Stress e Mentalizzazione

di Adelina Detcheva Nel linguaggio corrente, l’utilizzo della parola “stress” ha una duplice polarità. Da una parte, essa vuol indicare una condizione psicofisica ben specifica, in senso fortemente evocativo: pesantezza, tensione, malessere ad accezione fortemente fisica, dovuto a problemi non ben identificati, sebbene spesso collocabili in uno specifico dominio (es. lavoro); dall’altra, rimane una parola vaga, vuota, confusa. Insomma, dal punto di vista clinico, essa vuol dire tutto e non vuol dire niente. Niente di specifico, niente di definibile dal punto di vista del senso. Insomma, spesso prova “stress” chi non sa cosa prova, ma vive una situazione spiacevole dal punto di vista fisico e dell’umore, sebbene non riesca a mettere a fuoco le determinanti di questa condizione. Distress Lo stress è un costrutto al centro dell’indagine interdisciplinare. Tra fisiologia e psicologia, lo stress nel linguaggio corrente è noto soprattutto nella sua accezione negativa, ovvero come il “distress” a livello scientifico, di senso opposto rispetto al concetto di “eustress”, una sorta di eccitazione gioiosa (Selye, 1975). Definibile come una percezione soggettiva di incapacità di gestire la situazione, in quanto questa richiederebbe risorse eccedenti rispetto a quelle di cui ci sentiamo in possesso (Lazarus e Folkman, 1984), il distress ci disorganizza, ci butta a terra, ci lascia incapaci di reagire in modo adattivo. Distress e corpo E’ noto ormai, anche a livello culturale, la modalità con cui il distress consuma il corpo. La ricerca neuroscientifica ha fatto passi importantissimi negli ultimi anni. Pensiamo allo stress acuto: tachicardia, pressione sanguigna alta, ansia, insomma, risposta di allarme che ci carica di adrenalina e mette il corpo in una condizione di “iperarousal”, ovvero di uno stato di attivazione fisico e psicologico abnorme. Se, invece, pensiamo allo stress cronico, ovvero ad una situazione di costante stress che la persona non riesce a gestire, ecco che si viene travolti da risposte ormonali di cortisolo (il cosiddetto “ormone dello stress”) a rilascio costante che abbattono le difese immunitarie, abbassano il tono dell’umore, inducendo sentimenti profondamente avvilenti, come la disperazione e la demoralizzazione (Porcelli, 2009). Stressor Lo stressor è il fattore stressante, la situazione che ci espone ad una condizione di disagio. In letteratura, si parla di eventi psicosociali stressanti, i cosiddetti “life events”, situazioni oggettivamente impegnative che sfidano le persone a reagire. Una buona lista di eventi psicosociali viene esplorata da Paykel et alii (1971) ed include stressors di vario genere, come ad es. lutti di persone care, malattie gravi di persone significative o della persona, matrimoni, relazioni di coppia conflittuali (separazioni, divorzi, tradimenti), difficoltà economiche (licenziamenti, fallimenti, debiti), trasferimenti, gravidanze e aborti, adozioni. Insomma, si tratta di sfide adattive nuove che la persona si trova a fronteggiare con gli strumenti attuali che possiede. Coping Certo, gli eventi psicosociali ci mettono in gioco, ma sono le risposte del soggetto a fare la differenza. Parliamo di coping, ovvero di quelle strategie soggettive che la persona mette in atto per fronteggiare le nuove sfide della propria vita (Taylor, Stanton, 2007). In letteratura vengono solitamente indicate modalità di coping maggiormente funzionali alla situazione o, al contrario, modalità disfunzionali, ovvero che non funzionano, non riducono il distress della persona e/o non l’aiutano ad adattarsi alla nuova condizione. Risorse Le risorse solitamente sono dovunque. Per definire una cornice di lettura di questo utile aiuto, in primis possiamo indicarle come interne ed esterne. Vi sono così caratteristiche personali “forti”, come ad es. il senso di umorismo, la fiducia, la determinazione, la capacità di mentalizzazione, la resilienza, e le risorse esterne, come il sostegno sociale, incluso l’aiuto di familiari, persone significative, professionisti. Insomma, si tratta di fattori che supportano l’adattamento e favoriscono la percezione di benessere. Mentalizzazione La mentalizzazione è un costrutto dotato di uno straordinario potenziale in psicologia clinica e psicoterapia. Sapere cosa proviamo, cosa ci disturba, in poche parole, essere capaci di riflettere sulla nostra esperienza interna ed esterna, è un fattore di protezione trasversale in una serie di situazioni che potrebbero minare il nostro benessere e la nostra salute mentale (Allen e Fonagy, 2006). Essa potenzia il nostro adattamento, media la risposta della persona di fronte agli stressors, modula l’attivazione psicofisica del nostro corpo. In altre parole, la capacità di mentalizzazione può trasformare una situazione aspecifica e generica di disregolazione psicofisica in un aspetto specifico della nostra esperienza suscettibile di essere ristrutturato, risignificato ed, infine, superato. Non si tratta di un costrutto soltanto cognitivo, in quanto le emozioni sono centrali per sua definizione. Tuttavia, esso è anche cognitivo, nel senso che ha la peculiarità “mentalizzante” di dare forma al nostro vissuto emotivo. Certo, la consapevolezza emotiva non è tutto e ci sono, di solito nella vita, molti altri fattori di vario genere in gioco, ma la mentalizzazione, in ogni caso, protegge il corpo e la mente, ponendosi similmente ad un faro che ci guida durante la tempesta. “Nessun problema può resistere all’assalto di una riflessione approfondita”. (Voltaire) Bibliografia Allen J.G., Fonagy P. (2006). La mentalizzazione. Il Mulino: Bologna, 2008. Folkman S., Lazarus R.S. (1984). Stress, Appraisal, and Coping. Springer: New York. Paykel E.S., Prusoff B.A., Uhlenhut E.H. (1971). Scaling of life events. Archives of General Psychiatry,25,340-7. Porcelli P. (2009). Medicina psicosomatica e psicologia clinica. Raffaello Cortina: Milano. Selye H. (1975). Implications of stress concept. New York State Journal of Medicine, 75(12), 2139–2145. Taylor S.E., Stanton A.L. (2007). Coping resources, coping processes, and mental health. Annual Review Clinical Psychology, 3, 377-401.
Revenge Porn: spazi nuovi, violenza antica

Il fenomeno del Revenge Porn rientra tra le forme emergenti di violenza di genere che bisogna contrastare. Di cosa si tratta? Diffusione di immagini o video di organi sessuali o a contenuto sessualmente esplicito, destinati a rimanere privati, senza il consenso delle persone rappresentate. La legge 19 luglio 2019 n. 69, modifica il codice penale sulla tutela delle vittime di violenza domestica e di genere. È composta da 21 articoli che indicano una serie di reati attraverso i quali si esercita la violenza domestica e di genere. Grazie all’articolo 10, il Revenge Porn è diventato un reato a tutti gli effetti sotto la dicitura di “Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti”. Proprio in questi casi il linguaggio è veicolo potente di messaggi importanti. L’espressione “Revenge Porn” non rappresenta nel modo più corretto il fenomeno di cui stiamo parlando. Revenge significa “vendetta” e presuppone quindi un comportamento antecedente che giustifichi tale reazione. Accettare questo significa colpevolizzare la vittima e legittimare quella che è a tutti gli effetti violenza di genere. Allo stesso tempo anche il termine Porn risulta non essere appropriato, perché nella pornografia, sia professionale che amatoriale, sussiste un consenso alla diffusione. Il primo passo necessario per affrontare questo fenomeno sempre più diffuso è stato compiuto. Ad oggi, però, le vittime di questo tipo di violenza rischiano il posto di lavoro, vivono sentimenti di vergogna e vengono additate come “donne dai facili costumi”. Queste reazioni sono frutto di logiche maschiliste e sessiste che caratterizzano i rapporti interindividuali, anche quelli che si creano nei nuovi spazi virtuali. Non a caso destinatari privilegiati di questi reati sono principalmente le donne, ed in misura sempre più ampia anche gli uomini omosessuali. Nel Revenge Porn, a differenza della Sextortion, è assente il ricatto esplicito e l’estorsione di denaro come fine ultimo, ma è presente nella maggior parte dei casi un legame affettivo tra vittima e carnefice. Lo scopo di questo atto violento è quello di umiliare e vendicarsi, diffondendo materiale intimo che non è stato ottenuto illegalmente, ma prodotto e condiviso spontaneamente dalla vittima. Questo delicatissimo aspetto del fenomeno apre una profonda riflessione sul tema del consenso. Il consenso a filmare non corrisponde al consenso a diffondere, e la condivisione consapevole e volontaria, non legittima la ri-condivisione dello stesso materiale in altre sedi da parte di terzi. Altro specifico aspetto del fenomeno è la reiterazione. Questo tipo di violenza non si verifica una sola volta ma all’infinito, perché il materiale in questione può diffondersi in modo esponenziale. Indipendentemente dalla volontà delle persone coinvolte, la violenza si perpetra nel tempo e la donna che inizia un percorso di uscita dalla dinamica violenta, non ha il potere di emergerne realmente. Ciò avviene perché il controllo e le conseguenze di questo tipo di azioni vanno oltre la relazione con l’autore della violenza. Tutti i destinatari diventano potenziali autori violenti. Come si può intervenire? In questi casi l’azione legislativa è necessaria e propedeutica all’intervento trasformativo, ma spesso non è sufficiente. Un lavoro di supporto alle survivors non deve mai distaccarsi da un lavoro costante di sensibilizzazione collettiva rispetto alla tematica, che coinvolga sia le potenziali vittime ma soprattutto i potenziali autori.
Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/1

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Suggerimento 1. L’insostenibile leggerezza di un “boh” vi accoglie a ogni domanda, possibilmente dietro una porta sbarrata, come se la sua camera da letto fosse un baluardo da difendere a tutti i costi? Siete sottoposti a sbuffate infastidite, silenzi impenetrabili o reazioni esagerate e incomprensibili? Un adolescente in casa è un momento di trasformazione non solo per il teen-ager che abita sotto il vostro tetto, ma per voi e per l’intera famiglia. Spesso i genitori si trovano impreparati di fronte a figli molto diversi da com’erano solo qualche mese prima. Cos’è giusto fare, allora? Ogni situazione ha una risposta unica, a seconda delle caratteristiche di personalità dei membri della famiglia e dello stile familiare; ogni adolescenza è un mondo – e ha un modo – inesplorato e nuovo; ma ecco qualche idea di sopravvivenza per madri e padri attenti, che può migliorare il rapporto e fare bene a tutti, ragazzi e genitori, in questo percorso accidentato verso l’età più difficile del mondo: quella adulta. Troverete, nei prossimi interventi in questa sede, alcune strategie utili (e praticabili!), in una miniserie estiva, da consultare in tutte le stagioni nei momenti di maggiore sconforto: davanti a camere indecenti, disordine di tempi e ritardi di azione, silenzi e umori scostanti. Per agire tempestivamente e ottenere qualche risultato concreto. Suggerimento numero 1: non ostacolare l’autonomia. In un periodo in cui crescono naturalmente sia le responsabilità sia i privilegi legati alla maggiore possibilità di movimento dell’adolescente, le più feroci lotte di potere nascono sui temi dell’autonomia. Indizio importante: ogni braccio di ferro si fa in due. Se vi ricordate di togliere il braccio, riuscirete a evitarlo. Invece di stringere la presa, rispettate il bisogno di autonomia di vostra figlia, o figlio, e lasciatela più libera, man mano che cresce. È fondamentale offrire ai vostri preadolescenti e adolescenti diverse opportunità di avere maggiori responsabilità e lasciare che mettano in pratica le loro capacità decisionali. Ad esempio, incoraggiarli a decidere le attività doposcuola cui partecipare; quale cena vorrebbero aiutare a cucinare, una volta a settimana; quando e come vorrebbe completare i compiti ogni sera. Quando date potere ai nostri figli con scelte appropriate all’età, offrite loro un forte senso di fiducia. Occorre spiegare loro in modo chiaro il tipo di comportamento che vi aspettate e cosa succederà se decidono di mettere alla prova i vostri limiti. Pacatamente, ma fermamente. Applicando quanto avete concordato senza battaglie da parte vostra. Più riescono, tuttavia, a mantenere i patti, più margine di manovra potete offrire. Quando sentono di poter esercitare maggiore controllo sulla propria vita, gli adolescenti si sentiranno meglio con sé stessi e con voi e vedrete crescere la loro fiducia e indipendenza. Nelle prossime settimane, in questo blog troverete altri spunti su argomenti specifici. Intanto, introducete oggi una piccola modifica nel vostro comportamento con il vostro (temibile) adolescente e prendetevi una pausa dal braccio di ferro: sarà un momento di riposo e un vantaggio di crescita per tutti.
Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
POS: acronimo inglese per indicare genitori alle spalle

L’acronimo inglese POS (Parents over Shoulders, letteralmente genitori alle spalle) è utilizzato dai ragazzi in rete per indicare la presenza dei loro genitori che potrebbero spiare la conversazione. Il termine ha purtroppo assunto la connotazione di segnalazione di un “pericolo”. Per gli psicologi, invece, la presenza di genitori, rappresenta un efficace base per la crescita dei propri figli. Lo sviluppo psicofisico di un bambino è costellato di molteplici e complesse trasformazioni, che interessano diverse sfere: fisica, cognitiva, affettiva e relazionale. Questo processo evolutivo, normalmente, avviene in un ambiente familiare e sotto la guida di genitori attenti alle esigenze dei propri bambini. Innanzitutto, è necessario che i genitori siano consapevoli dell’individualità del proprio figlio, con proprie esigenze e copacità. I bambini vanno accompagnati verso l’autonomia, aiutandoli ad affrontare adeguatamente gli eventi critici, senza sostituirsi ad essi. Devono imparare a vestirsi, ad allacciare le scarpe e così via. Ogni giorno, sia i genitori che i figli, sono impegnati nella modulazione della loro relazione reciproca, in base agli accadimenti quotidiani. Nei rapporti fra adulti e bambini, entrano in gioco continuamente le capacità di adattamento degli uni e degli altri. E’ dall’infanzia, che i POS, i genitori, accompagnano i loro figli nella costruzione di una propria morale, mediante la costruzione di regole e l’interiorizzazione di esse. Senza dimenticare che, in questo processo, partecipano tutti i componenti della famiglia con un ruolo attivo. Il bambino, fin dalla nascita, infatti regola il proprio comportamento attraverso costanti feedback con l’ambiente circostante. Importante compito genitoriale è lo sviluppo del comportamento pro-sociale. I rapporti familiari favoriscono l’attenzione sull’empatia, sulla comprensione dell’altro, del suo pensiero e del suo eventuale disagio. L’importanza dell’adozione di uno stile educativo autorevole, basato proprio sulla comunicazione, sulla spiegazione e sul ragionamento condiviso, determina lo sviluppo di un comportamento altruistico, senza perdere la propria individualità.
Invecchiamento: i geni contano meno di quel che pensiamo. Parola di geropsicologo

di Giulia Goldin Fin dalla prima infanzia veniamo esposti a rappresentazioni negative della vecchiaia, che diviene ben presto sinonimo di declino fisico e cognitivo, dipendenza, perdita e infelicità. Famoso è l’aforisma del commediografo romano Terenzio “senectus ipsa est morbus” ovvero “la vecchiaia è di per sé una malattia”. Ma è veramente così? Come vedremo a breve, l’invecchiamento, in realtà, è un processo altamente eterogeneo e modificabile per cui abbracciare la visione fatalista dominante non sembra essere una scelta saggia. Secondo i ricercatori, infatti, l’invecchiamento dipende per il 30% da fattori genetici e per ben il 70% da fattori ambientali, ovvero stile di vita, relazioni sociali, salubrità dell’ambiente fisico, status socio-economico (Easterbrook, 2014). Questi dati fanno tirare un sospiro di sollievo e riflettere sul potente mezzo della prevenzione e sulla nostra agency. Riserva cognitiva e plasticità cerebrale Per quanto riguarda l’influenza dell’ambiente sulla senescenza, è doveroso introdurre i concetti di riserva cognitiva e plasticità cerebrale, ampiamente trattati dalle Neuroscienze. Con riserva cognitiva (Stern, 2009) si intende quella modalità attiva con cui il cervello è in grado di contrastare un processo patologico. Alti livelli di educazione, occupazione e attività stimolanti praticate nel tempo libero sembrano incidere sulla flessibilità e l’efficacia delle reti neurali, permettendo un ritardo dei segni clinici della demenza nel caso in cui essa si presenti. Un elevato livello di istruzione, se accompagnato da attività cognitive complesse e impegno sociale in tarda età, può comportare una riduzione del rischio di demenza fino al 40% (Valenzuela et al., 2001). Ma come è possibile che le esperienze di vita abbiano un effetto così diretto sul nostro cervello? La spiegazione è data dalla plasticità cerebrale, una proprietà intrinseca del cervello umano che consente di adattarsi alle pressioni ambientali, ai cambiamenti fisiologici e agli eventi di vita attraverso un continuo rimodellamento delle mappe neuro-sinaptiche (Guglielman, 2012). La plasticità cerebrale accompagna l’intero arco di vita e agisce anche quando il processo neurodegenerativo è in corso. Lo psicologo dell’invecchiamento Se, come dice la letteratura, l’ambiente incide profondamente sui processi di invecchiamento allora risulta lampante la necessità della figura dello psicologo che, in veste di ambiente sociale, può proporre alla popolazione anziana interventi di vario tipo, sfruttando le proprietà della plasticità cerebrale. Il “Piano d’azione globale di salute pubblica in risposta alla demenza”, pubblicato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO, 2017), riconosce l’importanza della figura dello psicologo nel sensibilizzare la comunità sui disturbi neurocognitivi e nel promuovere interventi di supporto ai caregiver. L’American Psychological Association (APA), inoltre, ha pubblicato nel 2003, con una revisione nel 2014, le “Linee guida per la pratica psicologica con gli anziani” e riconosciuto nel 2010 la figura del geropsicologo. Nel contesto italiano l’inquadramento di tale figura varia da regione e regione, infatti in alcune di esse lo psicologo non rientra negli standard di personale previsti per le strutture per anziani. Nonostante ciò, gli psicologi interessati all’area invecchiamento possono fare affidamento alle preziose linee guida pubblicate nel 2013 dall’Ordine degli Psicologi del Veneto “Ruolo e attività dello psicologo nell’area anziani”. Esse delineano sei possibili aree di intervento psicologico: residenzialità e semiresidenzialità, area ospedaliera, area domiciliare, università e centri di ricerca, terzo settore e comunità locale. Un esempio di intervento: la stimolazione cognitiva Un esempio di intervento rivolto a pazienti con demenza di grado lieve-moderato è la stimolazione cognitiva. Essa, tramite il coinvolgimento dell’anziano in attività di gruppo e discussione che favoriscono la socializzazione, sembra rallentare il decorso della malattia e avere effetti significativi sul funzionamento cognitivo globale, la qualità di vita e il linguaggio (Clare & Woods, 2004; Lobbia et al., 2018). Dunque, tramite la creazione di un ambiente arricchito questo intervento favorisce la neuroplasticità, potenziando i meccanismi compensativi adottati dal cervello a fronte dei cambiamenti funzionali tipici del normale invecchiamento (vedi Modello PASA, Davis et al., 2008; Modello HAROLD, Cabeza et al., 2002). Bibliografia American Psychological Association. (2014). Guidelines for psychological practice with older adults. The American Psychologist, 69(1), 34. Cabeza, R., Anderson, N. D., Locantore, J. K., & McIntosh, A. R. (2002). Aging gracefully: compensatory brain activity in high-performing older adults. Neuroimage, 17(3), 1394-1402. Clare, L., & Woods, R. T. (2004). Cognitive training and cognitive rehabilitation for people with early-stage Alzheimer’s disease: A review. Neuropsychological rehabilitation, 14(4), 385-401. Copes, A., Empolini, M., Garbo, P., Gasparotto, L., & Indiano, A. (2013). Ruoli e attività specialistiche dello psicologo nell’area anziani. Disponibile qui. Davis, S. W., Dennis, N. A., Daselaar, S. M., Fleck, M. S., & Cabeza, R. (2008). Que PASA? The posterior–anterior shift in aging. Cerebral cortex, 18(5), 1201-1209. Easterbrook, G. (2014). What happens when we all live to 100?. The Atlantic, 314(3), 61-72. Guglielman, E. (2012). The ageing brain: Neuroplasticity and lifelong learning. eLearning Papers, 29, 1-7. Lobbia, A., Carbone, E., Faggian, S., Gardini, S., Piras, F., Spector, A., & Borella, E. (2018). The efficacy of cognitive stimulation therapy (CST) for people with mild-to-moderate dementia. European Psychologist. Stern Y., Dietz A., (1994). The Value Basis of environmental concern. Journal of Social Issues, 50. 65-84 Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47. 2015-2028 Valenzuela M., Brayne C., Sachdev P., Wilcock G., Matthews F. (2001). Cognitive lifestyle and long-term risk of dementia and survival after diagnosis in a multicenter population-based cohort. Medical Research Council Cognitive Function, 53-62
Emozioni “di base”

di Umberto Maria Cianciolo Il termine “emozione” deriva dal verbo latino “emovère”, composto dalla preposizione “ex” (“fuori”) e dal verbo “movere” (“muovere”), che letteralmente significa “portare fuori”, “smuovere”, ed in senso lato “scuotere”, “agitare”. Sul dizionario “Treccani” è possibile leggere la seguente definizione: “Impressione viva, turbamento, eccitazione. In psicologia, il termine indica genericamente una reazione complessa di cui entrano a far parte variazioni fisiologiche a partire da uno stato omeostatico di base ed esperienze soggettive variamente definibili (sentimenti), solitamente accompagnata da comportamenti mimici”. Dallo stesso dizionario si rintraccia un’origine francese del termine, dal verbo “èmouvoir”, ovvero “mettere in movimento”. I riferimenti etimologici, nonché le definizioni citate, ci conducono a pensare l’emozione come ad un qualcosa in movimento, che si “muove da”, che si sposta, che viaggia, che si genera e sviluppa in un percorso “da-a”. Dunque, è possibile affermare che l’emozione attivi una risposta fisiologica e che sia una reazione ad uno stimolo, un comportamento di risposta. La risposta fisiologica agli stimoli esterni, può predisporre, ad esempio, all’azione, alla fuga, all’attacco, in base all’elaborazione dello stimolo, sia essa cosciente/consapevole che automatica/inconsapevole: potremmo così rilevare una possibile accelerazione del battito cardiaco, una contrazione muscolare, un indebolimento, un tremore, una contrazione del respiro. Tutto ciò ci ha permesso di sopravvivere e di conservare la specie, come già affermato e teorizzato da Darwin. Questi, inoltre, coerentemente con i propri studi, si interrogava sull’origine innata o appresa dei movimenti dei muscoli facciali che rendono “visibile” un’emozione (Darwin, 1872; Ekman, 1973). È dallo spunto teorico del padre della “Teoria dell’Evoluzione” che Paul Ekman si interroga sull’esistenza delle emozioni cosiddette “di base”, sulla possibilità che queste siano innate e dunque egualmente osservabili e rilevabili in ogni essere umano, e che siano differenziabili da quelle cosiddette “secondarie”, frutto di apprendimento e di interazione sociale. Ekman è uno psicologo statunitense, pioniere della ricerca sull’espressività facciale delle emozioni. Come da lui riportato in “Basic Emotion”, terzo capitolo all’interno dell’opera “Handbook of cognition and emotion” (Dalgleish e Power, 1999), la sua ricerca sugli eventi interpersonali prototipici prese le mosse dalle scoperte di Boucher e Brant, i quali, nel 1970 (la ricerca fu poi pubblicata in un tempo successivo, nel 1981), trovarono molti elementi in comune esaminando anche culture non occidentali. Secondo gli autori, esistono eventi prototipici universali scatenanti determinate reazioni emotive: ad esempio, constatarono che la perdita di una persona significativa fosse causa di tristezza in molte delle culture prese in esame e che ciò che differiva tra le diverse culture fosse l’oggetto, in senso dinamico, investito emotivamente e affettivamente (Boucher e Brant, 1983). Ekman sostiene con fermezza l’importanza cruciale dell’espressività emotiva, soprattutto nello sviluppo e regolazione delle relazioni interpersonali. Difatti, una sua ricerca, che ha coinvolto persone affette da paralisi facciale congenita (sindrome di Mobius), ha dimostrato come queste persone avessero seri problemi nello sviluppo e mantenimento di relazioni, anche casuali, proprio per l’incapacità di espressività facciale (Ekman, 1999). Quindi è possibile affermare che vi sono delle caratteristiche attraverso le quali distinguere un’emozione da un’altra e attraverso le quali individuare le “emozioni di base” e distinguerle da un qualsiasi altro fenomeno di natura affettiva (Ekman, 1999; Ekman, 2003; Ekman e Cordaro, 2011): Una reazione fisiologica distintiva; Una valutazione automatica (appraisal) influenzata dalle esperienze ontogenetiche e filogenetiche; Aspetti comuni negli eventi che suscitano una tale emozione; Aspetti distintivi a livello evolutivo; Presenza in altri primati; Rapida insorgenza; Breve durata; Reazione visibile; Pensiero distintivo, ricordi e immagini; Esperienza soggettiva distintiva; Periodo refrattario dove si filtrano le informazioni disponibili per cosa supporta l’emozione; Obiettivo; Rappresentazione dell’emozione in modo costruttivo o distruttivo. Secondo Ekman, l’individuare l’esistenza di emozioni di base non respinge, non nega, l’esistenza di una varietà dei fenomeni connotati affettivamente; al contrario, egli ritiene che sono proprio queste emozioni ad organizzare e determinare tali fenomeni. In tal senso, ogni emozione è considerabile “di base”, cioè necessaria e indispensabile alla vita emotiva-affettiva degli individui. L’aggettivo “di base”, dunque, è usato da Ekman per distinguere tutte le emozioni discrete, cioè distinguibili l’una dall’altra e la cui esistenza è provata dalla fisiologia facciale, vocale, automatica e dallo studio degli eventi che precedono l’una o l’altra emozione (Ekman e Cordaro, 2011). L’origine di queste emozioni è stata teorizzata rispetto a processi sia filogenetici (vedi Darwin), ovvero rispetto al progresso evolutivo, alla necessità di adattamento biologico che ci ha consentito di “reagire ai compiti fondamentali della vita” e che ci ha spinto “in una direzione che, nel corso della nostra evoluzione, ha condotto a migliori soluzioni in circostanze ricorrenti e rilevanti per i nostri obiettivi” (Ekman e Cordaro, 2011, p. 364), che ontogenetici (Parkinson, 1996), ovvero socialmente costruiti e universalmente condivisi; in quest’ultimo caso sono le nostre esperienze condivise come esseri umani a generare esperienze emotive condivise. Esistono prove dell’esistenza delle seguenti sette emozioni “di base” (Ekman e Cordaro, 2011): Rabbia: risposta all’interferenza con il nostro perseguimento di un obiettivo a cui teniamo; risposta che può essere elicitata da qualcuno che tenta di farci del male (fisicamente o psicologicamente) o da una persona a cui teniamo. “Oltre a rimuovere l’ostacolo o fermare il danno, la rabbia spesso comporta il desiderio di ferire il bersaglio” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Paura: risposta alla minaccia di danno, fisico o psicologico. La paura può innescare la rabbia o attivare comportamenti di freezing o fuga; Sorpresa: risposta ad un evento improvviso e inaspettato; è l’emozione più breve; Tristezza: risposta alla perdita di un oggetto o persona a cui si è molto legati; Disgusto: respingere qualcosa dalla vista, dall’olfatto o dal gusto; può essere causato anche da persone le cui azioni sono disgustose o da idee offensive; Disprezzo: “sentirsi moralmente superiori ad un’altra persona” (Ekman e Cordaro, 2011, pag. 365); Felicità: sensazione di goduria ricercata dalla persona. Come è possibile, quindi, riconoscere un’emozione “di base”? Come già accennato, secondo Ekman, quando siamo in preda ad un’emozione avvengono molti cambiamenti a nostra insaputa, o comunque di cui non siamo immediatamente consapevoli: i segnali emotivi che si possono evincere dai movimenti della muscolatura facciale o dalla voce, azioni apprese e pre-impostate,
L’utilizzo del Protocollo DAC a scuola

Il comportamento è l’insieme delle azioni che un soggetto compie; è la risposta (reazione) dell’individuo a stimoli interni o esterni. Forse una reazione ad una situazione!
Questo vuol dire che c’è sempre un evento iniziale che precede un comportamento e in alcuni casi lo determina.
Film e serie tv possono aiutarci nell’affrontare eventi difficili?

I film, le serie tv, i prodotti audio-visivi e artistici in generale permettono di allontanarci, anche se per poco tempo, dalla realtà e immergerci in una nuova storia. Un film, come anche una serie TV, può diventare un mezzo attraverso cui le persone riflettono, un modo per interpretare la realtà. Altre volte permettono di immedesimarsi in storie o personaggi vicini a noi e, attraverso questi, sublimare preoccupazioni, ansie, paure. Fornire allo spettatore immagini e racconti di mondi reali o fittizi che possono costituire uno specchio della realtà in cui vivono o degli eventi che stanno attraversando può aiutarli a concentrarsi su alcuni aspetti essenziali della vita o del mondo che li circonda[1]. Il cinema, in tal senso, può avere un ruolo catartico Attraverso la catarsi è possibile allontanare dalla mente sensazioni negative. Immedesimarsi in personaggi di finzione consente di liberarsi da emozioni negative attraverso quelle altrui. Davanti ad una rappresentazione di eventi passati o presenti, le situazioni problematiche e i conflitti possono essere rivissuti ed elaborati. In psicologia, la catarsi fa riferimento ad una strategia terapeutica. Attraverso di essa, è possibile liberarsi da forti emozioni e dalle tensioni conflittuali che ostacolano la crescita. Può rappresentare così un processo attivo di costruzione di senso. Il sociologo Edgar Morin descrive il cinema come uno “specchio antropologico” della natura umana[2], “capace di generare nello spettatore una percezione che si muove in una sorta di doppia coscienza: una illusoria (di identificazione con la storia narrata nel film) e una reale (la parte dello spettatore che rimane ancorato alla sua effettiva quotidianità)”[1]. Le emozioni che la pellicola susciterà in lui gli permetteranno di effettuare una “metamorfosi cognitiva”[2]. La scelta di guardare un determinato film o una serie tv, quindi, può non essere del tutto casuale. Durante la pandemia COVID-19, la paura e l’angoscia del non sapere cosa stava succedendo e cosa sarebbe successo in futuro ha portato le persone ad adottare comportamenti peculiari nel tentativo di contenere tali emozioni. Tra questi vi è la decisione di guardare film o serie TV legate ai temi della pandemia, dell’epidemia, del contagio. Testoni, Rossi, Pompele, Malaguti e Orkibi (2021), a tal proposito, hanno sviluppato una ricerca per comprendere meglio la possibile funzione psicologica che il cinema può avere durante momenti di una crisi acuta e diffusa come quella causata dalla pandemia. L’obiettivo della ricerca è stato quello di comprendere perché alcune persone, durante la fase più delicata della pandemia, ovvero durante il lockdown, hanno deciso di guardare film o serie TV in cui erano rappresentate situazioni di contagio, epidemia o rischi per la salute delle persone[1]. Dai risultati emergono 4 aree tematiche, relative ai motivi che hanno spinto le persone a guardare questo tipo di film o serie TV. La prima area riguarda la diminuzione dell’incertezza. Film e serie TV sono diventate un mezzo attraverso cui le persone comprendevano e interpretavano la realtà, per capire cosa stesse succedendo, trovare informazioni utili e una spiegazione agli eventi, legati alla pandemia, attraverso i film. La seconda area era relativa al tentativo di diminuire o esorcizzare l’ansia crescente che stavano esperendo durante il lockdown. Guardare film o serie TV di epidemie o contagi era una strategia per evitare il panico, in quanto prodotti di fantasia o perché era possibile conoscerne gli esiti. La terza area riguardava l’identificazione e la catarsi. Guardare una persona attraversare la stessa situazione che lo spettatore stava affrontando, anche se estremizzata, permetteva di identificarsi con il protagonista e vedersi rappresentato. Inoltre, tale identificazione ha, appunto, una funzione catartica, con l’effetto di una profonda liberazione da ansie e preoccupazioni. Tale dinamica permette di accettare il presente e l’incertezza della situazione emergenziale. Infine, l’ultima area riguardava le persone che causalmente si sono imbattute in film del genere pandemico e che, data la similarità con la realtà che stavano vivendo, hanno deciso di guardare. In alcuni casi tale visione li ha aiutai a comprendere meglio la situazione, in altri ha generato sentimenti di ansia. Il cinema e le produzioni audio-visive possono quindi diventare mezzi per gestire l’ansia e l’angoscia. Attraverso di essi è possibile conoscersi meglio e comprendere la realtà che ci circonda. Il cinema e le serie TV possono diventare strumenti per fronteggiare eventi difficili, poiché permettono allo spettatore di allontanarsi dalla propria realtà ed entrare in un mondo di fantasia che può fornire spunti per liberarsi dalle emozioni negative, oppure semplicemente per intrattenersi. Bibliografia [1] Testoni I., Rossi E., Pompele S., Malaguti I. e Orkibi H. (2021). Catharsis through Cinema: An italian qualitative study on watching tragedies to mitigate the fear of COVID-19. Front. Psychiatry, 12:622174. doi: 10.3389/fpsyt.2021.622174 [2] Morin E. (2016). Il cinema o l’uomo immaginario [Cinema of the immaginary man]. Milano: Raffaello Cortina Editore.