Sull’importanza del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la violenza sulle donne è un problema di salute di proporzioni globali. È un fenomeno in crescita che ha numerose conseguenze non solo sulle donne, a livello psicologico, sociale e relazionale, ma sulla società tutta. È un fenomeno pervasivo, per cui sono necessari interventi decisi ed efficaci a livello sociale e culturale, insieme ad una presa in carico globale delle donne. In questo quadro, gli psicologi possono svolgere un ruolo fondamentale. Il 25 novembre appena trascorso è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, ufficializzata dalle Nazioni Unite nel 1999. È una giornata di riflessione, confronto, rabbia, dolore, forza e coraggio. I dati condivisi sono sempre più allarmanti e disegnano una situazione che sottolinea l’importanza di giornate come il 25 novembre. Nel mondo la violenza contro le donne interessa 1 donna su 3. In Italia i dati Istat mostrano che il 31,5% delle donne ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale. Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner o ex partner, parenti o amici. Tra il 1° gennaio e il 19 novembre 2023 in Italia sono stati commessi 106 femminicidi. Sono state uccise 106 donne, una ogni tre giorni. 87 donne sono state uccise in ambito familiare o affettivo, di cui 55 per mano del partner o dell’ex. Sono 30.581 le chiamate registrate al numero antiviolenza 1522 nei primi 9 mesi del 2023 (dati Istat). Circa i due terzi delle chiamate viene poi indirizzata ai servizi più idonei, che in oltre 9 casi su 10 sono centri e servizi antiviolenza, case protette e di accoglienza. Nel 2023, il 47,6 per cento dei casi ha chiesto aiuto poiché vittima di violenza fisica, a seguire c’è la violenza psicologica. La maggior parte delle vittime riporta un lungo vissuto di violenze e in quasi 8 casi su 10 si tratta di violenza in ambito domestico. In oltre la metà dei casi i figli hanno assistito alla violenza. Le vittime hanno dichiarato di aver paura di morire, di temere per la propria incolumità e dei propri cari, di provare ansia e di essere in grave stato di soggezione. Emerge una persistente resistenza a denunciare: solo il 15,8% ha denunciato la violenza subita a causa della vittimizzazione secondaria da parte del sistema giudiziario e dei media. Nonostante tutto questo, si investe ancora troppo poco in prevenzione. Se ne parla ancora poco, spesso in modo confuso. Il ruolo degli psicologi, tra i tanti, è proprio quello di aiutare a sensibilizzare sul tema: conoscerne gli aspetti psicologici, ma anche sociali e culturali, imparare a riconoscere i primi segnali di violenza, sviluppare sensibilità ed empatia, aiutare ad assumere un atteggiamento non giudicante ma accogliente del dolore altrui, riflettere su come si parla di violenza e perché spesso si innalzano difese consce o meno nelle discussioni sul tema. Sono tante le modalità di condivisione e prevenzione del problema della violenza contro le donne, ma qualcosa deve muoversi. Deve avvenire un cambiamento radicale a livello sociale e culturale, dobbiamo comprendere che tutti ne facciamo parte e assumerci, come individui e come società, la responsabilità di dover intervenire, adesso.

“SEX EDUCATION” E IL RUOLO DELLA TERAPIA

di Paola Papini La serie televisiva britannica “Sex Education” è essenziale in un mondo che fa fatica a considerare lapluralità identitaria che caratterizza gli adolescenti dell’ultimo ventennio.La serie teen parla di Otis, un ragazzo di 13 anni, dei suoi compagni di scuola e ha come parola d’ordinel’inclusione. La stagione di chiusura, uscita a settembre del 2023, non ha deluso le aspettative. Infatti, èstata in grado di sfatare miti e tabù sul sesso in modo schietto e semplice, ci ha regalato una visione di unascuola progressista che fa attenzione al benessere della persona e dell’ambiente che viviamo e ha dato lapossibilità di riconoscere quelle che sono le tante condizioni in cui viene vissuta la sessualità e l’intimità adun’età tanto critica come l’adolescenza ma anche a chi, invece, questa fase l’ha già superata.“Sex education” non è solo questo, durante le quattro stagioni si parla di dubbi e paure che si affrontanoalle scuole media, bullismo, genitorialità prendendo in considerazione il contesto e un vissuto di cui si caricaogni attore. Le scene vengono scandite dai diversi personaggi che affrontano i vari compiti evolutivirappresentati come delle sfide e che comportano la messa in gioco delle emozioni così come l’emergere dideterminati tratti di personalità. La fase più comune che è stata rappresentata è quella della formazione diidentità, più nello specifico si parla di diffusione dell’identità.Blos sostiene che obiettivo dell’adolescenza sia l’elaborazione delle esperienze da parte di ragazze e ragazziper arrivare ad un’organizzazione stabile dell’Io. Nel raggiungimento di tale obiettivo l’autore sottolinea daun lato lo sviluppo sessuale e la conseguente lotta che l’Io ingaggia per non essere sopraffatto dall’ondatapulsionale ad esso collegata e, dall’altro, introduce, mutuando il concetto dalla Malher (1975) che avevadefinito l’adolescenza il “secondo processo d’individuazione”, l’attivazione da parte dell’adolescente deiprocessi di separazione e individuazione, che lo porteranno alla costituzione del senso d’identità.Centrale nella serie è, inoltre, il ruolo che riveste la terapia. Emblema di quest’ultima è la mamma di OtisMilburne, che diventa dapprima la terapeuta della scuola per poi passare il testimone al figlio e alla suaamica Maeve che si convincono che possono essere terapeuti dei loro stessi compagni organizzandosi in unprimo momento in dei bagni abbandonati per poi ritagliarsi uno spazio all’interno della scuola.La serie sembra voler, da una parte, normalizzare in modo da far sembrare affrontabili, umane, gestibili e,soprattutto, reali quelle che oggi vengono ancora da molti viste come diversità (omogenitorialità,bisessualità, transessualità…). Viene affrontata, in maniera indiretta, la mancanza di personaleadeguatamente formato all’interno delle scuole che siano in grado di affrontare determinati temi. D’altraparte c’è il rischio di ridurre a dei clichè il ruolo del terapeuta, di confondere quest’ultimo come qualcunoche dispensa consigli piuttosto che occuparsi della sofferenza psicologica, dell’empatizzazione con leemozioni degli altri, dell’ascolto dei pensieri, delle paure, delle gioie e delle delusioni attraverso delletecniche acquisite con la formazione e l’esperienza.Il mondo in cui è ambientato “Sex education” è fondamentale per aprire un dialogo ma allo stesso tempopotrebbe risultare eccessivamente utopico e difficilmente comprensibile a chi ancora mostra delleresistenze alla società contemporanea. Bibliografia Blos P. (1962) L’adolescenza. Un’interpretazione psicoanalitica trad. it., Franco Angeli, Milano, 1980.Mahler M. S., Pine F., Bergman A. (1975) La nascita psicologica del bambino trad. it., Boringhieri, Torino,1978.Erik H. Erikson, I cicli della vita. Continuità e mutamenti. Armando editore

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost

Non riesco a lasciar andare: il fenomeno del sunk cost Ti è mai capitato di non riuscire ad abbandonare un piano, un obiettivo o una storia, anche quando risulta evidente che sia un investimento a perdere?. No, non c’è nulla che non va in te, sei probabilmente solo soggetto ad uno dei bias cognitivi più frequenti quando entra in campo la previsione di una perdita. Immagina di essere il direttore e proprietario di una società che produce aerei. Immagina che al momento ha speso 900 milioni di euro per completare il 90% di un progetto per la costruzione di un modello innovativo. Mancano altri 100 milioni di euro per completare la progettazione e cominciare a venderli. Tuttavia, ti viene detto che una società concorrente mette in vendita un aereo con caratteristiche nettamente migliori dei tuoi, e ad un prezzo concorrenziale. Cosa faresti? Sceglieresti di spendere altri 100 milioni di euro rischiando di fallire per completare il progetto, oppure decideresti di lasciar perdere e impiegare quei 100 milioni in qualcos’altro? Adesso invece, immagina di essere il direttore e proprietario della stessa società. Devi scegliere se investire o meno 100 milioni di euro per completare la progettazione degli aerei. Ti viene detto che la società concorrente mette in vendita un aereo migliore ad un prezzo concorrenziale.  Tuttavia, non hai già investito altro denaro prima. Che cosa sceglieresti di fare? Se la tua risposta è di investire i 100 milioni di euro alla prima condizione, e di non investirli nella seconda, hai agito sotto il fenomeno del sunk cost. Infatti, Tversky e Kaneman (1981) scoprono che generalmente i soggetti che erano sottoposti alla prima ipotesi sceglievano di finire il progetto, a differenza del gruppo ai quali viene specificata solo la cifra da dover ancora spendere (100 milioni) e non quella già investita (900 milioni). La persistenza in un investimento, quindi, dipende non solo da quanto ci si aspetta che possa andare bene, ma anche da quanto si è già investito. Il bias del sunk cost consiste nella tendenza a mantenere un investimento per il semplice fatto che ci abbiamo già investito tanto impegno e risorse personali. Si ha cioè l’impressione che abbandonare quel progetto equivalga ad abbandonare anche le risorse che vi sono già state spese. Questa convinzione è in parte legata alla illusione del cosiddetto “belief in a just world” (Lerner, 1980), cioè all’idea che l’aver investito tanto in un bene implichi il diritto a non perderlo. In questo modo, rinunciare al bene implicherebbe ammettere di meritare la perdita, cioè una vera e propria autosvalutazione. Insomma, questo fenomeno ci dice una cosa: il passato, per gli esseri umani, ha un valore in sé. Bibliografia Perdighe, Gragnani (A cura di), 2021, Psicoterapia cognitiva, comprendere e curare i disturbi mentali, Raffaello Cortina Editore, Roma.

Il disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva

Il disturbo ossessivo-compulsivo: inquadramento diagnostico e trattamento Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è caratterizzato da ossessioni e compulsioni che interferiscono con il normale sviluppo cognitivo e sociale del bambino, compromettendone le prestazioni scolastiche e le relazioni sociali. Le ossessioni sono pensieri, impulsi, immagini ricorrenti e persistenti, vissuti come intrusivi, che causano ansia o disagio marcati. In età evolutiva, le ossessioni più frequenti possono essere collegate a timori di contaminazione, timori di farsi del male o di fare del male a qualcuno, bisogno di simmetria ed ordine. Le compulsioni, invece, possono essere mentali (ad esempio pregare, contare, ripetere parole nella mente) o comportamentali (lavarsi le mani, riordinare, controllare). La persona si sente obbligata a mettere in atto questi comportamenti in risposta ad un’ossessione. In età evolutiva le compulsioni riguardano principalmente rituali di controllo, lavaggio, ordine, simmetria. Per identificare un comportamento di natura ossessiva-compulsiva vanno osservati: il tempo, in quanto le ossessioni e le compulsioni comportano una notevole perdita di tempo; il contenuto bizzarro; il disagio provato in quanto i sintomi compromettono la qualità di vita del bambino e della famiglia. La diagnosi in età evolutiva E’ fondamentale, soprattutto in età evolutiva, diagnosticare ed intervenire precocemente affinché il disturbo non si cronicizzi nel tempo. La differenza tra il disturbo che si manifesta in età evolutiva e in età adulta sta nell’insight: i bambini non riconoscono come irragionevoli le loro ossessioni e compulsioni e, spesso, minimizzano i sintomi per paura o per sensi di colpa. Ciò può ostacolare non soltanto la diagnosi, ma anche la pianificazione dell’intervento. Come intervenire? Il trattamento d’elezione del DOC risulta essere la terapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo non è soltanto quello di ridurre i sintomi ossessivi e compulsivi, ma migliorare la qualità di vita del bambino e della sua famiglia. La terapia è quindi orientata anche al miglioramento dell’autostima, delle abilità sociali, delle relazioni familiari e del funzionamento scolastico del bambino/adolescente. E’ molto importante coinvolgere nella terapia i genitori o altre figure educative che ruotano intorno al bambino per eliminare le risposte comportamentali che rinforzano i sintomi del DOC promuovendo il ricorso a strategie di problem solving adeguate.

L’alessitimia

Il termine alessitimia o alexitimia deriva dal greco (a- significa «mancanza», lexis «parola» e thymos «emozione») con il significato di “mancanza di parola per esprimere le emozioni” ed è stato coniato da Sifneos nel 1973 successivamente ad una serie di colloqui effettuati con pazienti con malattie psicosomatiche classiche. Ad oggi, possiamo definire l’alessitimia un costrutto dimensionale o tratto di personalità (Taylor, Bagby, Parker, 1991). Le persone alessitimiche hanno difficoltà a mentalizzare i propri stati mentali interni e per questo possono avere difficoltà a gestire le proprie emozioni in modo sano. Possono essere più propensi a reagire in modo impulsivo o compulsivo (ad esempio abbuffarsi di cibo o l’abuso di sostanze) (Caretti, La Barbera, 2005). Il concetto di alessitimia (Nemiah, Freybarger e Sifneos, 1976) è multisfaccettato in quanto costituito: dalla difficoltà nell’identificare e descrivere le proprie emozioni (con un vocabolario emotivo limitato), dalla difficoltà nel distinguere i sentimenti emotivi dalle sensazioni corporee, uno “stile di pensiero orientato all’esterno”, un’immaginazione e attività fantasmatica limitata. Per comprendere a pieno l’alessitimia, è importante capire la differenza tra emozioni (emotions) e sentimenti (feelings). Le emozioni (emotions) sono risposte biologiche innate che sono mediate dal sistema nervoso centrale. Sono spesso accompagnate da cambiamenti fisici, come il battito cardiaco accelerato, la sudorazione o la tensione muscolare. Le emozioni sono fondamentali per la sopravvivenza della specie, poiché ci aiutano a rispondere a situazioni di pericolo o di stress. I sentimenti (feelings), invece, sono esperienze soggettive che si basano sulle emozioni. Sono mediati dal cervello e dipendono da fattori individuali, come la cultura, le esperienze personali e le credenze. I sentimenti ci aiutano a comprendere e interpretare le nostre emozioni. Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comprendere e interpretare i loro sentimenti. Possono provare emozioni, ma non sono in grado di identificarle o di descriverle in modo appropriato. Possono anche avere difficoltà a comprendere le emozioni degli altri (Taylor, 2004). Bibliografia Caretti, V., & La Barbera, D. (2005). Alessitimia. Valutazione e trattamento. Roma: Astrolabio Nemiah, J. C., Freyberger, H., & Sifneos, P. E. (1976). Alexithymia: A view of the psychosomatic process. In O. W. Hill (Ed.), Modern trends in psychosomatic medicine (Vol. 3; pp. 430-439). London: Butterworths. Sifneos, P. E. (1973). The prevalence of “alexithymic” characteristics in psychosomatic patients. Psychotherapy and Psychosomatics, 22(2-6), 255–262. Taylor, G. J. (2004). Alexithymia: 25 years of theory and research. In I. Nyklíček, L. Temoshok, & A. Vingerhoets (Eds.), Emotional expression and health: Advances in theory, assessment and clinical applications (pp. 137–153). Brunner-Routledge. Taylor, G. J., Bagby, R. M., & Parker, J. D. (1991). The alexithymia construct: A potential paradigm for psychosomatic medicine. Psychosomatics: Journal of Consultation and Liaison Psychiatry, 32(2), 153–164.

Sensation seeking: il piacere nel rischio

Che cos’è la sensation seeking? L’essere umano è sempre stato attratto dall’idea dell’avventura e dell’eccitazione; per alcune persone, però, questa ricerca di stimolazione è più spasmodica che per altre. La tendenza verso la ricerca del rischio ha interessato diversi studiosi ricercatori nel campo della psicologia, portando alla formulazione del concetto di “sensation seeking”. La ricerca di sensazioni, chiamata appunto sensation seeking, rappresenta uno dei motivi impliciti che può spingere un individuo a preferire attività rischiose nella scelta di come impiegare il proprio tempo. Questa spinta motivazionale è direttamente correlata alla ricerca di novità (novelty seeking) e si riflette nella volontà di percepire sensazioni nuove ed intense.  La sensation seeking, nello specifico, è un tratto di personalità che fa riferimento alla ricerca di esperienze nuove e complesse e alla volontà di correre dei rischi correlati alle emozioni intense che ne possono scaturire. Per i sensation seeker, ovvero le persone che ricercano questo tipo di stimoli, non è importante il risultato finale dell’attività, bensì il piacere provato nell’affrontare e padroneggiare la situazione rischiosa. Ad esempio, non sarà fondamentale raggiungere la vetta, ma arrampicarsi privi dei necessari supporti in luoghi poco agevoli.  Differenze individuali  Marvin Zuckerman, professore presso l’Università del Delaware, ha individuato per primo la sensation seeking, descrivendola come “un tratto definito dalla ricerca di comportamenti a rischio, sensazioni ed esperienze varie e intense, e dalla disponibilità a correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari, per il piacere di tali situazioni”. La sua spiegazione alla base della sensation seeking si basa un modello in cui fattori genetici, biologici, psicofisiologici e sociali si trovano ad interagire tra loro, influenzando così le preferenze individuali ed i conseguenti comportamenti ed atteggiamenti. Diversi studi, tra cui si possono citare nuovamente quelli di Zuckerman, hanno fatto emergere una differenza significativa che contraddistingue le persone con un alto livello di ricerca di sensazioni: l’arousal. L’arousal, ossia il livello di attivazione del sistema nervoso, risulta essere tendenzialmente più elevato in queste persone e ciò porta ad una necessità di sensazioni più intense per raggiungere il loro livello ottimale di eccitazione e poter percepire la stimolazione. Caratteristiche della sensation seeking Al fine di valutare le differenze individuali nella stimolazione sensoriale necessaria per potersi sentire attivati, Zuckman ha elaborato una scala specifica, la Sensation Seeking Scale. Tale questionario è stato elaborato strutturando il costrutto in quattro differenti componenti: Ricerca di brivido e d’avventura (thrill and adventure seeking): riflette una tendenza a favorire attività rischiose nell’impiego del proprio tempo libero che portino a sensazioni forti; Ricerca di esperienze (experience seeking): riguarda il desiderio di provare nuove attività stimolanti di differenti tipi che riflettano una diversità ed un’originalità; Disinibizione (disinhibition): fa riferimento ad una tendenza a liberarsi delle inibizioni in differenti contesti sociali attraverso, ad esempio, comportamenti eccessivi durante le feste, comportamenti sessuali promiscui, elevato consumo di alcolici; Suscettibilità alla noia (boredom susceptibility): indica una tendenza ad evitare tutto ciò che può apparire monotono e ripetitivo, il che comprende l’esclusione di vari eventi e contesti sociali ma anche di persone ritenute noiose. Conclusioni Un alto livello di sensation seeking può portare le persone ad essere più aperte a nuove esperienze, a viaggi avventurosi con conseguente conoscenza del mondo e delle varie culture, può anche portare ad una maggiore creatività, innovazione e successo personale. Tuttavia, la scarsa percezione del rischio, o meglio la ricerca attiva dello stesso, può comportare anche rischi significativi. La ricerca di sensazioni, infatti, potrebbe portare le persone ad un’inclinazione verso comportamenti pericolosi, quali abuso di sostanze o guida spericolata, i quali potrebbero causare grandi rischi per la propria salute. Inoltre, sono emerse correlazioni anche con una maggiore vulnerabilità riguardante la salute mentale, in quanto la difficoltà nel trovare attività soddisfacenti nella quotidianità potrebbe portare a sintomi ansioso-depressivi. Bibliografia  De Beni, R., Carretti, B., Moe, A., & Pazzaglia, F. (2008). Psicologia della personalità e delle differenze individuali (pp. 1-229). Il mulino. Earleywine, M., & Finn, P. R. (1991). Sensation seeking explains the relation between behavioral disinhibition and alcohol consumption. Addictive behaviors, 16(3-4), 123-128. Kish, G. B., & Donnenwerth, G. V. (1969). Interests and stimulus seeking. Journal of Counseling Psychology, 16(6), 551. Malkin, M. J., & Rabinowitz, E. (1998). Sensation seeking and high-risk recreation. Parks and Recreation, 33(7), 34-40. Zuckerman, M. (1971). Dimensions of sensation seeking. Journal of consulting and clinical psychology, 36(1), 45. Zuckerman, M. (1984). Sensation seeking: A comparative approach to a human trait. Behavioral and brain sciences, 7(3), 413-434. Zuckerman, M. (1994). Behavioral expressions and biosocial bases of sensation seeking. Cambridge university press. Zuckerman, M. (2014). Sensation seeking (psychology revivals): Beyond the optimal level of arousal. Psychology Press. Zuckerman, M., 1979. Sensation seeking: beyond the optimal level of arousal. L. Erlbaum Associates. Zuckerman, M., Eysenck, S. B., & Eysenck, H. J. (1978). Sensation seeking in England and America: cross-cultural, age, and sex comparisons. Journal of consulting and clinical psychology, 46(1), 139.

“L’Importanza dell’Autostima nella Tua Vita”

di Viviana Loffredo L’autostima è un aspetto fondamentale della nostra salute mentale e del nostro benessere emotivo. Rappresenta il modo in cui ci percepiamo e il valore che attribuiamo a noi stessi. Un’adeguata autostima è essenziale per affrontare le sfide della vita, costruire relazioni sane e realizzare i nostri obiettivi. Cos’è l’autostima? L’autostima è la fiducia e il rispetto che nutriamo per noi stessi. Si basa sulle nostre percezioni e valutazioni personali, influenzate dall’esperienza di vita, dall’educazione, dalle relazioni e dalle realizzazioni personali. Un’alta autostima è spesso associata a un senso di sicurezza, capacità di prendere decisioni consapevoli e affrontare le sfide con resilienza. Importanza dell’autostima: 1. Relazioni Salutari: Un’adeguata autostima è cruciale per costruire relazioni sane. Quando ci amiamo e rispettiamo, siamo più propensi a stabilire relazioni basate sul rispetto reciproco e sulla comunicazione aperta. 2. Successo Personale: Un’autostima sana è un catalizzatore per il successo personale. Le persone con una buona autostima sono più propense a fissare obiettivi ambiziosi e a lavorare per raggiungerli. 3. Salute Mentale: Una bassa autostima è spesso correlata a problemi di salute mentale come l’ansia e la depressione. Al contrario, una sana autostima può contribuire a una migliore salute mentale. 4. Resilienza: L’autostima è un fattore chiave nella resilienza. Le persone con una buona autostima affrontano meglio le avversità e si riprendono più rapidamente dalle delusioni. Come sviluppare l’autostima: 1. Autocoscienza: Comincia con l’autocoscienza. Riconosci i tuoi punti di forza e le aree in cui desideri migliorare. 2. Accetta i Fallimenti: Accetta che i fallimenti fanno parte della vita. Impara dalle tue esperienze senza giudicarti duramente. 3. Comunicazione Positiva: Sii gentile con te stesso nella tua conversazione interna. Sostituisci pensieri negativi con affermazioni positive. 4. Imparare a Dire No: Impara a stabilire confini sani e dire “no” quando è necessario. Rispettare i tuoi bisogni è un segno di autostima. 5. Cura di Te Stesso: Fisicamente ed emotivamente. Mangia sano, fai esercizio fisico e dedica del tempo alle tue passioni. 6. Cerca Supporto: Non esitare a cercare il supporto di amici, familiari o professionisti se hai bisogno di aiuto nell’aumentare la tua autostima. L’autostima è un elemento chiave per una vita soddisfacente e appagante. Investire nel tuo sviluppo personale, nella tua autostima e nella tua fiducia in te stesso può fare una differenza significativa nelle tue relazioni, nel tuo successo e nel tuo benessere generale. Ricorda, sei un individuo unico e prezioso, e meritare il rispetto e l’amore, in primo luogo da te stesso.

La paralisi cerebrale infantile: una diagnosi dalla A alla Z

La paralisi cerebrale infantile (anche nota con l’acronimo PCI) è la causa più comune di disabilità intellettiva in età evolutiva. E’ definita come un gruppo di disordini dello sviluppo del movimento e della postura che causano una limitazione delle attività di deambulazione.  Come si manifesta? Le manifestazioni sono molteplici e variano da soggetto a soggetto, ma solitamente dalle primissime osservazioni compare una debolezza nel tono muscolare ed uno stentato controllo dei movimenti. La sua natura è genetica, i bambini con PCI non percorrono le normali fasi dello sviluppo quanto piuttosto un loro personale sviluppo delle funzioni residue. E’ una condizione permanente e i problemi che ne derivano non possono estinguersi, ma possono modificarsi nel tempo. I bambini apprendono strategie per far fronte alla loro situazione man mano che che crescono e il trattamento spesso determina miglioramenti significativi nelle aree funzionali interessate. I percorsi riabilitativi per questo tipo di disturbo sono sempre personalizzati poichè influenzati dalle risorse residuali e dalle aree di potenziamento. In linea di massima, il primo principale obiettivo posto dalla famiglia quanto dagli specialisti riguarda il raggiungimento di una certa dose di autonomia. Mentre la medicina ha la necessità di individuare le caratteristiche che “inseriscono” un soggetto all’interno di una categoria nosografico-descrittiva, la psicologia ha piuttosto bisogno di evidenziare i tratti esclusivi che danno specificità alla persona e che consentono di strutturare per lei un piano di lavoro individualizzato.  Si può parlare di disabilità intellettiva quando il Q.I. si colloca su un valore al di sotto dei 70-75/100 e le difficoltà specifiche investono più aree: comunicazione, cura di sè, relazione, basse prestazioni scolastiche.  Disabilità intellettiva a scuola La scuola di oggi, per poter essere definita come “scuola inclusiva” è chiamata a rispondere alla varietà di bisogni espressi dagli alunni. A tal proposito, dunque, risulta necessario che all’insegnante vengano forniti strumenti utili per cogliere in tempo le difficoltà riscontrate dall’alunno nonchè provare a sfruttare tutte le risorse dello studente affinchè si avvicini sempre di più alla “normalità”. Gli interventi rispetto a questo tipo di disturbo coinvolgono diverse figure professionali. Nell’interazione col bambino è molto utile l’utilizzo di alcune tecniche volte a favorire l’apprendimento di nuove competenze. In particolare l’insegnante si rifà all’uso di un apprendimento di tipo “sensoriale” attraverso l’uso di plastilina, sabbiera, costruzioni e pittura. Bibliografia Bratton, S.C., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005), “The Efficacy of Play Therapy with Children: A Meta-Analytic Review of Treatment Outcomes”, American Psychological Association, Professional Psychology: Research and Practice, Vol. 36, No. 4, pp. 376-390Celi, F. (2005), “Le nuove tecnologie per il ritardo mentale e i disturbi di apprendimento”, INDIRECrawford, M.R., & Schuster, J.W. (1993), “Using Microswitches to Teach Toy Use”, Journal of Developmental and Physical Disabilities, n. 5, pp. 349-368.De Neri, M. (2004), Neuropsichiatria dell’età evolutiva – Neurofisiopatologia, Psicopatologia dello sviluppo, Clinica e Terapia, Padova: Piccin.Glennen, S.L., & De Coste, D.C. (1997), The Handbook of Augmentative and Alternative Communication, San Diego: Singular Publishing Group.Griffith, M. (2002), “The Educational Benefits of Videogames”, Education and Health, vol. 20, n. 3, pp.47-51.Guerra Lisi, S., La Malfa, G., & Masi, G. (1997), Viaggio nel ritardo mentale – Aspetti clinici e riabilitativi: un modello integrato, Pisa: Edizioni del Cerro.

MARCHE IDEOLOGIE: IL CASO BARILLA

De Martini conia il termine marche ideologie: egli sostiene che al giorno d’oggi una marca vincente è simile a un’ideologia. In questo articolo analizzeremo il caso Barilla. Per farci capire questo concetto usa un esempio in cui chiede a quali di questi eventi CocaCola riuscirebbe a sopravvivere: A causa di una misteriosa catastrofe naturale, nel giro di una notte CocaCola perde tutte le proprie unità produttive A causa di una misteriosa patologia collettiva, tutte le persone al mondo perdono memoria di CocaCola. Il primo evento sarebbe sicuramente un problema, ma una volta ricostruiti gli stabilimenti CocaCola potrebbe riprendere da dove si è interrotto. Il secondo evento è molto più grave perché si perderebbero gli anni in cui CocaCola è riuscita a costruire il proprio capitale di immagine. Questo per un’azienda come CocaCola è ben più pericoloso e nocivo rispetto a un puro danno materiale ed economico.  Le marche ideologie sono quei brand il cui patrimonio culturale di significati e di valori è nettamente più importante rispetto ai propri asset materiali.  De Martini parla di marche-istituzione, cioè quelle marche che meglio di altri hanno saputo individuare un bisogno profondo e condiviso e hanno saputo costruire una serie di ideali a partire dall’identificazione di esso. Vediamo ora come Barilla è entrata a far parte delle marche ideologie, considerando l’evoluzione della sua comunicazione: A fine anni ’60, la comunicazione passa su Carosello, è presente un’esibizione di Mina che canta ed è una pubblicità molto lunga in quanto c’è una spiegazione di come si prepara la pasta Il brand diventa colui che offre uno spettacolo (esibizione di Mina che canta), viene usato un testimonial che promuove l’italianità della pasta (Mina è la voce d’Italia, dunque Barilla è la pasta d’Italia) e il focus è sul prodotto e sugli aspetti funzionali (si sottolinea il tempo di cottura). 2. Negli anni ’70-’80 si introduce l’elemento della famiglia, del pranzo come tipico momento italiano, la gioia del mangiare insieme. Si mette in scena un rituale, cioè quello dell’Italia della periferia e della provincia in cui tutti a mezzogiorno si fermano per la pausa pranzo. L’ideologia di Barilla inizia ad avere gli elementi tipici della cerimonia e sacralità. Tuttavia, non sparisce del tutto l’aspetto funzionale, che torna sul finale. 3. Negli anni ’80 si toccano note più emotive rispetto agli spot precedenti. Si lancia lo slogan “Dove c’è Barilla c’è casa”. Si parla poco del prodotto, ma c’è un’associazione tra Barilla e la casa. Barilla mette qui a punto la sua ideologia: “Barilla è casa ed è famiglia“. 4. Negli anni ’90-2000, Barilla porta avanti il suo messaggio, adattandolo ai cambiamenti del contesto storico e sociale caratterizzato dalla diffusione delle prime tecnologie. Lo spot mostra una coppia lontana ma che si sente vicina perché mangia la stessa pasta.  5. Negli anni 2000, lo spot riprende Mina e quindi l’elemento dell’italianità, mettendo un focus sulle radici e sulla tradizioni 6. Nel 2013, Guido Barilla durante un’intervista dice “Sono per la famiglia tradizionale”. Se fosse successo qualche anno prima magari ci sarebbe stato un minore effetto, ma nel 2013 anche per la presenza dei social media quest’affermazione determina uno scandalo.   7. Nel 2015, si realizza un’altra pubblicità dove c’è una famiglia “diversa” (nello spot, infatti, ci sono solo padre e figlia). 8. Nel 2018, c’è un’altra polemica perché ci si accorge che sui pacchi di pasta c’è scritto che non tutto il grano utilizzato è grano italiano (in quest’epoca c’è un’attenzione particolare al Made in Italy). Si realizza un nuovo spot in cui c’è un nuovo slogan, non c’è più la frase “Dove c’è Barilla c’è casa”, ma c’è la promozione di una nuova linea di pasta fatta solo con grano italiano (in risposta alla polemica). Tuttavia, è una pubblicità molto diversa da tutte quelle precedenti e si perde un po’ l’ideologia storica di Barilla. Sembra più una risposta a una polemica e non un cambiamento di direzione preso con cognizione di causa. Si uniscono troppi elementi nuovi e sembra che la cosa più importante non sia più che “Pasta è casa”, ma il legame tra Barilla e l’italianità.  9. Infine, nel 2022 Barilla ha anche cambiato logo. Nel nuovo logo compare la scritta “dal 1877”. Forse Barilla sta cambiando la sua ideologia, legandola più al concetto di tradizione italiana e non più casa e famiglia. BIBLIOGRAFIA De Martini, A. (2017). Brand Narrative Strategy: il segreto dell’onda. Milano: Franco Angeli

Travel Therapy

La valenza terapeutica del viaggio è stata al centro di varie ricerche scientifiche, che hanno indagato come, a livello neurale e psicologico, l’esplorazione abbia un impatto positivo sul benessere mentale.  In generale, i ricercatori concordano riguardo al fatto che il cambio di scenario abbia una sorta di effetto domino sull’umore, stimolando gli ormoni della felicità e generando quindi un senso di serenità che si propaga in tutto il corpo.  Da notare che, quando si viaggia, complice il cambio di abitudini, ritmi, cultura e ambiente, si tende a reagire in modo diverso agli imprevisti e ai problemi che possono presentarsi nel corso di una vacanza. Quello che, nella vita di tutti i giorni, potrebbe essere un’ulteriore fonte di stress, durante un viaggio viene spesso gestito in modo decisamente più rilassato. L’effetto benefico del viaggio sembrerebbe essere immediato. Secondo un’indagine condotta da Expedia e Research Now e pubblicata dall’Ansa, il 31 % degli italiani afferma di sentirsi soddisfatto subito dopo aver prenotato una vacanza e il 48% dice di percepire sensazioni positive al termine dell’acquisto. Questa sensazione di benessere riemerge al momento della partenza. Questa progressiva presa di coscienza dei benefici del viaggio sulla psiche ha dato origine a una nuova mini-sezione della psicologia che viene definita “travel therapy”. Come l’espressione suggerisce, si tratta di una sorta di terapia finalizzata ad aiutare le persone a sopravvivere ai momenti di disagio, una via di guarigione per coloro che, in un dato momento della loro esistenza, si sono sentiti smarriti, confusi, bisognosi di trovare risposte ai loro dubbi. Viaggiare diviene così una sorta di terapia psicologica volta a ritrovare sé stessi, per guarire le ferite dell’anima e per superare i propri limiti, in modo che, al ritorno, ci si senta pronti per affrontare un nuovo capitolo della propria esistenza.  In questi percorsi tesi al conseguimento del benessere psicologico, l’individuo svolge un’attività introspettiva che lo porta a esplorare le proprie emozioni e sensazioni, fino a raggiungere l’obiettivo, che è quello di rigenerarsi e migliorare la propria qualità di vita.