Tra altruismo e manipolazione: esserci per l’altro

L’essere generosi e disponibili non è sempre una forma di altruismo. Può diventare una manipolazione, un modo per attirare l’altro a sè. L’altruismo è l’atteggiamento proprio di chi ha a cuore il benessere dell’altro. Sul piano comportamentale si manifesta con l’essere generosi e disponibili fino ad anteporre il bene altrui al proprio. Quando questo modo di porsi in relazione è realmente autentico? L’altruismo si poggia su una motivazione disinteressata, libera sia da obblighi e ricompense che dal principio del do ut des (do a te perchè tu dia a me). Bisogna dunque distinguere ciò che si osserva come comportamento altruistico da ciò che internamente lo muove. Diverse teorie in campo psicologico e filosofico, assumendo una posizione drastica, sostengono che l’altruismo non esista. Poichè, alla base di qualsiasi gesto altruistico, vi sarebbe sempre un certo egoismo. Una visione più integrata contempla invece entrambi i poli, l’egoismo e l’altruismo. L’amore, infatti, è tutte e due le cose insieme: egoistico, perchè ci dà piacere, altruistico perchè desideriamo la felicità di chi amiamo. Altruismo ed egoismo si incontrano e si integrano quando vi è la capacità di stabilire i confini tra sè e l’altro. Riconoscersi nella propria individualità, con le proprie emozioni e i propri bisogni. E riconoscere l’altro nella sua esistenza, con il suo sentire e i suoi bisogni specifici. Se vi è differenziazione dall’altro vi è la capacità di ascoltarsi e rispondere ai propri bisogni e al tempo di entrare in contatto con il mondo dell’altro, senza svalutazioni. Quando invece l’altruismo diventa un modo per manipolare, per attirare l’altro a sè? Spesso ci si mostra generosi perchè si vuole apparire buoni e in tal modo garantire a se stessi la vicinanza dell’altro. Alcuni caratteri si ‘specializzano’ in questo tipo di manipolazione, costruendo la propria identità su una immagine di persona buona e speciale. Di conseguenza, ciò che sembrerebbe valorizzare l’altro, in realtà è teso a valorizzare se stessi e ad ottenere un certo tornaconto personale, che è quello di essere amati e apprezzati; di sentirsi indispensabili. Al contrario, l’altro viene svalutato, poichè non viene visto con i suoi bisogni e le sue risorse reali. Ciò che gli si offre potrebbe quindi non corrispondere a ciò di cui ha veramente bisogno e sminuire le sue capacità autonome. In alcuni casi è il proprio bisogno ad essere svalutato. La spinta ad esserci per l’altro può arrivare a soffocare parti proprie, creando uno stato di sofferenza che nuoce sia a se stessi che all’altro. Può diventare anche un modo per evadere la responsabilità, rispetto ad un “no”, ad esempio. Come tipicamente succede nelle persone che hanno la tendenza a compiacere per sentirsi approvati. L’altruismo è dunque un esserci per l’altro autentico, possibile se non vi sono svalutazioni in atto. E se si è adeguatamente in contatto sia con se stessi che con l’altro.
Tornare a scuola dopo l’estate: sfide e opportunità per gli adolescenti

Il rientro a scuola, dopo la pausa estiva, è sempre un momento delicato. Per gli adolescenti, in particolare, rappresenta un vero e proprio passaggio di fase: da un periodo caratterizzato da libertà, vacanze e ritmi più lenti, a un contesto che richiede impegno, concentrazione e responsabilità. Questo passaggio, che può sembrare banale agli occhi degli adulti, ha in realtà un forte impatto emotivo e psicologico. Il cambiamento di ritmo Durante l’estate, molti adolescenti vivono giornate scandite da flessibilità, sonno prolungato, attività ludiche e relazioni sociali spontanee. Con il ritorno a scuola, invece, si trovano ad affrontare un brusco cambiamento: orari fissi, sveglie mattutine, compiti, verifiche e nuove richieste da parte degli insegnanti. Questa transizione può generare: • stanchezza e irritabilità, legate all’adattamento dei ritmi biologici; • ansia anticipatoria, collegata alla paura di non essere pronti o “all’altezza”; • nostalgia della libertà estiva, che può rendere più difficile ritrovare la motivazione. Le emozioni in gioco Non si tratta solo di un cambiamento di abitudini, ma di una vera ristrutturazione emotiva. Gli adolescenti possono provare sentimenti contrastanti: entusiasmo per le nuove opportunità (nuove amicizie, nuove materie, nuove esperienze), ma anche insicurezza, soprattutto se l’anno precedente è stato faticoso o segnato da difficoltà relazionali e scolastiche. Per alcuni, il ritorno a scuola significa confrontarsi di nuovo con dinamiche di gruppo complesse, con aspettative elevate da parte degli adulti, o con l’idea di “ricominciare da zero”. Un nuovo inizio Nonostante le fatiche, il rientro rappresenta anche una possibilità di ripartenza. L’inizio dell’anno scolastico, infatti, ha una forte valenza simbolica: è un momento in cui si possono ridefinire obiettivi, migliorare il proprio metodo di studio, rafforzare le relazioni sociali e persino sperimentare nuove parti di sé. Per molti adolescenti, la scuola è uno spazio di crescita non solo cognitiva, ma anche identitaria: attraverso il confronto con insegnanti e compagni, imparano a conoscersi meglio, a mettersi alla prova e a sviluppare competenze emotive e sociali che saranno preziose anche in futuro. Il ruolo degli adulti Genitori e insegnanti hanno un ruolo cruciale in questo delicato momento di transizione. È importante che sappiano: • accogliere le emozioni dei ragazzi, senza minimizzarle (“non è niente, è solo scuola”) ma riconoscendole come parte del processo; • offrire sostegno realistico, aiutando gli adolescenti a organizzarsi senza imporre regole rigide e irrealistiche; • rinforzare i progressi, valorizzando gli sforzi più che i risultati finali; • promuovere fiducia: trasmettere l’idea che ogni anno è una nuova occasione per crescere e imparare. Il ritorno a scuola dopo l’estate non è solo un cambiamento di abitudini, ma un’esperienza che coinvolge il benessere emotivo e psicologico degli adolescenti. Se sostenuti nel modo giusto, i ragazzi possono trasformare questa fase da fonte di stress a opportunità di crescita, imparando a conoscersi meglio, a gestire le proprie emozioni e a costruire basi solide per il futuro.
Token economy: cos’è e quando va utilizzata

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Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
Stresslaxing: quando il relax diventa fonte di stress

Viviamo in un mondo dove lo stress sembra essere sempre più invasivo. Impegni di lavoro, responsabilità familiari, e la continua pressione sociale ci spingono spesso a cercare momenti di relax. Tuttavia, in molti casi, anche questi momenti di riposo finiscono per diventare fonte di ansia. Questo fenomeno, noto come “stresslaxing”, rappresenta un paradosso moderno: il tentativo di rilassarsi diventa motivo di stress. Cos’è lo stresslaxing? Il termine stresslaxing nasce dalla combinazione delle parole “stress” e “relaxing” (rilassarsi), e descrive la situazione in cui le attività pensate per ridurre la tensione finiscono per crearne ancora di più. Un esempio tipico può essere la sensazione di dover “massimizzare” il tempo libero: pianificare una giornata di relax perfetta, o sentirsi obbligati a svolgere attività rilassanti come la meditazione o lo yoga, per poi scoprire che questi stessi momenti, invece di alleviare l’ansia, diventano fonte di ulteriore stress. Le cause dello stresslaxing Il fenomeno dello stresslaxing deriva principalmente dalle aspettative e dalla pressione sociale di vivere una vita “equilibrata” e “sana”. Vediamo le cause più comuni.1. Pressione di rilassarsi in modo perfetto: nella società contemporanea, esiste una forte enfasi sulla cura del benessere personale. Dai social media ai consigli di esperti, siamo bombardati da suggerimenti su come migliorare la nostra salute mentale e fisica. Spesso, questo porta alla percezione che anche il relax debba essere “ottimizzato” per essere efficace.2. FOMO (Fear of Missing Out): La paura di perdere opportunità può emergere anche in contesti di relax. Durante i momenti liberi, molte persone provano ansia nel vedere amici, colleghi o sconosciuti online che sembrano vivere esperienze incredibili. Anche il tentativo di rilassarsi può diventare un’occasione di confronto, con il timore di non stare “rilassandosi abbastanza” o nel modo “giusto”.3. Routine rigida del benessere: stabilire una routine dedicata al benessere (come fare attività fisica, meditazione, leggere un buon libro) può facilmente trasformarsi in un elenco di compiti da svolgere. Sentirsi obbligati a seguire rigidamente questa routine per non “fallire” nel proprio percorso di benessere può far emergere stress.4. Aspettative elevate e perfezionismo: alcune persone impostano aspettative elevate per il tempo libero, con l’obiettivo di sentirsi rilassate o rigenerate a tutti i costi. Tuttavia, fissare un “obiettivo” di relax o cercare un’esperienza perfettamente rilassante crea una pressione difficile da gestire. Sintomi dello stresslaxing I sintomi dello stresslaxing possono variare, ma spesso includono:• Ansia anticipatoria: la sensazione di preoccupazione per il tempo libero, domandandosi se si riuscirà davvero a rilassarsi.• Sensazione di colpa: provare un senso di colpa se ci si sente “poco produttivi” o “inutili” durante i momenti di relax.• Irritabilità: notare che anche piccole interruzioni o imperfezioni nei piani di relax scatenano fastidio o frustrazione.• Difficoltà a staccare la mente: pensieri intrusivi e preoccupazioni anche quando si cerca di rilassarsi, come pensare costantemente a impegni futuri o problemi personali. Strategie per gestire lo stresslaxing Per evitare che il relax diventi un ulteriore compito gravoso, possiamo adottare alcune strategie.1. Ridurre le aspettative: invece di vedere il relax come un obiettivo da raggiungere, impariamo a viverlo in modo spontaneo e a valorizzare ogni esperienza, anche le piccole pause. Rilassarsi non deve essere “perfetto”, né raggiungere un risultato specifico. Un buon esercizio è ripetersi che non c’è un “modo giusto” per riposarsi.2. Praticare la mindfulness: la mindfulness aiuta a vivere il momento presente senza giudicare le proprie emozioni. Durante i momenti di relax, possiamo allenarci a riconoscere eventuali sensazioni di stress senza reagire a esse. Un approccio mindful permette di accettare e lasciare andare le aspettative e le pressioni, godendo più liberamente del presente.3. Bilanciare il tempo libero tra passivo e attivo: non tutte le attività rilassanti devono essere produttive o attive. Alternare momenti di relax attivo, come fare yoga o leggere, con momenti di relax passivo, come semplicemente riposare o lasciarsi andare a una serie TV, può alleviare il senso di obbligo e rendere il tempo libero più vario.4. Accettare l’inattività: non è necessario riempire ogni minuto del tempo libero con attività. Imparare a tollerare e persino apprezzare momenti di inattività (senza sentirsi in colpa) è cruciale per contrastare lo stresslaxing. Il riposo è prezioso anche senza uno scopo preciso.5. Scollegarsi dai social media: spesso il confronto con gli altri sui social aumenta la pressione e la percezione di “non fare abbastanza”. Staccare temporaneamente dai social può aiutare a concentrarsi sui propri bisogni e a ritrovare un ritmo personale nel relax. Lo stresslaxing è un fenomeno che riflette le contraddizioni della nostra società, dove anche il tempo libero può trasformarsi in una performance da ottimizzare. Tuttavia, comprendere che rilassarsi non è un “dovere” ma una possibilità di rigenerarsi è il primo passo per ritrovare un rapporto più sano con il relax. Adottare un approccio flessibile e accettare che non esiste un “modo giusto” per riposarsi può fare la differenza nel bilanciare vita, lavoro e benessere personale.
Stereotipie nei bambini: quando preoccuparsi?

La stereotipia può essere definita come una ripetizione di uno schema comportamentale rigido, apparentemente senza una funzione precisa. Spesso è presente nei disturbi pervasivi dello sviluppo e nelle sindromi, e sposta l’attenzione del bambino su diversi tipi di azioni. Quando preoccuparsi? cosa sono le stereotipie? Le stereotipie si possono distinguere e classificare in varie tipologie: Stereotipie motorie: movimenti delle mani, della testa e del corpo ripetuti; Le stereotipie comportamentali: comportamenti che riguardano qualsiasi aspetto della vita quotidiana che vengono riproposti ripetitivamente; Stereotipie nella comunicazione: suoni, vocalizzi, parole o frasi che non hanno a che fare con il momento presente e che continuano; Le stereotipie dei giochi: il bambino gioca sempre nello stesso identico modo; Stereotipie negli interessi: gli interessi appaiono ristretti e ripetitivi, focalizzati in uno o pochi ambiti specifici. È importante tuttavia tenere sempre in mente che ogni gesto, ogni movimento, ogni comportamento o intonazione della voce, sono il riflesso del nostro stato interiore e delle nostre emozioni. Dietro, spesso, si cela anche il bisogno del bambino di diminuire o contrastare le ansie, le paure, le angosce ed i conflitti presenti in lui. Quando iniziano? Spesso, le stereotipie iniziano prima dei due anni di età. Tra le varie forme, esistono quelle di movimenti semplici, come dondolare il corpo, agitare la testa o dare colpi con le dita, oppure compiere oscillazioni più complesse. In ogni caso, le stereotipie nell’infanzia fanno parte dello sviluppo dei bambini e non devono quindi destare particolare preoccupazione. Possono durare pochi secondi o alcune ore, e possono presentarsi in diverse occasioni nel corso della giornata. I movimenti ripetitivi possono aumentare in presenza di stati d’animo come la noia, lo stress, l’eccitazione o la stanchezza. Alcuni bambini possono trattenere i propri movimenti, se la loro attenzione si rivolge a essi oppure se vengono distratti. Altri, semplicemente, non sono in grado di fermarli. Cause La causa che provoca il disturbo del movimento stereotipato è ignota, ma esistono diversi fattori che sono stati messi in relazione con lo sviluppo di questa condizione. Proprio come accade nel caso di molte patologie che colpiscono i più piccoli, una diagnosi precoce e il conseguente trattamento conducono a miglioramenti, offrendo la possibilità di combattere direttamente questo genere di disturbo. La gran parte dei bambini smettono da soli e non hanno bisogno di trattamenti specifici, dal momento che le stereotipie tendono a ridursi con l’età e il trascorrere del tempo. Come intervenire? È importante trovare una strategia per trasformare quel comportamento in un momento di condivisione, all’interno di una comunicazione empatica in cui lasciare uno spazio al bambino per esprimere le proprie emozioni. Diminuiremo così la frequenza di schemi comportamentali ripetitivi o quanto meno a far si che essi non ostacolino le attività quotidiane. La prima cosa che si può fare, è chiedersi cosa c’è dietro. È importante anche osservare i contesti, ambientali ed emotivi, in cui essa effettivamente compromette le attività svolte e rende la comunicazione difficile. Se non sono comportamenti che creano situazioni di pericolo per il bambino, si può partire riproponendo le stereotipie noi stessi al bambino mentre le fa, quasi in un gioco di imitazione, per fargli sentire che quel suo comportamento risuona anche in noi. Qualora invece destino particolare preoccupazione o mettono a rischio la sicurezza del bambino è bene rivolgersi ad un professionista.
Stanchi ma senza un perché: comprendere la fatica mentale e il sovraccarico emotivo nella vita quotidiana

Ti è mai capitato di sentirti esausto senza riuscire a spiegartene il motivo?Hai dormito abbastanza, non hai avuto una giornata particolarmente impegnativa dal punto di vista fisico, eppure… ti senti scarico, distratto, magari anche un po’ apatico. È una sensazione diffusa, spesso sottovalutata, ma molto reale. È quella che in psicologia viene chiamata fatica mentale, e spesso si accompagna a un sovraccarico emotivo che agisce in modo silenzioso, ma persistente. Una stanchezza invisibile, ma reale Viviamo immersi in un flusso costante di stimoli: email, notifiche, messaggi, decisioni da prendere, ruoli da ricoprire. Ogni giorno ci muoviamo tra aspettative (spesso troppo alte), richieste, pressioni. Il nostro cervello elabora continuamente informazioni, pianifica, analizza, valuta. Ma raramente si ferma. E, come un muscolo sovraccarico, a un certo punto cede. Questa forma di stanchezza non riguarda solo chi ha “tanto da fare”. Colpisce anche chi, apparentemente, ha giornate tranquille. Perché la vera fatica non nasce solo dalle azioni, ma dal peso mentale ed emotivo che quelle azioni portano con sé. Il sovraccarico emotivo: il dietro le quinte della nostra stanchezza Ogni emozione che proviamo — preoccupazione, frustrazione, ansia, senso di colpa — richiede energia. Quando non abbiamo tempo o spazio per elaborarle, si accumulano come oggetti in una stanza sempre più affollata. Prima o poi, quella stanza diventa invivibile. Molte persone oggi vivono in uno stato di “allerta costante”, anche se non se ne rendono conto. Il corpo è teso, la mente è sempre in funzione, e le emozioni vengono messe “in pausa” per riuscire ad andare avanti. Ma il conto arriva comunque. I segnali a cui prestare attenzione• Hai difficoltà a concentrarti, anche su cose semplici• Ti senti facilmente sopraffatto, anche da piccole situazioni• Hai un costante bisogno di isolarti o di “spegnerti”• Ti mancano la motivazione e l’entusiasmo• Provi irritabilità o apatia, anche senza motivo apparente Questi segnali sono campanelli d’allarme. Sono il modo in cui il tuo corpo e la tua mente ti chiedono una tregua. Come iniziare a prendersi cura di sé Non esistono soluzioni magiche, ma ci sono piccoli gesti quotidiani che possono fare una grande differenza: 1. Smettere di giudicarsi per essere stanchiAccettare la propria stanchezza è il primo passo per ascoltarsi davvero. Non serve “resistere” o “tirare avanti” sempre. La vulnerabilità non è debolezza, è consapevolezza. 2. Imparare a dosare le energie mentaliNon tutto deve essere affrontato subito. Alcune decisioni possono aspettare. Alcune richieste possono ricevere un “non ora” o un “no”. Imparare a dare priorità è un atto di cura verso se stessi. 3. Ritagliarsi momenti di decompressioneNon serve andare in vacanza per recuperare energia mentale. Bastano 10-15 minuti al giorno in cui spegnere lo smartphone, fare respiri profondi, ascoltare musica, scrivere un pensiero, camminare in silenzio. È in quei momenti che il cervello si rigenera. 4. Allenarsi a vivere le emozioniNon ignorare ciò che senti. Ogni emozione ha un messaggio da portare. Trovare un modo per esprimerla — anche solo parlandone con una persona fidata — può alleggerire molto il carico. 5. Considerare un supporto psicologicoChiedere aiuto non è segno di crisi, ma di maturità. La terapia non è solo per chi “sta male”, ma anche per chi desidera capirsi meglio, prendersi cura della propria salute mentale e vivere con più consapevolezza. Viviamo in un mondo che premia chi resiste, chi produce, chi non si ferma mai. Ma la vera forza è riconoscere quando è il momento di rallentare. La fatica mentale non è qualcosa da ignorare, ma un segnale da ascoltare. Perché dentro quella stanchezza, spesso, c’è un bisogno profondo: quello di tornare a sentirsi umani.
Solitudine: l’epidemia silenziosa del nostro tempo

Viviamo nell’epoca della connessione continua: social network, chat, call e notifiche ci tengono costantemente in contatto con gli altri. Eppure, non siamo mai stati così soli. La solitudine non è solo un’emozione spiacevole: è diventata una vera e propria condizione di disagio psicosociale, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha parlato di una “crisi globale della salute mentale” in cui la solitudine gioca un ruolo chiave. Cos’è davvero la solitudine? La solitudine non è semplicemente essere soli: è sentirsi non visti, non ascoltati, non appartenenti. Può colpire chiunque, anche chi è circondato da persone. Ne esistono varie forme:• Solitudine sociale: mancanza di relazioni significative.• Solitudine emotiva: assenza di intimità o connessione profonda.• Solitudine esistenziale: senso di vuoto e di isolamento anche in mezzo agli altri. Chi ne soffre di più? Le ricerche mostrano che la solitudine colpisce trasversalmente, ma è in aumento soprattutto tra:• Adolescenti e giovani adulti, sempre più connessi ma sempre meno legati.• Anziani, spesso esclusi dai ritmi e dai linguaggi della società digitale.• Neogenitori, che vivono un isolamento spesso invisibile.• Persone con disabilità o condizioni croniche, per cui la solitudine è anche una barriera pratica. Quali effetti ha sulla salute? La solitudine cronica è associata a:• Aumento di ansia, depressione e disturbi del sonno• Peggioramento della salute fisica (infiammazione, ipertensione, sistema immunitario indebolito)• Comportamenti a rischio (abuso di sostanze, dipendenze, ritiro sociale)• Una riduzione dell’aspettativa di vita paragonabile a quella di fumo e obesità. Cosa possiamo fare, come individui e come comunità? 1. Ricostruire relazioni significative: meglio pochi legami autentici che tanti superficiali.2. Chiedere e offrire ascolto vero: senza fretta, senza giudizio.3. Creare spazi di appartenenza: gruppi, associazioni, iniziative locali che mettano in relazione persone con storie diverse.4. Chiedere aiuto: la psicoterapia è uno spazio sicuro dove esplorare anche il senso di vuoto relazionale. La solitudine è una delle grandi sfide del nostro tempo, ma non è una condanna. Possiamo riconoscerla, nominarla, affrontarla. E, soprattutto, possiamo ricominciare a costruire connessioni autentiche, lente, nutrienti.
Sogno o realtà? La funzione dell’attività onirica

Il sogno incute fascino e timore. Attrae e spaventa. E’ il tentativo di portare alla luce ciò che evitiamo di noi stessi e della nostra vita. I sogni affascinano l’essere umano da sempre. In antichità venivano letti come messaggi di dei, demoni o spiriti. Premonizioni del futuro su cui si affannavano indovini e profeti. Nel corso dei secoli sono stati concepiti in molti modi diversi, catturando l’attenzione di filosofi e scienziati, artisti e letterati. Per arrivare ad essere riconosciuti, dalla psicoanalisi in poi, come fenomeni psichici, nella loro funzione rivelatrice degli aspetti più nascosti della personalità. Ciò nonostante vi sono ancor oggi numerose resistenze nel concepire la realtà del sogno che spaventa, poichè apre le porte su di un mondo che sfugge alla mente razionale e mina il bisogno umano di sicurezza. Le neuroscienze riducono il sogno a scariche di impulsi nervosi, lasciando irrisolta l’esperienza onirica, con la sua complessità e i suoi significati. Mentre sopravvive, tra i più, una certa tendenza comune a considerare il contenuto del sogno come un qualcosa di distaccato, esterno da sé stessi, e a ricercare interpretazioni universali. Gli elementi del sogno sono parti di sé Ogni sogno appartiene in modo imprescindibile al suo sognatore e consiste in un’esperienza unica. Incarnata nella persona. Nella sua storia, nella sua esistenza e nella sua vita in quel dato momento. Secondo la psicoterapia della Gestalt il sogno è “la via regia all’integrazione” (F. Perls). In esso gli aspetti della personalità non riconosciuti e dissociati si presentano per essere visti e assimilati. Si tratta dunque di un tentativo di riappropriazione delle parti di sé disconosciute e proiettate nei vari elementi di cui è composto il sogno, grazie ad un allentamento dei meccanismi di difesa che, durante lo stato di veglia, impediscono il contatto. Nel sogno è racchiuso un messaggio esistenziale I sogni dicono esattamente come si sta vivendo. Cosa manca nella propria vita, cosa si sta evitando e di cosa si ha bisogno per stare bene. Sono l’espressione più autentica della nostra esistenza. Più spontanea e libera da divieti. Sebbene la creatività onirica possa assumere qualunque forma ed esprimersi in infiniti modi, esistono dei copioni fissi. Un sogno che si presenta in modo ricorrente funge da “avvertimento”. Accende una spia su di un determinato conflitto, affinché venga affrontato e risolto. Infatti, sparisce quando la persona ne coglie il messaggio esistenziale e si assume la responsabilità della sua vita, mettendo in atto il cambiamento necessario per la propria crescita. Il lavoro sul sogno “Se una tigre entrasse in questa stanza proverei paura, ma se ho paura nel sogno vedo una tigre”. (J. L. Borges) Per portare alla luce il significato di un sogno occorre abbandonare le regole della logica ed entrare nella realtà dei suoi paradossi, nelle sue figure, nella coloritura emotiva dei personaggi e delle scene. Nelle maglie della trama in cui è intessuto. Dare voce e forma agli elementi presenti, a quelli mancanti, ai vuoti. La Gestalt propone un lavoro che va oltre l’interpretazione classica, per guidare la persona ad entrare direttamente in contatto con il suo sogno. In modo che possa riconoscerlo come una propria esperienza. A livello emotivo e corporeo, oltre che cognitivo. Non come mera fantasia, non come qualcosa di estraneo. Ma in quanto rappresentazione di sé e della propria vita. Così, mentre la nevrosi si nutre di forme di evitamento, la terapia invita a fare esperienza di contatto. A raccontare il sogno al presente, ad esempio, per sperimentare il qui e ora come unico tempo realmente esistente. Lasciando andare gli attaccamenti al passato e le anticipazioni sul futuro. A identificarsi con gli elementi del sogno, per reintegrare le parti rifiutate, superare conflitti emotivi, impasse e blocchi esistenziali. E cambiare il finale della propria storia.
Sofferenza naturale e sofferenza patologica

La sofferenza naturale ha a che fare con la vita ed è un’esperienza emotiva fondamentale per la nostra evoluzione. Basti pensare alle separazioni, alle delusioni, a tutte quelle situazioni che ci fanno soffrire e al tempo stesso crescere. La sofferenza svolge una funzione adattiva, poiché segnala all’organismo la rottura di un equilibrio e la necessità di attivare le risorse necessarie per raggiungere un nuovo stato di benessere. La sofferenza patologica, invece, è il prodotto del tentativo, reiterato nel tempo, di sottrarsi all’esperienza naturale della vita. Ogni emozione, nel suo ciclo naturale, è destinata a sciogliersi e a lasciare posto ad altro, una volta essersi espressa e aver svolto la sua funzione di adattamento. Ma se invece di accogliere la realtà la contrastiamo, e ci opponiamo a ciò che non vogliamo accettare, restiamo bloccati in una interruzione del processo di elaborazione e integrazione e il malessere si struttura in forme rigide e disfunzionali. L’evitamento, la nevrosi e la patologia La vita può porci di fronte ad eventi fortemente dolorosi. Il lutto, la perdita, il tradimento sono esperienze difficili da sostenere, poiché rompono una stabilità. Sconvolgono la vita emotiva. Le difese che ci vengono in soccorso, se da un lato tentano di proteggerci, dall’altra ci impediscono di stare nella realtà ed integrarla. Ogni forma di nevrosi e di patologia nasce da un evitamento del contatto. L’evitamento riguarda in primis l’impossibilità di riconoscere ed accedere a parti proprie. Agli aspetti di sé percepiti come pericolosi, negativi, sbagliati. Ad emozioni temute, disconosciute. Questa mancanza di integrazione crea una frammentazione del proprio essere nel mondo. Nello sviluppo del sé e del proprio senso di esistenza. Nel vivere la vita. Il ruolo della psicoterapia La psicoterapia guida e sostiene sia il contatto sia l’integrazione delle parti alienate e delle esperienze proibite. La maggior parte delle persone arriva in terapia con l’aspettativa illusoria di poter eliminare la sofferenza dalla propria esistenza. Di potersi sbarazzare degli aspetti di sé che non accetta. Di poter trovare riparo dalle emozioni che considera negative. Il lavoro terapeutico passa attraverso il crollo di queste illusioni infantili. Accompagna a stare nella realtà, nella sua totalità, fatta anche di sofferenza. Ad accettare, accogliere, ciò che appartiene alla natura delle cose.