La cherofobia e la paura di essere felici

Si parla spesso del desiderio di essere felice; ma la cherofobia frena tantissimo la sua realizzazione. Quando, infatti, una persona ha una paura irrazionale di fronte alla gioia o alle emozioni positive in generale, si parla appunto di cherofobia. Il comportamento tipico di colui che vive questo malessere è l’evitamento di quelle situazioni, sociali e non, che possono portare a forme di piacere. L’aspetto irrazionale di tale atteggiamento dipende prevalentemente dalla convinzione radicata che se una persona é felice, immancabilmente accadrà qualcosa di nefasto. Una credenza in cui il karma, per così dire, restituirà in tempi brevi l’equivalente della felicità in dolore e tristezza. Psicologicamente parlando, la cherofobia nasce prevalentemente in coloro che hanno forme di autostima abbastanza carenti. La convinzione di non essere meritevoli di godersi le cose belle che la vita offre, limita fortemente l’azione e le relazioni. Si ha la convinzione di essere degli impostori nel vivere delle esperienze felici immeritatamente. Una fragilità interna che determina, di conseguenza, la messa in atto di atteggiamenti evitanti e ansiogeni. Spesso il cherofobico sviluppa questa convinzione attraverso le esperienze vissute già durante l’infanzia. Ripetutamente, da bambino, ad alcuni episodi di felicità hanno fatto seguito una punizione e quindi la tristezza. Si innesca quindi una correlazione cognitiva tra i due eventi secondo cui dopo la felicità arriva, purtroppo e subito, sempre la tristezza. La bizzarria di questa paura è che chi ne soffre, generalmente non è depresso o triste, ma cerca soltanto di evitare tutte le situazioni potenzialmente felici. Dal punto di vista patologico, la cherofobia non è riconosciuta come una vera e propria malattia, ma come un atteggiamento. Diventa cioè una scelta comportamentale che ha conseguenze purtroppo negative sulle proprie convinzioni , azioni scelte e relazioni.
La capacità di attenzione non è più stimolata

La capacità di mantenere l’attenzione alta è un insieme di processi cognitivi. Le sue principali funzioni sono di tre tipologie: 1: selettiva, perché effettua una cernita delle informazioni; 2: sostenuta, perché mantiene alta la concentrazione su di uno stimolo; 3: divisa, perché mantiene il controllo su più differenti. Questo processo, in sintesi, consiste proprio nel filtrare le innumerevoli informazioni che arrivano al cervello, dando priorità solo ad alcune di esse, in base all’utilità che ne può derivare. Lo sviluppo di questa attività mentale molto utile sia dal punto di vista adattivo che funzionale, matura già nel corso dell’infanzia. I bambini, innanzitutto, sono molto attratti dagli stimoli nuovi ed è necessario aiutarli a mantenere la concentrazione su di essi. In questo modo, fin da piccoli, i bimbi hanno la possibilità di imparare l’attitudine a concentrarsi su di un compito e portarlo a termine. D’altro canto, la digitalizzazione informatica e l’abuso dei mezzi tecnologici, hanno abbassato sensibilmente la capacità attentiva, soprattutto nei bambini e negli adolescenti. L’intensivo uso dei dispositivi elettronici ha determinato un drastico calo dell’utilizzo di questa capacità. In primis, la testa sempre china sul cellulare ha fatto perdere interesse per l’ambiente circostante, compromettendo le relazioni sociali. Inoltre, essendo il telefono diventato una fonte di distrazione, talvolta anche la sicurezza fisica si compromette, esponendo a pericoli reali non rilevati. Allo stesso tempo, i social media utilizzati detengono il deleterio potere di monopolizzare l’attenzione, distraendoci dall’ambiente, e mantenerla concentrata esclusivamente su di essi, a discapito di tutto il resto. Una diminuzione così evidente della capacità attentiva, quindi, compromette sensibilmente la funzione adattiva all’ambiente. In ambito scolastico, infatti, i docenti si lamentano delle limitate capacità di mantenere l’attenzione in classe. Anche gli ambienti lavorativi e relazionali, risentono di questa mancata partecipazione, rendendoci così tutti vittime del phubbing e aumentando il senso di alienazione sociale, cui pian piano ci stiamo avvicinando.
la “Sindrome dell’Impostore” amplificata dai social networks

Poco tempo fa Chiara Ferragni ha dichiarato di aver sofferto di “Sindrome dell’impostore”: viveva la costante sensazione di non meritare il proprio successo. Da Einstein a Meryl Streep, sono tanti i personaggi illustri che hanno sperimentato questa esperienza. Secondo la ricerca condotta dalla Dott.ssa Pauline Clance, che per prima ha teorizzato la “sindrome dell’impostore”, quasi il 70% della popolazione ha sperimentato questa percezione. Il termine “Sindrome dell’impostore” fu coniato nel 1978 dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes, nell’ambito di uno studio condotto su 150 donne, brillanti professioniste, incapaci di riconoscere e vivere con soddisfazione i risultati raggiunti. Il soggetto colpito dalla sindrome sperimenta una forte insicurezza che lo porta a dubitare di aver meritato i propri successi personali e professionali e ad attribuirli sempre a cause esterne. Il profilo dell’impostore “L’impostore” mostra una correlazione con bassi livelli di autostima, scarsa fiducia in se stesso, tendenza al perfezionismo e al continuo confronto con gli altri. La sindrome dell’impostore sui social networks Abbiamo già parlato di “identità digitale” e di quanto sia difficile gestire la propria immagine virtuale quando prende il sopravvento. In una società così egocentrica anche i piccoli traguardi si celebrano in modo eclatante. I social networks diventano una vetrina per affermare se stessi e ammirare/invidiare i successi degli altri. La continua ricerca della perfezione e il costante confronto con gli altri alimentano l’insicurezza e la paura di fallire e di essere smascherati, giudicati. Per combattere o prevenire la Sindrome dell’Impostore, è necessario lavorare sulla propria autostima, sin dall’infanzia. A questo percorso finalizzato ad una profonda consapevolezza emotiva, si affianca l’educazione digitale per un corretto utilizzo dei social networks in qualità di strumenti di comunicazione al nostro servizio.
La “reflect on” e la gestione delle false credenze

Spesso le persone hanno false credenze, cioè idee o opinioni che pensano siano vere, anche se non ci sono prove che le supportano o sono smentite da fatti. Tutti, in un momento o nell’altro, possono credere a queste idee sbagliate. Il termine inglese “reflect on” significa “riflettere su” e prendere tempo per pensare, considerare e analizzare esperienze, idee o emozioni. Questo processo di riflessione è fondamentale per la crescita personale, poiché ci permette di esaminare le nostre convinzioni, decisioni e comportamenti. Un recente studio del California Institute of Technology ha rivelato che il cervello umano lavora a due velocità. La ricercatrice Maria Luisa Malosio dell’Istituto di neuroscienze del CNR spiega che il “cervello esterno” elabora segnali sensoriali e motori a un miliardo di bit al secondo. Invece, il “cervello interno” lavora molto più lentamente, a soli 10 bit al secondo, per pensare e prendere decisioni. Riflessione e gestione delle false credenze Vivere con false credenze è spesso il risultato di una mancanza di riflessione. Ad esempio, l’idea che “il successo è solo una questione di fortuna” è sbagliata poiché sminuisce il valore del lavoro duro, del tempo e degli sforzi, superando ostacoli e imparando dai propri errori. Inoltre, l’affermazione “le persone di una determinata etnia sono tutte uguali” è una generalizzazione troppo pericolosa che ignora la diversità e la differenza che esiste tra una persona e l’altra. Infine, credere che “non posso cambiare il mio destino” limita il potenziale umano. Le scelte quotidiane e la capacità di adattarsi influenzano il nostro futuro. Le decisioni che prendiamo ogni giorno e la nostra capacità di adattarci alle situazioni possono davvero influenzare il nostro futuro. È importante ricordare che abbiamo il potere di fare scelte che possono migliorare la nostra vita. Ogni piccolo passo che facciamo verso il cambiamento può avere un grande impatto. Purtroppo, ogni giorno ci troviamo a fare i conti con le complessità della vita, spesso influenzati da false credenze. Queste credenze sono come un mosaico, fatte di vari pezzi: la cultura in cui viviamo, le esperienze che abbiamo vissuto, quanto spesso vediamo certe cose accadere e le nostre opinioni personali. Tutti questi elementi si mescolano, creando convinzioni che, se non ci fermiamo a riflettere, possono farci vedere la realtà in modo distorto. È importante ricordare che non tutto ciò che crediamo è vero. Dobbiamo imparare a mettere in discussione le nostre idee e ad aprirci a nuove prospettive. Ad esempio, l’ espressione “non è tutto oro quello che luccica” ci insegna a non fidarci solo di ciò che vediamo. A volte, qualcosa che sembra bello all’esterno può avere dei difetti o dei problemi nascosti. Questo proverbio ci ricorda che non sempre ciò che pensiamo sia vero è realmente così.
L’influenza della percezione di sé sulla salute mentale: come la visione di noi stessi modella il nostro benessere

La percezione che abbiamo di noi stessi gioca un ruolo fondamentale nella nostra vita quotidiana e nel nostro benessere psicologico. Come ci vediamo, come ci giudichiamo e come valutiamo il nostro valore influenzano profondamente le nostre emozioni, le relazioni e le nostre decisioni. In questo articolo, esploreremo come la percezione di sé impatta la salute mentale, quali sono le sue radici e come possiamo migliorare la nostra autopercezione per promuovere una vita più sana e soddisfacente. Cos’è la percezione di sé? La percezione di sé si riferisce al modo in cui vediamo noi stessi, come ci definisco e come interpretiamo il nostro valore. Include la consapevolezza dei nostri punti di forza e debolezza, dei successi e degli insuccessi, nonché delle nostre emozioni e comportamenti. La percezione di sé non è sempre oggettiva, ma spesso è modellata da esperienze passate, feedback sociali e convinzioni culturali, e può variare enormemente da persona a persona. La relazione tra percezione di sé e salute mentale1. Autostima e autocriticaLa nostra autopercezione influisce direttamente sulla nostra autostima. Se vediamo noi stessi in modo negativo o crediamo di non essere abbastanza bravi, potremmo soffrire di bassa autostima, che può portare a ansia, depressione e sentimenti di inadeguatezza. Al contrario, un’immagine di sé positiva e sana favorisce una buona autostima, contribuendo a una mente più equilibrata e ottimista.2. Rendimento e successoLa percezione che abbiamo delle nostre capacità e del nostro valore influisce sulle nostre aspettative di successo. Se ci vediamo come capaci e degni, è più probabile che intraprendiamo sfide con maggiore fiducia e perseveranza. Una visione distorta o negativa di sé, invece, può generare dubbi, paura del fallimento e rinuncia precoce, ostacolando la realizzazione dei propri obiettivi.3. Relazioni interpersonaliLa percezione che abbiamo di noi stessi influisce anche sulle relazioni con gli altri. Se abbiamo una buona percezione di sé, siamo più propensi a stabilire relazioni sane, basate sul rispetto e sull’empatia. Se, invece, ci vediamo come insufficienti o non degni di amore, potremmo avere difficoltà a instaurare legami profondi o potremmo attirare persone che non rispettano i nostri bisogni emotivi.4. Gestione dello stress e resilienzaLa percezione di sé influisce anche sulla nostra capacità di gestire lo stress e le difficoltà. Le persone con una visione positiva di sé tendono a essere più resilienti, affrontando le sfide con una maggiore capacità di adattamento. Coloro che hanno una percezione negativa di sé, invece, potrebbero essere più vulnerabili allo stress e alla ruminazione, incapaci di gestire le avversità con equilibrio. Le cause di una percezione di sé distorta1. Esperienze infantiliLe prime esperienze di vita, in particolare quelle legate ai genitori e alla famiglia, influenzano profondamente la nostra autopercezione. Critiche costanti, mancanza di affetto o esperienze traumatiche possono portare a una visione distorta e negativa di sé.2. Confronto socialeIn un mondo sempre più digitalizzato, il confronto con gli altri è inevitabile. I social media, in particolare, amplificano la tendenza a confrontarsi, portando a sentirsi inferiori o non all’altezza. Le aspettative irrealistiche che derivano dal confronto sociale possono minare la nostra autopercezione e alimentare insicurezze.3. Cultura e stereotipi socialiLa cultura in cui viviamo gioca un ruolo determinante nella nostra percezione di noi stessi. I canoni estetici, i ruoli di genere e le aspettative sociali possono creare pressioni che influenzano il nostro modo di vedere il nostro corpo, le nostre capacità e il nostro valore.4. Esperienze di fallimento o criticheLe esperienze negative, come il fallimento in un’area importante della vita (ad esempio nel lavoro, nelle relazioni o negli studi), possono alterare la nostra visione di noi stessi. Le critiche e la sensazione di non essere riusciti a raggiungere gli standard che ci siamo posti o che gli altri si aspettano da noi possono creare una visione distorta e insoddisfacente del nostro valore. Come migliorare la percezione di sé1. Sfida i pensieri negativiUn passo fondamentale per migliorare la percezione di sé è imparare a riconoscere e sfidare i pensieri negativi e autocritici. Spesso, siamo i nostri critici più severi. Esercitarsi a identificare i pensieri irrealistici e sostituirli con affermazioni più equilibrate e gentili può ridurre il carico emotivo negativo.2. Accetta l’imperfezioneNessuno è perfetto, e accettare le proprie imperfezioni è fondamentale per sviluppare una visione sana di sé. Imparare a vedere gli errori come opportunità di crescita piuttosto che come fallimenti può contribuire a una visione più positiva di sé.3. Coltiva la gratitudinePraticare la gratitudine ci aiuta a focalizzarci sugli aspetti positivi della nostra vita, compreso il nostro valore personale. Scrivere ogni giorno le cose per cui siamo grati può cambiare il nostro focus, spostandolo da ciò che ci manca a ciò che abbiamo e apprezziamo.4. Riconosci i successiSpesso, tendiamo a minimizzare i nostri successi o a non riconoscere i nostri punti di forza. Imparare a celebrare anche i piccoli successi quotidiani e a riconoscere ciò che facciamo di buono contribuisce a costruire una visione più positiva e realistica di noi stessi.5. Cerca supporto psicologicoSe la percezione di sé è particolarmente negativa e difficilmente modificabile, potrebbe essere utile cercare il supporto di un professionista. La psicoterapia, in particolare la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), è molto efficace nel trattare le distorsioni cognitive e nel migliorare l’autopercezione. La percezione di sé è uno dei fattori più influenti nella nostra salute mentale e nel nostro benessere complessivo. Investire tempo ed energie per migliorare come ci vediamo e accettarci per quello che siamo può avere un impatto profondo sulla nostra vita. Cambiare la nostra percezione di noi stessi non è un processo immediato, ma è uno dei passi più potenti che possiamo compiere per vivere in modo più autentico, sereno e soddisfatto.
L’importanza dell’autocura per il benessere psicologico: come prendersi cura di sé in modo efficace

Viviamo in una società che spesso celebra l’attività frenetica e la produttività senza sosta. Ci viene insegnato a non fermarci mai, a raggiungere sempre nuovi obiettivi, e ad essere costantemente impegnati. Ma c’è un aspetto che, se trascurato, può influire negativamente sul nostro benessere: l’autocura. Il concetto di “prendersi cura di sé” è essenziale non solo per la salute fisica, ma anche per quella psicologica. In questo articolo, esploreremo l’importanza dell’autocura, perché è fondamentale per il nostro equilibrio emotivo e mentale, e come possiamo praticarla in modo efficace nella nostra vita quotidiana. Cos’è l’autocura? L’autocura è un insieme di azioni e comportamenti che mettiamo in atto per prenderci cura di noi stessi, del nostro corpo, della nostra mente e delle nostre emozioni. Si tratta di uno strumento che ci permette di mantenere l’equilibrio interiore, ridurre lo stress, prevenire il burnout e promuovere la nostra salute mentale e fisica. L’autocura può assumere diverse forme, da un semplice momento di relax a pratiche più strutturate come la meditazione, l’esercizio fisico o il counseling psicologico. Perché l’autocura è fondamentale per il benessere psicologico?1. Previene il burnout e lo stress cronicoVivere in un mondo sempre connesso e pieno di stimoli può facilmente portarci a sentirci sopraffatti. L’autocura è fondamentale per prevenire il burnout, una condizione che può manifestarsi quando siamo costantemente sotto pressione senza dare il giusto spazio al riposo. Fare pause, dormire a sufficienza e dedicare tempo a se stessi sono pratiche che possono aiutarci a mantenere livelli di stress sotto controllo e a recuperare energia.2. Migliora l’autostima e la resilienzaPrendersi cura di sé aiuta a coltivare un rapporto positivo con noi stessi. Quando investiamo tempo e energie nel nostro benessere, miglioriamo la nostra autostima e la nostra percezione di valore. Questo, a sua volta, ci rende più resilienti di fronte alle difficoltà della vita, poiché sviluppiamo la capacità di affrontare le sfide con maggiore serenità e fiducia in noi stessi.3. Promuove la consapevolezza emotivaL’autocura non riguarda solo il corpo, ma anche la mente. Pratiche come la meditazione, il journaling o semplicemente riflettere su come ci sentiamo, ci aiutano a diventare più consapevoli delle nostre emozioni. Essere in grado di riconoscere e comprendere le proprie emozioni è essenziale per gestirle in modo sano, evitando che ci sopraffacciano o influenzino negativamente il nostro comportamento.4. Favorisce relazioni più saneQuando siamo in equilibrio con noi stessi, siamo anche in grado di costruire relazioni più sane e autentiche con gli altri. Prendersi cura di sé non significa solo fare cose da soli, ma anche imparare a riconoscere quando abbiamo bisogno di chiedere aiuto e di stabilire confini sani con gli altri. Le relazioni che non sono equilibrate possono diventare fonte di stress e frustrazione, ma con l’autocura impariamo a riconoscere i nostri bisogni e a rispettarli. Come praticare l’autocura in modo efficace?1. Stabilisci routine di riposo e sonno regolareLa qualità del sonno influisce enormemente sulla salute mentale. Dormire a sufficienza è fondamentale per permettere al corpo e alla mente di rigenerarsi. Creare una routine del sonno che favorisca il rilassamento (come spegnere i dispositivi elettronici prima di dormire o fare un bagno caldo) può fare una grande differenza.2. Dedica tempo a te stessoUn aspetto chiave dell’autocura è creare spazio per te stesso, lontano dalle responsabilità quotidiane. Che si tratti di leggere un libro, fare una passeggiata all’aria aperta o semplicemente rilassarsi senza alcuna pressione, queste attività ti aiuteranno a ricaricarti e a mantenere la tua energia emotiva.3. Fai esercizio fisicoL’attività fisica non è solo benefica per il corpo, ma ha anche effetti positivi sulla salute mentale. L’esercizio aumenta i livelli di endorfine, i neurotrasmettitori che favoriscono il buonumore e riducono lo stress. Non è necessario fare allenamenti intensi; anche una camminata quotidiana o un po’ di yoga possono fare miracoli.4. Pratica la meditazione o la mindfulnessLa meditazione e la mindfulness sono pratiche che ci aiutano a focalizzarci sul momento presente e a ridurre i pensieri negativi. Anche pochi minuti al giorno possono fare una grande differenza, migliorando il nostro benessere psicologico e riducendo l’ansia.5. Fai attività che ti piaccionoDedicare del tempo a hobby e attività che ti piacciono è essenziale per il benessere psicologico. Che si tratti di dipingere, cucinare, ballare o ascoltare musica, fare qualcosa che ci dà piacere ci permette di sentirci soddisfatti e appagati.6. Riflettere sulle proprie emozioniTenere un diario o semplicemente riflettere sulle proprie emozioni è un’altra forma importante di autocura. Scrivere ciò che si prova permette di esternare i propri sentimenti e di elaborare meglio le esperienze vissute, riducendo lo stress e favorendo la consapevolezza. L’autocura non è egoismo Molte persone, specialmente quelle che sono inclini a prendersi cura degli altri, potrebbero sentirsi in colpa nel dedicare tempo a se stesse. Tuttavia, è fondamentale comprendere che l’autocura non è un atto egoista, ma un atto di responsabilità verso se stessi. Solo quando ci prendiamo cura di noi possiamo essere veramente in grado di dare il nostro meglio agli altri, sia che si tratti della famiglia, degli amici o del lavoro. L’autocura non è un lusso, ma una necessità. Prendersi del tempo per sé non è solo utile, ma essenziale per mantenere un buon equilibrio psicologico e prevenire il burnout. Sfruttare le piccole abitudini quotidiane per migliorare la nostra salute mentale può fare una grande differenza nel nostro benessere complessivo. Ricorda, non c’è nulla di sbagliato nell’investire su di te; anzi, è il primo passo per vivere una vita sana e soddisfacente.
L’importanza dell’auto-compassione per il benessere psicologico

Nel mondo odierno, caratterizzato da pressioni sociali, aspettative e obiettivi sempre più alti, molte persone tendono a essere eccessivamente critiche con se stesse. Ciò può portare a una serie di problemi psicologici, tra cui ansia, depressione e una bassa autostima. Una risorsa potente, però, esiste per contrastare questo tipo di sofferenza emotiva: l’auto-compassione. Che cos’è l’auto-compassione? L’auto-compassione è un concetto che ha guadagnato attenzione negli ultimi anni grazie agli studi della psicologa Kristin Neff, che la definisce come la capacità di essere gentili con se stessi di fronte alle difficoltà, trattarsi con la stessa comprensione e cura che riserveremmo a un amico in difficoltà. Si tratta di riconoscere le proprie imperfezioni e fragilità senza giudicarsi, ma piuttosto accogliendo la propria esperienza umana con accettazione. In un mondo che spesso celebra il perfezionismo e la competitività, l’auto-compassione offre un’alternativa salutare che permette di navigare le sfide della vita con maggiore serenità e autostima. Ma come si sviluppa e quali benefici porta? I benefici dell’auto-compassione1. Riduzione dello stress e dell’ansiaQuando ci confrontiamo con i nostri errori o fallimenti, è facile cadere nella trappola dell’autocritica e dell’autogiudizio, alimentando ansia e stress. L’auto-compassione, al contrario, aiuta a interrompere questo circolo vizioso. Anziché concentrarsi sulla colpa o sul rimorso, ci incoraggia a vedere l’esperienza con un occhio più gentile e accogliente, riducendo la tensione mentale.2. Miglioramento dell’autostimaContrariamente a quanto si possa pensare, l’auto-compassione non porta a una visione distorta o a un abbassamento degli standard di sé. Al contrario, favorisce un’autostima sana perché incoraggia una valutazione realistica e accettante di sé stessi. Accettare la propria vulnerabilità senza vergogna è un atto di grande forza che permette di crescere, imparare dai propri errori e sentirsi più equilibrati emotivamente.3. Resilienza e capacità di affrontare le difficoltàChi pratica l’auto-compassione tende a rispondere meglio alle sfide della vita. Invece di abbattersi di fronte agli ostacoli, una persona auto-compassionevole è più in grado di risollevarsi e imparare dalle difficoltà. Si riconosce che il dolore fa parte della vita, ma che non è una condanna, bensì un’opportunità per crescere.4. Relazioni più sane e empaticheL’auto-compassione non solo aiuta a migliorare il rapporto con se stessi, ma anche con gli altri. Quando una persona è in grado di accogliere le proprie difficoltà, diventa più empatica e comprensiva verso le difficoltà degli altri. La gentilezza verso sé stessi si riflette spesso in una maggiore capacità di essere gentili e di supportare gli altri. Come coltivare l’auto-compassione1. Praticare la gentilezza verso se stessiOgni volta che commettiamo un errore, invece di criticare noi stessi, possiamo cercare di essere gentili. Questo può significare trattarsi come tratteremmo un buon amico che sta attraversando un momento difficile.2. Riconoscere la comune umanitàTutti commettono errori e affrontano difficoltà nella vita. Non siamo soli nelle nostre esperienze. Riconoscere che la sofferenza è una parte inevitabile dell’esistenza umana aiuta a ridurre il senso di isolamento che spesso accompagna il dolore.3. Meditazione e mindfulnessLa pratica della meditazione mindfulness è uno degli strumenti più potenti per coltivare l’auto-compassione. Aiuta a prendere coscienza dei propri pensieri e sentimenti senza giudicarli, permettendo di accettarli con serenità.4. Riformulare il dialogo interioreSpesso, il nostro dialogo interiore è ricco di critiche e giudizi severi. Esercitarsi nel sostituire pensieri auto-critici con pensieri più gentili e incoraggianti può fare una grande differenza nel modo in cui ci relazioniamo con noi stessi. In sintesi, l’auto-compassione è un aspetto fondamentale per il benessere psicologico, poiché aiuta a superare le difficoltà della vita con maggiore serenità e a sviluppare una visione più equilibrata di sé. Imparare ad essere più gentili con noi stessi non significa arrendersi o essere meno motivati, ma piuttosto riconoscere la nostra umanità e la nostra vulnerabilità come punti di forza, non di debolezza. Coltivare l’auto-compassione è un passo importante verso una vita più soddisfacente e una maggiore resilienza emotiva.
L’impatto psicologico della guerra sui bambini

L’esposizione al conflitto, in maniera diretta o mediante canali di comunicazione , può generare traumi o problemi di vario tipo nei bambini. Vediamo come prevenire qualche effetto psicologico secondario. L’impatto psicologico della guerra è particolarmente evidente su soggetti altamente vulnerabili e immaturi come i bambini.Gli eventi altamente stressanti correlati al fenomeno della guerra, che possono coinvolgere direttamente un bambino o un giovane, sono: esposizione diretta a minacce per la sopravvivenza sua e di altri; esportazione in un altro paese; maltrattamenti o torture suoi o di altri; abbandono o perdita di figure significative; distruzione o perdita della propria abitazione o propri averi; perdita della libertà di istruzione e/o di culto religioso. Inoltre, quando si parla di bambini, si deve anche considerare il rischio di traumatizzazione secondaria. Il bambino o il ragazzo, infatti, subisce anche tutto l’impatto di vedere un genitore o una figura di riferimento traumatizzata. Il trauma nell’infanzia Il trauma in infanzia può essere descritto come l’impatto mentale e psicologico di un evento esterno e improvviso o di una serie di eventi altamente stressanti che provocano una sensazione di impotenza nel bambino e che determinano una rottura delle abituali capacità di strategie da lui messe in atto. Qualsiasi esperienza in cui il bambino sperimenta terrore, oppressione, dolore, o emozioni intense insieme ad una sensazione di impotenza, rappresenta un trauma infantile..Uno o più eventi traumatici precoci possono andare ad impattare in modo massiccio sulla probabilità di sviluppare sintomi o disturbi, non solo nell’immediato, ma anche in seguito, durante l’adolescenza o l’età adulta. Le reazioni di un bambino esposto ad un evento o una serie di eventi altamente stressanti, sono diverse, a seconda della loro età evolutiva e dell’importanza emotiva dell’evento. I bambini in genere hanno difficoltà a verbalizzare le loro emozioni ed i vissuti si manifestano spesso attraverso il comportamento non verbale. Nei bambini le reazioni ad esperienze traumatiche spesso includono sogni e difficoltà nell’addormentamento. Nei bambini più piccoli frequente emergono emergono timori abbandonici ma anche altre paure ad esempio quella del buio. Mentre nei bambini più grandi più spesso si rilevano difficoltà di concentrazione ed ipervigilanza. Ci possono inoltre essere manifestazioni psicosomatiche come il mal di testa, mal di stomaco, dolori muscolari ed enuresi notturne. Le difficoltà sul piano affettivo comprendono: depressione, pianto inconsolabile oppure al contrario distacco affettivo con comportamenti di isolamento, evitamento e ritiro sociale. Altre reazioni tipiche al trauma in età evolutiva includono alterazioni all’immagine di sé e dell’interpretazione di segnali sociali, cambiamenti nelle abitudini alimentari o nei ritmi sonno/veglia alterati e comportamenti aggressivi o irritabilità immotivata (Wiese & Burhorst, 2004, 2007). I traumi legati alla guerra Nel caso particolare in cui l’evento traumatico sia un conflitto o una guerra, i bambini possono aver sperimentato la perdita dei genitori ed altre figure significative. Si possono anche manifestare vissuti tipici della sindrome del sopravvissuto, quando i bambini sopravvivono al conflitto mentre amici e familiari ne sono rimasti vittime. Sviluppano sensi di colpa e sentimenti di profonda indegnità o pensieri di non meritare di essere felici. Cosa può fare un genitore per tutelare l’impatto emotivo della guerra sui bambini? Valutate il peso che la guerra ha sull’emotività dei bambini. Date sempre una spiegazione al bambino. Considerate l’importanza della speranza.
L’immagine di se e il concetto di autostima

L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica. L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via. L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.
L’empatia è la capacità che stiamo perdendo

L’empatia è un termine oggigiorno molto usato, ma poco vissuto. La parola ha origini greche ed è mutuata dalle arti figurative del teatro. Consiste nella tecnica usata dall’attore di “partecipare “ alle emozioni. Nella vita quotidiana, quindi, l’empatia è per definizione, la capacità di mettersi nei panni dell’altro, percependo il pathos, lo stato emotivo e soprattutto la sofferenza altrui. Dal punto di vista pratico, l’empatia può essere considerata una sorta di immedesimazione. Di conseguenza, l’interlocutore, che ha sviluppato questa capacità, comprende l’altro sotto il profilo emotivo. Alla luce degli innumerevoli fatti di cronaca nera che accadono ogni giorno, una riflessione è doverosa. Stalking, bullismo, femminicidi sono solo alcuni degli esempi della mancata capacità empatica. Allo stesso tempo, l’alienazione emotiva e il distacco dalla realtà che i social determinano, contribuiscono a dare poco valore alla vita e agli altri in generale. Oggi, purtroppo, si è troppo presi esclusivamente da se stessi, dal condividere e postare le cose che facciamo sui social, dallo sbirciare nella vita degli altri. Passiamo moto tempo a controllare continuamente le notifiche, senza accorgersi di chi abbiamo non solo dall’altra parte dello schermo, ma anche vicino a noi. Tutto questo fa si che ci si dimentica che quelle stesse persone da cui “dipendiamo “ virtualmente provano emozioni di cui bisogna avere rispetto. La vittima peggiore della mancanza di empatia è la relazione con l’altro. L’assenza di sintonizzazione emotiva porta con se la mancanza di fiducia e rispetto. Queste sono le capacità che costituiscono la base di tutti i rapporti, da quelli affettivi a quelli professionali. Sarebbe opportuno ritornare al calore delle relazioni umane. Bisogna mettere in atto incontri in cui si mantiene il contatto visivo con l’altro e si mette in pratica l’ascolto e un’apertura non giudicante.