Un aiuto per i genitori: l’efficacia del Parent Training

Essere genitori è davvero il mestiere più difficile. Perchè può essere utile un intervento di Parent Training? Il parent training è un modello di intervento che nasce nell’ambito della clinica applicata ai disturbi del comportamento infantile. I genitori, essendo gli agenti di primaria importanza nello sviluppo dei figli, vengono dunque coinvolti nell’intervento, per promuovere la messa in atto di comportamenti positivi. Molte volte ci si può scontrare con problemi comuni che, nel lungo termine, possono compromettere non solo il benessere familiare, quanto lo sviluppo psicologico dei figli. Ecco perché, attraverso il parent training, i genitori possono apprendere nuovi stili di interazione o modificare atteggiamenti che influiscono negativamente sui comportamenti dei bambini. I contributi più recenti hanno poi esteso l’applicazione di questo modello comportamentale alle situazioni educative quotidiane come: il sonno e l’alimentazione, il coinvolgimento dei genitori nel gioco, i capricci. E quindi gli obiettivi più comuni del parent training possono essere secondo Soresi (2007): Migliorare la relazione e la comunicazione tra genitori e figli, Aumentare la capacità di analisi dei problemi educativi che possono insorgere, Aumentare la conoscenza dello sviluppo psicologico dei figli e dei principi che lo regolano, Diffondere metodi educativi efficaci, Rendere la vita familiare e i problemi di tipo educativo che possono sorgere più facilmente gestibili. L’intervento può essere effettuato sia in forma individuale (a cui partecipa la coppia genitoriale o il singolo genitore) oppure attraverso gruppi. In quest’ultimo caso, il gruppo offre ai genitori un contesto ricco e stimolante per condividere le esperienze, normalizzare preoccupazioni o affrontare situazioni più critiche. I genitori, in questo modo, apprenderanno alcune tecniche di modificazione comportamentale per estinguere le condotte problematiche e per favorire comportamenti positivi e funzionali, supportando e incoraggiando il bambino quando agisce in modo efficace (Menghini et al., 2019). E’ vero…essere un genitore è davvero molto impegnativo, e non esiste un manuale di insegnamento! Tuttavia, in un momento di bisogno, può essere utile confrontarsi con figure professionali specifiche che possono rappresentare un valido aiuto. Nel Parent Training si lavora come una squadra! La figura professionale competente, infatti, lavora in modo paritario con il genitore, considerato il principale esperto delle caratteristiche del proprio figlio. Inoltre, il coinvolgimento attivo dei genitori nel programma terapeutico è fondamentale per la stabilizzazione e mantenimento dei progressi raggiunti. «Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere». Marian Wright Edelman, attivista per i diritti dell’infanzia Benedetto, L. (2017). Il parent training, Carocci Editore. Menghini D., Tomassetti S., (2019) Il Parent Training oltre la diagnosi.  Edizioni Erickson Soresi, S. (2007). Psicologia delle disabilità, Il Mulino.

Rapporto tra social network e psicologia: i nuovi disturbi psicologici

Nei precedenti articoli abbiamo sviscerato da differenti prospettive il rapporto tra la psicologia e la tecnologia: abbiamo visto gli effetti sul comportamento e sul pensiero critico, le ricadute sociali, comunicative e relazionali connesse all’utilizzo dei social network e l’impatto dei nuovi modelli del “villaggio globale” nella costruzione della propria identità e dei rapporti interpersonali. Oggi approfondiremo la sezione più scomoda dell’intricato rapporto tra psicologia e strumenti digitali, ovvero i nuovi disturbi psicologici derivanti dall’uso improprio o compulsivo di internet e dei social. L’information overload addiction è una forma di dipendenza comportamentale che presenta caratteristiche ossessivo-compulsive e costringe l‘utente a navigare continuamente sul web e a ricercare una mole ingente di informazioni allo scopo di essere costantemente aggiornato. La Social Addiction consiste nella necessità di consultare in social in maniera ossessiva e compulsiva e provoca assuefazione, rendendo gli utenti incapaci di disconnettersi. La Nomofobia può essere definita come la paura irrazionale di rimanere disconnessi dal proprio smartphone ed è accompagnata dalla costante sensazione di perdersi qualcosa. Rende gli utenti ossessivi e incapaci di distaccarsi dal proprio cellulare. Un nuovo fenomeno che sta spopolando tra i giovani è il Vamping: l’abitudine di restare svegli fino all’alba, condividendo dei post, messaggiando, giocando, guardando dei video o scrollando tra i feed delle reti sociali. Oltre a delineare una dipendenza nell’uso degli strumenti digitali crea forti scompensi del ritmo sonno-veglia. Infine, la Sindrome di Hikikomori che nasce in Giappone ma si sta espandendo progressivamente in America e in Europa e consiste nel ritirarsi fisicamente dalla vita sociale. Un isolamento volontario totale che colpisce gli individui più introversi e sensibili e presenta una forte correlazione con la dipendenza da internet. Per contrastare l’insorgenza di questi disturbi sarebbe opportuno investire nell’educazione digitale a partire dall’età scolare, affichè i ragazzi apprendano sia dalla famiglia che dalla scuola gli strumenti di base per vivere serenamente e consapevolmente il rapporto con la tecnologia.

Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.

Pensiero critico sui social network, cronaca di un binomio (im)possibile?

Nei precedenti articoli abbiamo affrontato a più livelli i cambiamenti sociali e comportamentali dovuti all’introduzione della tecnologia nella nostra quotidianità, ma c’è un punto focale alla base di questo processo: l’evoluzione del pensiero in chiave 4.0. Già in passato si era molto discusso del fenomeno conosciuto come agenda setting, ovvero il potere dei media di filtrare e manipolare l’informazione focalizzando l’attenzione degli utenti soltanto su temi prestabiliti, orientando così l’opinione collettiva. Un processo simile ma più raffinato avviene sui social network, canali su cui ogni giorno vengono pubblicati e ricondivisi milioni di contenuti di varia natura: Per filtrare le notizie viene impiegato un algoritmo basato sulla meaningful interaction, che mostra all’utente soltanto i contenuti con cui ha interagito e verso i quali ha mostrato interesse. Questa modalità, apparentemente efficace e funzionale, crea una comfort zone virtuale sempre più ovattata e ristretta.Diversi studi hanno dimostrato che l’algoritmo espone l’utente a contenuti simili a quelli ricercati tendendo sempre di più ad un’estremizzazione del tema, contribuendo a un’informazione rigida e incontestabile. Si origina così la cosiddetta “bolla di filtraggio”: gli utenti visualizzano notizie sul loro feed, gli algoritmi propongono contenuti simili e gli individui si ritrovano in una bolla in cui hanno accesso solo a informazioni che non fanno altro che confermare le proprie convinzioni. In un primo momento siamo noi stessi a stabilire la nostra “agenda” di interesse, ma ben presto la nostra capacità decisionale passa all’algoritmo che ci rinchiude in questa bolla per rendere l’esperienza sui social più gratificante e duratura possibile. Tale processo dà impulso a un ulteriore fenomeno: la Camera dell’eco. L’Echo chamber si riferisce a una situazione in cui una persona riceve su internet una serie di informazioni o idee che rafforzano il suo punto di vista, senza avere accesso ad altre risorse che potrebbero fornire una diversa prospettiva e dunque una visione più obiettiva della situazione.Le conseguenze sono esponenziali: innanzitutto un progressivo isolamento dovuto alla rigidità e alla limitazione dei temi a cui ci si espone, è come se i nostri interessi ci venissero inoculati in maniera ipodermica, annientando ogni stimolo verso la curiosità, l’apertura a nuovi argomenti e la ricerca proattiva delle informazioni.I social diventano degli strumenti di distrazione di massa che omettono alla nostra vista informazioni importanti.Ci stiamo abituando a una pigrizia intellettuale senza precedenti: ci accontentiamo delle informazioni forniteci senza verificare la fonte, senza ricercare una voce critica, fuori dal coro. Ci esercitiamo a pensare che la nostra opinione sia vera e inconfutabile, perché rafforzata e dimostrata da una mole di notizie, perdiamo così la capacità di metterci in discussione. La soluzione, come sempre, è la consapevolezza e l’intenzionalità: internet è un potentissimo strumento al servizio dell’uomo, un’enorme risorsa che però non può essere considerata esaustiva. Abbiamo bisogno di essere educati, orientati e preparati all’inesauribile fonte digitale che sgorga dai nostri schermi, solo così la tecnologia rappresenta una ricchezza e non minaccia.

Social influencer: la risonanza sociale dei protagonisti del web

Internet ha generato una profonda evoluzione dei modelli comunicativi e sociali: in una prospettiva egocentrica, ogni utente dotato di un account ha la possibilità di costruire la sua vetrina virtuale, una finestra sul mondo digitale che permette di esporre la propria vita (reale o fittizia che sia) alla platea virtuale in ascolto. Nello scenario di tale sovraesposizione mediatica, le aziende sono state costrette a inventare nuove strategie per avvicinarsi al pubblico e per differenziarsi dalla pubblicità tradizionale riaffermando il bisogno di unicità e genuinità in chiave 4.0. Proprio in questo contesto nascono gli influencer: personaggi talmente popolari in rete da avere la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte degli utenti. A cosa si deve il loro successo? Nonostante la figura dell’influencer sia molto cambiata nel tempo, trasformandoli da ragazzi della porta accanto a vere e proprie web star, conserva un fattore decisivo: la credibilità e la fiducia agli occhi del consumatore. Il follower istintivamente si identifica con il personaggio, prova empatia e fiducia, si immedesima nella storia narrata e assimila il messaggio veicolato. Uno dei rischi di questo fenomeno è l’Highlight Reel Effect:i follower confrontano la loro vita con quella patinata esibita dagli influencer, questo genera insicurezza e insoddisfazione, fino alla depressione. Si tende sempre più al raggiungimento di un’immagine ideale, di un modello di perfezione estetica e di status sociale di un mondo dorato e inaccessibile.Esistono dei pericoli anche per la salute psicologica dell’influencer, perennemente sotto stress e sotto i riflettori per restare fedele all’immagine di perfezione costruita, schiavo dei like da cui dipendono la sua affermazione sociale e la sua carriera e continuamente esposto ad una gogna mediatica per ogni passo falso commesso. Come anticipato, gli influencer si stanno evolvendo: consapevoli del loro potere di persuasione lo esercitano per portare l’attenzione su temi di grande impatto sociale, come il body shaming, la discriminazione e la violenza di genere, il razzismo e surriscaldamento globale. La tecnologia con la sua viralità può essere un mezzo per diffondere messaggi positivi con una potenza straordinaria, la chiave è non farsi sopraffare dallo strumento, ma mettere mente e cuore nel messaggio.

La psicologia del web: gli effetti di Internet sul comportamento umano

Oggi essere presenti online equivale a esistere. Internet e i social networks hanno riempito prima i nostri momenti di svago, successivamente gli ambienti professionali come preziosi strumenti di marketing, ma mai avremmo immaginato che un giorno si sarebbero sostituiti ai tradizionali canali di comunicazione e di relazione.La rete ha proposto un nuovo modello di villaggio globale caratterizzato da infinite occasioni di socialità costantemente e immediatamente accessibili. Un universo digitale che si è autogovernato, dettando ai suoi utenti le regole per il riconoscimento e l’accettazione sociale. Come siamo cambiati nel corso di questa trasformazione e in che modo il web ha condizionato i nostri comportamenti?Iperconnessi e sovrastimolati, siamo così ininterrottamente bombardati da una moltitudine di informazioni da aver quasi dimenticato come ricercarle in maniera autonoma. L’utilizzo privilegiato dei social come mezzo di relazione e gratificazione ci rende spesso dipendenti o depressi.Inoltre, essere perennemente iperconnessi non ci rende più multitasking, al contrario, più distratti e meno abili nel passare da un compito all’altro. Da una prospettiva sociale, una delle più grandi innovazioni del web è stata l’uguaglianza: ogni utente in questa agorà virtuale ha pari opportunità di far sentire la propria voce e di ricevere consenso, si annulla così il divario socioculturale esistente nella vita reale.Il concetto dell’autoaffermazione di sè ci porta ad un’altra caratteristica peculiare della rete, l’egocentrismo: i social networks in particolare sono il terreno più fertile per la comunicazione “autocentrata” che va dalla pubblicazione di selfie, a monologhi e contenuti autocelebrativi. Ogni volta che abbiamo la possibilità di parlare di noi stessi il nostro organismo rilascia dopamina, neurotrasmettitore associato a sensazioni di benessere, come se il nostro cervello ricompensasse il nostro egocentrismo. Un principio analogo avviene quando riceviamo dei like: automaticamente impostiamo il nostro comportamento online sulla base dei feedback dei nostri followers, secondo il meccanismo del reward learning.Ovviamente questa “fame di like” ci porta a idealizzare la propria personalità enfatizzando i pregi e restituendo un’immagine virtuale che non sempre corrisponde al vero. Anche il nostro modo di comunicare cambia, in assenza dei feedback immediati dati dalla comunicazione non verbale, i toni sono accentuati, diretti, anche aggressivi. La compenetrazione tra l’individuo e l’universo digitale è in continuo divenire, l’auspicio per il futuro è quello di rimettere al centro l’uomo nella sua più vera e autentica essenza, per ristabilire l’immagine di una società imperfetta quanto genuina, fragile quanto sensibile e bisognosa di percepirsi comunità.

Il potere della psicologia al tempo della rivoluzione digitale

La psicologia è la risposta alla lacuna emozionale di una società digitale plasmata e trasformata dalla rivoluzione tecnologica degli ultimi vent’anni. La rivoluzione tecnologica e digitale degli ultimi vent’anni ha profondamente trasformato il nostro modo di comunicare, interagire, apprendere e vivere le relazioni. Non solo: la possibilità di fruire in qualsiasi momento di una mole illimitata di informazioni immediatamente accessibili ha modificato il nostro modo di reagire agli stimoli e di prendere decisioni. Abbiamo subito e/o accolto il cambiamento senza essere pienamente in grado di gestirlo e abbiamo lasciato i nativi digitali a sperimentare la rete, in particolare i social network, da autodidatti, senza un modello educativo a cui ispirarsi. Si è creata così una frattura tra il mondo reale e virtuale a cui le persone si sono progressivamente adeguate, dando vita al fenomeno della “società digitale” La psicologia ha avuto e ha tuttora un ruolo fondamentale in questa transizione, per aiutare gli individui a rimettersi al centro dell’ecosistema e riappropriarsi del proprio essere, con la consapevolezza che la tecnologia è un efficace ma mero strumento e che i social network sono un mezzo di comunicazione ed espressione della propria autenticità. In questo marasma di stimoli e informazioni è necessaria un’educazione emozionale per non essere governati dal fenomeno, ma diventare consci delle grandi opportunità dell’innovazione ed essere preparati ai rischi di un uso improprio o superficiale. Solo così potremo andare verso la rivoluzione del futuro, una società nuovamente “human-centric” ma con l’ausilio del digitale.

Dal virtuale al reale e viceversa: nuova idea di Famiglia

Lo sviluppo tecnologico  ha portato profondi cambiamenti nella quotidianità: con un semplice click, tutto diventa virtuale, compresi i bisogni personali di relazionarsi con gli altri. Oggi è molto facile, grazie ad internet, incontrare nuovi amici, allenarsi con un personal trainer o cucinare con uno chef stellato.  Sono tante le applicazioni sul nostro smartphone che ci permettono di comunicare con chi è lontano. La messaggistica istantanea, le videochiamate, Facebook o Instagram sono alcuni esempi di utilizzo della tecnologia per accorciare la distanza tra di noi e per sentirci più vicini. La Psicologia ha evidenziato la trasformazione dei legami affettivi della Famiglia (qui), individuando un ciclo vitale, che cambia le relazioni tra i familiari. L’introduzione di un nuovo membro, infatti, fa cambiare gli obiettivi e gli equilibri (come ad esempio la nascita di un figlio). Allo stesso tempo, anche la famiglia con un figlio adolescente, cambia le proprie dinamiche interne. In rete, sono molti i download per i giochi di ruolo sociale, che simulano la realtà,  in cui creare personaggi, con sembianze fisiche analoghe alle nostre. Gli avatar, infatti, lavorano, incontrano amici, si sposano, mettono al mondo dei figli, ripercorrendo così le tappe della vita reale. La pandemia ha intensificato l’utilizzo di un mondo simulato, in cui rifugiarsi, perdendo così il contatto con il qui e ora. Un profilo virtuale di un social network si confonde e si sovrappone a quello reale. Si perde così la funzione integrativa e ne si aumenta il fattore isolante. Il reale e il virtuale possono coesistere in un gioco di equilibrio tra le parti, dove la tecnologia non sostituisce la corporeità, ma la completa e, con un giusto approccio, la migliora. Se la famiglia fosse un frutto, sarebbe un arancio, un cerchio di sezioni tenute insieme ma separabili, con ciascun segmento distinto. (Letty Cottin Pogrebin)

La Settimana del Benessere Psicologico

Raffaele Felaco descrive la storia dell’iniziativa della settimana del benessere psicologico. La prima edizione fu ideata nel 2009 con lo scopo di promuovere la psicologia professionale, grazie all’aiuto dei vari istituti di psicoterapia. Nel 2010 Felaco diventò presidente dell’ordine degli psicologi della Campania, e creò l’iniziativa “Città amiche del benessere psicologico” con lo scopo di far conoscere tutti i colleghi nel proprio territorio, in ogni comune e città venivano quindi presentati i vari colleghi, grandi e numerosi manifesti allestivano le città e tutti i sindaci accolsero questa iniziativa, Fino ad allora infatti l’ordine degli psicologi aveva un’amministrazione burocratica centralizzata nella città capoluogo ed era quindi sconosciuto nei vari territori. Da allora Felaco creò un’altra iniziativa, ovvero le assemblee pubbliche in cui potevano partecipare tutti i colleghi e portare il loro contributo. Questo è continuato per 10 anni fino ad oggi, il successo lo si vede già nella prima edizione in cui parteciparono 182 comuni, diventando un evento culturale per la regione. Infatti un manifesto dell’iniziativa è apparso addirittura in una scena di un film. Oggi questo non è più possibile a causa di vari cambiamenti, infatti quest’anno la settimana del benessere psicologico si svolge in rete sul web, in cui grazie all’aiuto e al contributo dei colleghi si è creata una piattaforma online. In questa piattaforma sono stati raccolti più di 100 video e cartoline con le bellezze del nostro paese inviate da colleghi in molte parti d’Italia, e potranno essere sempre disponibili per la visione. 

Gennaro Galdo – I saperi della psicologia e l’Istituto di Psicologia e Psicoterapia Relazionale

Gennaro Galdo presidente e socio fondatore dell’ISPPREF, Istituto di Psicologia e Psicoterapia Relazionale e Familiare, approfondisce i saperi della psicologia.  Le conoscenze psicologiche, non si trovano soltanto all’interno delle varie branche della psicologia ma nel corso dei secoli nella nostra cultura occidentale e in altre, si sono stratificate incommensurabili bacini conoscenze sul funzionamento psicologico individuale in settori che tradizionalmente ricadono al di fuori dell’area scientifica, pensiamo per esempio ai saperi psicologici contenuti nella letteratura.  Ci sono poi dei saperi confinanti con la psicologia e tra queste discipline c’è appunto la psicologia sistemica, che può essere riassunta in due settori importanti innanzitutto nei parametri della comunicazione.   Tra i parametri della comunicazione ci sono: il parametro linguistico, il parametro non linguistico cioè tutto ciò che può essere rappresentato per esempio da un simbolo o da comportamenti e la comunicazione para linguistica quella che si accompagna inevitabilmente alla comunicazione linguistica e che può essere distinta appunto nel tono, nella velocità e nello stile del discorso quindi sono fattori che sono legati al parametro linguistico ma che sono diversi. Se da un lato abbiamo i parametri della comunicazione umana, dall’altro abbiamo sei proprietà dei sistemi viventi che caratterizzano l’approccio sistemico relazionale: la retroazione, la neghentropia, la non sommatività, l’olismo e il timing.  la retroazione ci insegna che non è importante quello che si comunica all’altro ma è importante quello che l’altro comprende. Per neghentropia, ovvero entropia negativa, tutti gli esseri viventi tendono ad autoripararsi. Per non sommatività si intende, che l’insieme non è la semplice somma delle parti che lo costituiscono, Olismo è invece la proprietà per la quale la parte può rappresentare il tutto. Infine il timing cioè l’utilizzo del fattore temporale, esempio cambiare il proprio modo di interloquire in base al paziente, qu rappresenta l’aspetto fondamentale dell’operare terapeutico sistemico relazionale.   Esiste inoltre una variante dell’approccio sistemico relazionale, ovvero quello meridionale o napoletano, che valorizza 4 aspetti dell’agire del terapeuta: l’ironia, l’interdisciplinarità, l’interculturalità e l’intimità. L’ironia è una caratteristica molto importante per riuscire sdrammatizzare situazioni pesanti, infatti i napoletani in questo non sono secondi a nessuno. Per interdisciplinarità si intende appunto la capacità della psicologia sistemica a legarsi a un numero considerevole di discipline, Per Interculturalità si intende la capacità di interagire con culture micro o macrosociali che siano, modificando il contesto. Per quanto riguarda l’intimità, c’è da dire che l’approccio sistemico lavora sulla base dei genogrammi, che loro volta vengono utilizzati per attivare delle risonanze tra il terapeuta e la famiglia o la coppia.