Rabbia cronica: quando la rabbia copre il dolore

Nella maggior parte dei casi, dietro una rabbia cronica risiede un grande dolore. Una ferita antica e profonda che reclama attenzione. Spesso la rabbia è considerata un’emozione negativa, un qualcosa di cattivo e pericoloso o di cui vergognarsi. In realtà, al pari delle altre emozioni, possiede una sua funzione naturale, indispensabile per il nostro adattamento all’ambiente e la nostra salute. Se viviamo un’ingiustizia o un torto, la rabbia ci viene in soccorso per salvaguardare la nostra persona e i nostri diritti. Tuttavia, quando negata o, al contrario, utilizzata per prevaricare sull’altro, perde questa forma sana e diventa disfunzionale. L’inibizione della rabbia e la rabbia cronica La rabbia può essere proibita da divieti interni, introiettati mediante messaggi genitoriali e modelli di riferimento. Se il riconoscimento e/o l’espressione della rabbia sono inibiti, l’energia emotiva, invece di andare verso l’ambiente, si retroflette sull’organismo. Si scarica su corpo ed emozioni. Assumendo la forma di sintomi e sentimenti autopunitivi di vergogna, indignità, depressione. E, soprattutto, colpa. Salvo venir fuori per accumulo mediante agiti, non di rado pericolosi per se stessi o per gli altri. Se invece la rabbia viene espressa senza però esaurirsi, ma al contrario cronicizzandosi, può esservi un’accusa costante nei confronti di sé, dell’altro e/o della vita, con il prevalere di sentimenti distruttivi ed azioni punitive e vendicative talvolta violente. In questo caso si assiste ad una rabbia smisurata che ha poca attinenza con la situazione reale ma che si fa portavoce di un’esperienza non risolta. Di un passato che continua a riattualizzarsi nel presente, per essere visto ed elaborato. La rabbia può essere stata rinforzata dall’ambiente familiare e culturale e utilizzata in sostituzione di altre emozioni, più difficili da contattare e tollerare. Solitamente, quando si presenta in forma cronica, copre un dolore profondo. La rabbia, la colpa e il dolore La rabbia e la colpa spesso si uniscono nel tentativo comune di evitare il dolore mediante l’accusa. “Non è colpa tua, non è colpa tua, non è colpa tua…”, ripete con forza lo psicoterapeuta a Will, nella scena più nota del film “Will Hunting – Genio ribelle” di Gus Van Sant. Quasi a voler imprimere quelle parole nella sua mente, in modo da rompere la difesa e liberare il pianto. Scacciare via la colpa che il ragazzo si infligge per i traumi della sua infanzia, per essere stato abbandonato e per i maltrattamenti subiti. La colpa era più sopportabile del dolore. E la rabbia aveva creato uno scudo, uno strato di difesa sul cuore. Quando vi è una interruzione nel processo di riconoscimento ed elaborazione del dolore, la persona può rimanere intrappolata nella rabbia come tentativo di evitare di entrare in contatto con la sua reale sofferenza. Ad un livello più profondo, la colpa offre l’illusione onnipotente di avere un controllo e un potere sull’evento traumatico. Una via salvifica dalla ferita originaria. Si tratta di una strategia difensiva messa in atto per evitare il crollo che deriverebbe dall’impattare contro l’esperienza, nella sua nuda e cruda realtà. Elaborare il dolore ed accettare ciò che è stato La maggior parte delle persone teme di sentire il dolore e, ancor di più, non vuole rinunciare a ciò che ha perso, alla speranza di cambiare ciò che non può essere cambiato. E, così, esclude parti proprie e della realtà, finendo con il soffrire di più e con l’ammalarsi. Per non accettare la sofferenza che fa parte della vita, rinuncia a vivere pienamente la propria esistenza. Entrare in contatto con i vissuti sepolti dietro la corazza della rabbia vuol dire innanzitutto connettersi al corpo come luogo del sentire e non solo come mezzo di scarica di una tensione. Il pianto è l’espressione naturale mediante cui poter accedere al proprio dolore, viverlo. Nel respiro, nelle lacrime, nella pelle. Comprenderlo e integrarlo nella propria storia e nella propria esperienza. Fino ad arrivare ad accettare ciò che è stato e ciò che non può essere più. A dire addio a ciò che è definitivamente perduto. Ed è allora che il dolore si riduce, che si eclissa poco a poco lasciando spazio ad altro.

Le emozioni dei bambini in epoca covid

Tra le difficoltà vissute dai bambini, in epoca covid, è da mensionare la sperimentazione della solitudine. Soli ovvero senza amici, soli di fronte ad uno schermo che era sia il loro compagno di giochi, sia di studio. Ad un certo punto gli è stato chiesto di “riprendere”, come se nulla fosse, la routine quotidiana. Ma questi bambini emotivamente come hanno affrontato questi cambiamenti? Una premessa necessaria I bambini hanno sviluppato spesso comportamenti e sentimenti negativi. C’è chi si è chiuso in sé stesso e fa fatica a ricominciare a relazionarsi con gli altri, chi ha paura del contagio, chi ancora sente una profonda aggressività e non riesce a contenere la rabbia che sembra esplodere dentro di sé. Affrontare questi temi con i bambini non è semplice. È necessario mantenere un alto livello di attenzione verso questi segnali. Alcuni comportamenti “comuni” possono in realtà nascondere qualcosa di diverso dal solito. Inoltre, il mantenimento della distanza fisica e le altre accortezze sanitarie, come l’uso della mascherina, non aiutano l’adulto a riconoscere tutte le emozioni, e non aiutano i più giovani a comunicarle.  Ancora una volta chi sta vicino al bambino si vede investito di quest’altro incarico: riconoscere e decodificare la manifestazione di questi stati emotivi. E’ importante saper leggere i messaggi verbali e non verbali per capire le emozioni di paura, tristezza, senso di colpa, rabbia, confusione e ansia. Come reagire di fronte alla  rabbia? Di solito i ragazzi vengono sgridati e puniti. In questo momento storico questa modalità non è supportiva e tende a peggiorare la situazione. Bisogna aiutarli a calmarsi con parole semplici, cercare di distrarli, trovare uno spazio per parlare insieme, comprendere il loro stato d’animo e il loro vissuto. L’adulto deve far sentire la sua presenza, far capire che è lì per supportare. Noia Per cercare di superare la noia e ritrovare sicurezza, molti bambini ricercano spontaneamente ritualità o routine già vissute nel precedente lockdown (giochi, canzoni, letture).Ttrovano in questo modo una cornice di riferimento per gestire la situazione. Si tratta di strategie di adattamento. L’adulto, deve affrontare la noia spiegando perché sono in vigore queste limitazioni, chiarendo che le indicazioni sono state date da esperti sanitari e che sono importanti per la salute di tutti noi. Si possono suggerire attività come ad esempio giochi di società Dolore e tristezza Non tutti riescono ad esprimere il dolore attraverso la verbalizzazione. Succede, ad esempio, che bambini e ragazzi perdano subito la pazienza, siano particolarmente nervosi e permalosi, facciano fatica a concentrarsi.  Può succedere di assistere a regressioni come l’utilizzo di giochi del passato o il riemergere di comportamenti di una vecchia situazione critica che sembrava sorpassata. Come si affronta il dolore? Bisogna comunicare ai ragazzi che insieme si può affrontare qualunque cosa e che il dolore è circoscritto all’interno di un limite temporale. Spesso emerge stanchezza, affaticamento, difficoltà nelle interazioni sociali, si osserva una netta tendenza all’isolamento. Come si manifestano? Restando continuamente sul letto, sul divano, o attraverso un senso di svogliatezza e di non saper come occupare il tempo. Disturbi del sonno e dell’appetito Le emozioni che abbiamo sinora descritto possono celarsi anche dietro alcuni comportamenti come difficoltà a prendere sonno, ipersonnia,perdita dell’appetito o il suo contrario, mangiare in modo consolatorio. Cosa può fare l’adulto per ristabilire i giusti ritmi ed equilibri? Per quanto riguarda il sonno, può essere d’aiuto mantenere alcune ritualità nei momenti prima dell’addormentamento, a partire dal rispetto dell’orario previsto per coricarsi. Anche per cercare di risolvere i problemi con l’alimentazione può essere d’aiuto ricreare delle routine: condividere la preparazione dei pasti (fare insieme la pizza, le torte, i biscotti), dare delle regole di alimentazione. Ascoltare con tutti i sensi La funzione dell’adulto in questo momento è fondamentale per trovare strategie per comprendere il malessere dei più piccoli e riuscire a far sì che li esprimano. In qualsiasi situazione è importante ascoltare le parole ma anche i silenzi, e dedicare grande attenzione al linguaggio non verbale.

Perseverare in mancanza di risultati: perché si fa?

Perseverare è un’azione che spesso indica costanza e impegno. Tuttavia, a volte, può risultare non utile perseverare. Quante volte è capitato di pensare “faccio sempre lo stesso errore!” e quante volte, nonostante si abbiano chiari gli obiettivi, ci si continua ad impigliare nelle stesse azioni che non producono i risultati sperati? Perché perseveriamo? E cosa comporta farlo? possiamo mettere in atto sempre le stesse azioni perché abbiamo imparato a seguire regole e, questo, ci può far diventare insensibili alle esperienze dirette. Quando il nostro apprendimento si basa su regole (ad esempio: “se studi, diventi bravo”), siamo portati a seguirla a prescindere da ciò che sperimentiamo nella realtà. Qual è il costo? Chi impara a regolare il proprio comportamento attraverso l’esperienza diretta, riesce ad adattarsi più velocemente ai cambiamenti; chi lo fa attraverso regole, avrà più difficoltà ad adeguarsi. La sofferenza psicologica a volte dipende proprio dal processo attraverso cui generiamo regole in cui rimaniamo impigliati. esistono diversi modi di aderire alle regole che possono condurre a perseverare, pur non essendoci i risultati sperati. Alcune regole vengono seguite perché derivano dalla nostra storia di apprendimento. Pensiamo ad esempio che il comportamento di guardare la strada prima di attraversarla deriva da quello che dicevano i nostri genitori e non dalla nostra esperienza diretta. Dunque, in alcuni casi, è un vantaggio tenere in considerazione l’esperienza di un adulto per non incorrere in rischi. Perseverare in mancanza di risultati, quando si segue una regola, può tuttavia mantenere comportamenti evitanti e causare insensibilità al contesto circostante. Pensiamo ai casi in cui tendiamo a ricadere negli stessi comportamenti, anche se l’esperienza ci mostra che probabilmente dovremmo modificare qualcosa. Se penso che “devo essere una persona di successo per essere accettato”, metterò in luce solo i comportamenti che seguono quella regola. Se fallisco, penserò di non valere nulla, senza dare attenzione ad altri elementi presenti nel mio contesto di vita. Qui, spesso, si nasconde il nucleo di comportamenti psicopatologici. Cosa vuol dire? Vuol dire che non siamo più attenti a cogliere gli aspetti della realtà che ci circonda, ma siamo legati ad una regola che ci immobilizza in un circolo vizioso e in abitudini malsane.

L’AI incontra la Psicologia: l’Intelligenza Artificiale Emotiva

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Viviamo in un’epoca in cui la tecnologia è ormai parte integrante delle nostre vite e, complice la pandemia, si sta progressivamente sostituendo ai tradizionali canali di comunicazione e relazione face to face. Tuttavia, il distanziamento fisico e la cosiddetta “skin hunger” ci hanno fatto riscoprire l’importanza del contatto umano e di un valore più emozionale dei rapporti interpersonali. Ci troviamo di fronte ad uno strano paradosso: mentre gli individui sono proiettati in una dimensione sempre più egocentrica, le macchine, in una spasmodica corsa all’innovazione, stanno diventando sempre più empatiche. Sempre più aziende si stanno dotando di tecnologie digitali in grado di creare connessioni emotive con il pubblico di riferimento per rendere l’esperienza di acquisto o di consumo più reale, immersiva e soddisfacente. Uno degli strumenti più utilizzati per raggiungere questo scopo è l’Intelligenza Artificiale (AI): un computer in grado di riprodurre il funzionamento dell’intero pensiero umano e agire di conseguenza in maniera autonoma. L’intelligenza artificiale emotiva Al fine di creare un legame efficace con il pubblico, l’Intelligenza Artificiale non solo deve comportarsi come la mente umana, ma deve comprendere la psicologia dell’utente. Nasce così l’Intelligenza Artificiale Emotiva: una nuova frontiera dell’AI che rende la tecnologia capace di riconoscere le emozioni e i sentimenti degli utenti attraverso l’analisi delle espressioni facciali e del linguaggio del corpo (ma non solo).Lo scopo di questo ambizioso progetto è quello di dotare le macchine di intelligenza emotiva, ovvero la capacità di comprendere e interpretare lo stato d’animo dell’interlocutore e di adattare coerentemente il proprio comportamento. Comprendere e codificare sentimenti ed emozioni L’AI Emotiva ragiona attraverso il “calcolo affettivo“, termine coniato dalla prof.ssa Rosalind Picard della MIT University già nel lontato 1995. Tale processo è il risultato di studi interdisciplinari che combinano psicologia, scienze cognitive e informatica per comprendere, misurare e analizzare le emozioni umane tramite parametri biometrici e fisiologici. Le tecniche utilizzate dall’Intelligenza Artificiale per riconoscere gli stati d’animo spaziano dall’analisi delle espressioni del volto, del linguaggio del corpo e dei modelli vocali; all’analisi del linguaggio online, corredato di elementi multimediali quali emoji, immagini e video; fino alla misurazione di dati biometrici: temperatura corporea, respirazione, attività muscolare e attività cerebrale. Il progresso tecnologico ci mette dinanzi ad infinite possibilità, è importante però riflettere anche su quelli che sono i limiti di questo strumento. Il percorso di codifica e comprensione delle emozioni e dei sentimenti umani è complesso e non sempre lineare perché prende in esame aspetti etnici, antropologici e socioculturali che, se non considerati, possono generare bias cognitivi. L’auspicio è quello di guardare all’Intelligenza Artificiale Emotiva come un potente strumento da tenere nella cassetta degli attrezzi e da utilizzare con consapevolezza in molteplici ambiti, primo tra tutti la psicologia.

L’autostima è utile per essere positivi o negativi

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L’autostima è un concetto psicologico su cui sono stati effettuati numerosi studi per comprenderne bene le diverse sfaccettature. L’autostima positiva è considerata il fattore centrale di un buon adattamento socio-emozionale. Avere una buona autostima ci rende più sicuri, più felici, più desiderabili e ci aiuta a rispondere adeguatamente alle sfide della vita. Tuttavia non possiamo essere certi che un’alta autostima sia la causa di una buona performance, o che sia vero il contrario, cioè che una buona performance sia la causa di un’alta autostima. La causalità operi in entrambe le direzioni: l’impressione che uno ha sulla propria performance influenza le proprie autovalutazioni e le convinzioni che un individuo ha su sé stesso hanno un impatto sulla sua performance. In altre parole la considerazione di se può essere sia causa sia effetto di un buono o cattivo funzionamento in aree specifiche della personalità. L’autostima non è un riflesso delle capacità delle persone. Le persone con alta autostima non sono necessariamente più dotate (intelligenti, competenti) di quelle con bassa. Quello che le distingue sono le loro convinzioni sulle proprie capacità, il loro atteggiamento rispetto alle prove della vita, le loro reazioni ai successi/fallimenti. Coloro che hanno alta autostima tendono ad essere ottimiste e riescono a gestire gli eventi negativi con serenità; le persone con scarsa considerazione tendono ad essere pessimiste e non sfruttano le loro potenzialità per far fronte agli eventi negativi. Le persone con alta autostima prima di intraprendere ogni attività, risolvere un problema, appaiono in genere sicure di sé e sono convinte di avere buone probabilità di successo. Spesso hanno alle spalle una storia di successi che alimentano le rosee aspettative e anche quando in passato sono incappati in qualche delusione, tendono a pensare che “stavolta andrà bene”. Per questi soggetti le situazioni e le prove difficili risultano stimolanti, sono una sfida da raccogliere per dimostrare a loro stessi e agli altri che sono in gamba. Le persone con bassa autostima si trovano nella situazione opposta: prima di ogni prova, si sentono ansiose e preoccupate, vorrebbero tanto “darsela a gambe”. Hanno molti dubbi sull’esito dei loro sforzi, non hanno fiducia nelle loro capacità, e l’esperienza passata non gli suggerisce pronostici favorevoli. Si raffigurano già il momento in cui dovranno fare i conti con l’ennesimo fallimento. Essi non vedono le prove come stimolanti sfide, ma come occasioni in cui rischiano di dimostrare di non essere abbastanza capaci e intelligenti. Dati questi timori non aspirano a conseguimenti eccezionali. A loro basterebbe non fare una figuraccia, rientrare nella media, non risultare troppo inadeguati. I conseguimenti delle persone con alta autostima saranno ben più numerosi ed elevati di quelli delle persone con bassa autostima a causa del grado di impegno e persistenza che mettono negli obiettivi che si prefiggono. Le persone con alta autostima pur essendo soddisfatte di sé spesso lavorano sodo per migliorare le loro aree di debolezza. Le persone con bassa autostima, “dando per persa la partita”, tendono ad impegnarsi poco e ad essere sopraffatte dall’ansia.

Il vuoto esistenziale emerso con la pandemia

In questo periodo di pandemia molte persone lamentano una sensazione di vuoto e di non trovare un senso nella propria vita. Porsi domande sul senso della vita è esperienza comune ma talvolta può assumere un rilievo centrale ed accompagnarsi a stati di malessere. Quando la ricerca di senso si riveste di angoscia, possono insorgere vissuti depressivi e una sensazione di vuoto esistenziale. Ogni cosa, dentro e fuori di sé, può apparire inutile, insignificante, estranea. “Che senso ha tutto questo, perchè dobbiamo vivere? Vivo le mie giornate con molta fatica, mi costringo ad andare avanti ma poi mi chiedo: perchè? Prima credevo in quello che facevo, forse neppure mi ponevo il problema. Adesso non lo so… mi sembra di guardare la vita scorrere attraverso un vetro ma io sono immobile, distante. Lontano da tutto”. Racconti come questo sono sempre più diffusi tra le persone che arrivano in terapia. La pandemia, a vari livelli, sta mettendo tutti a dura prova. Vi è un mondo esterno, caotico e complesso, che facciamo fatica a riconoscere. Con la presenza del virus, la minaccia di malattia e morte, e con la perdita della vita che conducevamo. E vi è un mondo interno, spesso poco conosciuto, vissuto a sua volta come minaccioso. Navighiamo in acque straniere e insidiose. C’è paura, rabbia, ansia, dolore, lutto. Smarrimento. Vuoto. Da dove viene questa sensazione di vuoto? Il venir meno della struttura e dei punti di riferimento che avevamo costruito, degli appoggi esterni garantiti dalle attività che prima della pandemia organizzavano freneticamente le nostre giornate, ha determinato un vuoto per molti insostenibile. Si tratta di un’esperienza che spaventa, perché confronta con se stessi, con le proprie fragilità e la propria solitudine. Con le insicurezze e i conflitti più nascosti. Con quanto di irrisolto c’è nella propria vita. La pandemia ci sta ponendo di fronte all’incertezza e ai limiti della natura umana e di fronte alla necessità di entrare in contatto con la realtà, esterna e interna, senza le forme di evitamento abituali. La società moderna, che tende a colmare ogni spazio vuoto, valorizzando la produttività e il fare a scapito del sentire, e l’immagine a scapito dell’essere, svaluta l’importanza del vuoto considerandolo inutile, sterile. Ostenta la ricerca di una felicità che si realizza nel possesso e consumo di oggetti e nella conquista di potere, sminuendo l’autenticità della vita emotiva, con i suoi numerosi volti e le sue funzioni naturali. La cultura narcisistica in cui viviamo alimenta l’emulazione di modelli ‘vincenti’ e l’illusione onnipotente di invulnerabilità e certezze assolute. Non offre strumenti adeguati per costruire un sé coeso, in grado di riconoscere e affrontare la realtà, con la sua imprevedibilità e le sue ambivalenze e con le capacità e i limiti che ciascuno possiede. Al contrario, promuove l’alienazione, attraverso la negazione di bisogni ed emozioni naturali. Ostacola lo sviluppo del sentimento grazie al quale il noi possa prevalere sull’io e di un senso di appartenza verso la comunità più ampia. Lasciando perlopiù impotenti e ‘soli’ dinanzi alla sofferenza che fa parte della vita e alla necessità, in questo momento forte più che mai, di ascoltarsi e saper chiedere aiuto. Il ruolo della psicoterapia e il vuoto fertile La psicoterapia sostiene il difficile confronto con la dimensione depressiva, che la pandemia sollecita, e l’abbandono dell’onnipotenza, verso la scoperta di un sé più vero. La trasformazione del vuoto sterile in vuoto fertile diventa fondamentale per la formazione del senso della propria soggettività e della propria esistenza. Comporta la capacità di tollerare il nulla e la noia, l’emozione più difficile da sopportare, la più temuta, proprio perché vuota. Secondo Eric Berne, infatti, l’essere umano cerca a tutti i costi di eluderla strutturando il suo tempo in ogni modo possibile. Tuttavia, è dal punto zero del vuoto fertile, dell’assenza di struttura, che può compiersi l’atto creativo da cui emergono spontaneamente, e senza sforzo, la forma e il senso della propria esistenza. Non come adesione ad aspettative esterne, non come qualcosa di rigido e precostituito. Né come il prodotto dei processi di intellettualizzazione. Ma come puro sentire che diventa consapevolezza ed espressione del proprio essere nel mondo e della parte più profonda di sé.

La depressione infantile

È importante cogliere i sintomi, come l’oscillazione dell’umore, la perdita di autostima e un rallentamento psico-motorio e intervenire per evitare che la situazione si aggravi. Scopriamo insieme cause, sintomi e interventi possibili. A che età si può parlare di depressione infantile? Le diagnosi solitamente avvengono in età prescolare, quindi tra i 3 e i 5 anni. Talvolta si riscontrano episodi anche prima dei 3 anni. Quando siamo di fronte a cure materne poco adeguate, il neonato può sviluppare una forma di depressione definita “anaclitica“, in cui il piccolo, dopo aver pianto invano, tende a diventare indifferente, isolato, anaffettivo e privo di curiosità rispetto al mondo circostante. Quali sono i sintomi della depressione infantile? La depressione infantile è un disturbo dell’umore che può essere di lieve o grave entità, a seconda della compresenza, persistenza e intensità di alcuni sintomi. Nel DSM–5, i criteri per bambini e adolescenti specificano che deve essere presente un umore depresso o irritabile per almeno un anno. Durante tale periodo i minori devono anche presentare due o più tra sintomi quali ad esempio scarso appetito o iperfagia; insonnia o ipersonnia; scarsa energia o astenia; bassa autostima. In alcuni bambini con un disturbo depressivo maggiore, lo stato d’animo predominante è l’irritabilità piuttosto che la tristezza. L’irritabilità associata alla depressione infantile può manifestarsi come iperattività e comportamenti aggressivi, antisociali. A livello fisico si osserva spesso un rallentamento psico-motorio, perdita di energie, facile affaticabilità, insonnia o ipersonnia diurna. Spesso si osserva difficoltà di concentrazione e prestazioni scolastiche ridotte oltre che una distorsione nella valutazione di sé e nell’interpretazione degli eventi esterni, che assumono una colorazione di tipo negativo. Nei casi più gravi sono presenti sensi di colpa. Il bambino si sente responsabile di accadimenti negativi esterni. Le cause La cause possono essere molteplici, ma, nella maggior parte dei casi, le depressioni infantili vengono definite di tipo “reattivo” ossia come una reazione difensiva rispetto al contesto familiare e/o ambientale o, in alcuni casi, a eventi traumatici.  Anche una separazione precoce dalla figura materna, induce reazioni di protesta e disperazione, a cui segue rassegnazione o distacco, con rinuncia alla relazione e successivo isolamento, senso di colpa e frustrazione. L’angoscia di separazione si trasforma in un vero e proprio stato depressivo se i bisogni primari di accudimento e di gratificazione del bambino non vengono assolti e ascoltati dalla figura genitoriale di riferimento. I possibili interventi In primo luogo è importante Ascoltare e comunicare con il proprio figlio. Molto spesso i bambini mascherano i loro sentimenti per vergogna o timore. In questo caso bisognerebbe invogliarli a parlare cercando di comprendere quale difficoltà avvertono e soprattutto dando importanza e ponendo attenzione ai loro vissuti (non svalutandoli). Favorire la costanza delle abitudini in modo tale da recuperare l’attenzione per i compiti e l’affettività che i genitori con semplici gesti quali l’abbraccio, coccole e i riconoscimenti possono stimolare. Nella diagnosi specifica interviene dapprima il pediatra, che accerta l’assenza di malattie organiche a cui può seguire anche una condizione depressiva, e poi dallo psicologo. Sarebbe indicato un percorso psicoterapeutico rivolto sia al bambino, attraverso l’aiuto di giochi specifici, sia alla famiglia. Ciò aiuterebbe il piccolo a recuperare le sue competenze emotive e ristabilirsi sul piano della relazione lavorando sugli aspetti legati alla perdita.

Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!

Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

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Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

L’immagine di se e il concetto di autostima

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L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.