Regole e adolescenza: insofferenza o bisogno?

Le regole e l’adolescenza: insofferenza o bisogno? Entro in una classe, una prima di una scuola secondaria con circa 16 alunni di 14 anni. È febbraio, l’anno è cominciato da 6 mesi. Tuttavia, ognuno di loro sembra già essere stato profilato dalla maggior parte degli insegnanti, e il loro destino accademico sembra già esser stato scritto. Entro in classe come psicologa all’interno di un progetto di mentoring e orientamento. È una bella classe di ragazzi vivaci, piccoli e pieni di vita, anche se non passa molto tempo prima di rendermi conto della presenza di due alunni internalizzanti. Se ne stanno in silenzio in ultimo banco, il loro sguardo è assente, la voce flebile dal tono basso. È difficile coinvolgerli nelle attività. Non sembrano incuriositi dalla nuova presenza, o dalle proposte di giochi interattivi di presentazione. Sembrano sfiduciati, diffidenti. La mia attenzione ricade su di loro con non poca angoscia. Quella dei professori con cui mi confronto, invece, ricade su un’altra alunna. B. è descritta come l’unico elemento “difficile” della classe. Non ci sono altri problemi. B mette in difficoltà i professori, con i suoi modi spavaldi e la sua reticenza al rispetto delle regole. È l’unica che si rifiuta di depositare il cellulare, minacciando reazioni di sfida e appellativi dispregiativi agli insegnanti. <<Avanti alla classe, diventa umiliante!>>, afferma un professore in difficoltà. Il prof decide di ridare il telefono a tutti, invece di richiamare B. al rispetto della regola. Durante le mie ore di osservazione in classe, B. decide di addormentarsi al primo banco, il cappotto a coprire la testa dalla luce del sole. I professori decidono di sorvolare, <<almeno non da fastidio>>, mi dicono. I ragazzi comunicano con il comportamento ciò che non sono in grado di articolare in parole. Possiamo provare a chiederci: cosa sta provando a dirci? Accettando che B. si comporti diversamente dai compagni, inviamo il doppio messaggio di inadeguatezza, incapacità, diversità rispetto al resto della classe. Partecipiamo, da figure educative adulte, alla costruzione di un già fragile senso dell’io. <<è solo una ragazza prepotente!>>, mi viene risposto. Sta di fatto che, all’ultima ora, entra la professoressa di inglese. Serena, sicura. Si appoggia sulla cattedra svelta chiedendo ai ragazzi di ripetere per l’interrogazione. Chiama ogni alunno per qualche domanda. Anche B. B. non ha fatto i compiti, ma quello di inglese è l’unico quaderno che le ho visto cacciare dallo zaino in tutto il giorno. L’insegnante le chiede dolcemente di recuperare la traduzione in classe <<tanto non dovresti avere difficoltà a farlo>>. Lo ripete più volte, ma nessun segno di impazienza è rilevabile nella sua voce. La interroga tra un alunno e l’altro. La prof non si scompone quando B. sbaglia, aspetta, rispiega. Qualche domanda che non viene risposta da altri alunni viene rivolta a B., con la fiducia che B. possa conoscere ciò che sfugge ad altri. Non senza fatica, B. riesce a seguire per l’intera ora. Infine si avvicina a far correggere la traduzione all’insegnante. B. ha rispettato le regole per tutto il tempo. Il bisogno delle regole è un bisogno fondamentale in adolescenza, nella misura in cui, oltre ad un limite frustrante, comunica la presenza di un adulto attento, interessato e tutelante. Non esistono ragazzi asetticamente prepotenti, esistono ragazzi che non sanno parlare ad adulti che non sanno ascoltare.
La tricotillomania in età evolutiva

Definizione e trattamento della tricotillomania nei bambini. Con il termine tricotillomania si definisce un disturbo che consiste nel rimuovere dal proprio corpo capelli, peli, ciglia o sopracciglia senza finalità estetiche. All’interno del Manuale Diagnostico dei Disturbi mentali (DSM 5) rientra nella sezione del Disturbo Ossessivo Compulsivo. I criteri diagnostici per la diagnosi di tricotillomania proposti dal DSM5 sono i seguenti: A. Strapparsi ricorrentemente i propri capelli, con conseguente perdita degli stessi; B. Ripetuti tentativi di ridurre o interrompere tale comportamento; C. Tirarsi i capelli causa disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento; D. Strapparsi i capelli o la perdita dei capelli non è attribuibile ad un’altra condizione medica; E. Strapparsi i capelli non è meglio spiegato da i sintomi di un altro disturbo mentale (APA 2013). Secondo diversi ricercatori, esistono numerosi fattori di rischio che potrebbero portare all’insorgenza di tale disturbo. Tra questi, pensieri disfunzionali o emozioni spiacevoli (noia, ansia, senso di solitudine); cambiamenti, situazioni di stress e di tensione emotiva; conflittualità familiare. In concomitanza dello strappo, le emozioni “negative” aumenterebbero d’intensità fungendo a loro volta da fattori predisponenti per lo strappo e instaurando un circolo vizioso difficile da interrompere. Il trattamento della tricotillomania Le linee guida proposte dal Trichotillomania Learning Center riportano che la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento più utilizzato con i bambini, adolescenti e adulti. In particolare, il trattamento comportamentale include tre elementi fondamentali: training di consapevolezza che include tecniche per comprendere quando insorge l’urgenza di strappare il capello; stimulus control che include metodi per ridurre la probabilità che inizi il comportamento di strappare; training di risposta incompatibile dove si insegna un’azione che sia incompatibile con lo strappare il capello. E’ buono che queste tecniche vengano integrate con un training di rilassamento e tecniche cognitive per cogliere i pensieri disfunzionali che si associano al comportamento di strappamento dei capelli.
Snoezelen: benessere e ambienti multisensoriali

Cos’è un ambiente Snoezelen? Uno spazio Snoezelen è un ambiente creato artificialmente dove è possibile gestire suoni, luci, temperature, aromi e altro ancora. Le attrezzature multisensoriali stimolano i sensi, promuovendo sensazioni di benessere e facilitando l’azione cognitiva. In queste stanze, è possibile osservare i livelli di eccitazione neurofisiologica delle persone, influenzando positivamente l’ambiente neurochimico. L’ambiente sensoriale può anche contribuire ad alleviare lo stress, l’ansia e il dolore, mirando a massimizzare la concentrazione individuale e a promuovere reazioni significative e produttive a situazioni, oggetti e persone nell’ambiente circostante. La risposta adattativa è un processo dinamico in continua evoluzione, facilitato dall’ambiente Snoezelen. Da dove nasce Snoezelen? Negli anni ’80, i terapisti olandesi Jan Hulsegge e Al Verheuli hanno introdotto il concetto di Snoezelen. Per dimostrare gli effetti positivi della loro terapia, hanno creato una tenda sensoriale sperimentale usando semplici divisori di plastica e una varietà di stimoli. All’interno di questa tenda, hanno incluso un ventilatore che muoveva stringhe di carta e proiettato inchiostro mescolato con acqua su uno schermo. Sono stati riprodotti i suoni di strumenti musicali a percussione. Infine, sono stati aggiunti oggetti tattili, bottigliette di profumo, saponi, creme profumate e cibi aromatizzati. Questi elementi hanno fornito una vasta gamma di sensazioni e stimolazioni sensoriali, contribuendo al benessere e al rilassamento delle persone coinvolte nella terapia Snoezelen. Come è arredato l’ambiente multisensoriale? Per creare un ambiente Snoezelen ottimale per la stimolazione cognitiva e sensoriale, viene consigliato di arredare la stanza con una serie di attrezzature appositamente progettate. Tra queste, una poltrona confortevole, avvolgente e girevole offre comfort e sostegno. Una struttura orizzontale morbida e rotonda, adatta sia al riposo che alla stimolazione del movimento. Un’attrezzatura di questo tipo consentirebbe, infatti, di favorire attività di propriocezione grazie al movimento oscillante. Elementi morbidi come tappeti e cuscini con diverse finiture tattili possono essere posizionati sia a terra che su strutture per offrire varietà sensoriale. Tende leggere tattili, materiali per esperienze tattili e odorose e effetti luminosi come proiettori, lampade a bolle e luci UV possono arricchire ulteriormente l’ambiente. Elementi per attività sensoriali insieme a giocattoli che offrono effetti visivi, sonori e tattili, possono essere integrati per favorire esperienze interattive. Infine, effetti sonori come la musica rilassante, i suoni della natura e gli effetti ritmici possono essere utilizzati per calmare e rilassare i partecipanti. Esperienze di degustazione di diverse bevande aromatizzate e cibi completano l’esperienza sensoriale. Chi può trarre beneficio da un ambiente Snoezelen? Gli ambienti Snoezelen facilitano la terapia di soggetti affetti da una vasta gamma di disturbi. Tra essi i disturbi post-traumatici, stress, ansia associata all’abuso di sostanze, demenza, disabilità dello sviluppo, disabilità cognitive, autismo e disturbi da deficit di attenzione e/o iperattività (ADHD). Questi ultimi soggetti spesso manifestano un’ipersensibilità eccessiva o una scarsa sensibilità alla normale esperienza sensoriale della vita. Ciò può portare a sentirsi a disagio con il proprio corpo e a mostrare comportamenti impegnativi o esprimere insoddisfazione. Sono comunemente etichettati come individui incapaci di rilassarsi e mantenere un stato di equilibrio. In questo contesto, gli ambienti Snoezelen offrono un rifugio sensoriale in cui esplorare i propri vissuti in modo sicuro e confortevole, aiutando a regolare le esperienze sensoriali e a trovare momenti di calma e soddisfazione. Inoltre, l’ambiente Snoezelen offre alle persone con disabilità cognitive e a coloro che vivono in condizioni particolari di fragilità l’opportunità di godere e controllare una vasta gamma di esperienze sensoriali. Queste persone spesso non sperimentano il mondo come la maggioranza di noi e possono affrontare limitazioni nei movimenti, nella vista, nell’udito, nelle abilità cognitive, nei comportamenti, nella percezione, nel dolore e in altri contesti. Queste sfide possono creare ostacoli al loro godimento della vita. Tuttavia, la stimolazione multisensoriale offre loro l’opportunità di superare queste barriere, consentendo loro di esplorare e vivere esperienze sensoriali che altrimenti potrebbero essere difficili da raggiungere. Ancora, negli ultimi anni la metodologia Snoezelen ha dimostrato di produrre risultati significativi anche nel trattamento dei disturbi comportamentali nella demenza, noti come BPSD (Behavioral and Psychological Symptoms of Dementia). Studi condotti in RSA e nuclei Alzheimer hanno evidenziato miglioramenti nella gestione di momenti critici nelle attività quotidiane, come il fare il bagno ai pazienti affetti da Alzheimer.
Dipendenza dagli short video

Cosa sono gli “shorts”? Gli “short” video sono filmati caratterizzati da effetti speciali e colonne sonore, hanno solitamente contenuti d’intrattenimento o educativi che si contraddistinguono per la durata, che oscilla tra i 15 e 30 secondi massimo. Li possiamo trovare su diverse piattaforme, come YouTube, Facebook, Instagram e in modo particolare su Tik Tok,ed hanno un’alta capacità di attrazione. MA PERCHE’ POSSONO CREARE DIPENDENZA? Oggigiorno abbiamo una tecnologia basata sull’interazione e rapidità.I social consentono infatti l’accesso immediato alle informazioni in qualunque momento e sono progettati per mantenere il coinvolgimento degli utenti. I messaggi e le comunicazioni vengono visualizzate in modo imprevedibile su un programma di rinforzo variabile estremamente potente. E come sappiamo, un eccessivo uso della tecnologia ha un impatto sulle funzioni cognitive del nostro cervello. Secondo uno studio condotto da We Are Social, Data Reportal e Meltwater, in seguito riportato su Digital 2023 Global Overview Report in cui si approfondisce il rapporto tra gli utenti e internet, l’utente medio passa più di due ore e mezza al giorno su piattaforme social.Contenuti come video, in particolar modo, hanno un impatto significativo.Come afferma Ester Corvi, autrice di “Streaming Revolution” edito da Flaccovio : “I deficit di attenzione di cui risentiamo in un mondo iperconnesso ci portano a preferire i video come forma privilegiata di contenuto perché sono in grado di innescare un impatto emotivo immediato, che suscita a sua volta una reazione che può essere facilmente condivisa sui social utilizzando gli smartphone, come e quando vogliamo. E visto che la capacità di restare concentrati online diminuisce drasticamente, la maggioranza degli utenti preferisce i video di minore lunghezza, a cui reagire con commenti o altri video brevi, in una forma digitale di socialità partecipata”. E’ IN ATTO UN CAMBIAMENTO E’ un problema che può coinvolgere tutte le fasce d’età, ma in numero maggiore i ragazzi, specialmente in età adolescenziale. Questo lo possiamo intuire dal ruolo crescente dei media nell’ambiente quotidiano dei giovani.La lettura di libri stampati è la forma mediatica a cui i giovani si rivolgono sempre meno spesso nel loro tempo libero. Ci troviamo nel mezzo di un cambiamento generazionale negli stili cognitivi. E’ in atto un passaggio dall’attenzione sostenuta all’iperattenzione. L’attenzione sostenuta, è caratterizzata dalla concentrazione su un flusso di stimoli per un lungo periodo di tempo, dall’ignorare gli stimoli esterni mentre si è impegnati, e dall’avere un’alta tolleranza per i lunghi tempi di concentrazione.L’iperattenzione è caratterizzata da un rapido passaggio da un compito all’altro, dalla preferenza per più flussi di informazioni, dalla ricerca di un alto livello di stimolazione e da una bassa tolleranza alla noia. Siamo in un era di attenzione istantanea e parcellizzata, segnata dallo scroll (movimento del dito per passare al contenuto successivo) continuo.Ogni scroll potrebbe portare a qualcosa di meglio, ma gli utenti non sanno quando lo otterranno, quindi continuano a scorrere in attesa di un contenuto che potrebbe non arrivare mai.Questo perché, Il nostro cervello, ogni qual volta sperimentiamo momenti di piacere, libera alcune sostanze, come la dopamina che funzionano da rinforzo a quello stesso stimolo, rimarcandolo. Questo sistema di gratificazione è la spina dorsale degli “short video” che trasformano l’intrattenimento in un gioco senza fine.Sta a noi comprendere il momento giusto in cui porre fine al gioco.
L’AUTO-EFFICACIA E I SUOI AMBITI DI INTERVENTO

L’auto-efficacia percepita si riferisce alle credenze e aspettative relative alla propria capacità di azione in compiti e situazioni futuri. In relazione al costrutto psicologico di auto-efficacia, esistono diversi ambiti di intervento che spaziano dalla promozione della salute, al contesto professionale e lavorativo fino all’ambito sportivo. Di seguito si parlerà di alcune applicazioni di tale costrutto. 1. Numerosi studi hanno evidenziato che le persone con convinzioni positive di auto-efficacia tendono a mettere in atto comportamenti che favoriscono la promozione della salute. In particolare, i ricercatori si sono interessati al legame tra questo costrutto e la modifica di abitudini e comportamenti di rischio per la salute individuale. Ad esempio l’uso del preservativo come prevenzione dall’HIV, la regolazione dell’esercizio fisico dopo un attacco cardiaco, la cura dell’igiene dentale… Da questi studi emerge che le campagne di salute più efficaci sono quelle che integrano la trasmissione delle informazioni con il rafforzamento della percezione di auto-efficacia personale. Le persone che hanno sviluppato un alto livello di auto-efficacia sono coloro che riescono a modificare le loro abitudini e a mantenere nel tempo le nuove. 2. Ulteriori filoni di ricerca hanno dimostrato come le prestazioni di un atleta non dipendano solamente dalle sue abilità fisiche. Entrano in gioco anche l’auto-efficacia percepita e la motivazione personale. Gli atleti che hanno un alto livello di auto-efficacia sono bravi nella gestione dello stress e dell’ansia prima e durante la competizione. Inoltre, sono in grado di stabilire per se stessi obiettivi ambiziosi, ma realistici. Molti studi suggeriscono che il ruolo dell’allenatore sia determinante sullo sviluppo e sul mantenimento della stessa e della motivazione dell’atleta. 3. Esiste anche l’auto-efficacia collettiva intesa come la convinzione condivisa all’interno di un gruppo di essere in grado di raggiungere insieme gli obiettivi prestabiliti. L’auto-efficacia collettiva può anche essere considerata un fattore protettivo nei confronti del burnout in quanto contribuisce al benessere del gruppo. BIBLIOGRAFIA Carver, C.S., Scheier, M.F., Giampietro, M., & Iannello, P. (2019). Psicologia della personalità: prospettive teoriche, strumenti e contesti applicativi. Milano-Torino: Pearson Italia
Mai sentito parlare di Anuptafobia?

L’anuptafobia è la paura irrazionale e incontrollabile di non poter avere una relazione sentimentale con un’altra persona e di non trovare qualcuno con cui condividere la propria esistenza. Il timore di restare per sempre single può essere così forte da portare una persona a sperimentare varie condizioni di malessere psicologico che influenzano ogni aspetto della sua vita. È considerata una fobia perché questa paura è del tutto sproporzionata: non è un semplice desiderio di avere una relazione, ma per chi ne soffre, essere single è sinonimo di fallimento, vuoto e infelicità. Anuptafobia etimologicamente deriva dal latino e significa “paura di restare single”, da “a-nupta”, ovvero “senza moglie”. I soggetti più a rischio sono gli over 35, i quali tendono a sentirsi più vulnerabili sotto il profilo della solitudine quando i rapporti con i loro amici si riducono perché in questa fascia d’età la maggior parte di essi ha un partner o dei figli. In particolare, sono più colpite le donne rispetto agli uomini, soprattutto per un retaggio culturale: la società si aspetta che a quell’età una donna trovi un compagno e dia vita a una famiglia. Questo può portare a nutrire forti aspettative in questo senso e, di conseguenza, a mettere in atto una spasmodica ricerca del partner, che può divenire una vera e propria ossessione. Le persone affette da Anuptafobia hanno una bassa autostima, tendono a indirizzare decisioni e comportamenti della propria vita sempre e solo in funzione del partner di turno. Chi soffre di questo disagio, quando è in coppia tende ad annullare la propria personalità per paura di non piacere all’altro e arriva a far propri gli interessi, le passioni e gli ideali del partner. Si tratta di persone fragili e instabili. In molti casi sono reduci da relazioni talvolta anche assai tempestose. Quando queste finiscono tendono a ricercare al più presto un altro partner sostitutivo col quale costruire prima possibile un nuovo legame, pur di non sperimentare una condizione di isolamento. Il più grande campanello d’allarme che ci segnala che la ricerca dell’amore è dovuta all’Anuptafobia è quando la paura della solitudine affettiva e l’ ansia che ne è connessa rappresentano il motore fondamentale della ricerca. Assai più che il naturale desiderio di una relazione sentimentale. Ne consegue che, una volta trovato un partner, questo traguardo produce un senso di sollievo dovuto più al fatto che si placano quei sentimenti angosciosi che al piacere di una nuova relazione in quanto tale. Comprendere i sintomi dell’Anuptafobia e trovare il modo migliore per trattarli è essenziale se una persona vuole superare il disturbo ed avere una migliore qualità di vita. Spesso è necessario ricorrere a un trattamento psicoterapeutico per affrontare i problemi di fondo e aumentare l’autostima.
Orfani di femminicidio e sfide psicoeducative

I bambini che perdono la madre a causa del femminicidio possono sentirsi molto tristi e arrabbiati. Possono anche sentirsi colpevoli e confusi. A volte, potrebbero avere paura del futuro e non fidarsi degli altri. È importante aiutarli con un approccio psicoeducativo che li aiuti a capire i loro sentimenti e ad affrontare i problemi.
Percorso dimagrimento: un processo che porta alla scoperta del vero Se’!

di Carol Pomante Se desideriamo dimagrire dobbiamo rivolgere lo sguardo dentro noi stessi, ascoltare le nostre emozioni e manifestare la nostra vera personalità. Il processo di dimagrimento inizia dalla mente, il nostro corpo riflette ilnostro modo di essere. Per intraprendere questo percorso, oltre a iniziare una corretta dieta alimentare e regolare attività sportiva che sono fondamentali, bisogna modificare lo stile di vita e ricreare un nuovo equilibrio, al fine di ritrovare la nostra vera natura personale. In questo progetto, il dimagrimento deve avvenire gradualmente e di pari passo con una consapevolezza sempre più approfondita di noi stessi. L’obiettivo principale di questo percorso è quello di cercare il nutrimento dai nostri interessi che forse abbiamo messo da parte e dalle attività che svolgiamo durante la giornata che ci piacciono fare e che ci soddisfano, invece che ricercare inconsciamente quella soddisfazione nel cibo, e poi eliminare tutte quelle azioni a cui dedichiamo del tempo che non sono necessarie per la nostra vita e che ci obblighiamo di fare. Inoltre, bisogna eliminare l’ipocrisia verso noi stessi, accettando chi siamo veramente e quello che desideriamo realmente fare nella vita. Dietro le abbuffate c’è qualcosa che non stiamo facendo nella nostra vita che vorremmo fare! La nostra psiche cerca di manifestarsi in ogni momento e ricerca del piacere, che quando viene contrastato cerca una compensazione e in questo caso, il cibo diventa il sostituto del piacere che ci neghiamo nella vita. Il grasso copre le nostre caratteristiche naturali personali, il nostro aspetto fisico e i lineamenti del corpo, nascondendo la nostra vera natura, quindi per iniziare a dimagrire bisogna riscoprire di nuovo sè stessi che il grasso nasconde e domandarsi cosa ci rende felici che non stiamo facendo. Il grasso in eccesso rappresenta una vita non pienamente vissuta, rappresenta le cose inutili a cui stiamo dedicando del tempo, che guidano la nostra vita e che non ci appartengono. Quando iniziamo a essere veramente noi stessi, accettandoci per quello che siamo con i nostri pregi e difetti, accettando il nostro modo di vivere la vita e ad esprimerci senza preoccuparci del giudizio degli altri, allora il cibo inizia a perdere di importanza e sono le attività che svolgiamodurante il giorno affini a quello che sentiamo dentro noi stessi a nutrire la nostra anima e il cibo torna ad essere soltanto un alimento e non un sostituto di qualcos’altro.
Si fa presto ad “agire” violenza: il fenomeno delle baby gang…

Con il termine “baby gang”si intende un fenomeno di microcriminalità organizzata. Si tratta di una forma di devianza che negli ultimi mesi è oggetto di una crescente attenzione mediatica. Il concetto di devianza, introdotto negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, si inscrive all’interno della tradizione culturale del funzionalismo che, assumendo un consenso su un sistema normativo e valoriale riconosciuto come fondante in uno specificomomento storico-culturale, indica le condotte che violano tali norme. Con delinquenza ci si riferisce invece, nello specifico, alla messa in atto di condotte penalmente rilevanti, in cui ad essere infrante sono norme giuridiche.Lo studio delle relazioni tra comunità e delinquenza minorile ha conosciuto un notevole incremento in questi anni, con particolare interesse per l’influenza delle caratteristiche del vicinato o quartiere, inteso come neighbourhood, sullo sviluppo degli adolescenti (Leventhal& Brooks-Gunn, 2004). Come si misurano gli effetti? Per studiare gli effetti del funzionamento del vicinato sul coinvolgimento degli adolescenti in attività devianti o criminose, numerosi sono i ricercatori che operano una distinzione tra struttura del vicinato e processi sociali del vicinato. La struttura del vicinato fa riferimento a caratteristiche sociodemografiche o compositive delle comunità (ad esempio, tasso di occupazione, disponibilità di parchi e aree ricreative, densità di negozi, etc.); i processi sociali di vicinato si riferiscono, invece, all’organizzazione sociale della comunità (es. connessioni sociali tra vicini) evengono generalmente valutati sulla base della percezione dei residenti del funzionamento delle comunità. Negli ultimi anni, molti studi hanno iniziato ad indagare i potenziali meccanismi attraverso i quali le comunità influirebbero sulla delinquenza giovanile. Tali studi sono stati condotti allo scopo di colmare il gap presente in letteratura in ragione di ricerche che hanno mostrato che le caratteristiche del quartiere sono in grado di spiegare solo una piccola parte della varianza complessiva dei comportamenti delinquenziali in adolescenza. Due sono i set di modelli che nell’ultimo periodo hanno ricevuto un’attenzione significativa: il primo, tributario delle teorie dello stress familiare (Conger, Ge, Elder, Lorenz, &Simons, 1994; McLoyd, 1990),suggerisce che il legame tra caratteristiche svantaggiose del vicinato ed esiti delinquenziali nei giovani è mediato dai comportamenti dei genitori (es. supervisione) e dalle caratteristiche dell’ambiente familiare (es. difficoltà economiche); il secondo ipotizza che la relazione è ampiamente mediata da norme e attività del gruppo dei pari (es.livello di atteggiamenti e attività devianti). Il fenomeno nell’hinterland napoletano Il fenomeno delle “baby gang” a Napoli rappresenta negli ultimi tempi un argomento ampiamente dibattuto ma per poterlo affrontare in maniera corretta è opportuno considerare il fatto che non sia così recente tanto quanto così il dibattito sulle misure da adottare per prevenirlo e contrastarlo. L’elemento che potremmo definire in aumento è quello delle aggressioni compiute senza un apparente motivo ed è proprio l’imprevedibilità che ne rende difficile la circoscrizione. Inoltre, attualmente non esiste una zona o un quartiere particolarmente a rischio rispetto ad altri e non esiste un disegno criminale organizzato alle spalle. Infatti, per affrontare il tema delle baby gang è di fondamentale importanza, distinguere tra gruppi di ragazzini autonomi e quelli che invece fanno capo alla criminalità organizzata. Volendo analizzare quelli che potrebbero essere i retroscena, il terreno fertile in cui nascono e si sviluppano questi gruppi di “violenti ragazzini”, indubbiamente bisogna considerare l’ambiente familiare e scolastico. Si tratta quasi sempre di giovanissimi con particolari vissuti o carenze affettive, con condotta deviante che quindi godono di maggiori libertà e minori restrizioni; parliamo perciò di inadeguatezza della vita familiare, ovvero la noncuranza e di fallimento dei valori. La causa non è mai unica, ma una base comune è sicuramente rappresentatadall’assenza delle funzioni genitoriali. Non è necessario appartenere ad una famiglia “malavitosa”, basta essere esposti ad altre forme di violenza o di deprivazione precoce. A ciò va aggiunta l’aggravante della dispersione scolastica, dell’abbandono in giovanissima età della scuola da parte di questi ragazzi. Bibliografia Beyers JM, Bates JE, Petit GS, Dodge KA. Neighborhood structure, parenting processes, and the development of youths’ externalizing behaviors: A multilevel analysis. American Journal of Community Psychology2003;31:33–53. Brown, B. Adolescents’ relationships with peers. In: Lerner, R.; Steinberg, L., editors. Handbook of Adolescent psychology. Neighborhood influences. In: Lerner, RM.; Steinberg, L., editors. Handbook of adolescent psychology. Vol. 2. Hoboken, NJ: Wiley; 2004. Palmonari A, Psicologia dell’Adolescenza, 2011. Sitografia https://www.vice.com/it/article/j5v9dy/baby-gang-di-napoli
La violenza domestica nelle CTU

La violenza domestica nelle CTU: la vittimizzazione secondaria. Il tema della violenza di genere è sempre più trattato in letteratura. Siamo sempre più sensibili a forme di violenza differenti da quelle fisiche, subdole e sottili dinamiche di potere che aleggiano nei diversi contesto. Il percorso è però ancora lungo, e valori androcentrici sono ancora profondamente radicati (ne parlo nel mio ultimo articolo) non solo nel contesto familiare, quanto in quello istituzionale. È il caso delle separazioni giudiziarie e le consulenze tecniche per l’affido dei minori. In altri termini, lo step successivo a quando la donna riesce ad emergere dal circolo della violenza (Walker, 1979) e incontra le istituzioni. Il campo di indagine sulla violenza domestica è pieno di pregiudizi. Quando la donna vittima di violenza pensa che il peggio sia passato, è lì che prosegue una violenza perpetrata dagli stessi servizi. Uno studio (Saccuzzo e Johnson, 2004) ha dimostrato che solo il 35% di donne vittime di violenza ottiene l’affido esclusivo dei figli, contro il 46% di donne che non hanno una storia di violenza domestica alle spalle, nelle cause di affido. Inoltre, il 10% di padri accusati di perpetrare violenza ottengono l’affido esclusivo, contro il 9% dei padri che non è stato accusato di violenza. Le donne che trovano il coraggio di denunciare gli abusi, semplicemente non vengono credute, in ciò che è il fenomeno della vittimizzazione secondaria. Sono inondate di domande poco empatiche: <<Perché non hai denunciato prima? Se avevi paura perché non sei andata via prima?>>, ignorando la dinamica interna che per definizione caratterizza il fenomeno della violenza affettiva. CTP e CTU non adeguatamente formati sottovalutano o minimizzano la violenza nel caso di affido genitoriale, attraverso domande accusatorie, invasive, diffidenti. La donna vittima di violenza non si presenta bene. La vittima non sa dirti le date, le dinamiche dei fatti, sembra poco credibile. Ma questo significa non sapere riconoscere la violenza e i danni di un maltrattamento, di un PTSD e del perdurare degli effetti dello stress e della paura cronica che queste donne hanno. Vuol dire non riconoscere dal punto di vista clinico gli effetti della violenza (Baccaro, 2008), a discapito del diritto alla bi-genitorialità. Quello della bi-genitorialità è un diritto sacrosanto, ma non va applicato in modo asettico, senza tener conto delle dinamiche della coppia. Nei casi di violenza domestica, la bi-genitorialità non ha portato buoni risultati. I CTU chiedono alla donna di superare il “complesso della vittima”, pena l’essere considerata una cattiva madre, rabbiosa, incapace di elaborare i propri conflitti. La richiesta è che la donna superi la violenza subita a favore di una collaborazione attiva con il padre, per il benessere dei figli. E la consulente di parte della donna vittima di violenza? Vive ugualmente il vissuto di impotenza e violenza che l’istituzione impone loro. “Anch’io, come queste donne, vittime di violenza, non sono creduta in un momento così importante. E a volte mi chiedo: ma se fossi un uomo cambierebbe qualcosa? Sarei creduta professionalmente? E mi arrabbio anche perché ci si sente dire “ma non la vedi questa donna? Mandala da un professionista (es. psichiatra) che la segua” e queste frasi sono di una violenza incredibile. E la donna viene medicalizzata, non riconoscendo gli effetti di una violenza agita in modo intenzionale e che persevera e continua durante la CTU, una violenza quindi durante la comunicazione con i vari servizi” (Baccaro, 2008).