Lavoro: il 2022 è l’anno dei record per le dimissioni volontarie

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Negli ultimi due anni la pandemia e i cambiamenti che ci siamo trovati ad affrontare, hanno portato ad una vera e propria restaurazione del lavoro. Il lavoro agile e la ricerca dell’equilibrio tra vita privata e professionale, hanno innescato dei fenomeni di massa come la Great Resignation, la Yolo Economy e il Quiet Quitting. Gli scenari che hanno caratterizzato il 2019 erano il preludio di una situazione ben più radicata, che ha raggiunto il suo apice nell’anno appena trascorso. Stando ai report sulle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro, infatti, emerge che le dimissioni registrate nei primi nove mesi del 2022 ammontano a oltre 1,6 milioni, il 22% in più rispetto allo scorso anno. Un dato record che ci spinge a riflettere sulle cause di questa tendenza controcorrente che sta diventando sempre più diffusa. Tra le motivazioni indagate nel report dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano, spicca una condizione diffusa di malessere psicologico sperimentato nell’ambiente di lavoro. I livelli di ansia e stress lavoro correlato sono due importanti campanelli d’allarme che dicono tanto sullo stato di salute psicologica di un’organizzazione. Una delle paure più diffuse dei lavoratori di oggi è quella di cronicizzare lo stress e cadere nella trappola del burnout. La ragione delle dimissioni di massa è proprio la ricerca di condizioni migliori che possano migliorare la qualità di vita. Nasce la necessità di non accontentarsi più, di reiventarsi per ambire a un ambiente di lavoro più sano in cui crescere e dar sfogo alle proprie ambizioni. Questa ritrovata consapevolezza ci spinge a ricercare un lavoro con un salario più consono; una ripartizione delle ore di lavoro che permetta di coltivare la propria vita privata, i propri affetti e interessi; e che ci faccia sentire realizzati e valorizzati. Questa ennesima Great Resignation è il riflesso di una profonda trasformazione della nostra società. Il Covid 19 ha costretto le persone a rivedere le proprie priorità, spostando il baricentro della propria vita su elementi tanto essenziali quanto trascurati. Il lavoro non può più essere un aspetto totalizzante della vita, ma un tassello in un puzzle molto più ampio, fatto di relazioni e affetti.

Autismo e Musica: il filo invisibile della cura

Le persone autistiche vivono, come tutti, emozioni anche molto forti, ma spesso faticano a provare empatia e a comunicare attraverso il linguaggio. Anche la musica è un linguaggio, un linguaggio speciale, che veicola pochi significati precisi ma potenti emozioni, e per sua natura aggrega le persone. Uno degli aspetti più problematici dell’autismo riguarda il riconoscimento delle emozioni. Alle persone con autismo risulta, infatti, difficile comprendere stati evidenti a tutti quali la gioia, la tristezza, l’allegria, la preoccupazione. Musicoterapia e autismo sono legati “a doppio filo”, perché la terapia attraverso la musica può essere di grande aiuto per tali bambini e soprattutto offre la possibilità di progressi imminenti. Cos’è la musicoterapia La musicoterapia è un trattamento che prevede l’utilizzo consapevole di interventi musicali per raggiungere obiettivi terapeutici. Viene effettuato da un professionista che ha completato una specifica formazione specialistica. Grazie alla musica, il terapeuta cerca di affrontare e soddisfare i bisogni fisici ed emotivi dei pazienti. Le problematiche che possono essere trattate dalla musicoterapia sono varie e tra queste rientrano il ritardo del linguaggio e l’autismo. La musicoterapia è diventata uno strumento usato nella terapia per i disturbi dello spettro dell’autismo perché aiuta a stimolare entrambi gli emisferi del cervello. e’ fortemente organizzativa e fornisce una stimolazione multisensoriale. Il compito dello specialista è quello di veicolare le informazioni attraverso tecniche specifiche, per fare in modo che i bambini le possano recepire con maggiore prontezza. Autismo e musica: come agisce la musicoterapia Le persone con disturbo dello spettro autistico hanno spesso una particolare sensibilità verso la melodia e può essere quindi usata anche come rinforzo per premiare i comportamenti positivi. La musica, infatti, stimola il rilascio di dopamina: un neurotrasmettitore che invia uno stimolo piacevole al cervello. La musicoterapia per bambini autistici permette quindi di mantenere alto il coinvolgimento dei piccoli pazienti e, di conseguenza, la capacità di recepire gli insegnamenti. Il terapeuta ha le competenze per individuare il tipo di musica che tocca le corde del singolo bambino, creando connessioni speciali e aumentando la fiducia nel paziente. Le sedute di terapia possono svolgersi sia in gruppo, sia con un solo bimbo alla volta. Le tecniche utilizzate nel piano di musicoterapia per bambini con diagnosi di autismo sono varie e alcuni esempi includono anche improvvisazioni. L’impatto di tali tecniche è molto forte e può condurre a risultati inaspettati. Coloro che intraprendono questo percorso, migliorano la comunicazione, sviluppano la capacità di concentrazione e imparano a rapportarsi in modo migliore agli altri. Inoltre, è opportuno sottolineare che nei bambini con autismo possono manifestarsi stati di ansia con un’intensità maggiore rispetto ai loro coetanei, a causa del modo in cui percepiscono gli stimoli esterni. La musicoterapia è di aiuto anche nella gestione di alcune di queste situazioni, perché consente di alleviare la tensione o ridurre stati di arousal. Con il supporto della musica, i pazienti possono imparare nuove parole o capire come agire in determinate situazioni, sulla base del messaggio che il brano sta esprimendo. Gli obiettivi terapeutici primari vengono solitamente raggiunti dopo un ciclo di terapia (minimo di 6/12 mesi), ma questa previsione varia in base al profilo clinico del bambino. Al raggiungimento del primo traguardo, lo specialista può decidere di stabilire ulteriori obiettivi, via via più complessi. In questo modo, le abilità del bambino/ragazzo migliorano sempre più. Tutte le nozioni apprese durante le sedute di musicoterapia, aiutano i pazienti con autismo ad acquisire maggiore consapevolezza. Un altro importante effetto della musicoterapia per i bambini autistici è infatti quello di accrescere la fiducia in sé stessi. Il miglioramento della qualità dell’ascolto è uno dei principali obiettivi non solo dell’educazione musicale, ma della stessa educazione alla comunicazione reciproca. Nel progettare attività che aiutino il bambino con difficoltà di relazione è importante partire dagli aspetti semplici e individuali per andare verso la strutturazione di attività che guardino al miglioramento delle capacità di ascolto dell’insieme. Perchè la usicoterapia per l’autismo? Gli individui con disturbo dello spettro autistico spesso mostrano maggiore interesse, capacità di elaborazione, risposte e talento con la musica, la quale fornisce un mezzo non minaccioso, sicuro e piacevole. Permette l’esplorazione e l’apprendimento di nuove abilità quali comunicazione sociale, emotività, sonsorialità. Va sottolineato che gli individui con disturbo dello spettro autistico sono in grado di eseguire compiti attraverso la musicoterapia che potrebbero non essere in grado di fare attraverso altre terapie. Gli interventi di musicoterapia, inoltre, utilizzano storie sociali che “adattate” correttamente possono modificare il comportamento e raggiungere l’insegnamento di nuove abilità. Bibliografia Autismo e Musica: I Materiali Erickson, 2012. Brownell, 2003.

LE EMOZIONI NEL MARKETING SOCIALE

le emozioni

Numerosi studi hanno dimostrato che l’uso delle emozioni nelle campagne di marketing sociale può fare la differenza nel diffondere in maniera efficace un messaggio e nel farlo ricordare. La scelta delle tonalità emotive dipende dal target e dal comportamento preso in considerazione. In passato, le comunicazioni preventive si basavano principalmente su emozioni forti come la paura. Secondo il Parallel Process Model di Leventhal, però, ci sono dei limiti nell’uso di questi tipi di emozioni. A fronte di un messaggio pauroso, ci possono essere due conseguenze diverse: 1. Controllo della paura: È un processo primariamente difensivo che si attiva nel momento in cui si è esposti a uno stimolo particolarmente intenso da un punto di vista emotivo. Può presentarsi nella forma di evitamento difensivo o di reattanza.  Nel primo caso, la persona tende a non pensare al rischio e a mettere in atto comunque il comportamento.  Nel secondo, invece, la persona tende a credere che il messaggio preventivo sia un modo per limitare la sua libertà. Si verrebbe così a creare un effetto boomerang in quanto la comunicazione sociale potrebbe portare l’audience a ribellarsi all’appello promosso perché lo percepiscono contrario alla propria libertà. 2.Controllo del pericolo È un meccanismo che permette di attivare un processo cognitivo in cui la persona assume una maggior consapevolezza sul comportamento e sul rischio e ragiona su cosa può fare per evitare quello stimolo, anche solamente da un punto di vista puramente emotivo. Nell’ottica di riuscire a costruire una buona campagna di marketing sociale che sfrutti l’emozione della paura, bisogna tenere conto alcuni punti chiave. Credibilità della paura. Immagini angoscianti e messaggi che enfatizzano la gravità del rischio possono emozionare il pubblico e attirare la sua attenzione, ma se eccessive potrebbero far sentire il problema lontano da loro e dunque ridurne l’efficacia. Livello di paura di un messaggio. Non deve essere eccessivo perché altrimenti rischia di paralizzare il pubblico e di suscitare fatalismo o rifiuto. È essenziale analizzare quale sia già il livello di preoccupazione dell’audience sul tema per bilanciare adeguatamente il messaggio. Infine, non è sufficiente suscitare emozioni con il messaggio, ma questo deve anche suggerire una soluzione pratica al problema che il pubblico può mettere in atto. Oltre alla paura, si può fare appello anche ad altre emozioni. Il senso di colpa può essere efficace soprattutto nei contesti in cui il comportamento può causare conseguenze negative su altre persone e quando questo dipende da noi stessi.  Il senso di colpa nasce, infatti, dal terrore di infrangere i propri canoni etici e morali. Questo porterebbe una conflittualità interna alla persona, la quale sarebbe poi stimolata a mettere in atto i comportamenti proposti da una campagna di marketing sociale per sentirsi meglio con se stessi.  Proseguendo, le comunicazioni che si basano sulla rabbia veicolano tipicamente messaggi che enfatizzano le conseguenze negative di un evento causato intenzionalmente da un’altra persona per attirare l’attenzione dell’audience sull’importanza di trovare delle soluzioni. L’obiettivo è quello di suscitare rabbia contro chi ha causato l’evento e di attivare l’audience verso una soluzione. Ovviamente anche in questo caso c’è un doppio lato della medaglia: con questi appelli si rischia poi di stigmatizzare il gruppo verso cui si suscita tale emozione. La tristezza, invece, provoca un senso di empatia e un’immedesimazione con il soggetto principale/vittima della campagna. Sono più efficaci tra persone più mature, femminili e inclini a mettersi in discussione su emozioni negative. L’uso dell’ironia nelle campagne di marketing sociale, invece, si associa alla reazione di sorpresa e può essere efficace nell’attrarre l’attenzione dei target tendenzialmente più distratti e meno motivati rispetto al tema Risultano più efficaci tra i più giovani e nel target maschile. Infine, un filone crescente di studi sta anche dimostrando come le emozioni positive siano oggi importanti per modificare il comportamento dell’audience e risultano più efficaci delle precedenti.  Nel caso della prevenzione della salute, non si sottolineano le minacce e i fattori di rischio, ma quanto si può raggiungere positivamente con il cambiamento comportamentale. Tra quelle più utilizzate ci sono la gioia, la tenerezza e la speranza. Solitamente si usano messaggi con toni più pacati e soft che aumentano il senso di efficacia. Ad esempio, in una campagna preventiva nei confronti del tumore al seno si cerca di costruire una rappresentazione più positiva dello screening, dando speranza e facendo vedere che si può affrontare il tumore “in modo positivo” e senza stigma, senza isolarsi ma mantenendo le relazioni sociali. Da questo articolo si evince che la scelta delle diverse emozioni dipende dall’obiettivo della comunicazione e dal target di riferimento. L’uso delle emozioni è più efficace se bisogna creare una prima consapevolezza su un determinato tema, mentre se si ha come obiettivo quello di avere un cambiamento comportamentale è meglio optare per altre strategie. BIBLIOGRAFIA Holbrook, M. B., & Batra, R. (1987). Assessing the role of emotions as mediators of consumer responses to advertising. Journal of consumer research, 14(3), 404-420 Witte, K. (1994). Fear control and danger control: A test of the extended parallel process model (EPPM). Communications Monographs, 61(2), 113-134

Cosa vuol dire Crossdressing?

Il termine Crossdressing indica l’atto o l’abitudine di travestirsi e quindi di indossare, pubblicamente e/o in privato, indumenti comunemente associati al sesso opposto.  La persona che pratica il Crossdressing viene definita Crossdresser. Il Crossdressing viene attuato principalmente da uomini, ma può essere praticato anche dalle donne, indipendentemente dall’identità di genere percepita e dall’orientamento sessuale. Il termine crossdressing viene spesso confuso con quello di Travestitismo, ma in realtà le due parole non sono sinonimi. Il travestitismo, infatti, è sempre stato associato all’omosessualità e alla transessualità. Crossdressing è, invece, un termine neutro, che non si carica di connotazioni sessuali e che, anche nei casi in cui oggi venga praticato come feticismo sessuale, viene di solito messo in atto dagli eterosessuali. La classica connotazione sessuale di cui si caricano tanto l’abbigliamento maschile quanto quello femminile, è ormai superata. L’outfit parla di sé e diventa un mezzo per sentirsi a proprio agio.  Una gonna, un paio di scarpe con il tacco, delle calze autoreggenti, una camicia o una giacca dal taglio maschile, smettono di far parte esclusivamente dell’universo maschile o femminile.  Piuttosto, diventano capi e accessori adattabili tanto al corpo dell’uomo quanto a quello della donna, donando una sensazione di confort e di libertà senza uguali a chi li indossa. Il crossdressing non si limita soltanto a un’attività o a una professione: sono infatti tante le persone che si travestono per piacere personale, ludico, sessuale e non.  Ci sono poi motivazioni ben più serie alla base di questa pratica: in molti Paesi, per giornalisti e militari (soprattutto donne) il crossdressing diventa una copertura, un modo per passare inosservate e difendersi da situazioni ancora fortemente retrograde. Troviamo inoltre tantissimi esempi di crossdressing nel cinema e nei cartoni animati. Celebre è ad esempio l’interpretazione di Robin Williams nel film Mrs Doubtfire, dove veste i panni di una tata in là con gli anni per poter trascorrere del tempo con i propri figli.  Come dimenticare poi Lady Oscar il cartone animato tratto da un manga giapponese che ha come protagonista una ragazza nobile cresciuta come un uomo per intraprendere la carriera militare.

C’è bisogno di AMORES

In questo articolo così come anche nei prossimi vi presenterò AMORES (Attivatore Armonizzatore Modulatore Ritmico Relazionale dello Schema Corporeo), un dispositivo tecnologico messo a punto dal gruppo di lavoro della Scuola di Arteterapia Poliscreativa di cui faccio parte e che mi vede assai innamorata! Cupido permettendo, questa tecnologia è figlia di un percorso intenso di 25 anni nell’ambito dell’arteterapia e non solo. Amores viene alla luce proprio adesso non a caso, in un perido storico in cui l’uso delle nuove tecnologie, fermo restando la necessità di forme di controllo da parte della comunità, è diventato ormai praticamente indispensabile per concepire progetti di promozione umana di lunga durata ed efficacia stabile, soprattutto in grado di coinvolgere adeguatamente le nuove generazioni. Amores è un acronimo che indica in breve un Attivatore e Modulatore dello Schema Corporeo, un sensore a infrarossi che riconosce i principali movimenti articolari (testa, braccia, bacino e gambe) e li trasmette a un comune PC come un’immagine dinamica che poi riproduce sullo schermo una sottile silhoutte. Lo schema corporeo messo qui in gioco è: creativo, condiviso ed amplificato. Con concetto di Schema Corporeo intendiamo la rappresentazione cognitiva ed emotiva, consapevole ma anche inconsapevole, che abbiamo del nostro corpo e delle sue possibilità di movimento nello spazio. Questo concetto nasce all’inizio del secolo scorso e si basava fondamentalmente su aspetti neurologici identificati grazie alla correlazione tra dati anatomici e deficit funzionali. Da allora questo concetto si è molto arricchito per le ricerche neurofisiologiche, per le tecniche di neuroimaging, per i dati emersi dalla baby observation ed è stata confermata una sua connotazione particolarmente dinamica e relazionale anche grazie alla scoperta dei neuroni specchio. Questa scoperta fatta dal gruppo coordinato dal prof. Rizzolatti è stata fondamentale nel percorso che ha portato ad Amores perchè conferma la possibilità di attivare la percezione di un rispecchiamento nel movimento altrui anche soltanto grazie alla vista e all’udito. Infatti le procedure di utilizzazione di Amores non prevedono mai il contatto fisico tra i partecipanti ai nostri percorsi perché, come abbiamo modo di constatare costantemente, uguale efficacia la si può ottenere anche coinvolgendo solamente i canali visivi e acustici. Il dispositivo Amores si basa tra l’altro, sulla possibilità di ripercorrere le fasi precocissime dello sviluppo della persona quando il proprio schema corporeo era fortemente sincronizzato con quello dei suoi caregiver, grazie all’interazione strutturata con la corporeità dell’operatore, del professionista adeguatamente formato e in costante supervisione, ma senza un diretto contatto fisico. Amores non viene mai utilizzato in maniera da essere particolarmente attivante per il soggetto, in un clima invece sempre gentile e rispettoso della necessaria gradualità. Queste ed altre caratteristiche fanno del dispositivo un volano praticamente utilizzabile in ogni contesto preposto alla promozione umana e quindi ambiti clinici, formativi a qualunque livello e luoghi di socializzazione di ogni tipo. Le sue caratteristiche nello specifico si mostrano particolarmente congeniali al suo utilizo con i bambini autistici. Un modello che sta dimostrando una particolare efficacia nel descrivere l’organizzazione della mente del bambino affetto da autismo si basa sul concetto di teoria della mente che approfondiremo nei prossimi articoli. Il dispositivo infatti stimola i bambini, sia pure in un clima di gioco, per nulla impositivo ed assai graduale, a fare maggiore attenzione contemporaneamente sia ai propri movimenti che alla risposta altrui, dovendo inevitabilmente memorizzare questi dati e tenerne conto per poter determinare l’effetto desiderato. Stimola quindi ad elaborare delle teorie della mente, sia pure semplicissime e non verbalizzabili. Nei bambini autistici quello che osserviamo è di enorme interesse e veramente ci fa ben sperare che Amores possa avere degli effetti anche a lungo termine straordinari per meglio essere in grado di elaborare anche ben più complesse “teorie della mente” altrui.

Cosa stai pensando? Una domanda più difficile di quanto sembri

William James lo chiamava “flusso di coscienza”. Virginia Woolf e James Joyce ci hanno fatto vivere, con la lettura dello stream of consciousness dei loro personaggi, la straordinaria esperienza di seguire il pensiero di un’altra persona, con la velocità caleidoscopica di movimenti, battute di arresto, immagini, inserzioni di ricordi, attenzione agli stimoli sensoriali, il tutto in un alternarsi ricchissimo e cangiante. Ma se ci fermiamo a pensare a come pensiamo e tentiamo di descriverlo, anche solo a noi stessi, le cose diventano complicate. Una decina di giorni fa ho letto un bell’articolo di Joshua Rothman su The New Yorker. Il tema era complicatissimo e allo stesso tempo quotidiano, continuo e ricorrente nella nostra esperienza di veglia: cosa pensiamo e, soprattutto, in che modo pensiamo? Per immagini, per parole, con una voce interna? In che modo descrivereste il vostro modo di pensare? Rothman cita Temple Grandin, geniale autrice con autismo, diventata famosa nel 1995 con il libro “Thinking in Pictures”, che è stata capace di comunicare potentemente il valore della neurodiversità e che ha pubblicato “Visual Thinking” nel 2022. Libro che vale assolutamente la pena di leggere, per esplorare la nostra mente e quella degli altri. Temple Grandin, in breve, ipotizza un continuum di stili di pensiero: ad un’estremità ci sono i soggetti che pensano in modo “verbale”, cioè utilizzano la modalità lineare e rappresentativa propria del linguaggio, parlano mentalmente con sé stessi; all’altra estremità del continuum ci sono i “visualizzatori”, cioè coloro che pensano per immagini mentali precise, come se ragionassero attraverso l’utilizzo di vere e proprie fotografie mentali di oggetti. Tra questi due estremi, secondo la Grandin, esiste un gruppo di pensatori che sarebbero in grado di combinare il linguaggio e le immagini, il cui pensiero si muove per schemi visivi e astrazioni. Temple Grandin, per spiegare meglio il concetto, propone di immaginare il campanile di una chiesa. Le persone che pensano in modo verbale immaginano vagamente due linee in una V rovesciata. I visualizzatori di oggetti, all’opposto, descrivono campanili specifici, che hanno potuto osservare accanto a chiese reali, che richiamano facilmente alla mente. I visualizzatori spaziali, cioè il gruppo che si trova a metà del continuum, raffigurano una sorta di campanile perfetto, ma astratto: in sintesi, sembrano costruire nella mente un’immagine che mettono insieme, frutto dell’astrazione dei campanili reali delle chiese che hanno visto. Questo gruppo ha la capacità di riconoscere gli schemi ricorrenti tra i campanili delle chiese e le persone che pensano con questa modalità richiamano nella mente lo schema, piuttosto che un suo esempio particolare. L’argomento è vasto, apre le porte all’interesse per la neurodiversità e per le infinite vie della nostra mente. Fermiamoci un attimo, ora. A pensare a come pensiamo noi e a come pensano le persone che ci sono vicine. È un bel baratro in cui spaziare: da provare a descrivere a noi stessi.

Adolescenti e social networks: l’esposizione prolungata modifica il cervello

Nella società odierna i social networks si sono progressivamente sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione, dando vita a nuovi modelli relazionali. Per la prima volta un semplice strumento riesce a modificare abitudini e schemi comportamentali già consolidati. Abbiamo analizzato nei precedenti articoli gli effetti di internet e dei social networks sul comportamento umano; le ripercussioni sulla salute mentale e infine i nuovi disturbi che ne derivano. Gli adolescenti sono i più suggestionabili: l’esposizione continua e prolungata ai social networks incide significativamente sul loro sviluppo cognitivo, modificando il loro cervello. Una recentissima ricerca pubblicata su JAMA Pediatrics, condotta su ragazzi di differenti etnie ed età compresa tra i 12 ed i 15 anni, dimostra come l’utilizzo assiduo dei social networks riesca a manipolare il cervello degli adolescenti, alterandone il funzionamento.Lo studio si focalizza soprattutto sulla componente relazionale dei giovani, indagando la correlazione tra frequenza di utilizzo dei social e bisogno di approvazione sociale. Dai risultati emerge che gli assidui frequentatori dei social networks presentano una maggiore sensibilità al giudizio del gruppo dei pari, fino a sviluppare una dipendenza dalla loro approvazione. Il feedback ricevuto dai propri coetanei innesca un’attenzione sempre maggiore alla ricerca di consensi, all’approvazione sociale, al desiderio di essere non solo accettati, ma ammirati. Da una prospettiva clinica sono stati osservati dei cambiamenti in tre aree cerebrali: la corteccia prefrontale, responsabile del controllo delle proprie azioni; le aree che analizzano gli stimoli più rilevanti provenienti dall’ambiente; e infine i circuiti di ricompensa. Tuttavia non è ancora chiaro se questa estrema reattività sia frutto di un processo adattativo che andrà consolidandosi nel corso degli anni, oppure se rappresenta una minaccia: una fonte di stress che può degenerare in ansia sociale e depressione.

Vecchiaia tra aspetti fisici e psicologici

La vecchiaia è un fenomeno non soltanto naturale e biologico bensì anche psicologico. Il termine fa molta paura e richiama alla nostra attenzione accezioni prevalentemente negative. Aspetti della senescenza si riscontrano quando una persona comincia a guardare al proprio passato con nostalgia e al futuro con ansia e insicurezza. Durante la vecchiaia, il passato appare globalmente sotto una luce positiva mentre il presente e il futuro si prospettano carichi di inquietudine. Secondo una descrizione dell’invecchiamento psicologico “tipico”, potremmo dire che l’anziano si muove e pensa lentamente. Non è più creativo perché ancorato al proprio passato. In genere, un anziano non desidera affatto imparare cose nuove e ha in antipatia le innovazioni. Troppo legato alle proprie convinzioni personali, vive senza aspirazioni, abbandonandosi ai ricordi. Oltre a non avanzare, l’anziano spesso regredisce, entra in una specie di seconda infanzia, diventando sempre più egocentrico, irritabile e litigioso. L’anziano “tipico” è una persona debole e priva di interessi, che occupa una posizione sociale emarginata, che ha perso qualsiasi ruolo sociale, sentendosi un peso per la famiglia e per se stesso. In effetti, è da considerarsi troppo semplicistica la visione dell’anziano come persona debole e priva di interessi. La maggior parte delle persone di età avanzata (circa il 70-75%) infatti, è intellettualmente abile e interessata all’ambiente che la circonda.D’altronde, negli anziani che presentano declini intellettuali spesso la causa non è necessariamente l’inevitabile processo biologico dell’invecchiamento bensì tutta una serie di stress psico-emotivi legati all’avanzare dell’età. Problemi legati alla salute, impedimenti nello svolgimento delle attività quotidiane, mancanza di partecipazione ad attività gratificanti, scarsa quantità dei contatti sociali, luogo di residenza inadeguato, problemi economici, sono esempi di stress che almeno in buona parte potrebbero essere prevenuti o trattati. Altra considerazione è che gli aspetti della vecchiaia sono molto vari a seconda delle caratteristiche socioculturali, professionali. Diventa quindi impossibile pensare che le persone anziane costituiscano un gruppo omogeneo dal punta di vista psicologico. La vecchiaia diventa così un’esperienza del tutto personale, che, pur essendo certamente il risultato di fenomeni di deterioramento biologico comuni alla media delle persone, è conseguenza dell’accumularsi di tutti quei particolari traumi fisici e psicologici che contrassegnano l’esistenza di ogni essere vivente in modo diverso dagli altri.

Gender pay gap: disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro

Gender pay gap: una fotografia di disuguaglianze e pregiudizi di genere nel mondo del lavoro in Italia e in Europa. Negli ultimi anni il mondo lavorativo ha subito una profonda trasformazione che ha portato a modifiche strutturali riguardo alle modalità di lavoro e alla gestione dell’equilibrio tra vita privata e professionale.Abbiamo osservato i fenomeni della Yolo Economy e Big Quit e parlato della digital transformation. Tuttavia, c’è un tema ricorrente, ben radicato negli anni, che sembra non mutare mai, ed è quello della disparità di genere nel lavoro. Nel 2023, disuguaglianze tra uomini e donne e pregiudizi regnano ancora contrastati in ambito professionale, portando con sè una scia di ripercussioni tangibili e intangibili. Una di queste è senza dubbio il gender pay gap: il divario di retribuzione tra i lavoratori di sesso maschile e femminile a parità di mansione. Una disparità di trattamento ingiustificata eppure ancora molto diffusa, che fa della diversità una discriminazione. I dati del Gender Pay Gap I dati Eurostat affermano che nel 2020, in Europa, la retribuzione oraria lorda delle donne era in media del 13,0% inferiore a quella degli uomini. In Italia, la percentuale di gender gap nel settore pubblico è del 4,1%, mentre nel privato supera il 20%. La differenza salariale complessiva è del 43.7% contro la media europea del 39%. Le cause del Gender Pay Gap Il gender pay gap è il risultato di una serie di indicatori che incrociano dati relativi all’occupazione, alla contrattualizzazione e all’avanzamento di carriera. Tuttavia molti pregiudizi sono ancora frutto di un retaggio culturale in cui la donna è naturalmente deputata alla cura dei figli e della casa.Il suo “naturale” ruolo di madre di famiglia e angelo del focolare fa sì che non possa portare lo stesso impegno ed energia sul lavoro e quindi ricoprire incarichi dirigenziali al pari degli uomini o di colleghe più mature, come emerso dalla recente affermazione di Elisabetta Franchi.Una dichiarazione non proprio pollitically correct che ha generato molte polemiche, ma che probabilmente ha dato voce a quella che in Italia è una visione generalizzata dell’occupazione al femminile. Conseguenze psicologiche del Gender Pay Gap Le conseguenze psicologiche del gap in ambito lavorativo e in particolare nel trattamento retributivo, sono diverse. In primo luogo le donne sono soggette a maggior stress lavoro correlato. Non solo perchè sentono di dover dimostrare il loro valore, ma perchè devono lavorare di più per raggiungere il guadagno dei colleghi uomini. Questa ansia da prestazione innesca un pericoloso circolo vizioso di perenne efficienza, che rischia di sfociare in burnout.Il fatto di sentirsi sempre sottostimate e mai gratificate incide notevolmente sull’autostima delle donne lavoratrici, che spesso non si sentono di meritare il ruolo ricoperto, sperimentando la sindrome dell’impostore.