Il valore dell’ autostima nei contesti educativi

Tecniche psicoeducative per promuovere l’autostima
Il trauma complesso

di Jessica Luchetti I traumi complessi si ripetono nel tempo e includono esperienze di abusi, maltrattamenti, condizione di trascuratezza e abbandono. Hanno un impatto determinante se avvengono in età evolutiva, modellando la personalità, causando un’alterazione dell’identità e una dissociazione tra gli stati dell’Io. Le situazioni traumatiche hanno in comune un’esperienza che suscita impotenza e una perdita di controllo. Il trauma attiva arcaici meccanismi di difesa dalle minacce ambientali (in un primo momento immobilità tonica o freezing e successivamente immobilità cataplettica dopo le reazioni di attaccofuga) provocando il distacco dall’usuale esperienza di sé e del mondo esterno e conseguenti sintomi dissociativi. Tale distacco sembra implicare una sospensione immediata delle normali funzioni riflessive e metacognitive; si verifica quindi una dis-integrazione della memoria dell’evento traumatico rispetto al flusso continuo dell’autocoscienza e della costruzione di significati. Da questa esperienza deriva la molteplicità non integrata degli stati dell’io che caratterizza la dissociazione patologica (Liotti e Farina, 2011). Per il bambino è impossibile sottrarsi a queste esperienze di trascuratezza, violenza, abuso, ripetute e prolungate e viene intaccata la sua identità che risulta frammentata. Gli effetti sul funzionamento psichico sono gravi quando le strutture mentali non sono ancora formate. Il trauma evolutivo incide negativamente su vari aspetti: sull’attaccamento (insicurezza circa l’affidabilità del mondo e delle relazioni, tendenza all’isolamento), sulla regolazione degli affetti (deficit nell’autoregolazione emotiva, difficoltà nel riconoscere gli stati interni), sul controllo comportamentale (tendenza all’aggressività), sulle capacità cognitive (difficoltà nella modulazione dell’attenzione e nella regolazione delle funzioni esecutive) e sul concetto di Sé ( danneggiato per bassa autostima, tendenza alla vergogna e al senso di colpa). Inoltre provoca stati dissociativi (con conseguenza di alterazioni degli stati di coscienza, depersonalizzazione) e crea danni biologici (disturbi somatici). Van Der Kolk usando l’espressione “the body keeps the score” (1994) suggerisce che il nostro corpo è infatti, testimone e contenitore delle esperienze traumatiche. La dissociazione sopra citata sembra una protezione dal dolore, ma in realtà è un’esperienza dalla quale la mente deve difendersi per non cadere nell’abisso. Inoltre essa ha gravi ripercussioni sulla capacità di regolazione emotiva, sulle capacità metacognitive e sull’identità. Il trauma si collega anche alla tematica della vergogna. La vergogna sperimentata è spesso rinforzata dall’atteggiamento dei caregiver abusanti o maltrattanti, spesso negando l’evento, andando ad alimentare un circolo che la rinforza e che alimenta il comportamento di sottomissione della vittima. Il trauma può essere descritto come un evento che distorce il tempo, che lo blocca in un punto. Vi sono varie emozioni che accompagnano il trauma come: paura/terrore che il trauma si ripeterà, ira e rabbia nei confronti dell’origine del trauma, tristezza e dolore, sentimenti di colpa nei confronti della propria rabbia e degli impulsi distruttivi, vergogna per il fatto di sentirsi disperati e vuoti, disperazione esistenziale e sensazione che nessuno potrà capire. Infine, è importante citare Masud Kahn, psicoanalista inglese di origine indiana che espone tra i suoi principali contributi teorici il concetto di trauma cumulativo. Egli ha elaborato la teoria del trauma cumulativo che riguarda l’esperienza quotidiana e protratta di fallimenti e carenze nelle cure materne, che vanno a costituire nel bambino delle microfratture nella coesione del Sé. Questo tipo di trauma è riconoscibile come una serie di circostanze di distress e mancata sintonizzazione nella relazione con la madre, che appaiono fattori secondari nella valutazione dello stato di salute mentale del bambino, ma che tuttavia a lungo termine generano una situazione di frammentazione (Khan, 1963). Il trauma cumulativo può caratterizzarsi per una serie di abbandoni, rifiuti, intrusioni, silenzi, mancata assoluzione delle necessità primarie del bambino di cure materne, mancata sintonizzazione affettiva e mancato rispecchiamento con la figura significativa. Gli eventi di natura traumatica hanno un profondo impatto sui bambini piccoli. I bambini con sintomi di stress traumatico spesso hanno difficoltà a regolare il loro comportamento e le loro emozioni. Possono provare paura in una situazione nuova, tentando di non distaccarsi dalla figura di riferimento, si spaventano facilmente, sono difficili da consolare e/o sono aggressivi e impulsivi. Possono anche avere problemi per addormentarsi e perdere le abilità che hanno acquisto recentemente durante lo sviluppo o sperimentare un eventuale declino della funzione mentale nel funzionamento psichico e nel comportamento. Queste esperienze traumatiche possono portare ad una vulnerabilità nello sviluppo di sintomi dissociativi, ansia e depressione. BIBLIOGRAFIAFerenczi S. (1932),La confusione delle lingue tra adulti e bambini. In Opere, vol. 4, Cortina, Milano 2002.Liotti G., Farina B., Sviluppi traumatici, Raffaello Cortina Editore, 2011Lingiardi V., McWilliams N. (2020), PDM 2, Manuale Diagnostico Psicodinamico, Cortina RaffaelloKahn, M. (1963),The Concept of Cumulative Trauma.The Psichoanalytic Study of the Child, vol. 18, Issue 1, 286-306.Van Der Kolk, B.A. (2015), Il corpo accusa il colpo, Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche, Raffaello Cortina Editore, Milano.Van Der Kolk, B.A, McFarlane A.C & Weisaeth, L. (2004),Stress Traumatico. Gli effetti sulla mente, sul corpo e sulla società delle esperienze intollerabili. Magi, Roma.Van Der Kolk B., Olafson E., Liautaud, E. J., Mallah E., Hubbard, K. R., kagan, R., Lanktree, C., Blaustein, M., Cloitre, M., Derosa, R., Julian Ford, J., Spinazzola. J., Cook, A. (2005), Complex Trauma in Children and Adolescents, Psychiatr. Ann.
Il trattamento della depressione: linee guida per l’intervento

La depressione si definisce tale quando si verificano die condizioni fondamentali: un umore depresso per la maggior parte dei giorni quasi tutti i giorni e la perdita di interesse per alcune attività che precedentemente destavano interesse e piacere. A queste due condizioni di associano poi altre manifestazioni (almeno 4 o più) come l’insonnia o l’ipersonnia, la mancanza di appetito o iperfagia, la perdita di concentrazione, vuoti di memoria, agitazione o rallentamento psicomotorio, faticabilità o perdita di energia, sentimenti di svalutazione e sensi di colpa eccessivi, pensieri ricorrenti di morte o ideazione suicidaria. Il disturbo depressivo è detto anche disturbo comune dell’umore per la facilità di riscontrare tale stato nella vita delle persone. L’intervento è caratterizzato da un approccio definito ‘stepped care’. Il primo contatto di solito e con il medico di medicina generale che valuta la sintomatologia e definisce i passaggi da compiere. Quando la persona ha una sintomatologia lieve si rimanda la persona ad una nuova visita dopo circa quindici giorni. Dopo questo periodo si rivaluta la situazione. Se invece la sintomatologia è moderata, il medico di medicina generale può chiedere al paziente di rivolgersi presso un centro di salute mentale per una consulenza specialistica. In casi gravi dove è presente anche un’ideazione suicidaria o pensieri di morte assieme, il paziente necessita una ‘presa in carico’ da parte del centro di salute mentale e seguirà un percorso sia farmacologico che psicoterapico. Tra i trattamenti psicoterapici si riconoscono come valide le terapie che sottolineano l’importanza della relazione interpersonale. Entrando nel vivo della terapia si lavora per ridurre le ruminazioni: si è visto infatti che i pazienti depressi passano molto tempo a rimuginare sui loro difetti; monitorare le attività quotidiane: la perdita di interesse per le attività quotidiane è centrale nei pazienti depressi e la flessione di questa è sintomatica di un peggioramento; pianificare le attività: per quanto possibile è fondamentale a programmare la giornata e le attività; registrare pensieri negativi e modificarli. L’aiuto di professionisti specializzati contattati in tempi adeguati diventa fondamentale per la prognosi del trattamento.
IL TRANSFERT E CONTROTRANSFERT

Di Alberta Casella scientific 1-23 Con questo articolo ed i l successivo intendiamo spiegare i termini e l e dinamiche del concetto psicologico di transfert e controtransfert, parole ormai di uso comune ma con un significato molto preciso e complesso, oggetto di ricerca e di dibattito sin dagli esordi della psicoanalisi classica. Questi due meccanismi psichici sono nella normalità dei rapporti interpersonali: s e m p r e , q u a n d o c i confrontiamo con a l t r e p e r s o n e , t e n d i a m o a d attribuirgli caratteristiche di altri personaggi che hanno popolato la nostra vita ed h a n n o a v u t o r a p p o r t i significativi con noi. Tuttavia, lo specificarli all’interno della terapia psicologica può essere utile per comprenderne il funzionamento, l’utilità ed i limiti. Tutto ciò che avviene in un incontro psicologico si basa e si costruisce sull’interazione dinamica del mondo interno, o per dirla con le parole di Matte-Blanco, degli “infiniti mondi interni” del terapeuta e del paziente. Il transfert si traduce nella riattualizzazione di dinamiche affettive arcaiche c h e s i p r o i e t t a n o s u l terapeuta; il terapeuta, d’altro canto, prova sent iment i controtransferali nel momento in cui inizia a percepire s e n s a z i o n i , e m o z i o n i spontanee nei riguardi del paziente. Tal i meccanismi si basano sull’analisi del gioco di proiezioni ed identificazioni c h e a v v e n g o n o reciprocamente in seduta tra i due soggetti interagenti: “transfert e controtransfert sono dinamismi che derivano d a l l ’ a t t i t u d i n e all’identificazione ed alla proiezione”. Sottolineamo, al fine di chiarire in prima istanza la natura di tali meccanismi, che il processo avviene da parte del paziente in maniera del tutto inconscia, inconsapevole; tale inconsapevolezza è s p o n t a n e a a n c h e n e l terapeuta, ma la presa di coscienza di questi sentimenti può essere una delle chiavi di soluzione del processo di cura. Rispetto ai rapporti quotidiani, ciò che distingue tali processi nel percorso terapeutico è la loro intensità, ovvero la forza con cui essi e m e r g o n o e s i f a n n o conduttori dell’interazione tra paziente e terapeuta: infine, la possibilità di essere sfruttati come fattori di cura li rende i n d i s p e n s a b i l i p e r l a comprensione e la conduzione del caso. N e l c a m p o d e l l a relazione, ognuno porta con sé sentimenti specifici legati alla propria storia e tenta di spiegarsi all’altro attraverso parole e sensazioni. P e r p r i m o F r e u d riconobbe quale strumento f o n d a m e n t a l e p e r l a conduzione del l ’anal isi i l transfert, distinguendolo in positivo e negativo. I n q u e l l o p o s i t i v o distinse, poi, un movimento di desideri affettuosi, accettabili c o n s c i a m e n t e e d u n t rasfer iment o di car iche libidiche più intense, a scopo e r o t i c o , d i f fi c i l m e n t e accettabili. Per la teor ia del la sublimazione, poi, risulta facile comprendere come il transfert positivo attenuato a l t r o n o n è c h e l a trasposizione del conscio di desideri trasformati. Secondo la definizione di Laplanche-Pontalis, la sublimazione è un processo “postulato per spiegare certe a t t i v i t à u m a n e a p p a r e n t eme n t e s e n z a rapporto con la sessualità, ma che avrebbero la loro forza nella pulsione sessuale. La pulsione è detta sublimata quando è deviata verso una nuova meta non sessuale e t e n d e v e r s o o g g e t t i socialmente accettabili”. In tutta la teorizzazione freudiana ritorna tale concetto per la spiegazione economica e d i n a m i c a d i m o l t i comportamenti umani ma, tuttavia, esso rimane sempre poco delimitato e poco chiaro. F r e u d t e o r i z z a i l processo di sublimazione come meccanismo della psiche umana necessario per tollerare pulsioni altrimenti troppo dannose e potenti; la concepisce come mossa almeno da due meccanismi f o n d a m e n t a l i , a u t o c o n s e r v a z i o n e e narcisismo, che inducono il soggetto a liberarsi di pulsioni destabilizzanti, trasformandole in sensazioni più tollerabili. In ogni tipo di transfert, comunque, Freud riconobbe la riedizione delle dinamiche di relazione infantile con i g e n i t o r i , t r a s f e r i t e inconsciamente sull’analista. I genitori stessi, che non sono sicuramente quelli reali ma imago intere di essi, vivono, quindi, nella relazione terapeutica come se fossero presenti qui ed ora e l’analisi di tali rapporti riattualizzati può portare proficue informazioni s u i m o d e l l i r e l a z i o n a l i interiorizzati dal paziente. In conclusione egli, comunque, afferma l’esistenza e l’importanza della dinamica transferale mentre è molto c a u t o n e l l ’ a s s e r i r e l
Il Training Autogeno: Una Via verso il Benessere Mentale e Fisico

Di Viviana Loffredo Il Training Autogeno è una tecnica di rilassamento e autosuggestione sviluppata dal medico tedesco Johannes Heinrich Schultz nel XX secolo. Questo metodo, basato sulla consapevolezza del corpo e della mente, ha dimostrato di avere numerosi benefici per la salute mentale e fisica. In questo articolo, esploreremo i principi fondamentali del Training Autogeno e come può contribuire al benessere complessivo di un individuo.I fondamenti del Training Autogeno:Il Training Autogeno si basa sull’idea che la mente abbia un potere significativo sull’equilibrio del corpo. Attraverso la pratica regolare, si insegna alle persone a raggiungere uno stato di rilassamento profondo e a influenzare consapevolmente i processi fisiologici del proprio organismo. Il metodo si concentra su sette formule standard, chiamate “formule di autosuggestione”, che vengono ripetute mentalmente per indurre uno stato di calma e tranquillità.Le sette formule di autosuggestione:Le formule di autosuggestione nel Training Autogeno includono affermazioni semplici come “Sono calmo e rilassato”, “Il mio respiro è calmo e regolare” e “Le mie braccia e le mie gambe sono pesanti e rilassate”. Queste frasi vengono ripetute mentalmente mentre ci si concentra su diverse parti del corpo, promuovendo la consapevolezza delle sensazioni fisiche e il rilassamento progressivo.Benefici del Training Autogeno:1. Riduzione dello stress: Il Training Autogeno aiuta a ridurre lo stress e l’ansia, consentendo al corpo e alla mente di rilassarsi profondamente. Questo può portare a una maggiore resilienza nei confronti delle sfide quotidiane e a una migliore gestione delle emozioni.2. Miglioramento del sonno: La pratica regolare del Training Autogeno può favorire un sonno più riposante e di qualità, aiutando a ridurre l’insonnia e i disturbi del sonno.3. Sollievo dal dolore: L’autosuggestione nel Training Autogeno può contribuire a ridurre la percezione del dolore e a migliorare la gestione delle condizioni dolorose croniche.4. Miglioramento della concentrazione: Attraverso la consapevolezza del proprio corpo e delle proprie sensazioni, il Training Autogeno può favorire una maggiore concentrazione e chiarezza mentale.5. Promozione del benessere generale: Il Training Autogeno può avere un impatto positivo sul benessere generale, aiutando a promuovere una maggiore consapevolezza di sé, una migliore autoregolazione emotiva e una maggiore armonia tra corpo e mente.Come iniziare con il Training Autogeno:Per iniziare con il Training Autogeno, è consigliabile cercare la guida di un professionista esperto o partecipare a corsi specifici.Un insegnante qualificato può fornire le istruzioni necessarie per imparare le formule di autosuggestione e guidarti attraverso le diverse fasi del processo. Tuttavia, è possibile avvicinarsi anche al Training Autogeno attraverso risorse come libri, registrazioni audio o applicazioni mobili che offrono sessioni guidate.Ecco alcuni passi di base per iniziare con il Training Autogeno:1. Trova un luogo tranquillo: Scegli un ambiente tranquillo e silenzioso in cui puoi rilassarti senza distrazioni.2. Assumi una posizione comoda: Siediti o sdraiati in una posizione che ti consenta di sentirsi a proprio agio e rilassato. Puoi utilizzare cuscini o coperte per aumentare il comfort.3. Concentrati sulla respirazione: Inizia a prendere consapevolezza del tuo respiro, osservando l’inspirazione e l’espirazione in modo naturale. Respira profondamente e lentamente, permettendo al corpo di rilassarsi gradualmente.4. Ripeti le formule di autosuggestione: Inizia a ripetere mentalmente le formule di autosuggestione, concentrandoti su una formula alla volta. Ripeti ogni frase lentamente e con calma, immaginando le sensazioni descritte. Focalizzati sulla sensazione di rilassamento e tranquillità che desideri raggiungere.5. Visualizza il rilassamento progressivo: Mentre ripeti le formule di autosuggestione, immagina il rilassamento che si diffonde nel tuo corpo. Puoi immaginare una sensazione di calma che si espande dalle punte delle dita dei piedi fino alla cima della testa. Concentrati su ogni parte del corpo e immagina che diventi pesante e completamente rilassata.6. Ripeti regolarmente: Pratica il Training Autogeno regolarmente per ottenere i massimi benefici. Puoi dedicare alcuni minuti ogni giorno o programmare sessioni più lunghe a seconda delle tue esigenze e disponibilità.È importante ricordare che il Training Autogeno richiede pratica costante e pazienza. I benefici possono variare da persona a persona, quindi è essenziale essere aperti e adattarsi alle proprie esperienze individuali.Il Training Autogeno è un metodo efficace per raggiungere uno stato di rilassamento profondo, ridurre lo stress e migliorare il benessere generale. Attraverso le formule di autosuggestione e la consapevolezza del corpo, è possibile influenzare positivamente la propria mente e il proprio corpo. Con la pratica regolare, il Training Autogeno può diventare un prezioso strumento per gestire lo stress, migliorare il sonno e promuovere una maggiore consapevolezza di sé. Se sei interessato a esplorare questa tecnica, ricorda di consultare un professionista esperto o utilizzare risorse affidabili per guidarti lungo il percorso del Training Autogeno.
Il tormento: croce per gli uomini e delizia per le donne

Per molte donne il tormento è il mezzo di comunicazione che hanno nei confronti della persona che dovrebbe essere fonte di gioia, piacere e sostegno. Esso si innesca tra persone che hanno un rapporto intimo, come mogli e mariti, madri e figli.Da un lato gli uomini sostengono che l’arte del tormento sia tipicamente femminile al punto da trasformare le mogli in perfette assillatrici. Le donne, invece, sostengono che un tale atteggiamento sia sinonimo di premura e attenzione alle esigenze di tutti. Non è altro che un modo per ricordare continuamente ai loro compagni di svolgere alcune mansioni affinché questi le interiorizzino.In realtà, l’uomo percepisce le parole delle donne come ordini che si tramutano istantaneamente in tormento, in assillo che logora il cervello e sfinisce. Colei che assilla usa il tormento sperando che la vittima cambi il proprio atteggiamento e ne assuma uno più consono ai suoi standard; l’uomo, invece, lo percepisce come un dito puntato contro che ricorda esclusivamente le proprie mancanze. Questo atteggiamento femminile, inoltre, viene utilizzato solitamente a fine giornata, quando l’uomo avrebbe bisogno di rilassarsi. Invece è costretto ad attuare un meccanismo che fa tanto impazzire la donna: lo stato di sordità apparente. La donna che usa il tormento è una persona frustrata che cova rabbia verso tutti. E’ stanca di occuparsi di tutto e della sua vita che l’ha obbligata ad uniformarsi ad uno stereotipo sociale di moglie e madre dedita. Se una donna comincia ad essere assillante, vuol dire che desidera essere gratificata per la quotidianità delle proprie attività di accudimento e stimata per l’impegno nel proprio compito. Il tormento maschera un problema di comunicazione. Esprimendo i propri sentimenti, le donne aiutano l’uomo a recepire i reali bisogni, in quanto quest’ultimo ha un cervello predisposto, evoluzionisticamente parlando, a leggere la realtà e non tra le righe. Inoltre, se una donna attua il tormento, vuol dire che non si sente capita o più banalmente ascoltata.Quindi chi è vittima del tormento ha la sua percentuale di colpa, perché l’assillo nasce da un’esigenza di attirare l’attenzione non sulle molteplici attività giornaliere di riassetto domestico, ma semplicemente di apprezzamento da parte di un partner che non la capisce fino in fondo.
Il tarassaco come esempio di crescita e libertà

La primavera è sbocciata intorno a noi e anche il tarassaco fa ormai capolino in giro. Il suo fiore giallo annuncia l’arrivo dei colori della natura e nel nostro abbigliamento, che lentamente abbandona i colori scuri e invernali. La sua particolarità è data dalla trasformazione dei suoi semi in un’appendice dall’aspetto morbido e setoso che vien voglia di soffiare via. A tal proposito è chiamato anche soffione. Per questa sua caratteristica così peculiare, questo fiore cangiante assume in psicologia un significato simbolico del percorso di crescita personale. Questo fiore, come tutti del resto, produce i suoi semi leggeri e volatili, come possibilità di piantare radici anche altrove e non solo nelle immediate vicinanze della pianta madre. I continui cambiamenti simboleggiano le fasi di vita di una persona, che giunta a maturazione, con i suoi tempi, lascia la sicurezza delle proprie radici per avventurarsi altrove. I semi del tarassaco infatti ognuno con il proprio tempo lasciano il pappo per esplorare il mondo e generarsi nella primavera successiva. Alcuni impavidi si abbandonano a folate di vento più impetuose, altri timidamente cominciano a rotolarsi nella leggera brezza. Non mancano neppure quelli che faticano a sopportare il distacco, che prima o poi è necessario avvenga. Proprio come nella metafora della vita familiare. Su questa stessa scia, il nostro blog, nato ormai due anni fa assume come simbolo in copertina proprio il soffione del tarassaco, come possibilità di libertà per conoscere nuove cose, fare nuove esperienze che ci aiutano nel nostro percorso di crescita personale.
IL TALENT MANAGEMENT NELLE ORGANIZZAZIONI

Il talent management è un concetto centrale nel contesto delle risorse umane, ma lo trattano con un focus prevalentemente operativo o strategico, trascurando così l’importanza degli aspetti psicologici che lo caratterizzano. Dunque, la comprensione psicologica dei talenti e del loro sviluppo è fondamentale per implementare delle pratiche efficaci e sostenibili. Non è facile definire il talento. E’ corretto individuare il talento come il “miglior cervello“? O forse è meglio identificarlo come la capacità delle persone di realizzare gli obiettivi a loro assegnati? Il talento non si limita a un insieme di competenze tecniche o abilità specifiche. In psicologia, il talento è visto come una combinazione di potenziale innato, motivazione, e capacità di apprendimento Questo implica che, per gestire efficacemente i talenti, le organizzazioni devono andare oltre la semplice valutazione delle competenze attuali e considerare il potenziale di crescita e sviluppo degli individui. La motivazione è un fattore chiave nella gestione del talento. Secondo la teoria dell’autodeterminazione, le persone sono maggiormente motivate e performanti quando le loro esigenze psicologiche di autonomia, competenza e relazione sono soddisfatte. Le organizzazioni che desiderano trattenere i migliori talenti devono creare un ambiente di lavoro che favorisca: autonomia, permettendo ai dipendenti di prendere decisioni e gestire le proprie responsabilità competenza, offrendo opportunità di formazione e sviluppo continua relazione, promuovendo un clima di collaborazione e supporto reciproco. L’intelligenza emotiva è un altro aspetto cruciale del talent management. Le persone con elevata intelligenza emotiva tendono a essere più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle altrui, sono in grado di gestire meglio lo stress e di costruire relazioni interpersonali più forti. Dunque, riconoscere e sviluppare l’intelligenza emotiva all’interno del proprio team può portare a una gestione dei talenti più efficace. Questi individui, infatti, sono spesso più resilienti, capaci di affrontare le sfide con calma e adattabilità e di influenzare positivamente il clima organizzativo. Proseguendo, la cultura organizzativa ha un impatto significativo sulla gestione del talento. Una cultura aziendale che valorizza la diversità, l’inclusione e la crescita continua favorisce lo sviluppo dei talenti. Da un punto di vista psicologico, una cultura del genere sostiene il senso di appartenenza dei dipendenti e il loro impegno verso l’organizzazione. Infine, il feedback è uno strumento essenziale nel talent management, ma deve essere gestito con attenzione. Feedback costruttivo, orientato alla crescita e comunicato in modo empatico può motivare i dipendenti a migliorare le proprie performance e a sviluppare nuove competenze. Dal punto di vista psicologico, il feedback deve essere percepito come equo e utile, piuttosto che come un giudizio. In conclusione, il talent management, visto attraverso una lente psicologica, si rivela molto più che una semplice questione di identificare e trattenere i migliori talenti. Si tratta di comprendere e coltivare il potenziale umano in tutte le sue dimensioni, valorizzando non solo le competenze tecniche, ma anche le qualità psicologiche e relazionali degli individui. Le aziende che adottano un approccio psicologico al talent management possono creare ambienti di lavoro più motivanti, inclusivi e sostenibili, in cui i talenti possono davvero prosperare e contribuire al successo organizzativo a lungo termine. BIBLIOGRAFIA Gabrielli, G., & Profili, S. (2021). Organizzazione e gestione delle risorse umane. De Agostini Scuola SpA: Novara
Il successo formativo nella prospettiva psicologica

“Lo stile di apprendimento è un volto unico ed è per questo che va rispettato”. Maria Anna Formisano Conquistare il successo formativo, ossia il buon esito del percorso di apprendimento, non sempre è facile. Ma come permettere agli studenti di raggiungerlo? Ad oggi è noto che gli alunni imparano in modo diverso l’ uno dall’altro, in base al loro stile di apprendimento. Gli studenti sono dei “pezzi unici” e “unico” è il loro modo di apprendere. La scuola deve tener conto delle scoperte fatte nel mondo della psicologia. Lo scopo è permettere agli studenti di raggiungere il massimo. Più in dettaglio è opportuno sapere che ogni studente impara a modo proprio. Già nel nel 1984 lo psicologo americano David Kolb, identificò quattro stili di apprendimento: lo stile accomodante, lo stile divergente, lo stile convergente e lo stile assimilatore. Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica Guardare al successo formativo nella prospettiva psicologica significa dare agli studenti la possibilità di esprimersi liberamente. Come procediamo? Annotiamo la modalità che gli allievi usano per svolgere le attività ed eseguire i compiti proposti. Ad esempio: prendono appunti, fanno domande, propongono soluzioni nuove oppure citano teorie già note? Questo tipo di osservazione iniziale è utile per conoscere in linea generale il modo di imparare dell’allievo. Per identificare lo stile di apprendimento è opportuno procedere con l’ accurata valutazione psicologica. Nella Tabella n° 1 sono presenti i quattro stili di apprendimento abbinati alle caratteristiche dello studente e agli opportuni interventi psicoeducativi. Ecco le tappe: 1)individuare lo stile di apprendimento; 2) rilevare le caratteristiche dello studente; 3)promuovere gli interventi psicoeducativi idonei Lo stile di apprendimento parla del ragazzo, della sua storia cognitiva e di qualche esperienza di insuccesso. Sono queste cose che lasciano ai ragazzi segni profondi. Ed è per questo che hanno paura di non farcela, detestano la scuola, i libri e a volte anche i docenti. Solo se la scuola “sfrutta” i diversi stili, può risvegliare nei ragazzi la voglia di apprendere. Di fronte, poi, ad un blocco di apprendimento non bisogna mai dimenticare di suscitare lo stupore e la meraviglia della conoscenza. Puntare sugli stili di apprendimento degli allievi significa alleggerire la loro mente, permettendogli di affrontare serenamente il vero viaggio della conoscenza. Da cui si parte ogni giorno e dove si ritorna.
Il Sostegno Psicologico al mondo LGBTQ+

LGBT è un acronimo di origine anglosassone che tiene insieme le parole: lesbiche ,gay, bisessuale e transgender/transessuale. A volte si declina anche come LGBTQI, comprendendo le persone che vivono una condizione intersessuale e il termine Queer. Queer è un termine inglese che significa strano, insolito. Veniva usato in passato in senso spregiativo nei confronti degli omosessuali, ma è stato ripreso in tempi recenti in chiave politico/culturale e rovesciato in positivo da una parte del movimento LGBT per indicare tutte le sfaccettature dell’identità di genere e dell’orientamento sessuale. Intersessuale è infine la persona che nasce con i genitali e/o i caratteri sessuali secondari non definibili come esclusivamente maschili o femminili. Le persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (LGBT) sperimentano maggiori problemi di salute mentale, come depressione, ansia, tentativi di suicidio, disturbo da stress post-traumatico (PTSD) e di salute fisica (ad esempio malattie cardiovascolari), rispetto agli individui eterosessuali. Diversi studi hanno rivelato maggiori probabilità di disagio psicologico tra i giovani delle minoranze sessuali rispetto agli eterosessuali. È emerso che i giovani LGBT sperimentano maggiore disagio psicologico caratterizzato da sintomi di somatizzazione, depressione e ansia; inoltre, i giovani LGBT sperimentano maggiori fattori di stress dall’infanzia alla prima età adulta, come per esempio maggiori probabilità di abuso infantile e il rifiuto da parte della famiglia di origine, fattori che esacerbano i problemi di salute mentale, come la depressione e l’ansia. Chiaramente il disagio psichico non dipende strettamente dall’identità o dall’orientamento sessuale, ma dalle condizioni ambientali che generalmente si creano intorno alle persone LGBT. Da oltre 40 anni la medicina e la psicologia non considerano più l’omosessualità come una patologia, con il progresso della ricerca scientifica, molti professionisti hanno avuto modo di rivedere le proprie posizioni circa le questioni inerenti agli orientamenti sessuali. Nonostante ciò, alcuni psicologi e psichiatri continuano a non considerare appieno l’omosessualità come “una variante normale della sessualità umana” questo ovviamente ha delle notevoli implicazioni sulla società e, in particolar modo, su quei soggetti che si affidano alle cure di uno specialista. Non è mistero, infatti, che ancora oggi vengano messe in atto terapie riparative, o comunque interventi terapeutici volti a modificare l’orientamento sessuale dei pazienti, specialmente quando sono proprio questi ultimi a richiedere tali prestazioni come conseguenza di un disagio psicologico, sociale e/o relazionale. Difronte a tali disagi vissuti dai pazienti è fondamentale garantire loro un adeguato sostegno psicologico. Lo scopo degli interventi psicologici è quello di riconoscere e sostenere il disagio dei pazienti che appartengono a minoranze sessuali, creando un clima di accoglienza, accettazione e assenza di etero-sessismo, che minaccia l’alleanza terapeutica e l’efficacia di un intervento. Un percorso psicologico diventa quindi l’occasione di riacquistare fiducia in sé stessi, per riuscire ad affrontare le fasi delicate del loro sviluppo. L’omosessualità non è una malattia, nè una scelta: non c’è nulla di rotto, nulla da riparare. Lo studio dello psicologo può diventare il luogo per smettere di farsi le domande degli altri e individuare le proprie.