Voyeur social: una generazione di guardoni

Renato Zero in un successo del 1989 cantava “Siamo tutti voyeur”, anticipando così gli atteggiamenti della generazione digitale, figlia dello sviluppo della rete internet. Nell’era della globalizzazione e della realtà virtuale, le ore trascorse online sembrano essere comunque poche, rispetto alla potenzialità dell’offerta della rete stessa. Questo atteggiamento ci ha portato ad usare internet per facilitare le nostre ricerche e la socializzazione. D’altro canto, però, abbiamo tutti la necessità di avere profili social per comunicare in tempo reale con i nostri amici, e non solo. Uno dei fenomeni molto diffuso tra gli internauti è l’oversharing. Rappresenta coloro che hanno un bisogno interiore di pubblicare qualunque cosa sui social per ricevere una gratificazione virtuale. Il rovescio della medaglia è che se c’è qualcuno che pubblica un post, ci sono tante persone che lo guardano. Il voyeur social, infatti, è la condizione in cui un individuo trascorre il proprio tempo, a volte non solo quello libero, a guardare le pubblicazioni degli altri. Dal punto di vista psicopatologico, il voyeurismo è un disturbo della sfera sessuale, che spinge l’individuo a spiare l’intimità degli altri, in tutte le sue forme. Spostando il concetto alla vita quotidiana, tutti noi, da quando ci svegliamo, fino al momento di riaddormentarci, siamo soliti dare una sbirciata ai social. Guardiamo chi ha pubblicato post o storie, spinti da una tale curiosità, che si esaurisce solo dopo aver spulciato per bene tutte le novità che ci erano sfuggite. Così, andiamo a vedere cosa indossa quell’influncer di moda, cosa ha cucinato lo chef, o ancora cosa ha comprato di bello e irrinunciabile il nostro beneamino. Questo tipo di atteggiamento ci porta ad essere sempre connessi e non riuscire a staccare la spina e incuriosirci del mondo che ci circonda realmente. Siamo diventati una sorta di Grande Fratello di Orwell al contrario, in cui ci esponiamo volontariamente agli altri, entusiasti di arrivare sugli smartphone di tutti.
Voglio restare nel lettone

Perchè è cosi’ difficile dormine nel proprio letto?errori comuni dei genitori e dei bambini che vogliono stare in mezzo al lettone. Una pratica molto diffusa accomuna i genitori: concedere ai propri figli di dormire nel lettone. Spesso non sanno come comportarsi quando il bambino vuole continuare a dormire tra loro. I bambini invece vedono spesso il dormire con mamma e papà come una possibilità per stare vicino ai genitori e sentirsi consolati, riducendo l’ansia da separazione che potrebbero sperimentare. Ci sono sicuramente dei momenti più delicati per il bambino o di maggiore fatica e stanchezza per la coppia, in cui si decide di farlo dormire nel lettone. Spesso ciò accade di solito nel primo anno di vita o in presenza di eventi stressanti. Quando è il caso di interrogarsi? Bisogna iniziare a porsi delle domande quando, ad esempio, il bambino non vuole stare da solo, fa storie e capricci continui per andare a dormire, continua ad andare dai genitori durante la notte. Spesso iniziano i litigi nella coppia e si arriva ad una situazione in cui il bambino dorme nel lettone e uno dei due genitori si sposta in un altro letto o sul divano. Situazioni di questo tipo indicano una difficoltà nel porre dei confini. Cambiare questa abitudine non è semplice. L’importanza degli spazi personali È importante che ognuno possa avere i propri spazi, anche di notte, e che il bambino segua il proprio percorso di crescita. Ciò è utile nella conquista dell’autonomia, per sentirsi più sicuro anche di fronte alle situazioni che comportano una separazione dai genitori. Talvolta questa abitudine cela problematiche di coppia, che vengono negate o evitate mettendo il figlio in mezzo alla coppia. In questo modo si sposta semplicemente l’attenzione dal problema principale, specialmente se la coppia non è in grado di affrontarlo. Come comportarsi allora? Occorrono sicuramente tempo, pazienza e forza di volontà. È importante che anche i genitori siano pronti a separarsi dai bambini, anche per loro è un momento importante. Cosa possono fare i genitori? SOSTENERE IL BAMBINO. I genitori devono anzitutto trasmettere al bambino fiducia e sicurezza. Dovrebbero fargli capire che è in grado di dormire anche senza mamma e papà accanto, che il suo letto è accogliente, è tutto suo e che i genitori sono comunque nell’altra stanza e per qualsiasi cosa ci sono. Se il bambino ha paura è importante rassicurarlo e sostenerlo, senza sminuire i suoi vissuti. Bisogna affrontare insieme queste sue paure, non negarle portandolo nel lettone, cercando delle soluzioni alternative, come ad esempio una lucina accesa, la porta aperta, un peluche o un oggetto che lo rassicuri. CREARE UNA ROUTINE DELL’ADDORMENTAMENTO. fare il bagno, mettersi il pigiama, svolgere attività tranquille come leggere una fiaba, farsi le coccole, possono essere dei rituali che aiutano il bambino a rilassarsi e ad addormentarsi. TRASMETTERGLI IL “BELLO” DI AVERE UNO SPAZIO TUTTO SUO. Bisogna farlo familiarizzare con l’ambiente della cameretta, anche di giorno, e con il suo letto, facendolo incuriosire e sottolineando il valore che ha il suo spazio. Molte volte, la difficoltà del bambino a dormire da solo nel suo letto è dovuta ad un’ansia da separazione, ad una difficoltà di lasciarsi andare al sonno senza un contatto diretto con i suoi genitori. Più il bambino acquisisce sicurezza e fiducia in sé, più si sentirà pronto ad affrontare il distacco con serenità. SE DURANTE LA NOTTE IL BAMBINO SI SPOSTA NEL LETTONE… Bisogna fargli capire che comprendete le sue difficoltà, accompagnarlo con calma nel suo letto, senza sgridarlo o rimproverarlo, prendendosi un po’ di tempo per stargli ancora accanto, rassicurarlo e sostenerlo. LODARLO QUANDO RIESCE. Ogni piccolo passo in avanti va incoraggiato e rinforzato, così che il bambino si senta capace, partecipe di questo passaggio e più sicuro di sé. Se riesce le prime volte a stare anche per poco tempo nel suo lettino, valorizzate questo traguardo e sostenetelo. Quando rivolgersi ad un professionista? Per un bambino riuscire a dormire nel proprio letto rappresenta una conquista evolutiva importante per la crescita, l’autonomia e la stima di sé. Quando, nonostante i tentativi e gli sforzi, non si riesce in alcun modo a cambiare la routine legata all’addormentamento, potrebbero essere presenti un disagio più importante nel separarsi, delle paure e delle dinamiche più difficili da modificare e può essere utile chiedere l’aiuto di uno specialista che possa accompagnare i genitori in questa difficile impresa.
Vivere il mio presente nel qui e ora.

L’attenzione posta al vivere il qui e ora è un lavoro molto importante in ambito psicologico. Esso rappresenta il punto cruciale per la stabilire la relazione terapeuta-paziente. È lo strumento che serve come spunto di riflessione per il proprio vissuto emotivo e comportamentale. Il termine deriva dalla famosa citazione Latina di Orazio, “Hic et nunc”, per sottolineare un concetto spazio-temporale. Esso costituisce, in realtà, un modo per dare valore all’istante, al momento. Grazie alle discipline orientali, oggi si è molto diffusa l’idea del qui e ora, come opportunità personale per fermarsi un attimo e vivere il proprio presente, imparando a percepire emozioni, sensazioni, comportamenti propri e altrui. Il continuo progresso tecnologico ci sta abituando ad una velocità tale, che siamo già proiettati nel futuro senza renderci conto di cosa ci sta offrendo il presente. Se facciamo un viaggio, parte del nostro tempo lo utilizziamo per scattare delle foto, che poi ritocchiamo con filtri e condividiamo sui nostri social. Se ci stiamo allenando in palestra o all’aria aperta, c’è sempre tempo per un selfie da postare e commentare con gli altri. E così non diamo né attenzione né valore al nostro corpo. Siamo costantemente alla ricerca di una connessione digitale con gli altri che ci dimentichiamo che prima esistiamo noi. Apprezziamo o critichiamo le attività postate in rete da chiunque, al punto che non ci soffermiamo più sul nostro vivere il quotidiano. Un atteggiamento del genere, reiterato nel tempo, determina il focalizzare l’attenzione prevalentemente sugli altri e sulle loro opinioni, minando seriamente la nostra autostima. Ci adeguiamo alle opinioni altrui, come se fossero le nostre, solo perché non facciamo focus su di noi. Ci lamentiamo di non avere tempo a sufficienza per noi stessi e quando ne abbiamo l’opportunità non sappiamo apprezzarlo , continuando a dare attenzione alle cose che ci circondano. Per essere felici, bisogna saper vivere il presente. Quando il presente non c’è, non si è felici. Tutti sono capaci di dire “Come ero felice a vent’anni!” Che poi non è vero, non si era felici a vent’anni. Tutti sono capaci di vivere proiettandosi nel futuro: “Farò… dirò…” Il saggio, invece, è colui che realizza il presente (Luciano De Crescenzo)
Vittimismo: la tendenza a lamentarsi e passivizzarsi

Il vittimismo è più di un particolare atteggiamento. E’ un modo di stare al mondo che poggia su una posizione esistenziale di non Okness. Le persone che tendono a fare la vittima sono inclini al lamento, vivono in un costante senso di insoddisfazione e attribuiscono questo loro stato a fattori esterni. Nel vittimismo è centrale l’accusa rivolta verso se stessi, gli altri o, in generale, la vita, cui si accompagna un forte senso di ingiustizia. Vi è dunque una svalutazione della persona circa la propria responsabilità. Si tratta di una forma di passivizzazione, di carente o mancata attivazione delle risorse necessarie per soddisfare i bisogni evolutivi e realizzativi. Il vittimismo e le emozioni Chi fa la vittima ha una immagine di sé di persona sfortunata, incapace: “Non so fare niente. Ma che ci posso fare se sono fatto male? Non è giusto“. Tende a proiettare sugli altri il rifiuto e la critica verso se stesso: “Nessuno mi vuole, ce l’hanno tutti con me“. Ad autoccomiserarsi e a colpevolizzarsi: “Povero me, non cambierò mai. Sbaglio sempre tutto“. Il mondo interno è abitato da sentimenti di inadeguatezza, impotenza, colpa, rabbia, rancore. Emozioni che, il più delle volte, non sono integrate ma vengono portate fuori mediante acting-out e la persona resta bloccata in un cortocircuito. La relazione con gli altri La “vittima” tende a ricercare nell’altro un “salvatore” o un “persecutore“. Si pone in una posizione infantile richiedente e bisognosa (io non sono Ok) e proietta all’esterno un genitore salvifico (io non sono Ok- tu sei Ok) o un genitore critico e rifiutante (io non sono Ok- tu non sei Ok). Nel primo caso, tende a manipolare attraverso comportamenti seduttivi o mettendosi in pericolo. Nel secondo caso, sono più in figura comportamenti provocatori e ribelli. Non di rado, sulla base delle risposte che riceve dall’ambiente, chi fa la vittima si autorizza ad agire la propria rabbia diventando a sua volta un persecutore nei confronti dell’altro. La ripetizione di esperienze antiche Mediante il vittimismo la persona riattualizza nel presente le esperienze del passato. Manipola con le modalità apprese in epoca infantile. Ma, mentre da bambino la manipolazione ha rappresentato il miglior adattamento possibile alla realtà, da adulto è ciò che gli impedisce di star bene e realizzarsi. Di fatto, con il vittimismo si confermano le dinamiche dipendenti e i vissuti di allora. Si mantiene in piedi il copione di vita, con tutti i suoi aspetti limitanti. Il lavoro in psicoterapia La persona ha bisogno di liberarsi del funzionamento manipolativo in favore di una maggiore consapevolezza e responsabilità. Di lasciar andare gli appoggi esterni e la dipendenza, per sviluppare autonomia. Di ritirare il lamento e l’accusa per guardare di più a se stesso come artefice della situazione che vive. Ha bisogno di imparare a riconoscersi, in tutte le proprie parti. Di realizzare l’Okness, ovvero la posizione “io sono Ok-tu sei OK”. Di sperimentare la fiducia, per costruirla come sentimento di base, di sostegno al vivere. E’ un lavoro che passa per la sofferenza autentica delle ferite antiche.
Viaggio degli adolescenti e indipendenza emotiva

In passato, molte famiglie avevano tanti figli e spesso facevano fatica a sbarcare il lunario. A volte, i ragazzi e le ragazze cominciavano a lavorare già da adolescenti per aiutare i genitori. Questo impediva loro di vivere esperienze di svago e di viaggiare. Attualmente, la maggior parte delle famiglie ha meno figli e, in linea di massima, le condizioni economiche sono migliorate. Questo aspetto economico consente agli adolescenti di fare più esperienze di svago e anche di viaggiare. Ma il viaggio favorisce l’indipendenza emotiva? È difficile pensare che un adolescente non abituato a risolvere problemi in autonomia, possa diventare emotivamente indipendente semplicemente viaggiando. Come afferma Paulo Coelho, la vera libertà non si riduce alla mera assenza di legami, ma risiede nella fondamentale capacità di affrontare e superare attivamente le sfide che la vita inevitabilmente presenta. L’indipendenza emotiva significa saper gestire le proprie emozioni da soli, senza dipendere troppo dagli altri per avere approvazione, supporto o conferme. Se un ragazzo non ha l’opportunità di confrontarsi con i propri pensieri e le proprie difficoltà emotive, non potrà raggiungere l’indipendenza emotiva. Come afferma Carl Jung, Chi guarda fuori, sogna; chi guarda dentro, si sveglia. Questo significa che per capire chi siamo e cosa vogliamo, dobbiamo guardare dentro di noi. Solo riflettendo sui nostri sentimenti possiamo davvero crescere e diventare emotivamente indipendenti. L’indipendenza emotiva In alcuni casi, la spinta verso l’indipendenza deriva da situazioni di bisogno e dalle sfide che la vita ci presenta. Quando un adolescente affronta richieste importanti e difficoltà, inizia a “riflettere“, passando dall’emozione alla motivazione e dal pensiero al ragionamento. È interessante osservare come, quando si è costretti a risolvere un problema da soli, si sviluppi un senso di responsabilità e gratificazione personale. Spesso si vedono adolescenti che vivono in ambienti difficili affrontare le sfide, trovando soluzioni creative ai problemi e reagendo con maturità a situazioni complicate. Ad esempio, ci sono adolescenti che devono bilanciare scuola e lavoro. Questi ragazzi imparano a gestire i soldi, a capire l’importanza del lavoro e a prendere decisioni. In questo modo, acquisiscono una maggiore autonomia rispetto ai loro coetanei e sviluppano anche una certa indipendenza emotiva. Pensiamo a un adolescente che si prende cura di un fratello. Impara a gestire le sue esigenze e a sviluppare empatia e responsabilità. Anche se queste esperienze risultano difficili e, probabilmente, devastanti aiutano a diventare più consapevoli delle proprie emozioni e di quelle degli altri. Questo è il primo passo verso l’indipendenza emotiva. In sintesi, sebbene il viaggio possa offrire esperienze divertenti e piacevoli, è spesso la vita, con le sue difficoltà e sfide, a offrire le vere opportunità di crescita e indipendenza. Sapere quel che vuoi, volere quel che sai. Ecco tutto il segreto dell’autonomia e l’unico principio di una educazione in cui si tratta di imparare a imparare da soli (Raoul Vaneigem).
Vedere l’altro per ciò che è

Vedere l’altro per ciò che è realmente vuol dire abbandonare le aspettative e i processi di proiezione della posizione infantile. La ferita narcisistica L’incapacità di vedere l’altro è centrale nelle personalità narcisistiche, in cui vi è, a monte, una negazione della dipendenza e dei propri bisogni affettivi. Quando il bambino non viene adeguatamente riconosciuto dal proprio ambiente familiare, può difendersi ritirandosi in sé e nella propria onnipotenza. La protezione narcisistica, che consiste nel rifugiarsi in una perfezione infantile che offre illusione di sicurezza, nasconde al fondo un vuoto esistenziale dovuto al fatto di non essere stati visti dai propri genitori per ciò che si era. Non avendo fatto esperienza di amore, non si è in grado di amare. E, carenti di riconoscimento, lo si ricerca nella vita manipolando gli altri. Sebbene sia peculiare in questo tipo di personalità, una certa difficoltà a vedere l’altro così com’è appartiene a tutti poichè ciascuno, a modo proprio, ha carenze di riconoscimento e la propria ferita antica. Le proiezioni All’interno delle relazioni accade abitualmente che l’altro venga investito di aspetti non riconosciuti di sé e di esperienze vissute nel passato con le proprie figure genitoriali. Ad esempio: giudico come negativa l’aggressività per cui tendo a negarla e a proiettarla all’esterno. Di conseguenza, l’altro e il mondo diventano per me minacciosi. Posso proiettare emozioni, fantasie, pensieri. Aspetti che tento di escludere, che reputo proibiti, non desiderati. Che non riconosco in me ed attribuisco agli altri. Dunque, per vedere l’altro per ciò che è bisogna innanzitutto vedere se stessi per ciò che si è. Facendo altri esempi: se proietto all’esterno un Genitore critico, tenderò a percepire ciò che mi arriva dall’altro come una critica anche quando non lo è. O, ancora, se proietto un Genitore idealizzato posso non riconoscere il comportamento svalutante assunto dall’altro nei miei confronti. E così via. Questo gioco di proiezioni, che appartiene al fenomeno del transfert, impedisce sia di vedere l’altro sia di accedere ad un sentire autentico e coerente con quanto avviene nella realtà. Le aspettative Le aspettative ricoprono un ruolo determinante nelle relazioni. Risiedono nel Bambino della personalità e spesso anch’esse sono aspetti dipendenti. Possono essere grandiose o catastrofiche, di riscatto o conferma del proprio copione di vita. Vi può essere l’aspettativa che l’altro debba approvarmi, capirmi, rendermi felice. Che debba farmi sentire speciale, che debba condividere i miei pensieri e le mie scelte. Che debba salvarmi. Oppure, non mi aspetto niente di buono, semmai credo che l’altro mi deluderà come tutte le persone della mia vita, confermandomi il mio finale di copione drammatico. Le aspettative sono particolarmente presenti all’inizio di una relazione, specie di coppia. Insieme alle proiezioni, partecipano al processo di idealizzazione in base al quale si vede l’altro per come si vorrebbe che fosse e non per come è realmente. E’ infatti quando si rompe questo idillio iniziale che generalmente la relazione va in crisi. Quando emergono gli aspetti dell’altro inizialmente scotomizzati, bisogna fare i conti con la realtà. E’ grazie al contatto autentico, accettando l’altro per com’è, al di fuori di fantasie, aspettative ed ideali, che possiamo accedere ad una relazione matura e all’amore. Superare la posizione infantile Per vedere l’altro è necessario sviluppare una personalità adulta. Innanzitutto integrare quanto di sé negato, per poter ritirare le proiezioni. E, così, potersi riconoscere in tutte le proprie parti. Ciò risulta fondamentale per superare la posizione infantile e narcisistica in base alla quale l’altro non viene visto ma manipolato in relazione ai propri bisogni, in primis a quello di essere riconosciuto, e alle proprie aspettative. Questo passaggio evolutivo consente dunque di vedere l’individualità dell’altro. Di saper distinguere ciò che appartiene a sé da ciò che appartiene all’altro. Di rispettare i confini interpersonali. “Io sono io. Tu sei tu. Io non sono a questo mondo per soddisfare le tue aspettative. Tu non sei a questo mondo per soddisfare le mie“, recita Fritz Perls nella nota preghiera della Gestalt. E’ necessario diventare consapevoli che l’altro non ha il compito di doverci riconoscere o dare valore, di doverci dire cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Né di proteggerci. Siamo noi a doverlo fare. Assumendoci la responsabilità di noi stessi e della nostra esistenza.
un bambino narcisista

Narcisismo è una parola molto utilizzata nella nostra quotidianità. Ma a che età si diventa narcisisti? è possibile evitare di cronicizzare il narcisismo? Il narcisismo nei bimbi piccoli E’ naturale che un bambino da 0 a 3 anni abbia comportamenti narcisistici. Questo perché la formazione della personalità umana si basa su una relazione iniziale precoce con il care giver che deve essere capace di rispondere ai bisogni del bambino e dar loro un significato. Il bambino in questa fascia di età ha bisogno di essere visto e riconosciuto come la cosa più importante al mondo per la persona che lo accudisce. E’ da questa prima fondamentale relazione, in cui il bimbo viene riconosciuto dall’adulto, che si costruisce quel primo mattoncino alla base della sua autostima. Se questo non accade, le conseguenze sono drammatiche.Se manca il riconoscimento, la crescita naturale di un bambino subisce un blocco. COSA ACCADE QUANDO IL BAMBINO CRESCE Da uno a tre anni e in seguito, i bambini iniziano a sperimentare la loro autonomia ma cominciano a vedere i propri limiti. Allo stesso tempo, devono anche accettare che il care giver non sia perfetto: può essere frustrante, non rispondere ai bisogni immediati, sgridare, mettere limiti e regole. Questo è un processo che richiede tempo per essere introiettato. Può però accadere che questo processo non vada a buon fine. Spesso succede perché o i genitori non danno le sufficienti attenzioni ai bambini o gliene danno troppe. Se non si trova un equilibrio è possibile che si entri nella sfera del narcisismo patologico: la persona è incapace di qualsiasi forma di autocritica o di valutazione su di sé: ha sempre necessità di continue conferme da parte degli altri, senza alcun interesse per i loro bisogni. COM’È POSSIBILE EVITARE CHE UN BAMBINO DIVENTI UN NARCISISTA PATOLOGICO? Dare attenzioni eccessive produce una serie di problematicità nella sua crescita. E’ indicato pertanto fornirgli la giusta dose di gratificazioni e riconoscimenti La sua posizione all’interno della relazione genitoriale andrebbe rispettata. Un bambino ha, infatti, un suo ruolo specifico in famiglia ossia quello di figlio e tale deve restare Quando ci si accorge che il bimbo risulta estremamente competitivo con gli altri è bene ridimensionare l’idea grandiosa di sé. E’ importante accettare la possibilità di sbagliare, per evitare che possa reagire male ad un’eventuale sconfitta Il suo bisogno di centralità, di sentirsi importante andrebbe soddisfatto sin dai primi mesi dalla sua nascita così da avere uno sviluppo sereno della sua autostima Lasciare che il bambino segua le sue inclinazionie non ‘investirlo’ di un’immagine che rispecchia i propri desideri o le proprie aspirazioni CONCLUSIONI In definitiva ognuno ha una storia, una propria peculiarità ed è bene che costruisca e realizzi la propria vita seguendo le proprie scelte contornate di errori, di cambiamenti, di rivalutazioni al fine di divenire unico e come nessun altro.
Un amore a metà?l’arrivo di un fratellino

Come e quando dire al proprio bimbo che arriverà un fratellino?che termini usare?cosa evitare di dire?tutti i dubbi e le perplessità di un genitore bis. Da dove partire? Rispondere a tutte le domande che farà, far vedere l’ecografia o farlo venire durante una di esse. Riprendere vecchie foto in cui mamma e papà aspettavano lui. È bene spiegare con chiarezza quello che succederà, ovvero che la mamma andrà in ospedale per qualche giorno e che lui rimarrà a casa con il papà oppure con i nonni. Siate anche molto onesti su quello che accadrà una volta a casa, il nuovo arrivato non sarà immediatamente un amico di giochi. Sarà un bimbo piccolo che avrà bisogno di cure e di attenzione, spesso piangerà e probabilmente la mamma sarà un po’ stanca ma anche molto felice.Mamma e papà non abbiate paura di non riuscire ad amare abbastanza e non sentitevi in colpa! E’ normale essere gelosi? Il primo aspetto di cui bisogna tenere conto è dunque la gelosia per il nuovo arrivato che sottende la paura di perdere le attenzioni e le cure dei suoi genitori. Questa nasce anche se è stato il primogenito a chiedere un fratellino o sorellina. LA COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA È per questo che è importante tenere conto della delicatezza del momento e della preparazione del primogenito sin dalla gravidanza della mamma. I genitori possono comunicare insieme la notizia dell’arrivo del fratellino/sorellina:“Sai che nella pancia della mamma c’è un fratellino in arrivo? IL COINVOLGIMENTO COMINCIA DALLA GRAVIDANZA È importante mettere in atto da subito dei comportamenti per coinvolgere il bambino nel nuovo evento che è a tutti gli effetti un “affare di famiglia”. Lo si può coinvolgere nella scelta del nome e immaginare come sarà una volta venuto al mondo. È meglio che un eventuale inserimento all’asilo non coincida con l’arrivo del nascituro. Gli si può parlare di come il fratellino crescerà nel pancione esattamente come ha fatto lui e di cosa succederà quando nascerà. Lo si può coinvolgere anche nei preparativi del corredino, magari scegliendo insieme quali delle sue cose possono essere utilizzate anche dal fratellino DOPO LA NASCITA Potrebbe essere funzionale che abbia la possibilità di abbracciare la mamma prima ancora di conoscere il fratellino appena arrivato, qualche minuto per ambientarsi vedendo che mamma sta bene e che ci sono ancora degli abbracci tutti per lui, il tempo di fargli raccontare cosa è successo quando lei era via e poi si possono fare le presentazioni ufficiali tra i fratelli. Una volta tornati a casa è importante facilitare l’integrazione tra i due senza responsabilizzare troppo il primogenito, coinvolgetelo nelle attività da svolgere col bambino e lasciate che possa tenerlo in braccio in presenza di adulti. Cercate di tenere conto delle sue esigenze anche se in questa fase potrebbe essere più naturale pensare prima ai bisogni del piccolo e aspettarvi che il primogenito sia già capace di aspettare “come un bambino grande”. Se è possibile cercate di mantenere le attività che svolgevate con lui prima dell’arrivo del fratellino e quando non è possibile farlo dategli sempre una motivazione reale e comprensibile. Il primogenito potrebbe mettere in atto dei comportamenti regressivi, per avere le stesse attenzioni del fratellino. Non arrabbiatevi se questo accade, è normale e si tratta di una fase transitoria che passa prima se viene accolta per il bisogno di attenzione che sottende. È importante non dirgli mai che questi comportamenti non sono ammessi perché lui ora è un bambino grande perché lo fareste sentire in colpa. Gli fareste pensare che era davvero meglio restare piccolo, visto che i piccoli vengono coccolati e non vengono sgridati. Se invece passa il messaggio che anche se è più grande del fratellino qualche volta può ancora essere piccolo potrà sentirsi più libero di proseguire il suo naturale percorso di crescita. Il bambino più grande potrebbe anche esprimere emozioni ambivalenti nel confronti del più piccolo, anche in questo caso è opportuno accogliere ogni tipo di espressione, senza sgridarlo o giudicarlo ma anzi dirgli che lo si comprende se qualche volta si infastidisce o si arrabbia perché i genitori dedicano più tempo al piccolino di casa.
Un aiuto per i genitori: l’efficacia del Parent Training

Essere genitori è davvero il mestiere più difficile. Perchè può essere utile un intervento di Parent Training? Il parent training è un modello di intervento che nasce nell’ambito della clinica applicata ai disturbi del comportamento infantile. I genitori, essendo gli agenti di primaria importanza nello sviluppo dei figli, vengono dunque coinvolti nell’intervento, per promuovere la messa in atto di comportamenti positivi. Molte volte ci si può scontrare con problemi comuni che, nel lungo termine, possono compromettere non solo il benessere familiare, quanto lo sviluppo psicologico dei figli. Ecco perché, attraverso il parent training, i genitori possono apprendere nuovi stili di interazione o modificare atteggiamenti che influiscono negativamente sui comportamenti dei bambini. I contributi più recenti hanno poi esteso l’applicazione di questo modello comportamentale alle situazioni educative quotidiane come: il sonno e l’alimentazione, il coinvolgimento dei genitori nel gioco, i capricci. E quindi gli obiettivi più comuni del parent training possono essere secondo Soresi (2007): Migliorare la relazione e la comunicazione tra genitori e figli, Aumentare la capacità di analisi dei problemi educativi che possono insorgere, Aumentare la conoscenza dello sviluppo psicologico dei figli e dei principi che lo regolano, Diffondere metodi educativi efficaci, Rendere la vita familiare e i problemi di tipo educativo che possono sorgere più facilmente gestibili. L’intervento può essere effettuato sia in forma individuale (a cui partecipa la coppia genitoriale o il singolo genitore) oppure attraverso gruppi. In quest’ultimo caso, il gruppo offre ai genitori un contesto ricco e stimolante per condividere le esperienze, normalizzare preoccupazioni o affrontare situazioni più critiche. I genitori, in questo modo, apprenderanno alcune tecniche di modificazione comportamentale per estinguere le condotte problematiche e per favorire comportamenti positivi e funzionali, supportando e incoraggiando il bambino quando agisce in modo efficace (Menghini et al., 2019). E’ vero…essere un genitore è davvero molto impegnativo, e non esiste un manuale di insegnamento! Tuttavia, in un momento di bisogno, può essere utile confrontarsi con figure professionali specifiche che possono rappresentare un valido aiuto. Nel Parent Training si lavora come una squadra! La figura professionale competente, infatti, lavora in modo paritario con il genitore, considerato il principale esperto delle caratteristiche del proprio figlio. Inoltre, il coinvolgimento attivo dei genitori nel programma terapeutico è fondamentale per la stabilizzazione e mantenimento dei progressi raggiunti. «Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere». Marian Wright Edelman, attivista per i diritti dell’infanzia Benedetto, L. (2017). Il parent training, Carocci Editore. Menghini D., Tomassetti S., (2019) Il Parent Training oltre la diagnosi. Edizioni Erickson Soresi, S. (2007). Psicologia delle disabilità, Il Mulino.
Tsundoku: la tendenza ad accumulare libri

Negli ultimi anni, si è diffuso il termine giapponese di Tsundoku, per indicare la pratica, molto comune, di collezionare un’enorme quantità di libri, che spesso non si riescono a leggere. La lettura, si sa, è un passatempo che aiuta a mantenere allenato il cervello, migliora le capacità mnemoniche e aiuta a rilassarsi. È talvolta un viaggio introspettivo, un luogo in cui perdersi e ritrovarsi.Come diceva Umberto Eco, “Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro.“ Appurato che la lettura, sia importante, c’è però differenza tra accumulare libri e leggerli realmente. Il fenomeno Tsundoku consiste nella tendenza ad allungare la lista dei libri da leggere, senza però dedicare la stessa attenzione e lo stesso tempo alla lettura vera e propria. Si accumulano libri sul comodino, sperando che la sera ci sia la tranquillità per dedicarsi a sfogliare le pagine. Si riempiono scaffali della propria libreria, con il desiderio di poter scegliere tra più titoli. A volte, questa tendenza provoca liti in famiglia per l’appropriazione di spazi comuni o per spese eccessive in momenti poco appropriati. Anche i libri digitali, oggi, hanno contribuito all’aumento del Tsundoku, anche perchè non sono effettivamente visibili e non c’è neanche bisogno di uscire di casa per cedere all’impulso delle compere. Ciò che meraviglia, però, è che la soddisfazione dell’acquisto viene bilanciata dal senso di colpa di sapere di non riuscire a leggerli per svariati motivi. La spinta al Tsundoku ha un che di romantico: in quel determinato libro posso trovare la frase adatta a me. Ma si può essere anche altruisti, lasciando in bookcrossing la possibilità ad un altro lettore di perdersi nella lettura…