Cultura dell’Adozione

di Barbara Barbieri Parlare di adozione non è mai semplice.Ci sono esperienze meravigliose e adozioni non riuscite che fanno soffrire tutte le parti in causa e riflettere costantemente chi se ne occupa sul come, perché, quando è utile adottare. Vediamo qui i principi cardine imprescindibili su cui si basa l’adozione.La convenzione dell’Aia (29 maggio 1993) è un regolamento accettato liberamente dagli Stati firmatari con lo scopo di vincolare gli Stati aderenti al rispetto degli stessi principi e delle stesse procedure in materia di adozione.Principi su cui si fonda:1) Criterio di sussidiarietà:Consiste nel riconoscimento del diritto del minore a vivere e crescere prima di tutto all’interno della famiglia di origine.Da cui ne consegue che chi si occupa di adozione procede come segue: Il primo impegno è di consentire alla famiglia di origine di tenere con sé il figlio che ha generato, quindi ci si adopera, se possibile, affinché il bambino resti nella sua famiglia; anche allargata dando il sostegno necessario,psicologico, sociale o economico, e/o a promuovere l’affido temporaneo cercando parallelamente di risolvere eventuali situazioni precarie, ecc. Se non è possibile lasciarlo nella sua famiglia, si cerca di non sradicarlo culturalmente: adozione nazionale. Se anche questa possibilità viene meno si procede all’adozione internazionale come ultima risorsa per garantire al bambino il diritto di avere una famiglia.2) Riconoscimento che l’interesse prevalente in ogni ipotesi di adozione internazionale è quello del minore. Chiunque si occupi di adozione ha il dovere di operare partendo dalle attese del minore e si deve sempre porre come suo intermediario, suo interprete e suo scudo. Questo è valido per tutti gli operatori: psicologi, assistenti sociali, tribunali, enti autorizzati e a maggior ragione per i futuri genitori. Non significa sottovalutare le problematiche della coppia. Spesso chi adotta, lo fa partendo da una sua storia personale con ben precisi motivazioni ed ha il diritto di essere trattato con il massimo rispetto. Significa ricordare che non vi è alcun diritto per la coppia nell’adozione, il diritto è del minore di avere una famiglia che lo aiuti a crescere. La profonda differenza sta nel fatto che il genitore fa una scelta matura e consapevole, anche se con precise motivazioni alla base, il bambino subisce l’abbandono ed ha sempre un’età che non gli permette di comprendere a fondo le ragioni della sua realtà. L’interesse della famiglia viene preso in considerazione se e quando coincide con l’interesse primario del bambino. Ai genitori è richiesta disponibilità e compatibilità. Adottare significa per una coppia dare un’offerta di disponibilità da utilizzarsi nel momento in cui ci sarà un bambino che ne ha bisogno, tale disponibilità viene maturata e appieno attraverso il percorso dei coniugi con i servizi sociali, che vi portano ad affrontare e superare le loro eventuali problematiche individuali o di coppia e a fornirgli una qualità diversa dell’essere genitore.L’adozione, infatti, presuppone un’educazione della coppia alla genitorialità attraverso un percorso di consapevolezza che fornisca gli strumenti adeguati per capire il bambino e per rispondere alle sue necessità di salute fisica, ma soprattutto psicologica. La compatibilità è maturata, invece, attraverso il percorso con gli enti autorizzati che focalizzano l’attenzione sull’incontro con il bambino e con tutte le variabili legate all’accoglimento di un bambino straniero: burocratiche,culturali eccetera. Accogliere un bambino straniero significa fare proprio anche il suo contesto di origine. Per fare questo è necessario una comprensione profonda dei concetti di uguaglianza di tutti i bambini e di disponibilità affettiva intesa come sensibilità ed apertura tali da offrire la massima garanzia che il minore sarà accettato con la sua personalità, il suo carattere e la sua storia. La maturazione avviene attraverso un percorso cheporta ad uno spazio mentale nella coppia dove il bambino possa portare se stesso con la sua unicità. La competenza psicologica dei genitori adottivi è la base da cui partire per poter pensare di aiutare il bambino a costruire una storia condivisa ed accettabile dell’abbandono, ma anche di riconoscere la sua diversità culturale. A loro è richiesto un percorso in cui avvenga una buona elaborazione delle motivazioni profonde che li muovono a questa scelta, attraverso l’analisi dei vissuti di lutto legati al silenzio del corpo o a qualunque altra causa di dolore, rabbia o frustrazione. Solo una buona elaborazione consente, infatti, di utilizzare la propria storia di coppia in modo creativo e non difensivo cioè utilizzare la storia genitoriale come risorsa per dare un significato alla creazione della famiglia adottiva.L’adozione è anche un fenomeno sociale poiché il bambino e la famiglia, nel senso più allargato, dovranno confrontarsi con l’inserimento nel contesto sociale, culturale e scolastico. Il percorso non è facile perché è spesso frustrante e doloroso. La dinamica ricorrente è un equilibrio dinamico che vede l’alternanza di una vita familiare piena e ricca di momenti affettivi condivisi, unici e specialissimi dove l’altro è simile a sè (sia esso figlio o genitore), ma ad ogni momento evolutivo è necessario essere pronti a confrontarsi nuovamente con la separazione e la diversità. Si deve essere disponibili ad un cambiamento, individuale, di coppia, di famiglia.Il presupposto logico e giuridico di ogni procedura di adozione è dare una famiglia ad un minore che si trova in una situazione di abbandono non provocato e non sanabile, il risultato finale è la creazione di una famiglia che mette insieme le risorse dei genitori e del bambino con l’intento di darsi affetto reciproco.
Il ruolo della fede in psicoterapia

Il ruolo della fede nella psicoterapia <<Laddove non arriva il pensiero, ci vuole fiducia>> Enne, nel mezzo di una seduta, mi racconta di aver visionato un video la sera prima, che mostra l’immagine del conflitto israelo-palestinese. <<Un uomo, tra le macerie, con il figlio morto tra le braccia, con una serenità in volto dice “è il volere di Allah”>>. <<E come è stato per lei?>> <<Angosciante, ma liberatorio. Un qualcosa di pacifico>> Cominciamo così a parlare della fede. Ad Enne, italiano di origini palestinesi, in questo periodo storico di fede ne è rimasta poca. Partiamo da un contesto preciso, quello religioso, per poi spogliarlo di un significato spirituale. In letteratura ci sono molte evidenze circa il ruolo che la fede riveste nel fronteggiamento delle cure oncologiche terminali e non. Promuove una proattività nel paziente, con una maggiore aderenza alle cure, una generale risposta positiva dell’organismo, in una rete di fattori indiretti che aumentano la percezione di benessere dell’individuo. Io che non sono credente, mi ritrovo a pensare ad una delle mie prime sedute di terapia personale. All’esposizione dei miei pensieri ruminativi di ricerca assoluta di certezza, il terapeuta mi risponde:<<laddove non arriva il pensiero, abbi fede>>. Ragioniamo un po’ su ciò che fede può significare per noi. Potrebbe aiutare a minimizzare la gravità di un errore. <<Ho fatto bene? È la scelta giusta?>>. Sono quesiti a cui non si può arrivare con assoluta certezza, in quanto fa parte di un’attività di previsione del futuro da parte della mente. Può cioè aiutare ad accettare il fallimento di un bisogno universale dell’uomo: il bisogno di certezza. La fede ci aiuta ad accettare con benevolenza l’incertezza, ingrediente fondamentale dell’emozione dell’ansia. Permette inoltre di accettazione del fallimento dei nostri scopi più profondi, che non è passività. È fiducia nella possibilità che nella vita ci siano altri scopi alternativi per noi più funzionali. Aiuta, infine, a fronteggiare il dolore dello scopo perduto. E per me che non sono credente, parlare di fede mi sorprende molto. Mi sembra irrazionale, abbandonica, un inno alla passività. Mi sono poi scoperta ad avere fede continuamente, nelle piccole cose. Ogni volta che non pensiamo al respiro, ad esempio. In tutte le azioni in cui non siamo consapevoli, e abbiamo fede che il nostro corpo si prenda cura di noi. Per tutte le volte che troviamo l’altro ad un incontro concordato, e ci sembra normale che possa essere lì ad aspettarci. Mi sono sorpresa a scoprire in quante cose ho fede continuamente senza darci peso, e di come questo mi permetta invece di portare attivamente avanti i miei obiettivi. Perché in fondo avere fede vuol dire accettare l’esistenza di ciò che è al di fuori del nostro controllo. Perché in fondo, dico ad Enne, avere fede è ciò che ci permette di star qui nell’incontro con la certezza che questo pavimento non crollerà.
Arteterapia come arte collettiva

Parte delle mie/nostre radici sono senza identità e sono comuni così come i nostri corpi. Ho imparato nel mio lavoro come psicoterapeuta ed arteterapeuta che il corpo è un qualcosa che ci viene donato dai nostri antenati e che nascere non basta. Corpi come collage dinamici dei ritmi dei nostri caregivers, di coloro che si sono presi cura di noi nelle prime fasi dello sviluppo. Portiamo avanti gesti ed espressioni che magari vengono da molto lontano nel tempo. Antenati senza nome, senza più identità, proprio come le nostre affezionate anime pezzentelle che nell’articolo Le nostre anime pezzentelle abbiamo potuto conoscere. Fondamentale nei laboratori della mia scuola di arteterapia Poliscreativa è la possibilità di altrnare fasi fusionali a fasi identitarie. Oscillare tra l’ affermazione dell’identità e la possibilità di fondersi con l’identità dell’altro. L’anonimato per noi è fondamentale proprio come anonime erano tutte quelle opere di scuola, di comunità e non d’autore, caratteristiche dell’arte collettiva. Grande sostenitore dell’arte collettiva era Don Milani insieme a Giovanni Michelucci due esponenti del pensiero del ‘900 italiano a cui dobbiamo molto. Questa è l’arte anonima, dove non è importante il narcisismo individuale, ma il piacere della collaborazione. È proprio l’architetto Michelucci che nella prefazione al libro del Priore della scuola di Barbiana scrive: “[…]Ma poi, non è forse la collaborazione un dare e ricevere e legare il proprio pensiero (quale che sia vasto o limitato) al pensiero degli altri per impastarlo e farne un unico pane? Non porta forse ogni uomo a sentirsi così un elemento di continuità nella storia?“ Prefazione che fu poi tolta perché ritenuta dall’editore troppo difficile, ma che noi riteniamo preziosa. A proposito dell’arte collettiva anche Ingmar Bergman, grande regista, considerato una delle personalità più eminenti della storia della cinematografia mondiale, quando in un’intervista gli chiesero se non fosse stato l’artista che è, quale artista vorrebbe essere stato? Bergman rispose introducendo questo aneddoto: nel tardo medioevo in un paesino del nord-europa venne distrutta da un incendio una grande cattedrale gotica questa cattedrale era importantissima per la propria comunità, rappresentava un punto di riferimento emotivo importante così molti contadini, artigiani, gente del posto, lavorarono alacremente per ricostruirla e in pochi anni la ricostruirono. Il regista rispose:”Se rinascessi vorrei essere uno di quegli artisti anonimi” Il nostro modo di fare arteterapia ha radici proprio nell’arte collettiva e anonima, nel nostro bisogno di oscillare tra l’affermazione della nostra identità e nella possibilità di fondersi con l’identità dell’altro o meglio con la comunità, tutto secondo un andamento a spirale.
Il Coping: fronteggiare lo stress

Lo stress è una reazione naturale dell’organismo a stimoli che vengono percepiti come minacciosi, può essere causato da fattori interni o da fattori esterni, ed è utile all’organismo perché permette di adattarci ai cambiamenti. Le risposte allo stress coinvolgono reazioni fisiologiche, emotive, cognitive e comportamentali. Quando lo stress diventa eccessivo può causare alterazioni patogenetiche e la patologia diventare a sua volta un fattore di stress. Ad oggi le ricerche moderne evidenziano che la relazione tra stress e salute è complessa e dipende da diversi fattori, tra cui la predisposizione genetica e l’esposizione a fattori ambientali. Le persone non sono ugualmente vulnerabili allo stress e lo affrontano in modo diverso, questo può cambiare in base alle caratteristiche sia personali che sociali, ma anche dal modo in cui le persone interpretano e valutano gli eventi o le esperienze pregresse, le caratteristiche sociodemografiche e di personalità. Tutti questi fattori possono interagire tra loro in modo complesso. Quando parliamo del modo in cui le persone fronteggiano situazioni stressanti o eventi traumatici, ci riferiamo al concetto di coping, questo termine deriva dal verbo inglese to cope e significa “far fronte”. Negli anni sono state proposte svariate classificazioni delle strategie di coping, ma tra quelle più conosciute c’è la classificazione proposta da Lazarus e Folkman nel 1984. Gli autori distinguono tra coping problem-focused (focalizzato sul problema) e coping emotion-focused (focalizzato sulle emozioni). Il primo ha la funzione di rimuovere, evitare o ridurre il rischio di conseguenze dannose che potrebbero derivare da un evento stressante. Inoltre, il coping focalizzato sul problema trova espressione in due fattori denominate coping attivo e di pianificazione. Il coping focalizzato sulle emozioni cerca di ridurre l’impatto delle reazioni emozionali negative attraverso varie risposte, ed è caratterizzato da quattro fattori, l’autocontrollo, la rivalutazione positiva, l’assunzione di responsabilità e il distanziamento. Altri autori hanno fatto una distinzione tra l’approach o engagement coping (coping di approccio) e l’avoidance o disengagement coping (coping di evitamento). Il primo comprende le strategie finalizzate a gestire il problema o centrate sulle emozioni negative ad esso collegate come, ad esempio, la ricerca di supporto sociale o la ristrutturazione cognitiva. Il secondo comprende le strategie finalizzate ad evitare il problema e le emozioni ad esso collegate, come, ad esempio, evitamento, distrazione o l’uso di sostanze. Riferimenti Bibliografici Ricci-Bitti, P. E., Gremigni, P. (2013). Psicologia della Salute. Modelli Teorici e contesti applicativi. (2013). Carocci Editore. Sica, C., Magni, C., Ghisi, M., Altoè, G., Sighinolfi, C., Chiri, L. R., & Franceschini, S. (2008). Coping Orientation to Problems Experienced-Nuova Versione Italiana (COPE-NVI): uno strumento per la misura degli stili di coping. Psicoterapia cognitiva e comportamentale, 14(1), 27
Intelligenza emotiva: superare i confini del Q.I.

Il concetto di intelligenza emotiva ha rivoluzionato la comprensione delle capacità umane. A differenza della classica accezione dell’intelligenza, la quale si concentra sulla sfera razionale-cognitiva e sulla misurazione del Quoziente Intellettivo (Q.I.), l’intelligenza emotiva, valutata attraverso il Quoziente Emotivo (Q.E.), si focalizza sulla consapevolezza, la gestione e la comprensione delle emozioni, sia personali che altrui. In un contesto sempre più interconnesso e orientato socialmente, l’importanza dell’intelligenza emotiva diviene sempre più evidente e l’intelligenza cognitiva non sarà più sufficiente per poter percepire la realtà circostante nel suo complesso. La prima definizione di intelligenza emotiva Il costrutto psicologico dell’intelligenza emotiva è stato definito per la prima volta nel 1990 dagli psicologi Salovey e Mayer. I due psicologi, nella loro elaborazione della definizione al costrutto psicologico, la identificherebbero come una tipologia di intelligenza sociale. A sua volta, l’intelligenza sociale, elaborata da Thordike nel 1920, sarebbe una capacità di comprensione delle altre persone che si rifletterebbe in una maggior saggezza nelle relazioni sociali. Salovey e Mayer, quindi, riprendono il concetto dell’intelligenza sociale per poter elaborare la definizione di intelligenza emotiva, la quale farebbe riferimento ad una capacità di monitorare, differenziare e comprendere le emozioni, proprie od altrui, in modo da guidare il proprio pensiero e le proprie azioni. Componenti e competenze di Goleman Pochi anni dopo Salovey e Mayer, nel 1995, lo psicologo Daniel Goleman ha ampliato il costrutto psicologico, identificando cinque specifiche componenti dell’intelligenza emotiva: Autoconsapevolezza: la capacità di avere consapevolezza del proprio stato emotivo e di riconoscere le proprie emozioni, competenze, capacità e limiti. Autoregolamentazione: la capacità di gestire i propri stati emotivi, evitando di negarli o eliminarli, ma piuttosto modulandoli per produrre comportamenti adattivi e adeguati al contesto. Motivazione: la capacità di mantenere un impegno personale e di sfruttare le occasioni presenti per poter raggiungere e realizzare i propri obiettivi. Empatia: la capacità di riconoscere gli stati d’animo e le emozioni altrui, evitando pregiudizi e sintonizzandosi emotivamente con le altre persone. Abilità sociali: la capacità di gestione emotiva all’interno di un contesto relazionale, permettendo così lo sviluppo di competenze comunicative e di gestione di conflitti. Queste cinque componenti, specifica Goleman, si possono suddividere a loro volta in due competenze: le prime tre caratteristiche farebbero parte della competenza personale, legata alla gestione e sul controllo di sé stessi, mentre le ultime due caratteristiche andrebbero a comporre la competenza sociale, che si focalizzerebbe invece sulle relazioni e le interazioni con le altre persone. Conclusioni Possedere un’alta intelligenza emotiva si traduce in maggiore flessibilità cognitiva, adattabilità e maturità emotiva. Inoltre, un elevato livello di intelligenza emotiva può essere estremamente utile per migliorare la qualità della vita. Oltre che rendere i contesti relazionali con familiari o pari maggiormente funzionali, l’intelligenza emotiva può apportare benefici anche nell’ambito educativo e lavorativo, affrontando così le sfide quotidiane in modo più efficace. Nell’ambito clinico, l’intelligenza emotiva offre nuove prospettive e approcci per il miglioramento del benessere psicologico. Pertanto, sviluppare questa competenza è essenziale, poiché è considerata apprendibile e non immodificabile. Riconoscere il valore e l’importanza delle emozioni, sia proprie che altrui, è un passo fondamentale in questo processo. Come disse Goleman, “A tutti gli effetti abbiamo due menti, una che pensa, l’altra che sente. Queste due modalità della conoscenza, così fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale”. Bibliografia Brackett, M. A., & Mayer, J. D. (2003). Convergent, discriminant, and incremental validity of competing measures of emotional intelligence. Personality and social psychology bulletin, 29(9), 1147-1158. Nelis, D., Quoidbach, J., Mikolajczak, M., & Hansenne, M. (2009). Increasing emotional intelligence:(How) is it possible?. Personality and individual differences, 47(1), 36-41. Goleman, D. (1996). Emotional intelligence. Why it can matter more than IQ. Learning, 24(6), 49-50. Lopes, P. N., Salovey, P., & Straus, R. (2003). Emotional intelligence, personality, and the perceived quality of social relationships. Personality and individual Differences, 35(3), 641-658. Salovey, P., & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, cognition and personality, 9(3), 185-211. Goleman, D. (2000). Lavorare con intelligenza emotiva. Come inventare un nuovo rapporto con il lavoro (Vol. 45). Bur. Thorndike, E. L. (1920). Intelligence and its uses. Harper’s Magazine, 140, 227–235.
Le scelte efficaci: la motivazione

di Alberta Casella Ogni giorno affrontiamo scelte del quotidiano che condizionano, poi, il procedere della vita. Pensiamo a scelte semplici come, ad esempio, cosa fare nel tempo libero, quale amico contattare per chiacchierare un po’, cosa acquistare e come vestirsi. Pensiamo poi anche a scelte complesse, il lavoro, la famiglia, la casa. Una persona che si definisce “razionale” compie tali scelte in base ad elementi che fanno propendere in positivo o negativo. La questione così posta sembra risolta ma appare semplicistica. In essa non è considerato tutto il mondo interno della persona, composto di emozioni, sentimenti e desideri. La parte razionale della nostra scelta viene definita motivo, mentre il mondo interno che sottende e muove e condiziona la scelta viene definito motivazione. La motivazione va distinta in intrinseca ed estrinseca: la motivazione estrinseca è fornita dall’esterno alla persona, è il volere di un altro soggetto che riesce ad influenzare la nostra scelta. La motivazione intrinseca è il nostro volere puro da condizionamenti, è il nostro reale desiderio. Le motivazioni estrinseche possono e devono essere comprese come intrinseche. Troppo spesso, tuttavia, la motivazione intrinseca è sottesa alla scelta ovvero muove sotto la superficie ma non è chiara alla persona che sceglie. Quando le nostre motivazioni riescono ad essere ascoltate chiaramente e soddisfatte, ci guidano in scelte che ci generano un senso di appagamento e benessere; di contro, quando non valutiamo, non consideriamo o, addirittura, escludiamo volontariamente i nostri desideri e aspettative si crea una frattura idiosincratica che, al minimo, genera malessere ma può causare stati più gravi di patologie e sofferenza. Può accadere, ad esempio, che una persona pianifichi la sua scelta e per ragioni impreviste non la realizzi. Pensiamo il caso di una persona che sceglie un lavoro lontano da casa considerando razionalmente il buon compenso economico: può accadere che non si presenti il primo giorno di lavoro e perda la posizione offerta per via di uno stato di malessere psicologico o fisico che gli impedisce di proseguire nella scelta presa. L’errore di costui è non aver considerato il desiderio di non allontanarsi, ad esempio, da casa e dalla famiglia e non aver valutato, quindi, la motivazione intrinseca nella scelta compiuta. Tali stati di malessere protratti nel tempo e ricorrenti assumono anche diagnosi di disturbo psicosomatico ovvero un malessere psicologico che si riflette in un sintomo fisico arrivando a compromettere il fluire del quotidiano. Qualora tale condizione diventi ricorrente e/o cronica, è importante rivolgersi a un professionista psicologo che possa aiutare nella comprensione e soluzione della difficoltà.
Gestalt play therapy: il lavoro con i bambini attraverso la vaschetta di sabbia

Il lavoro dello psicologo con i bambini in un periodo di pandemia e chiusure e riaperture è stato necessariamente molto ridotto a causa del lavoro ad alto contatto con i soggetti della terapia. Tuttavia nel post che non sembra mai un post covid le richieste di aiuto da parte dei genitori sono aumentate. I bambini hanno sofferto e continuano a soffrire le altalene e le incertezze dovute alla situazione generale. I bambini necessitano di basi sicure e di sicuro in questo periodo sembra esserci davvero poco. I disturbi d’ansia e le somatizzazioni così come le paure sono le maggiori cause di disagio. Il lavoro di gestalt play therapy si avvale di vari strumenti tra questi troviamo il lavoro con la vaschetta di sabbia. La sabbia è un mezzo meraviglioso per i bambini di tutte le età dai più piccoli ai più grandi. Il suo utilizzo come mezzo terapeutico non è nuovo. Margaret Lowenfeld descrive il valore del gioco con la sabbia dicendo che sabbia e acqua si prestano per la rappresentazione di un gran numero di fantasie: scavare un tunnel, seppellire o affogare, creare terre e paesaggi marini. La sabbia bagnata è plasmabile, mentre quella asciutta è piacevole da toccare, la sabbia è meravigliosa tra le dita e offre un’esperienza tattile e cinestetica ideale. L’autrice utilizzava la sabbia chiedendo ai bambini di rappresentare oggetti della vita reale. La scena rappresentata attraverso la vaschetta di sabbia e con l’utilizzo di materiali che possano ricoprire significati simbolici sembra essere come la sequenza di un sogno che si dipana davanti agli occhi del terapeuta. I vantaggi che presenta questo tipo di attività sono numerosi, la vaschetta è facile da tenere, puo essere utilizzata molte volte, è uno strumento poco usuale nella quotidianità dei bambini e desta molta curiosità nei bambini. Quando un bambino ‘costruisce’ una scena sta rappresentando parti di se stesso e del suo mondo interiore e lo sta mostrando al terapeuta che può osservare e intervenire sui temi che di volta in volta vengono rappresentati.
PAIN OF PAYING E LE SUE IMPLICAZIONI

Il pain of paying (o dolore di pagare) si riferisce alle emozioni negative che proviamo quando effettuiamo un acquisto. Proviamo dolore per il pagamento perché da esseri umani siamo avversi alle perdite. Quando effettuiamo pagamenti subiamo una perdita, motivo per cui queste transazioni possono essere dolorose. Inoltre, anche da un punto di vista biologico alcuni studi hanno dimostrato che la spesa di denaro attiva aree del nostro cervello associate al dolore fisico e ai sentimenti di disgusto. Gli studi hanno dimostrato che alcune forme di pagamento sono più dolorose di altre. Più il pagamento è evidente e tangibile, meno siamo in grado di goderci il piacere del nostro acquisto. Il pain of paying è maggiore quando paghiamo un bene/servizio in contanti poiché la nostra attenzione si focalizza sull’importo da pagare. Quando paghiamo con la carta di credito si crea un divario tra il pagamento e il tempo di ricevere/usare l’acquisto. Dunque, il pain of paying viene percepito in misura minore. I sistemi di pagamento automatici disponibili per gli acquisti online sono un esempio tangibile di come i brand saranno cercando di ridurre il pain of paying per cercare di aumentare le vendite. Questo è il caso di Amazon, che ha introdotto la possibilità di “acquistare con un click“, metodo che porta il consumatore a non accorgersi più del dolore associato al pagamento. Dividere il conto = dividere il dolore Alcune ricerche hanno dimostrato che le persone consumano di più quando sanno che il conto sarà diviso. Il metodo del pagamento a turno funziona molto bene con un gruppo di amici stabili, in quanto fa percepire meno il pain of paying. Se ogni persona pagasse per sé, ognuno proverebbe un po’ di dolore. Se solamente una persona pagasse l’intero conto, questa sperimenterà un dolore più alto, ma che viene compensato dal fatto che tutti gli altri non lo provano. Questi sono tutti esempi che dimostrano che l’uomo non è affatto un decisore totalmente consapevole e razionale, a maggior ragione nelle situazioni che riguardano il denaro! BIBLIOGRAFIA Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollars and Sense: How we misthink money and how to spend smarter. New York: HarperCollins
Educazione socio-affettiva

L’ educazione sessuale dovrebbe includere l’educazione emotiva ed affettiva, per un’aspetto, quello della sessualità, che è parte integrante della salute e del benessere di ogni individuo. In Italia è consigliata ma non obbligatoria come altre materie scolastiche. Quando si vuole educare alla sessualità quindi, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non ci si deve confondere con l’educazione riguardante il solo “comportamento sessuale”, ma si devono comprendere molte aree (Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS e BZgA, 2010). L’educazione affettiva ed emotiva dovrebbe accompagnare e completare l’educazione sessuale. Le molteplici emozioni che esperiamo quotidianamente sono rappresentate dai desideri, dalle simpatie/antipatie, dagli innamoramenti e dagli amori che ci mettono in gioco. Educare individui nella loro interezza, sia dal punto di vista cognitivo che affettivo, è un compito difficile ma fondamentale che spetta alla famiglia, alla scuola e alla società intera. Il primo gruppo sociale del bambino è la famiglia; poi ci sarà l’asilo nido e/o la scuola dell’infanzia. I fatti di cronaca sempre troppo frequenti legati ad amori violenti, femminicidi, aggressioni da parte di persone fidate o sconosciute danno l’idea di quanto l’educazione all’affettività sia centrale nello sviluppo dell’essere umano fin dalla sua infanzia. Piaget, uno dei più importanti psicologi dell’età infantile, considera essenziale ai fini dell’apprendimento l’interazione fra lo sviluppo dell’affettività e quello delle funzioni intellettuali già dal periodo preverbale. L’apprendimento avviene sempre all’interno di una relazione significativa: il bambino, in quanto “essere sociale”, già dai primi mesi di vita inizia a svilupparecompetenze interpersonali: decifrare segnali sociali ed emozionali, ascoltare, mettersi dal punto di vista dell’altro, capire quale comportamento sia accettabile in una situazione. Se pensiamo all’organizzazione del nostro sistema scolastico, l’apprendimento avviene all’interno delle classi, composte dall’insegnante e dagli studenti pari d’età, ognuno portatore della propria unicità.Lavorare con il gruppo e sul gruppo per sviluppare e apprendere un “alfabeto emotivo” è la grande sfida della scuola italiana che non riguarda una disciplina specifica, ma le interessa tutte. Prevedere momenti in cui bambini e ragazzi possono condividere emozioni e stati d’animo crea rispetto e fiducia nell’altro che accoglie; diventano occasioni importanti per de-costruire vecchi e nuovi stereotipi e conoscere e valorizzare le differenze. Educare all’affettività vuol dire anche educare alle differenze di genere. Il genere è un particolare costrutto sociale in cui si intersecano elementi biologici (i corpi sono differenti), psicologici (le identità, le personalità), culturali e storici (la peculiare declinazione di femminilità e mascolinità che ciascuno apprende e la sua evoluzione nel tempo). Il riconoscimento delle differenze di genere può produrre un’apertura sulle differenze e sulla capacità relazionale che è anche capacità di convivenza..
Adolescenti e conflitti interni:una possibile resistenza

A chi non è mai capitato di vivere dei conflitti? Molte volte, però, quando parliamo di conflitti pensiamo a contrasti tra due o più persone. I conflitti, però, riguardano anche la persona e la sua sfera personale. Si tratta di conflitti interni. Fermo restando che a tutte le età può accadere di vivere dimensioni interne conflittuali e contrastanti tra loro, ma sicuramente durante l’adolescenza questo fenomeno emerge con magggiore evidenza. L’adolescente vive in una ” terra di mezzo”, dove ci sono spesso pensieri, credenze e atteggiamenti contrastanti e incoerenti tra loro. Generalmente i conflitti interni si verificano quando l’adolescente ha pensieri e idee che contrastano tra loro, oppure qualche idea contrasta con un comportamento. Un discorso a parte meritano gli adolescenti con conflitti interni e con una possibile resistenza. Una possibile resistenza per adolescenti con conflitti interni Quante volte abbiamo visto adolescenti pensare in un modo e poi comportarsi in un altro. Quindi quel ragazzo o quella ragazza sta mentendo o sta resistendo ad un conflitto interiore? Per sapere se c’è un conflitto interno, bisogna sapere se quell’ adolescente è consapevole di se stesso. Cosa possiamo fare quando identifichiamo un conflitto interno in un adolescente? Come possiamo aiutarlo a gestire due forze contrapposte? Agiamo a livello mentale e proviamo a scomporre il conflitto in vari microconflitti. Nella speranza che semplici domande aiutino l’adolescente a non disperdersi e a non perdere la sua integritò psichica,proviamo a rispondere: a)perchè l’adolescente si sente così? b) quando gli accade questo contrasto interiore? c) sorge sempre in alcuni contesti? d)si verifica sempre con alcune persone? Si tratta di una gerarchia di domande che riguardano motivazioni da carenza e corrispondono a veri e propri momenti di crescita. Alla base di queste domande c’è il principio di autorealizzazione, che coincide con una efficace percezione della realtà e con la capacità di discriminare ciò che è concreto da ciò che è astratto. Sul piano delle ricadute il soggetto potrebbe cominciare a pensare al cambiamento, all’autocritica e alla modificazione del sè. Avere conflitti interni non è certamente un problema, il problema è gestirli. Lo scopo è favorire l’economia dello sviluppo psichico. Ricordando sempre che,per quanto riguarda il conflitto, la capacità di resistere è una meta affascinante per ogni adolescente. Una possibile resistenza richiede grande attenzione e grande apertura mentale se si vuole ottenere qualcosa del semplice conflitto interiore. L’evitamento non serve,importante è la resistenza.