Il nuovo anno: buoni propositi o obiettivi?

Il nuovo anno spesso inizia con buoni propositi. Cosa possiamo fare affinché i buoni propositi diventino obiettivi? “L’anno che sta arrivando tra un anno passerà. Io mi sto preparando, è questa la novità”. Così cantava Lucio Dalla in una famosa canzone del 1979. Il brano è ricco di riflessioni sull’anno passato e volge con uno sguardo speranzoso verso il futuro. E diciamocelo, è quello che facciamo tutti prima che finisca l’anno! Spesso, tuttavia, quelli che sono i buoni propositi per il nuovo anno rimangono tali, lasciandoci un senso di amarezza e facendoci bloccare in un circolo vizioso di pensieri negativi e procrastinazioni. “Ecco, sono il solito! Anche quest’anno non ci sono riuscito! Lo farò in seguito! Sono un debole!” Perchè non riusciamo a realizzare i nostri buoni propositi per il nuovo anno? Ci possono essere diverse ragioni per cui non si riesce a portare a termine ciò che ci si è prefissati nell’anno appena trascorso: può succedere che i nostri desideri vengano influenzati da pressioni esterne e che non partano da una motivazione reale. Riflettiamo su quali siano davvero i nostri bisogni! Questo può generare nell’individuo una spinta motivazionale più forte, ovvero il passaggio all’azione per ottenere ciò che si desidera. Stiamo attenti a non creare pensieri magici! La nostra mente è programmata per sviluppare immagine fantasiose quando non riesce a trovare soluzioni reali e concrete. Poniamoci obiettivi che siano realmente raggiungibili, anche se vorrà dire iniziare con un piccolo passo! Non basta dire “da domani andrò in palestra!”. Proviamo a programmare con date, orari e siamo quanto più precisi nel farlo: ci darà una spinta diversa ad agire! Come faccio a capire quali sono davvero gli obiettivi da pormi? Immaginiamo: siamo esploratori e durante l’anno appena trascorso abbiamo girovagato raggiungendo tappe, in alcuni momenti, mentre in altri abbiamo evitato luoghi sconosciuti. Com’è stato? Cosa abbiamo perso? Cosa abbiamo guadagnato? Abbiamo un altro percorso da intraprendere nel nuovo anno, ma non sappiamo che sentiero imboccare. I pensieri nascono spontanei “sarà la scelta giusta?”. A questa domanda non c’è una risposta, ma finchè sono consapevole della direzione da imboccare, non avrò smarrito la strada. Proviamo dunque ad individuare quali sono le cose più importanti per noi che, come una bussola, ci indicano la direzione da intraprendere. E solo allora definiamo gli obiettivi, le tappe del nostro percorso. In questo modo, la spinta ad agire sarà realistica e i “vecchi buoni propositi” hanno maggiori possibilità di trasformarsi in obiettivi concreti. “Esplora. Sogna. Scopri. “ M. Twain Buon viaggio a tutti!

Psicologia e Pandemia: la comunicazione digitale al tempo del Covid

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Psicologia e Pandemia: com’è cambiata la comunicazione digitale al tempo del Covid? Il Covid 19 ci ha presi tutti alla sprovvista, cogliendo impreparati soprattutto gli “addetti ai lavori” che si sono dovuti confrontare con un’emergenza di tale portata. La pandemia ci ha costretti a significativi cambiamenti: dall’adozione di misure straordinarie di contenimento e di prevenzione, fino alla gestione della comunicazione istituzionale, specialmente in digitale. Il flusso delle comunicazioni, raramente univoche, è stato caratterizzato da grande caos e incertezza, ciò ha alimentato negli utenti l’insorgere di sentimenti negativi, come paura, ansia, tristezza e impotenza. Il primo fattore rilevante è il cambiamento degli attori coinvolti nel processo comunicativo. Se prima i media tradizionali erano dominati da giornalisti e conduttori, ora nei salotti televisivi così come sui social network, si avvicendano scienziati, medici e virologi, diventati improvvisamente i punti di riferimento al tempo del Covid. Spesso i pareri degli esperti sono discordanti, o magari così paiono a chi non ha strumenti adeguati per comprendere appieno le sfumature del linguaggio scientifico. L’assenza di una fonte di informazione unica, verificata e inconfutabile contribuisce a creare incertezza e preoccupazione. Se pensiamo ad esempio alla comunicazione digitale possiamo osservare come, in mancanza di precise linee guida del Ministero della salute, le singole Regioni si siano attrezzate autonomamente utilizzando il web e i social network come canali ufficiali di informazione. La scelta dell’uso (spesso improprio) per la comunicazione istituzionale di un canale bidirezionale come quello dei social, è particolarmente rischiosa a causa del dibattito che si innesca solitamente sotto ad un post. All’interno delle community si dibatte su quali informazioni siano attendibili e quali no, basandosi su percezioni e convinzioni spesso prive di fondamento. Questo ci porta al problema dell’infodemia: una sovraesposizione alle informazioni, spesso non verificate, che rende difficile orientarsi su un determinato argomento a causa della difficoltà a reperire fonti affidabili.L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fatto esplicito riferimento al fenomeno dell’infodemia nel suo report sul Covid, evidenziando il rischio di incorrere in fake news. Per sconfiggere queste problematiche occorre lavorare su due fronti: da un lato potenziando la comunicazione istituzionale basandola su principi di trasparenza e autorevolezza; dall’altro educando gli utenti alla ricerca attiva e consapevole di informazioni sicure e attendibili da fonti verificate.

L’immagine di se e il concetto di autostima

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L’immagine di sé e l’autostima sono due concetti che hanno ricevuto considerevole attenzione nella letteratura psicologica.  L’immagine di sé rappresenta la costellazione di elementi a cui una persona fa riferimento per descrivere sé stessa. Essa riguarda tutte le conoscenze sul sé, come il nome, la razza, ciò che piace o non piace, le credenze, i valori e le descrizioni fisiche. Una persona può ad esempio vedere sé stessa come un lavoratore, come l’amico di Marco, come una persona interessata alla fantascienza, e così via.  L’autostima è invece una valutazione circa le informazioni contenute nel concetto di sé; è la reazione emotiva che le persone sperimentano quando osservano e valutano cose diverse su di sé. Esso è collegato alle credenze personali circa le abilità, le capacità, i rapporti sociali, e i risultati futuri. Il concetto di autostima e l’immagine di sé sono quindi collegati ma diversi. L’autostima dipende sia da fattori interni, cioè dalla sua soggettiva visione della realtà e di sé stessi, e sia da fattori esterni, come ad esempio i successi che otteniamo e la qualità dei “messaggi” che riceviamo dalle altre persone.Le persone infatti sviluppano un’idea di sé sulla base di come sono trattate o viste dagli altri: “gli altri ci fanno da specchio, e noi tendiamo a vederci come loro ci vedono, a giudicarci come loro ci giudicano”. In altre parole ciò che gli altri pensano di noi, cioè l’immagine di noi che ci rimandano, diventa pian piano ciò che noi pensiamo di noi stessi. Ma se è vero che quello che gli altri pensano di noi influenza quello che noi pensiamo di noi stessi, è vero però anche l’inverso. Anche gli altri sono altrettanto influenzati dal nostro giudizio su noi stessi e tendono a vederci come noi ci vediamo. Non c’è infatti luogo comune più veritiero di quello secondo cui “Per piacere agli altri bisogna innanzitutto piacere a noi stessi”.

Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi

Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

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Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.

Il giovane adulto e la sua famiglia

giovane adulto

Oggigiorno, l’uscita dalla famiglia è sempre più ritardata. Per motivi di studio o lavorativi, la permanenza del giovane adulto con i suoi genitori è prolungata nel tempo. Questa fase evolutiva del ciclo naturale della famiglia può avere aspetti vantaggiosi: se il giovane adulto resta in famiglia per un periodo transitorio, allora si ha la possibilità di sperimentare ed inserire al meglio nei diversi contesti sociali. La famiglia quindi dovrebbe essere considerata come trampolino di lancio per i propri figli. In contesti funzionali, i genitori facilitano il processo di separazione fisica e psicologica dei loro figli ormai adulti e reinvestono le loro attenzioni su se stessi e sulla coppia. In questo processo l’impegno del giovane è quello di costruirsi e consolidare una vita effettiva e lavorativa autonoma. D’altro canto i genitori devono accettare l’adultità dei figli rinegoziando la relazione con loro. E’ necessario creare adesso un rapporto alla pari tra adulti responsabili ed individualizzati. In Italia, il fenomeno dei mammoni è in forte crescita e le cause possono dipendere da fattori esterni, come un mancato inserimento lavorativo. Allo stesso tempo ci possono essere anche fattori familiari. In questa famiglia, la provvisorietà del rimanere ancora in casa con i genitori è spesso alimentata da accordi impliciti su entrambi i fronti. I genitori da un lato incoraggiano questo stato di impasse, con atteggiamento complice. Spesso i genitori sentono ancora forte il desiderio di accudimento e cura del figlio, non considerandolo adulto. Altri ancora vivono la solitudine in maniera depressiva cosicché da far “intenerire” il proprio figlio. L’uscita del figlio dalla famiglia si realizza solo se tutto il sistema familiare ridefinisce confini e relazioni in modo evolutivo.

Compiacenza: bisognosi di riconoscimento e approvazione

La compiacenza è una carenza di autoriconoscimento: un cercare all’esterno l’approvazione che non si è in grado di trovare dentro di sé. “Mille fiori di plastica non fanno fiorire un deserto. Mille ombre vuote non riempiono una stanza”. F. Perls “Sono come tu mi vuoi” è il tipico atteggiamento di chi, per essere accettato e riconosciuto, cerca di soddisfare le aspettative altrui a scapito della propria individualità. Si tratta di un tipo di manipolazione che si costruisce nei primi anni di vita, quando il bambino apprende a sacrificare i suoi modi spontanei per adattarsi ai bisogni e alle richieste dell’ambiente in cui cresce e garantirsi, così, attenzione e amore. Questa forma di iperadattamento, che nasce come soluzione di sopravvivenza, nel tempo diventa un ostacolo per l’autoaffermazione e l’autonomia. Winnicott parla di “falso sé“, descrivendo la situazione in cui la personalità si sviluppa su una base di imitazione, anziché di identificazione. Chi si preoccupa sempre di piacere/far piacere agli altri, svaluta il proprio modo di essere, di pensare, sentire e agire. Tende ad assumere la prospettiva dell’altro, conformandosi alle sue idee, ai suoi gusti e ai suoi desideri. La difficoltà a differenziarsi Nella spinta a compiacere vi è una carenza del processo di differenziazione e individuazione che può sfociare in confluenza. Si può essere consapevoli di sé stessi e dei propri bisogni e compiacere per evaderne la responsabilità. Oppure, quando i confini sono deboli, si può avere difficoltà a distinguere ciò che proviene dall’altro da ciò che proviene da sé. La persona compiacente ha un funzionamento dipendente e simbiotico, anche se talvolta nascosto dietro una immagine controdipendente di falsa autonomia. Per cui non sempre in figura vi sono insicurezza e vulnerabilità. Alcune volte, infatti, la compiacenza si mescola alla ricerca di perfezionismo e ad una forma di narcisismo grandioso che dissimula la fragilità relegata al mondo interno. In questo caso, ancor più che approvazione (“dimmi che vado bene”), si cerca potere e ammirazione (“dimmi quanto sono speciale/indipensabile”). La difficoltà a dire di no e a chiedere La compiacenza è caratterizzata da una difficoltà a dire di no e a chiedere. Saper dire di no fa parte della capacità di differenziarsi dall’altro, fondamentale non solo per autoaffermarsi ma anche per proteggersi e rifiutare ciò che non si vuole. Saper chiedere ha a che fare, in maniera specifica, con la responsabilità di esternare un proprio bisogno attraverso l’esplicitazione di una richiesta. In entrambi i casi, i rischi da correre sono percepiti come troppo elevati. Un giudizio negativo o un rifiuto, ad esempio, possono essere vissuti come una disconferma di sé stessi, assoluta e definitiva. Internamente può aprirsi uno scenario catastrofico di perdita, che non è solo perdita dell’altro ma anche, e più profondamente, perdita di sé. Il vuoto interiore e la mancanza d’essere Secondo Winnicott la compiacenza porta con sé un senso di futilità per l’individuo e si associa all’idea che niente sia importante. Che la vita non valga la pena di essere vissuta, poiché il mondo viene conosciuto solamente come qualcosa in cui ci si debba inserire e che richiede adattamento. D’altro canto, nello sforzo di evitare il vuoto interiore della mancanza d’essere, vi è una fuga da sé stessi, dal pericolo di sentirsi persi e persino niente. Il contatto profondo con la propria solitudine viene rifuggito in quanto esperienza che minaccia l’integrità costruita, fino a quel momento, nell’inautenticità. La persona dipende dallo sguardo dell’altro: può sentire di esistere solo in funzione dell’immagine che l’altro rimanda di sé. Nella ricerca di approvazione vi è dunque una negazione della propria identità e, insieme, una ricerca, talvolta disperata, di una identità. La rabbia Sotto la maschera della compiacenza, fatta di sorridente iperdisponibilità e affabile o remissiva accondiscendenza, possono esservi emozioni, non sempre consapevoli, di rabbia, rifiuto, vendetta.   L’altro può essere visto non solo come un Salvatore ma anche come un Persecutore e, più di rado, come una Vittima. Alle fantasie salvifiche di riscatto (“finalmente sarò riconosciuto/a per come sono”), o grandiose (“ti conquisterò con la mia straordinarietà”), possono alternarsi fantasie catastrofiche di conferma della propria mancanza di valore (“mi dirai anche tu che non vado bene, che non c’è spazio per me”). Ma dal momento che se vi è possibilità di salvezza questa dipende dall’esterno, la persona compiacente tende ad assoggettarsi all’altro e a passivizzarsi. E, al tempo stesso, a confermare la posizione infantile originaria di salvare l’altro per salvare, in ultimo, sé stessa. In tal modo, va perlopiù incontro all’esito autodistruttivo del dirigere e agire la rabbia contro di sé. Sentendosi spesso sbagliata e in colpa per com’è e, in alcuni casi estremi, per il fatto stesso di esistere. Riappropriarsi di sé stessi Liberarsi dalla compiacenza significa perdere la sicurezza che deriva dall’illusione di controllo e onnipotenza. Implica un lavoro psicoterapeutico che guardi alla ferita antica del non essersi sentiti riconosciuti da bambini. Che miri a sciogliere i conflitti interni che impediscono i processi separativi, l’emergere del sé autentico e il raggiungimento dell’autonomia. Fare esperienza dell’essere visti e accolti per come si è, in tutte le proprie parti. Correre il rischio di incontrare sé stessi e di incontrare l’altro, in una relazione autentica. Al di fuori di inganni e manipolazioni. Scoprire il vuoto come spazio vitale e creativo da cui dare forma e senso alla propria esistenza. Assumersi la responsabilità di ciò che si è e dei propri bisogni. “Si va dallo psicologo, prima che per conoscersi, per essere conosciuti profondamente da un’altra persona. Perché sentirsi “tenuti a mente” significa sentire “tenuti insieme” i nostri vari aspetti.” (Winnicott)

Un amore a metà?l’arrivo di un fratellino

Come e quando dire al proprio bimbo che arriverà un fratellino?che termini usare?cosa evitare di dire?tutti i dubbi e le perplessità di un genitore bis. Da dove partire? Rispondere a tutte le domande che farà, far vedere l’ecografia o farlo venire durante una di esse. Riprendere vecchie foto in cui mamma e papà aspettavano lui. È bene spiegare con chiarezza quello che succederà, ovvero che la mamma andrà in ospedale per qualche giorno e che lui rimarrà a casa con il papà oppure con i nonni.  Siate anche molto onesti su quello che accadrà una volta a casa, il nuovo arrivato non sarà immediatamente un amico di giochi. Sarà un bimbo piccolo che avrà bisogno di cure e di attenzione, spesso piangerà e probabilmente la mamma sarà un po’ stanca ma anche molto felice.Mamma e papà non abbiate paura di non riuscire ad amare abbastanza e non sentitevi in colpa! E’ normale essere gelosi? Il primo aspetto di cui bisogna tenere conto è dunque la gelosia per il nuovo arrivato che sottende la paura di perdere le attenzioni e le cure dei suoi genitori. Questa nasce anche se è stato il primogenito a chiedere un fratellino o sorellina. LA COMUNICAZIONE DELLA NOTIZIA È per questo che è importante tenere conto della delicatezza del momento e della preparazione del primogenito sin dalla gravidanza della mamma. I genitori possono comunicare insieme la notizia dell’arrivo del fratellino/sorellina:“Sai che nella pancia della mamma c’è un fratellino in arrivo? IL COINVOLGIMENTO COMINCIA DALLA GRAVIDANZA È importante mettere in atto da subito dei comportamenti per coinvolgere il bambino nel nuovo evento che è a tutti gli effetti un “affare di famiglia”. Lo si può coinvolgere nella scelta del nome e immaginare come sarà una volta venuto al mondo. È meglio che un eventuale inserimento all’asilo non coincida con l’arrivo del nascituro. Gli si può parlare di come il fratellino crescerà nel pancione esattamente come ha fatto lui e di cosa succederà quando nascerà. Lo si può coinvolgere anche nei preparativi del corredino, magari scegliendo insieme quali delle sue cose possono essere utilizzate anche dal fratellino DOPO LA NASCITA Potrebbe essere funzionale che abbia la possibilità di abbracciare la mamma prima ancora di conoscere il fratellino appena arrivato, qualche minuto per ambientarsi vedendo che mamma sta bene e che ci sono ancora degli abbracci tutti per lui, il tempo di fargli raccontare cosa è successo quando lei era via e poi si possono fare le presentazioni ufficiali tra i fratelli. Una volta tornati a casa è importante facilitare l’integrazione tra i due senza responsabilizzare troppo il primogenito, coinvolgetelo nelle attività da svolgere col bambino e lasciate che possa tenerlo in braccio in presenza di adulti. Cercate di tenere conto delle sue esigenze anche se in questa fase potrebbe essere più naturale pensare prima ai bisogni del piccolo e aspettarvi che il primogenito sia già capace di aspettare “come un bambino grande”. Se è possibile cercate di mantenere le attività che svolgevate con lui prima dell’arrivo del fratellino e quando non è possibile farlo dategli sempre una motivazione reale e comprensibile. Il primogenito potrebbe mettere in atto dei comportamenti regressivi, per avere le stesse attenzioni del fratellino. Non arrabbiatevi se questo accade, è normale e si tratta di una fase transitoria che passa prima se viene accolta per il bisogno di attenzione che sottende. È importante non dirgli mai che questi comportamenti non sono ammessi perché lui ora è un bambino grande perché lo fareste sentire in colpa. Gli fareste pensare che era davvero meglio restare piccolo, visto che i piccoli vengono coccolati e non vengono sgridati. Se invece passa il messaggio che anche se è più grande del fratellino qualche volta può ancora essere piccolo potrà sentirsi più libero di proseguire il suo naturale percorso di crescita. Il bambino più grande potrebbe anche esprimere emozioni ambivalenti nel confronti del più piccolo, anche in questo caso è opportuno accogliere ogni tipo di espressione, senza sgridarlo o giudicarlo ma anzi dirgli che lo si comprende se qualche volta si infastidisce o si arrabbia perché i genitori dedicano più tempo al piccolino di casa.

Il gioco con i bambini: perché è così importante giocare?

Il gioco ha funzioni fondamentali per lo sviluppo del bambino, e non solo. Vediamo insieme quali possono essere i benefici e i vantaggi. Tra le teorie che mettono in evidenza le funzioni del gioco citiamo ad esempio Piaget, uno tra i più importanti studiosi di psicologia infantile. Piaget descrive quattro stadi, in cui attraverso il gioco e le interazioni con l’ambiente, avviene lo sviluppo cognitivo del bambino: (0-2 anni) stadio sensomotorio: il bambino comprende il mondo attraverso ciò che può fare con gli oggetti; (2-7 anni) stadio preoperatorio: rappresenta mentalmente gli oggetti e usa simboli; (7-12 anni) stadio operatorio concreto: compare il pensiero logico e la capacità di compiere operazioni mentali; (dai 12 anni) stadio operatorio formale: è in grado di pensare in termini ipotetico-deduttivi. Con lo sviluppo delle competenze verbali e l’accrescersi delle interazioni sociali, come ad esempio l’ingresso negli asili e nelle scuole dell’infanzia, si inizia a sviluppare la possibilità di sperimentare giochi di gruppo, in cui il bambino stabilisce regole da seguire e crea ruoli diversi. Poi, a partire dai 3-4 anni, e soprattutto verso i 5, il gioco comincia ad assumere aspetti di collaborazione, e il gioco viene utilizzato anche per raggiungere un obiettivo comune. Dunque, il gioco, fin da quando siamo piccoli, c’ha permesso di fare amicizie, di rilassarci, di esprimerci. E a tutti i bambini piace giocare, ma crescendo, a volte, piano piano, ci si allontana sempre di più da questa dimensione piacevole, presi dalla stanchezza della quotidianità. E quante volte è capitato di dire “Dai gioca da solo che ora sono impegnato!” Eppure giocare insieme, raccontare delle favole, disegnare può condurre a numerosi benefici nella relazione con i propri bambini. Pensiamo a come, attraverso il gioco, sia possibile offrire ai nostri figli un canale di comunicazione delle emozioni. Ecco alcuni suggerimenti: raccontare delle favole e notare quali emozioni emergono può servire a farli familiarizzare con il proprio mondo interiore; disegnare con loro lasciandoli liberi di esprimersi e sospendendo il nostro giudizio può aiutarli a concretizzare ciò che spesso rimane confuso nella propria mente; sedersi con loro e seguirne la creatività gli può essere da stimolo per fare esperienza del mondo e sviluppare i propri sensi. E diciamocelo…anche l’adulto trae vantaggio dal ritornare talvolta ad essere più bambino! “Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” Antoine De Saint-Exupery