terapeuta stesso di avere il controllo sulla situazione e per selezionare quegli aspetti di sé da rivelare al paziente. L’uso dell’autorivelazione come strumento terapeutico deve essere direzionato, sì da indicazioni tecniche, ma anche dal “sentire” del professionista. Consiste nel processo con cui trasmettiamo informazioni su noi stessi a qualcun altro, che lo si voglia o no! Quante informazioni si devono rivelare? La self-disclosure è una questione delicata: se la si utilizza bene può rafforzare le relazioni, infondere fiducia e aumentare la capacità di ispirare e guidare. Ma se si fanno rivelazioni imprudenti o inappropriate quando altri divulgano dettagli personali, si può avere l’effetto opposto. Esistono due tipi di self disclosure: verbale e non verbale. Quella verbale si può verificare quando il terapeuta racconta i propri pensieri, sentimenti, preferenze, ambizioni, speranze e paure al proprio paziente. Mentre la rivelazione in modo non verbale può avvenire attraverso l’uso del corpo, i vestiti, le movenze e qualsiasi altro indizio che potrebbe ricondurre alla personalità o alla vita personale del terapeuta. Perché è così importante? La ricerca suggerisce che la rivelazione di sé gioca un ruolo chiave nella formazione di relazioni forti. Può far sentire le persone più vicine, capirsi meglio e cooperare in modo più efficace. Inoltre, spesso il “rivelarsi per primi” aiuta gli altri a sentirsi abbastanza a proprio agio a fare lo stesso, creando connessioni più forti e rendendo il lavoro più piacevole e produttivo per entrambe le parti. Il modello della finestra di Johari E’ uno strumento messo a punto da Luft e Ingham (1955) per osservare in contesti di comunicazione interpersonale le dinamiche che si “giocano” tra le parti. L’asse orizzontale comprende la sequenza arena/punto cieco che indica il grado di conoscenza che la persona ha di sé stessa in termini di personalità, espressioni ed emozioni. L’asse verticale che comprende la sequenza arena/facciata, invece, si riferisce al grado di conoscenza che l’altro può avere del soggetto. E’ necessario che il terapeuta sappia quando è giusto condividere i dati personali e come farlo in maniera appropriata. E, anche se può essere un sollievo “eliminare” qualche peso dal sé, deve esser cosciente del fatto che le informazioni che condivide possano essere un peso per gli altri. Bibliografia Collins, N. and Miller, L. (1994). ‘Self-disclosure and Liking,’ Psychological Bulletin, Volume 116, Issue 3, November 1994.  Levenson, E. (1996). Aspects of self-revelation and self-disclosure. Contemporary Psychoanal., vol. 32, n. 2. Tricoli, M.L. (2001). Dal controtransfert alla self-disclosure: la scoperta della soggettività dell’analista. Ricerca Psicoanalitica, Anno XII, n. 3.

Combattere i Pregiudizi: Una Prospettiva Psicologica

Comprendere l’Origine dei Pregiudizi Dal punto di vista psicologico, i pregiudizi nascono da diversi fattori. Uno dei principali è il bisogno umano di semplificare il mondo attraverso categorie mentali. Questo processo, noto come categorizzazione, è naturale e aiuta a dare un senso alla realtà complessa che ci circonda. Tuttavia, può anche portare alla formazione di stereotipi rigidi. Un altro fattore è il bias di conferma, la tendenza a cercare, interpretare e ricordare informazioni che confermano le nostre credenze preesistenti. Questo rinforza i pregiudizi e rende difficile modificarli. Strategie Psicologiche per Combattere i Pregiudizi Educazione e Consapevolezza: La prima strategia per combattere i pregiudizi è l’educazione. Informare le persone sui pregiudizi, sui loro effetti negativi e sui meccanismi psicologici alla base può aumentare la consapevolezza e la volontà di cambiare. Programmi educativi che includono storie e testimonianze di individui discriminati possono umanizzare i gruppi bersaglio dei pregiudizi. Interazione Intergruppo: La teoria del contatto, sviluppata da Gordon Allport, suggerisce che l’interazione diretta tra gruppi diversi può ridurre i pregiudizi. Perché questo contatto sia efficace, deve avvenire in un contesto di cooperazione, uguaglianza e sostegno istituzionale. Ad esempio, progetti collaborativi tra scuole o comunità diverse possono favorire la comprensione reciproca. Empatia e Prospettiva: Coltivare l’empatia è un altro modo potente per combattere i pregiudizi. Attività che promuovono la presa di prospettiva, cioè mettersi nei panni degli altri, possono ridurre l’ostilità e aumentare la comprensione. La formazione sull’intelligenza emotiva può aiutare le persone a sviluppare queste competenze. De-biasing Cognitivo: Tecniche di de-biasing mirano a ridurre l’impatto dei bias cognitivi. Queste tecniche includono l’auto-monitoraggio dei propri pensieri e comportamenti, l’esposizione a informazioni che sfidano gli stereotipi e la riflessione critica. Ad esempio, esercizi che chiedono di analizzare le proprie reazioni a determinate situazioni possono aiutare a identificare e correggere pregiudizi inconsci. Modelli Positivi: I modelli di ruolo positivi possono influenzare atteggiamenti e comportamenti. Promuovere figure che incarnano l’uguaglianza e la diversità nei media, nell’istruzione e nella società può contribuire a sfidare e cambiare i pregiudizi esistenti. Combattere i pregiudizi richiede un impegno continuo e multidimensionale. Le strategie psicologiche possono giocare un ruolo cruciale in questo processo, offrendo strumenti per aumentare la consapevolezza, promuovere l’interazione positiva e sviluppare competenze emotive. È fondamentale che individui, istituzioni e società nel loro complesso lavorino insieme per creare un ambiente in cui i pregiudizi siano riconosciuti, affrontati e superati. Solo così potremo costruire una società più equa e inclusiva, dove la diversità è vista come una risorsa e non come una minaccia.

I NOSTRI RICORDI SONO SEMPRE AFFIDABILI?

Noi umani siamo in grado di avere dei ricordi particolareggiati di moltissimi eventi. Ma i nostri ricordi sono sempre affidabili? La risposta è ovviamente NO. Quando recuperiamo delle informazioni, il ricordo che viene prodotto è influenzato sia dall’esperienza diretta dello stimolo sia dal significato che noi gli attribuiamo. Secondo Bartlett, i nostri ricordi sono spesso il risultato di una ricostruzione generale basata su esperienze precedenti. Veniamo ora al caso dei testimoni oculari in un processo. Come è ben risaputo, spesso è molto difficile rievocare i particolari di un delitto. Esistono moltissimi esempi di scambi di persona. A William Jackson i ricordi inadeguati di due persone sono costati cinque anni di vita. Jackson è stato vittima di uno scambio di persona quando due testimoni lo hanno identificato in una fila di persone come l’autore di un delitto. Sulla base di questa testimonianza è stato dichiarato colpevole e condannato a trascorrere in carcere da 14 a 50 anni. Cinque anni dopo è stato identificato il vero colpevole del delitto e Jackson è stato liberato. Purtroppo non si tratta di un caso isolato. I testimoni, infatti, tendono a commettere errori notevoli quando tentano di rievocare i particolari di un delitto, anche se si fidano molto dei loro ricordi. Uno dei motivi principali di queste distorsioni è l’impatto delle armi. Quando l’autore del delitto estrae un’arma (da fuoco o da taglio), essa agisce come un magnete sulla percezione, attraendo lo sguardo dei testimoni. Di conseguenza i testimoni prestano meno attenzione a tutti gli altri particolari del delitto, distorcendo i loro ricorsi. Anche in assenza di armi sulla scena del delitto, si possono verificare degli errori di memoria. Il fatto che i testimoni oculari siano inclini a commettere errori dipende anche da come i funzionari di polizia pongono loro le domande. Ad esempio, in un esperimento i partecipanti hanno visto un film che vedeva due automobili che si scontravano. Ad alcuni è stato chiesto “All’incirca a che velocità viaggiavano le due automobili quando si sono scontrate?” e la risposta è stata circa 65 km/h. Ad un altro gruppo è stato chiesto “All’incirca a che velocità viaggiavano le due automobili quando si sono toccate?” e la velocità stimata media è diminuita a 51 km/h. Le stime di velocità sono variate in un ampio intervallo, a seconda del mondo in cui è stata posta la domanda. Il problema dell’affidabilità dei ricordi diventa ancora più acuto quando i testimoni sono bambini in quanto i loro ricordi sono molto più vulnerabili dall’influenza degli altri. I ricordi dei bambini sono influenzati ancora di più quando la situazione è fortemente emotiva o stressante. In conclusione, i nostri ricordi non sono sempre affidabili e ciò è particolarmente vero quando i testimoni sono bambini. BIBLIOGRAFIA Feldman, R.S., Amoretti, G., & Ciceri, M.R. (2017). Psicologia generale. New York: McGraw-Hill Education

SAPIOSESSUALITA’

La parola sapiosexual è stata coniata nel 1998 dall’ingegnere Darren Stalder per descrivere il proprio orientamento sessuale, per essere poi successivamente utilizzata nel 2008 dalla scrittrice erotica Kayar Silkenvoice. Sapiosessualità è un vocabolo che nasce dall’unione delle parole “sapio” (deriva dalla  parola latina sapiens, che significa saggio, intelligente) e “sessualità”.  Cosa vuol dire sapiosessuale dunque? Per dare una corretta definizione di sapiosessuale, quindi, possiamo riferirci a una  persona che si sente attratta dall’intelletto e intelligenza dell’altro, prima ancora che dalle sue caratteristiche fisiche o sessuali.   Gli individui sapiosessuali provano una forte attrazione per “persone intelligenti” o, per meglio dire, per chi dimostra caratteristiche come una profonda cultura e conoscenza, capacità di conversazione approfondita. Questo termine è spesso utilizzato per descrivere una preferenza nell’ambito delle relazioni e delle attività sessuali. L’attrazione sessuale attraverso l’intelletto non è una parafilia né può essere considerata, come l’aromanticismo, un orientamento sentimentale, ma si annovera tra gli orientamenti sessuali. A differenza, per esempio, della bisessualità, che ha una bandiera rosa (attrazione per persone dello stesso sesso), blu (attrazione per persone del genere/sesso opposto) e viola (attrazione per entrambi i sessi),  l’orientamento sapiosessuale non ha una sua specifica bandiera. Per la persona sapiosessuale, vivere l’amore e l’attrazione si traduce nell’investire tempo ed energia in relazioni in cui si può condividere e approfondire la sfera intellettuale ed emozionale.   L’attrazione sessuale viene alimentata da quella per l’intelligenza, quindi si gioca su un piano tutto mentale, che diventa il fulcro delle dinamiche relazionali, consentendo di connettersi a livelli profondi e di sperimentare una forma unica di intimità.  Tuttavia, è importante considerare che ogni persona sapiosessuale è unica e può vivere queste esperienze in modi diversi.   Ci sono sapiosessuali che possono anche considerare l’aspetto fisico come parte integrante del loro interesse romantico, mentre altri danno peso esclusivamente alla sfera intellettuale ed emotiva.  Può accadere di vivere il proprio orientamento sapiosessuale con sentimenti di vergogna o paura del giudizio altrui. Una persona sapiosessuale che fatica a comprendere e accettare se stessa potrà trovare un supporto per per vivere sesso e amore con serenità e consapevolezza nel connettersi con altre persone che condividono lo stesso orientamento, magari partecipando a gruppi di supporto online o a eventi LGBTQ+ in cui si possano incontrare altre persone sapiosessuali o che possono comprendere e supportare questa esperienza. O consultare uno psicoterapeuta specializzato in tematiche LGBTQ+ o nella sessualità. Un professionista esperto può fornire un sostegno specifico e aiutare la persona a esplorare e accettare il proprio orientamento sessuale. È importante ricordare che il percorso di accettazione di un orientamento sessuale può richiedere tempo. Spesso, il sostegno di amici, familiari e professionisti può favorire un processo più fluido e positivo. 

Crescita personale e Progetto Formativo Individuale

Il Progetto Formativo Individuale è come una mappa fatta su misura per aiutare lo studente ad imparare e ad apprendere secondo il suo potenziale di apprendimento. Grazie al progetto formativo individuale lo studente si può concentrare su ciò che gli piace di più , rendendo l’apprendimento più divertente e significativo.

Il Conformismo: Comprendere la pressione sociale e l’adattamento individuale

Il conformismo è un fenomeno psicologico e sociale che coinvolge l’adattamento dei comportamenti, delle opinioni o delle espressioni di un individuo in risposta alla pressione percepita di un gruppo. Questo processo può verificarsi sia in contesti informali, come un gruppo di amici, sia in ambienti più strutturati, come luoghi di lavoro o scuole. La ricerca in psicologia sociale ha lungamente esplorato le dinamiche e le implicazioni del conformismo, rivelando come esso influenzi profondamente il comportamento umano. Radici Psicologiche del Conformismo Il desiderio di appartenere e di essere accettati socialmente è un bisogno fondamentale per la maggior parte delle persone. Questo desiderio può spingere gli individui a conformarsi alle norme di un gruppo anche quando ciò contraddice le loro convinzioni personali o la loro percezione della realtà. Gli studi di Solomon Asch negli anni ’50 hanno evidenziato quanto sia forte l’influenza del gruppo: molti partecipanti ai suoi esperimenti sceglievano di ignorare la propria percezione visiva per allinearsi alle risposte errate del gruppo. Tipi di Conformismo Il conformismo può manifestarsi in due forme principali: normativo e informativo. Il conformismo normativo si verifica quando gli individui modificano il loro comportamento per adattarsi alle aspettative del gruppo, spesso per evitare il rifiuto o per ottenere approvazione. D’altra parte, il conformismo informativo avviene quando le persone assumono che il comportamento del gruppo rifletta la risposta corretta o il comportamento appropriato in una determinata situazione. Implicazioni Sociali Il conformismo ha un ruolo cruciale nella formazione e nel mantenimento delle culture e delle norme sociali. È un meccanismo attraverso il quale i valori, le regole e i comportamenti vengono trasmessi e internalizzati dalle nuove generazioni. Tuttavia, il conformismo può anche avere effetti negativi, come la soppressione della diversità di pensiero e l’innovazione. Gruppi eccessivamente conformisti possono diventare ecocamere, dove le opinioni discordanti sono scoraggiate o ignorate, portando a decisioni di gruppo meno efficaci. Il Conformismo nel Contesto Moderno Nell’era digitale, il conformismo assume nuove dimensioni con i social media. Le piattaforme online amplificano il conformismo attraverso “l’effetto echo chamber” e il “bubble filter”, dove gli individui si trovano spesso esposti solo a informazioni che rafforzano le loro credenze preesistenti. Questo può intensificare la polarizzazione sociale e ridurre la capacità di dialogo costruttivo tra gruppi con visioni divergenti. Conclusione Il conformismo è un fenomeno complesso con radici profonde nelle necessità psicologiche umane di appartenenza e accettazione. Mentre ha un ruolo fondamentale nella coesione sociale e nella perpetuazione delle norme culturali, il conformismo può anche limitare il pensiero critico e la diversità. È essenziale che gli individui siano consapevoli delle pressioni conformistiche e sviluppino la capacità di riconoscere quando il conformarsi va a scapito della propria integrità o del benessere collettivo. In un mondo che valuta sempre più l’innovazione e l’autenticità, trovare l’equilibrio tra adattamento sociale e autenticità individuale è più importante che mai.

METODO MONTESSORI: Il bambino protagonista dell’apprendimento

di Carol Pomante (manca solo immagine) Il metodo educativo di Maria Montessori resta ancora oggi assolutamente innovativo, più che un metodo è una filosofia di vita che si può mettere in pratica anche in casa e nella vita di tutti i giorni. Un approccio pedagogico che sviluppa l’autonomia e l’indipendenza del bambino dalla nascita fino alla tarda adolescenza e che potrebbe essere ben presto integrato anche nella scuola pubblica italiana. Sviluppato da Maria Montessori a fine Ottocento, il metodo è oggi praticato in molte scuole in tutto il mondo. Si basa sull’idea che il bambino è libero di esplorare un ambiente creato appositamente per lui ed adatto alle sue esigenze. L’ambiente di apprendimento è infatti fondamentale e deve essere preparato con cura “a misura di bambino” per incentivarne la naturale curiosità, la concentrazione e l’inclinazione personale.Il materiale didattico è sensoriale e costituito da una serie di oggetti raggruppati secondo colore, forma e dimensione, suono, peso e temperatura. Ogni singolo gruppo di materiali è composto da oggetti tra loro identici ma distinto secondo gradazioni diverse, ogni gruppo ha un grado massimo ed uno minimo rendendo evidenti le differenze e l’interesse del bambino. Inizialmente si dovranno presentare oggetti che presentano qualità in maniera assai vistosa mentre, con il tempo, potranno essere proposte sempre maggiori gradazioni. Si dovranno stimolare tutti i sensi del bambino, sviluppando le competenze di base e l’intelligenza infantile, per aiutarlo così alla scoperta del mondo. Il bambino deve avere a disposizione quello di cui ha bisogno per soddisfare l’esigenza che più preme lui in quel momento, servendosi dei materiali secondo i propri bisogni individuali e sviluppando così il proprio personale percorso di crescita. Gli oggetti devono essere il più possibile attraenti e belli, presenti in quantità limitata ed autocorrettivi basandosi sul controllo dell’errore (che è insito nel materiale stesso), questo permette ai piccoli di procedere per tentativi ed errori, così successivamente sarà il bambino stesso (e non l’insegnante) ad effettuare l’autocorrezione attraverso la percezione delle differenze. Si apprende attraverso l’esperienza concreta, assumendo un ruolo attivo. Questo approccio è pertanto basato sulla libertà di scelta, i bambini scelgono autonomamente le attività all’interno di diverse opzioni definite dall’insegnante. Si lavora in classi di età mista per favorire la socializzazione. Tale approccio per la sua natura favorisce lo sviluppo del pensiero critico, della collaborazione, empatia, autostima, consapevolezza. La figura dell’insegnate assume il ruolo di una guida che accompagna nei processi di crescita ed apprendimento osservando i bambini, capendo quali sono i loro interessi e personalizzando l’insegnamento a seconda di essi e dei bisogni propri del singolo. Educare significa in tal senso aiutare a divenire consapevoli del dono che già possiedono ed a svilupparlo durante il corso della vita. Un metodo educativo di apprendimento uguale per tutti non può funzionare, in quanto ognuno è diverso ed apprende in maniera differente rispetto ad un altro. Questo sistema educativo si presta molto bene anche ad una didattica inclusiva valorizzando l’originalità ed il tratto distintivo di ogni bambino.