La gratitudine fa parte della capacità di amare

Provare gratitudine non è una mera questione di buona educazione. Ci hanno insegnato a dire “grazie” quando riceviamo un dono, anche se non è di nostro gradimento. Ad essere rispettosi e riconoscenti e a ricambiare le buone maniere dell’altro. Tuttavia, possiamo adottare queste modalità solo per doverismo, ringraziare e mostrarci riconoscenti senza nutrire quel sentimento profondo che invece rappresenta la gratitudine. La gratitudine ha a che fare con il sapere ricevere Saper dare valore a ciò che si riceve è una capacità adulta. Per varie ragioni e in vario modo, tale capacità può risultare bloccata. Alcune persone si presentano particolarmente ossequiose ed educate e ringraziano sempre. Si percepiscono in difetto se ricevono qualcosa dall’altro e hanno fretta di ricambiare. Altre persone, invece, tendono ad assumere una posizione di abbondante generosità, per cui tendono a confrontarsi di più con l’esperienza del dare che del ricevere. In altri casi, ancora, è così difficile accedere ad esperienze nutrienti che la persona può mostrarsi rifiutante o chiudersi nell’isolamento. Al di là delle modalità comportamentali, la maggior parte delle persone si sente spesso in credito. Vuole essere amata di più, apprezzata di più. Sente di non avere abbastanza. La gratitudine trova il suo opposto nell’invidia. Nella sua forma distruttiva, l’invidia consiste nel sentire che l’altro ha qualcosa che non si potrà mai avere. Vissuto che genera uno stato d’impotenza intollerabile e la fantasia onnipotente e distruttiva di distruggere ciò che l’altro possiede. La gratitudine come sentire profondo Essere grati implica innanzitutto il poter riconoscere se stessi, con tutte le proprie parti e con tutti i propri limiti. E poter riconoscere l’altro, con tutte le sue parti e con tutti i suoi limiti. Da questa posizione paritaria, al di fuori di svalutazioni e di dinamiche di superiorià/inferiorità e di dominio/sottomissione, è possibile valorizzare le differenze e l’incontro autentico con l’altro. La gratitudine è il dare valore non solo a ciò che si riceve come nutrimento all’interno delle relazioni ma anche a ciò che si riceve dalla vita e, più ampiamente, il dare valore alla vita stessa. Può svilupparsi in parallelo con l’evoluzione della persona e diventare un sentimento molto profondo e potente, di crescita e trasformazione. “Il sentimento di gratitudine è una delle espressioni più evidenti della capacità di amare”, scrive Melanie Klein in “Invidia e Gratitudine”. La gratitudine è l’amore di aver ricevuto e il desiderio di donare qualcosa di sé. Ricambiare l’amore con amore.

La gestione del comportamento problema nel contesto scolastico

Spesso gli insegnanti richiedono interventi di professionisti ed autorità per far fronte a comportamenti “problema” che possono mettere in pericolo la sicurezza della classe. Cosa sono i comportamenti problema e come affrontarli? Le forme del comportamento problema Per comportamento problema si intende un atteggiamento che può essere rischioso per il soggetto e per gli altri (nello specifico per i compagni), per l’ambiente, che può ostacolare l’apprendimento e le relazioni sociali. Tali comportamenti possono comprendere: gesti inappropriati verso compagni, insegnanti e genitori, aggressività verbale, atteggiamenti oppositivi, comportamenti socialmente inadeguati. I comportamenti problema assumono, talvolta, forme svariate. Ma quando un comportamento può considerarsi problematico? Spesso i CP si manifestano con: prepotenza auto ed eterodiretta; autostimolazioni; proteste verbali e atteggiamenti di sfida; non collaborazione; un’intersecazione o un impedimento all’alunno nell’ apprendere nuove abilità e nel potenziare quelle acquisite; un’interferenza o un impedimento nel processo di apprendimento di altri bambini distruzione di oggetti; fuga; urla; rinuncia alle regole. Quando viene osservato il comportamento problema? Solitamente un comportamento problematico viene spesso osservato dall’insegnante nel momento in cui l’alunno: deve fare un’attività gradita che al momento non può compiere o cambiamento da un’attività gradita ad un compito; deve svuotare la tensione emotiva; vuole raggiungere qualche cosa a cui non ha accesso; quando si ha una dilazione nella consegna di ciò che desidera; sente uno o più bisogni per il quale non riesce ad esprimere la richiesta o a cui non ha ricevuto risposta; vuole richiamare l’attenzione degli altri; vuole evitare dei compiti, dei luoghi e delle situazioni particolari. cosa va rinforzato? il comportamento problema messo in atto: ha un intento comunicativo; si relaziona agli eventi che lo precedono e lo seguono e non si manifesta casualmente; svolge una sua funzione specifica; un solo comportamento problema può avere composte funzioni. Cosa osservare nei comportamenti problema Spesso, i comportamenti-problema sono modificabili, soprattutto in età evolutiva. E’ possibile ridurre l’intensità e la frequenza delle crisi e ,a volte, queste si possono estinguere. Un comportamento non può essere capito se è considerato solamente e semplicemente fine a se stesso. La comprensione necessita di una messa in relazione con il contesto e con le conclusioni che lo consolidano, gli antecedenti o eventi ambientali che lo determinano. Tali indicazioni si ottengono con l’osservazione organizzata che ha lo scopo di individuare ciò che il bambino fa, e non solo questo, contemporaneamente anche quante volte lo fa e in quali contesti opera in tale maniera e modalità. Essa rappresenta, per ciascun insegnante il punto di avvio per qualunque provvedimento volto a cambiare una condotta e/o ad anticipare e perciò smorzare possibili atteggiamenti anche, talvolta, molto pericolosi. Quali comportamenti alternativi socialmente appropriati, insegnare? Potranno essere insegnati comportamenti alternativi socialmente appropriati; a tale scopo si possono utilizzare: il TRAINING per le abilità sociali facendo ricorso al modellamento, al prompting, al role-playing. Tali tecniche hanno lo scopo di insegnare come interagire con gli agli altri e come comportarsi adeguatamente nei diversi contesti di vita. Per far sviluppare abilità comunicative idonee è essenziale individuare il sistema comunicativo con il quale il soggetto si esprime meglio. Le tecniche che favoriranno l’apprendimento di nuove abilità: il rinforzo ed i contratti educativi Il rinforzo può dare una mano anche nella ridefinizione di un’immagine positiva di sé. Quando il comportamento problema diviene molto difficile da gestire, l’insegnate può ricorrere al “blocco fisico” (solo quando lo studente mette a repentaglio la propria e altrui salute o incolumità) al Time-out (il bambino viene condotto fuori dalla classe o espulso dal gioco, al “Time out senza isolamento”, in questo caso il soggetto resterà in aula ma sarà separato dai compagni per certo tempo).In genere il ricorso a “contratti educativi, stipulati tra insegnante e studente, può essere efficace per configurare una relazione basata sulla fiducia ma anche sul rispetto reciproco e delle regole condivise e accettate dalla comunità scolastica. L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici L’intervento psicoeducativo relativo alla riduzione o estinzione di comportamenti problematici richiede un trattamento educativo multifocale che comprende la famiglia, il soggetto e la scuola. In famiglia molto importante è l’attenzione al bambino, al ragazzo soprattutto quando vengono messi in atto comportamenti adattivi, evitando ti dare eccessiva importanza a quegli atteggiamenti che non si vuole vengano invece proposti. Una seconda regola è quella della coerenza educativa tra i diversi attori coinvolti nell’itinerario educativo. Le regola da far apprendere devono essere semplici, chiare, sintetiche, molto precise, inequivocabili e soprattutto largamente condivise e discusse. Conclusioni I CP possono quindi essere gestiti. Fondamentale è essere formati in maniera adeguata e rivolgersi a professionisti del settore.

La fiducia e il bisogno di essere visti

La fiducia svolge un ruolo centrale per la sopravvivenza e nel rapporto con noi stessi, con gli altri e con la vita. Tutti sanno quanto la fiducia sia importante nelle relazioni. Quanto sia indispensabile per aprirsi e incontrare l’altro in un rapporto autentico e intimo. Ma da cosa dipende la fiducia? In base a cosa scegliamo di fidarci di qualcuno? In base al tono della voce, perché ha uno sguardo accogliente, ci ascolta con attenzione. Sembra capirci. Secondo Fonagy, la fiducia si stabilisce quando ci sentiamo visti e compresi e possiamo quindi sperimentare una relazione protetta. Si tratta di un’esperienza fondamentale innanzitutto nell’infanzia, per la formazione del sé e lo sviluppo della personalità. La fiducia epistemica primaria Il bambino viene al mondo con il bisogno di essere accudito e riconosciuto. E, pertanto, con il bisogno di affidarsi alle figure genitoriali da cui dipende la sua sopravvivenza. Se i suoi processi regolativi ed emotivi sono adeguatamente accolti e sostenuti, potrà interiorizzare quella base sicura che lo accompagnerà per tutta la vita nel fare esperienza di sé, degli altri e del mondo. Questa forma primaria di fiducia, che Fonagy definisce fiducia epistemica, si costruisce grazie alla mentalizzazione. Ovvero, alla capacità di riconoscere l’altro nella sua individualità, di rappresentare gli stati mentali propri e altrui, di dare senso e attribuire intenzioni al comportamento. Il senso di sé si struttura dunque a partire dall’esperienza di essere nella mente dell’altro. Del sentire “tenuti insieme i propri vari aspetti”, usando le parole di Winnicott. Quando il bambino non è adeguatamente mentalizzato ma, al contrario, svalutato nelle sue caratteristiche e nei suoi bisogni, inizierà a diffidare dell’ambiente in cui vive. E, al posto della fiducia, svilupperà una sfiducia di base che comprometterà sia l’autoregolazione sia lo sviluppo della propria soggettività e della vita relazionale futura. La mancanza di fiducia sul piano dei pensieri Le alterazioni dei processi di mentalizzazione hanno ricadute sui vari livelli di funzionamento della persona con esiti anche gravi per la salute. La mancanza di fiducia comporta una difficoltà a comprendere e tollerare l’ambiguità delle relazioni umane. Induce a diffidare dell’altro e a credere che le sue intenzioni non siano quelle che dichiara. Si può instaurare un pensiero di tipo inside out (quanto sperimentato all’interno equivale all’esterno: “siccome lo sento, è così”) o quick fix (in cerca di rassicurazione immediata). Vi può essere un continuo oscillare tra i poli opposti della certezza e dell’incertezza, con la ipermentalizzazione (un eccesso di certezza rispetto a ciò che si pensa e a ciò che gli altri pensano) e l’ipomentalizzazione (la sensazione di non capire gli stati mentali altrui o il non esserne interessati). L’evitamento della realtà e la dipendenza I pensieri, i sentimenti, le intenzioni e i comportamenti dell’altro sono interpretati sulla base di aspetti propri, mediante proiezioni volte a confermare l’idea di partenza (“non posso fidarmi”). L’altro non può essere visto. E la realtà viene evitata e vissuta come una riproposizione degli schemi del passato. Quando internamente non si è costruita una buona capacità di autoriconoscimento, la persona tende a conservare la posizione infantile dipendente e ad investire gli altri di una funzione genitoriale, deresponsabilizzandosi nelle sue capacità adulte. La mancanza di fiducia sul piano delle emozioni e del comportamento Talvolta, il vissuto di sospetto e diffidenza può estendersi fino a permeare l’intera esperienza. Può diventare un atteggiamento esistenziale e sfociare in pensieri e angosce di tipo persecutorio, con una rappresentazione del mondo come luogo ostile, umiliante e pericoloso. Sul piano comportamentale, possono manifestarsi esigenze di controllo o anche azioni impulsive, spesso distruttive e autolesive, come strategia difensiva e tentativo di trovare una rassicurazione interna. Oppure, vi può essere un ritiro nel vittimismo fino all’isolamento estremo. La fiducia in psicoterapia La fiducia è l’elemento centrale di ogni psicoterapia. Il noto “verdetto del dodo”, metafora utilizzata da Rosenzweig nel 1936, in riferimento al problema dei cosiddetti fattori comuni o aspecifici di tutte le psicoterapie, e che ha suscitato non poche polemiche, sostiene che tutte le terapie sono efficaci per tutti i disturbi. In “Alice nel paese delle meraviglie”, Dodo è un uccello che indice una corsa al cui termine dichiara: “Tutti hanno vinto e ognuno merita un premio”. Sebbene si possa discutere sull’esistenza di effettive differenze in termini di efficacia tra i vari approcci e tipi di interventi possibili, la fiducia che si crea nella stanza di psicoterapia è senza dubbio il perno imprescindibile del cambiamento. Al di là delle teorie di riferimento, al di là degli strumenti e delle tecniche. La cura parte dal sentirsi visti ed accolti per come si è. Winnicott, infatti, sostiene che “si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti da un’altra persona”. Per fare esperienza di quell’essere “tenuti a mente” indispensabile per la formazione di un sé coeso. Lo sguardo, la voce, il corpo, il silenzio e le parole con cui il terapeuta accoglie e riconosce ogni propria parte, senza giudizio, sostengono l’esperienza di sé e il contatto con la realtà.

La donna sui social: tra perfezione e femminismo 2.0

donna social

L’immagine della donna sui social: dalla ricerca della perfezione alla conquista del femminismo 2.0. Cosa significa essere donna nel 2022, ai tempi dei social networks? Essere donna è un dato di fatto che definisce la nostra identità nell’accezione più letterale del termine. Eppure, al giorno d’oggi, essere donna implica una responsabilità: quella di prendere consapevolezza e controllo della propria immagine. Con l’introduzione dei mezzi di comunicazione virali e alla portata di tutti, una lente di ingrandimento si è avvicinata in maniera invasiva alle nostre vite. Essere online per le nuove generazioni equivale ad esistere. Tutte le informazioni presenti in rete influenzano le percezioni e le rappresentazioni che gli altri utenti hanno di noi, dando vita alla web reputation.Se questa regola vale per tutti gli individui, perché ancora oggi rappresenta un problema quasi unicamente per le donne? Purtroppo è ancora presente e ben radicato lo stereotipo che vede la donna inscatolata in categorie ben precise che ne definiscono le sorti personali e professionali. La lotta agli stereotipi sui socialL’universo digitale ha amplificato la tendenza a giudicare la donna in base ad alcune caratteristiche e non nella sua interezza. Questa presa di coscienza ha spronato la nascita di community a supporto delle donne e di campagne volte e stravolgere la rappresentazione tradizionale della donna. I media sono stati spesso utilizzati per raccontare discriminazioni attraverso voci e volti noti, tra cui diverse influencer che hanno aderito alla causa. Tra cui Chiara Ferragni, che parlato di alcuni tristi fenomeni del nostro tempo, come il revenge porn, lo slut-shaming e il victim blaming. Ricerca della Perfezione e Dismorfismo da socialInternet è tuttavia, il posto delle grandi contraddizioni. Mentre le attiviste conducono battaglie, tante donne si adeguano agli elevatissimi standard estetici dei social networks, ritoccando le foto o emulando le star del web.Da un lato vediamo donne alla continua ricerca di una perfezione resa ancora più irraggiungibile dall’utilizzo di filtri e ritocchi. Dall’altro uomini (e donne) che si sentono in diritto di giudicare e commentare l’immagine di una donna. Come se da una foto derivasse tutta la sua identità. Riusciremo ad uscire da questo stigma quando ogni donna avrà l’opportunità di esprimere ogni sua sfumatura con ogni mezzo a sua disposizione, senza essere giudicata.

La Dolcezza della Morte: Un Viaggio tra Riti Arcaici e Miti di Rigenerazione

ll tempo non si regala né si conserva in banche del tempo, il tempo lo viviamo ogni giorno ed è la cosa più preziosa. Forse questa trattativa è un retaggio genetico di quando di notte, dividevamo talvolta la grotte con l’ Ursus spelaeus e poi di giorno dovevamo vedercela con quel frutto velenoso, con la natura con cui imparavamo a trattare per garantirci la vita e le nostre care riserve di cibo. De Martino nel saggio “Morte e pianto rituale”dedica un densissimo capitolo al legame tra raccolto, passione vegetale e pianto rituale. Mietitura, vendemmia, raccolta dei frutti e dei cereali, sono tutte attività agricole che instaurano un ciclo di morte e rinascita, che legano una specie vegetale ad un destino culturale. Tuttavia, rimane sempre uno scarto tra controllo umano e ambiente naturale, un’area di rischio che mette costantemente in pericolo la comunità umana. In tutte le culture arcaiche la morte è un processo attivo, non passivo. E’ la fine di un ciclo. Attraverso il mito della rigenerazione, i contesti cerealicoli impararono a contenere l’esperienza della morte vegetale, in cui l’ultima mietitura faceva paura perché poteva essere l’ultima in assoluto. Il lamento funebre si configura prima di tutto come rito agrario, ed è solo in seguito trasposto alla morte umana. Così il rituale praticato dalle prefiche, le lamentatrici, di staccare i capelli al defunto, era legato simbolicamente alla mietitura. Il taglio del grano e dei capelli permette il ritorno, così anche i banchetti che in alcune tradizioni funebri avvengono, rappresentano il mito della rinascita e di quanto con la morte si dia inizio alla nuova vita. Mi rifaccio ad una frase rivoluzionaria a mio avviso del dott. Tamino : “Imparare a cogliere la dolcezza della morte”. Ammettere che noi della morte non sappiamo nulla, ma che per poterla pensare, dobbiamo anche attivare una morte immaginativa, dolce, che non nega quella reale, ma la rende “mangiabile”. Come arteterapeuta Poliscreativa condivido il concetto che noi esseri umani oscilliamo costantemente tra l’idea di essere mortali e quella di essere immortali. Bisogna cercare di dialogare tra queste parti, per evitare che si crei un’unica polarità che ingolfi i pensieri e il vivere, imparando a contattare la dolcezza della morte, per apprezzare anche la vita. Ne “Il settimo sigillo” Ingmar Bergman immagina una partita a scacchi con la morte. Imparare a pensare dolcemente ai nostri morti e alla morte, così facendo depotenziamo il perturbante che questi argomentoni portano con sé. Come abbiamo sottolineato inizialmente, l’essere umano è storicamente legato alla morte e alla resurrezione vegetale che ha colpito l’uomo anche per la sua stretta dipendenza dallo stesso. Se dunque lo “spirito arboreo” doveva morire per poi risorgere, è nella buona, morte che si assicurava la rigenerazione.

La disabilità intellettiva

La disabilità intellettiva è una diagnosi sempre più diffusa in età prescolare. Che differenza c’è tra disabilità lieve-moderata-grave?è possibile intervenire per migliorare la condizione di vita del paziente e della propria famiglia? Per disabilità intellettiva si intende un funzionamento intellettuale generale significativamente sotto la media, presente contemporaneamente a carenze del comportamento adattivo. Tale condizione si manifesta in età evolutiva. Per funzionamento sotto la media si intende un quoziente intellettivo (QI) pari o inferiore a 70. Tale condizione si definisce in base al livello di gravità come: lieve, moderata, grave, estrema. Quando la disabilità intellettiva è estrema coinvolge in modo uniforme tutte le aree del funzionamento intellettivo. In genere, invece, gli individui con disabilità intellettiva mostrano relativi punti forza e punti deboli nelle abilità cognitive specifiche, che interagiscono coinvolgendo tutto il funzionamento cognitivo. I disturbi del neurosviluppo possono comportare alterazioni in uno o più di uno dei seguenti aspetti: attenzione, memoria, percezione, linguaggio oppure relazioni sociali. In presenza di disabilità intellettiva, almeno due aree devono essere significativamente compromesse. Le cause riconosciute della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva può essere causata da qualsiasi condizione che impedisca il normale sviluppo del cervello prima, durante, dopo la nascita o nel periodo dell’infanzia. Si possono distinguere fattori genetici e fattori acquisiti. Nel 50% dei casi però non è possibile individuare una causa precisa. Una disabilità intellettiva grave si verifica in famiglie di tutte le fasce socioeconomiche e livelli di istruzione. Le disabilità intellettive meno gravi (richiedenti supporto limitato o intermittente) si manifestano il più delle volte tra le classi socioeconomiche più disagiate, in linea con le osservazioni che il QI è meglio correlato al grado di successo nella scuola e con il livello socioeconomico, piuttosto che con specifici fattori organici. Tuttavia, studi recenti suggeriscono che fattori genetici hanno un ruolo anche nelle disabilità lievi. Le manifestazioni principali Le manifestazioni principali della disabilità intellettiva sono Acquisizione rallentata di nuove conoscenze e competenze Comportamento immaturo Limitate capacità di prendersi cura di se stessi Il trattamento della disabilità intellettiva La disabilità intellettiva necessita spesso di un trattamento medico, perché è frequentemente associato ad alterazioni neurologiche e somatiche. La riabilitazione cognitiva, invece, favorisce il rafforzamento e in alcuni casi l’introduzione di quelle abilità che a causa dell’handicap non si sono sviluppate e consolidate spontaneamente. Gli obiettivi della riabilitazione della disabilità intellettiva sono lo sviluppo delle capacità attentive, del linguaggio, delle abilità visuo-spaziali e di percezione del significato del tempo e dello spazio, dell’apprendimento della lettura, scrittura e calcolo. Un’attenzione particolare è data ad insegnare abilità che favoriscano l’autonomia e l’integrazione sociale del paziente, le abilità domestiche e di cura del luogo di vita, le abilità sociali e interpersonali, le capacità prelavorative e lavorative. Conclusioni La condizione di disabilità intellettiva sta prendendo sempre più piede. Una diagnosi precoce consente di ridurre i danni e garantire al bambino ed alle rispettive famiglie una qualità di vita migliore. Necessario in questi casi è anche il supporto psicologico, affiancato a quello medico, al fine di sostenere l’intero nucleo familiare.

La depressione infantile

È importante cogliere i sintomi, come l’oscillazione dell’umore, la perdita di autostima e un rallentamento psico-motorio e intervenire per evitare che la situazione si aggravi. Scopriamo insieme cause, sintomi e interventi possibili. A che età si può parlare di depressione infantile? Le diagnosi solitamente avvengono in età prescolare, quindi tra i 3 e i 5 anni. Talvolta si riscontrano episodi anche prima dei 3 anni. Quando siamo di fronte a cure materne poco adeguate, il neonato può sviluppare una forma di depressione definita “anaclitica“, in cui il piccolo, dopo aver pianto invano, tende a diventare indifferente, isolato, anaffettivo e privo di curiosità rispetto al mondo circostante. Quali sono i sintomi della depressione infantile? La depressione infantile è un disturbo dell’umore che può essere di lieve o grave entità, a seconda della compresenza, persistenza e intensità di alcuni sintomi. Nel DSM–5, i criteri per bambini e adolescenti specificano che deve essere presente un umore depresso o irritabile per almeno un anno. Durante tale periodo i minori devono anche presentare due o più tra sintomi quali ad esempio scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia o astenia; bassa autostima. In alcuni bambini con un disturbo depressivo maggiore, lo stato d’animo predominante è l’irritabilità piuttosto che la tristezza. L’irritabilità associata alla depressione infantile può manifestarsi come iperattività e comportamenti aggressivi, antisociali. A livello fisico si osserva spesso un rallentamento psico-motorio, perdita di energie, facile affaticabilità, insonnia o ipersonnia diurna. Spesso si osserva difficoltà di concentrazione e prestazioni scolastiche ridotte oltre che una distorsione nella valutazione di sé e nell’interpretazione degli eventi esterni, che assumono una colorazione di tipo negativo. Nei casi più gravi sono presenti sensi di colpa. Il bambino si sente responsabile di accadimenti negativi esterni. Le cause La cause possono essere molteplici, ma, nella maggior parte dei casi, le depressioni infantili vengono definite di tipo “reattivo” ossia come una reazione difensiva rispetto al contesto familiare e/o ambientale o, in alcuni casi, a eventi traumatici.  Anche una separazione precoce dalla figura materna, induce reazioni di protesta e disperazione, a cui segue rassegnazione o distacco, con rinuncia alla relazione e successivo isolamento, senso di colpa e frustrazione. L’angoscia di separazione si trasforma in un vero e proprio stato depressivo se i bisogni primari di accudimento e di gratificazione del bambino non vengono assolti e ascoltati dalla figura genitoriale di riferimento. I possibili interventi In primo luogo è importante Ascoltare e comunicare con il proprio figlio. Molto spesso i bambini mascherano i loro sentimenti per vergogna o timore. In questo caso bisognerebbe invogliarli a parlare cercando di comprendere quale difficoltà avvertono e soprattutto dando importanza e ponendo attenzione ai loro vissuti (non svalutandoli). Favorire la costanza delle abitudini in modo tale da recuperare l’attenzione per i compiti e l’affettività che i genitori con semplici gesti quali l’abbraccio, coccole e i riconoscimenti possono stimolare. Nella diagnosi specifica interviene dapprima il pediatra, che accerta l’assenza di malattie organiche a cui può seguire anche una condizione depressiva, e poi dallo psicologo. Sarebbe indicato un percorso psicoterapeutico rivolto sia al bambino, attraverso l’aiuto di giochi specifici, sia alla famiglia. Ciò aiuterebbe il piccolo a recuperare le sue competenze emotive e ristabilirsi sul piano della relazione lavorando sugli aspetti legati alla perdita.

La crisi di coppia e il suo potenziale trasformativo

La crisi di coppia è un evento di per sè naturale che segnala la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare un cambiamento. Talvolta, diventa la spia di un malessere profondo, di una impasse che reclama attenzione. I passaggi significativi della vita di coppia Come naturale evoluzione del rapporto, la crisi può emergere in concomitanza dei passaggi significativi della vita di coppia. Il primo tra questi, si manifesta quando finisce la fase iniziale dell’idealizzazione. Quando svanisce l’effetto obnubilante dell’innamoramento e delle proiezioni in base alle quali l’altro è visto in funzione delle proprie fantasie e aspettative. Quando lo si comincia a vedere per com’è e non più per come si vorrebbe che fosse. Ed è qui che ne emergono gli aspetti ‘negativi’, i lati indesiderati del suo carattere, e diventa difficile farli coesistere internamente con quelli ‘positivi’. Si tratta di un passaggio di crescita che implica l’abbandono dell’idillio iniziale in favore di un rapporto reale e maturo. In alcuni casi, lo scarto tra l’illusione e la realtà può essere tanto forte da determinare l’abbandono della relazione. Nelle personalità più immature, ciò accade per la tendenza a rifugiarsi in un funzionamento infantile e per l’impossibilità a stare in un contatto adulto. Tra i passaggi più comuni che una coppia si può trovare ad affrontare vi sono: l’inizio della convivenza, la scelta del matrimonio, la nascita di un figlio, il momento in cui i figli lasciano la casa familiare, tipicamente caratterizzato dalla nota ‘sindrome del nido vuoto‘. Nelll’arco del ciclo di vita della coppia, possono emergere molteplici conflitti relativamente a decisioni da prendere e a vissuti non riconosciuti che chiedono di essere visti e integrati. Quando la crisi della coppia si fa portavoce di un malessere profondo La crisi puo’ essere indipendente da contingenze di vita e tappe evolutive specifiche e farsi portavoce di un malessere emotivo più profondo. Può manifestarsi attraverso sintomi o acting-out. Perdita di desiderio, trascuratezza, tradimenti possono nascondere rabbia, dolore, ferite non elaborate. Spesso le coppie vanno in crisi per mancanza di una reale intimità, di quello scambio aperto di pensieri, emozioni e sensazioni essenziale per stare in un confronto autentico. Per la maggior parte delle persone è difficile rivelarsi per come si è. A causa di un mancato autoriconoscimento. Per il timore del giudizio, dell’abbandono. Di conseguenza, vi è l’impossibilità di accogliere l’altro per com’è. Questo condiziona sia la comunicazione che la vita relazionale e sessuale. La presenza di un malessere profondo in genere ha radici nel passato. Nella storia della coppia e nella storia individuale e familiare di ciascuno dei due partner. Vi possono essere eventi traumatici non superati. Quasi sempre, vi è una mancata separazione dalle proprie figure genitoriali e una mancata autonomia, per cui la coppia si poggia su dinamiche dipendenti. Di richiesta di protezione, sicurezza, accudimento. Riconoscimento, conferma, approvazione. Il modo con cui ognuno entra in relazione con l’altro risente di quanto appreso dalle esperienze significative della propria infanzia e del modello di coppia mutuato dai propri genitori. Non di rado, vi sono legami simbiotici in cui i due partner si comportano come se formassero un’unica persona. Ed in cui la crisi rappresenta il conflitto tra il voler proteggere la simbiosi e al tempo stesso il volersi evolvere dalla stessa. La svalutazione del potenziale trasformativo della crisi di coppia Solitamente le persone attribuiscono alla crisi una accezione negativa svalutandone il potenziale trasformativo di crescita. Nella maggior parte dei casi, la crisi di coppia viene associata a scenari drammatici che hanno a che fare con la distruzione e la fine. Concepita in questo modo, la crisi rischia di non essere affrontata. Spesso, la prima difficoltà sta proprio nel pronunciare la parola “crisi” all’interno della coppia. Alcune volte il rapporto si raffredda in una distanza emotiva diretta a silenziare le problematiche a scapito dell’intensità dello scambio e della condivisione. Altre volte, vi può essere una quotidianità litigiosa senza però guardare ai conflitti reali nascosti più in profondità. Evitare di affrontare la crisi ovviamente non è mai una soluzione. Semmai un modo per confermare l’orizzonte catastrofico delle paure. Giungere direttamente alla fine del rapporto o, altre volte, ad una paralisi che può durare anche tutta una vita. Può essere molto doloroso guardare alle insoddisfazioni proprie e dell’altro, scoprire quanto si cela dentro i non detti, i silenzi e gli agiti. Molto frequentemente si arriva alla fine per mezzo di un epilogo che ricade al di fuori di una scelta consapevole. Per progressivo e lento spegnimento delle energie vitali, attraverso una fuga o un gesto estremo o al culmine di una tempesta emotiva fatta di litigi, accuse e colpevolizzazioni. Occorre dunque riconoscere la crisi, nominarla e successivamente assumersene la responsabilità. E rivolgersi alla psicoterapia quando necessario.

La comunicazione assertiva: un ponte verso relazioni sane e efficaci

La comunicazione assertiva rappresenta un approccio fondamentale per esprimere in modo chiaro ed efficace i propri bisogni, desideri e opinioni, rispettando al contempo quelli degli altri. Questo stile comunicativo favorisce relazioni sane e contribuisce a ridurre i conflitti, migliorare l’autostima e promuovere la fiducia reciproca. Definizione di comunicazione assertiva La comunicazione assertiva è la capacità di esprimere i propri pensieri, sentimenti e bisogni in modo aperto, onesto e appropriato, senza essere aggressivi o passivi. Gli individui assertivi sono in grado di difendere i propri diritti e rispettare quelli degli altri, trovando un equilibrio tra le proprie esigenze e quelle degli interlocutori. I Tre stili di comunicazione 1. Aggressivo: la comunicazione aggressiva implica la volontà di dominare o controllare gli altri, spesso a scapito dei loro diritti. Gli individui aggressivi possono usare un linguaggio duro, minaccioso o intimidatorio. 2. Passivo: la comunicazione passiva è caratterizzata dalla sottomissione e dalla rinuncia ai propri bisogni e diritti per evitare conflitti. Le persone passive possono avere difficoltà a esprimere i propri sentimenti e spesso si sentono sfruttate o ignorate. 3. Assertivo: la comunicazione assertiva si posiziona tra i due estremi. Le persone assertive esprimono i loro bisogni e sentimenti in modo diretto e rispettoso, senza violare i diritti altrui. Caratteristiche della comunicazione assertiva ⁃ Chiarezza: essere chiari e specifici su ciò che si vuole comunicare.⁃ Onestà: esprimere i propri sentimenti e pensieri autentici.⁃ Rispetto: riconoscere e rispettare i diritti e le opinioni degli altri.⁃ Ascolto attivo: prestare attenzione e mostrare interesse per ciò che l’altro sta dicendo.⁃ Comportamento non verbale: utilizzare un linguaggio del corpo congruente, come il contatto visivo e una postura aperta. Benefici della comunicazione assertiva 1. Miglioramento delle relazioni: le relazioni interpersonali tendono a migliorare quando si adotta uno stile comunicativo assertivo, poiché favorisce il rispetto reciproco e la comprensione. 2. Riduzione dello stress: esprimere i propri bisogni e sentimenti in modo chiaro e rispettoso può ridurre lo stress e l’ansia associati ai conflitti irrisolti. 3. Aumento dell’autostima: l’assertività contribuisce a sviluppare un senso di autoefficacia e autostima, poiché permette di difendere i propri diritti e bisogni. 4. Risultati positivi nei conflitti: la comunicazione assertiva facilita la risoluzione dei conflitti in modo costruttivo, portando a soluzioni vantaggiose per entrambe le parti. Tecniche di comunicazione assertiva 1. Messaggi “Io”: utilizzare frasi che iniziano con “Io” per esprimere i propri sentimenti e bisogni, riducendo il rischio di accusare o incolpare l’altro. Ad esempio, “Io mi sento frustrato quando non vengo ascoltato durante le riunioni”. 2. Tecnica del disco rotto: ripetere calmo e fermo il proprio punto di vista o richiesta senza arrabbiarsi o cedere, mantenendo la propria posizione. 3. Concordare sui fatti: riconoscere le verità nelle affermazioni dell’altro senza cedere o compromettere i propri diritti. Ad esempio, “Capisco che sei occupato, ma ho bisogno di chiarire questo punto con te”. 4. Gestione delle emozioni: imparare a riconoscere e gestire le proprie emozioni, evitando di reagire in modo impulsivo o aggressivo. La comunicazione assertiva è una competenza essenziale che può essere appresa e sviluppata con pratica e consapevolezza. Adottare uno stile comunicativo assertivo non solo migliora la qualità delle relazioni interpersonali, ma contribuisce anche al benessere psicologico individuale. Attraverso la chiarezza, l’onestà e il rispetto reciproco, la comunicazione assertiva crea un ambiente in cui tutti possono sentirsi valorizzati e compresi.