I BENEFICI DEL CAMPO ESTIVO

Perche’ inviare i propri figli ad un campo estivo, quali abilita’ si possono rafforzare, quali paure affrontare in epoca covid-19. Quando arriva Settembre? L’arrivo delle vacanze estive e’ un periodo molto atteso per diversi aspetti, sia da parte dei genitori, che dei figli, ma anche ricco di dubbi. Spesso un genitore, non abituato a trascorrere tanto tempo insieme al figlio, dopo pochi giorni dalla chiusura scolastica si chiede “ma quando arriva settembre?”. Ecco che, la risposta a tale domanda talvolta e’: mandiamolo al campo estivo. Il campo estivo non e’ un sostituto delle competenze genitoriali, ma un valido supporto per i bambini in quanto ha una serie di vantaggi. I VANTAGGI DI UN CAMPO ESTIVO le attività sono molte e non ci si annoia  i bambini staranno all’aria aperta e avranno modo di socializzare, giocare e imparare a stare in mezzo ai loro pari I ragazzi a scuola hanno la possibilità di un continuo confronto che avviene però nella maggioranza dei casi su un piano strettamente cognitivo. Nei campi estivi ci si ritrova a spendersi in contesti diversi di gioco, di movimento, di relazione e scambio. In queste realtà spesso i ruoli del più e del meno bravo non sono più così evidenti. Spesso i ruoli sono ribaltati e così chi è abituato a primeggiare vive l’esperienza di essere “secondo” ad un compagno che invece solitamente a scuola fa più fatica. Il centro estivo si differenzia dalla scuola  perchè basato sul divertimento del singolo, pur nel rispetto dell’altro e delle regole. In questo senso il bambino lo vive liberamente senza l’ansia da prestazione tipica della scuola e senza gli obblighi che riguardano la realtà scolastica. Rappresenta lo “stacco” necessario al defaticamento e al riposo. Il bambino ha la possibilità di vivere l’attività in maniera più indipendente e autonoma. Si trova spesso nella condizione di doversela cavar da solo in piccoli grandi compiti ed è quindi spronato dal contesto a “diventare grande”. L’esperienza del centro estivo permette al bambino la vita in comunità, lo responsabilizza sul fatto che il suo contributo è decisivo affinchè la giornata e le attività si svolgano nel migliore dei modi. In molti casi è spronato a prendersi degli impegni e delle mansioni quali tenere pulito, aiutare ad apparecchiare, risistemare il materiale di gioco. In questo senso si sensibilizza sul rispetto delle regole, dei turni e soprattutto sul rispetto dell’altro che come lui fruisce dei medesimi spazi e delle medesime attività. Il bambino ha anche modo di relazionarsi con educatori diversi. Quali sono i contro di un campo estivo? Sicuramente i campi estivi il piu’ delle volte hanno un costo, pertanto sono inaccessibili a diverse famiglie. Un genitore talvolta “utilizza” il campo estivo come strumento per non trascorrere il tempo con i propri figli, come una sorta di parcheggio pur di non occuparsene. Quindi può favorire un atteggiamento di non responsabilità genitoriale. In epoca covid-19 può aumentare le ansie di un genitore in quanto il figlio non è sotto il controllo visivo. Tali ansie possono avere ripercussioni negative sull’approccio stesso del bambino al campo estivo. Sia i genitori che i bambini dovrebbero vivere l’esperienza del campo estivo con maniera positiva, come un’esperienza di crescita. Pertanto è utile, quando possibile, di incentivare l’utilizzo di tali contesti se favoriscono il benessere psicofisico di tutta la famiglia.

Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.

Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.

Tra altruismo e manipolazione: esserci per l’altro

L’essere generosi e disponibili non è sempre una forma di altruismo. Può diventare una manipolazione, un modo per attirare l’altro a sè. L’altruismo è l’atteggiamento proprio di chi ha a cuore il benessere dell’altro. Sul piano comportamentale si manifesta con l’essere generosi e disponibili fino ad anteporre il bene altrui al proprio. Quando questo modo di porsi in relazione è realmente autentico? L’altruismo si poggia su una motivazione disinteressata, libera sia da obblighi e ricompense che dal principio del do ut des (do a te perchè tu dia a me). Bisogna dunque distinguere ciò che si osserva come comportamento altruistico da ciò che internamente lo muove. Diverse teorie in campo psicologico e filosofico, assumendo una posizione drastica, sostengono che l’altruismo non esista. Poichè, alla base di qualsiasi gesto altruistico, vi sarebbe sempre un certo egoismo. Una visione più integrata contempla invece entrambi i poli, l’egoismo e l’altruismo. L’amore, infatti, è tutte e due le cose insieme: egoistico, perchè ci dà piacere, altruistico perchè desideriamo la felicità di chi amiamo. Altruismo ed egoismo si incontrano e si integrano quando vi è la capacità di stabilire i confini tra sè e l’altro. Riconoscersi nella propria individualità, con le proprie emozioni e i propri bisogni. E riconoscere l’altro nella sua esistenza, con il suo sentire e i suoi bisogni specifici. Se vi è differenziazione dall’altro vi è la capacità di ascoltarsi e rispondere ai propri bisogni e al tempo di entrare in contatto con il mondo dell’altro, senza svalutazioni. Quando invece l’altruismo diventa un modo per manipolare, per attirare l’altro a sè? Spesso ci si mostra generosi perchè si vuole apparire buoni e in tal modo garantire a se stessi la vicinanza dell’altro. Alcuni caratteri si ‘specializzano’ in questo tipo di manipolazione, costruendo la propria identità su una immagine di persona buona e speciale. Di conseguenza, ciò che sembrerebbe valorizzare l’altro, in realtà è teso a valorizzare se stessi e ad ottenere un certo tornaconto personale, che è quello di essere amati e apprezzati; di sentirsi indispensabili. Al contrario, l’altro viene svalutato, poichè non viene visto con i suoi bisogni e le sue risorse reali. Ciò che gli si offre potrebbe quindi non corrispondere a ciò di cui ha veramente bisogno e sminuire le sue capacità autonome. In alcuni casi è il proprio bisogno ad essere svalutato. La spinta ad esserci per l’altro può arrivare a soffocare parti proprie, creando uno stato di sofferenza che nuoce sia a se stessi che all’altro. Può diventare anche un modo per evadere la responsabilità, rispetto ad un “no”, ad esempio. Come tipicamente succede nelle persone che hanno la tendenza a compiacere per sentirsi approvati. L’altruismo è dunque un esserci per l’altro autentico, possibile se non vi sono svalutazioni in atto. E se si è adeguatamente in contatto sia con se stessi che con l’altro.

Alimentazione selettiva nell’infanzia

Con il termine “alimentazione selettiva” si descrive il comportamento di bambini che limitano la loro alimentazione ad una varietà ridotta di cibi preferiti, rifiutandosi di mangiare altro o di assaggiarne di nuovi. Quando il genitore tenta di ampliare la varietà di cibi, il bambino reagisce con ansia e disgusto e può manifestare sforzi di vomito. Molti bambini spesso rifiutano il cibo in base a caratteristiche sensoriali come il gusto, l’odore, il colore o la consistenza. Nella maggior parte dei casi il bisogno di adeguarsi al gruppo in adolescenza porta a una risoluzione spontanea del problema. Quando scatta il campanello d’allarme? Se si osservano alcuni tra i comportamenti in elenco è bene segnalare al pediatra la presenza di anomalie: il bambino mangia solo i cibi preferiti si distrae mentre mangia, manifesta scarso interesse per il cibo assume alcuni alimenti solamente se “nascosti” all’interno di cibi o bevande preferiti consuma il pasto con lentezza e raggiunge velocemente la sazietà Quando parliamo di alimentazione selettiva ci riferiamo ad una vera e propria condotta alimentare. Un atteggiamento sospettoso e selettivo nella scelta dei cibi può avere avuto, a livello evolutivo, una funzione adattiva nella prima infanzia nel ridurre il rischio di assumere tossine. Successivamente può rappresentare invece un limite ad una dieta variata, con conseguenti carenze a livello nutritivo. Come intervenire su un disturbo di alimentazione selettiva: Diventa importante interrogarsi e osservare le manifestazioni del disagio del bambino, su due livelli diversi, uno più relazionale e uno più comportamentale. Il comportamento alimentare del bambino, non può infatti essere inteso solo come qualcosa da educare, ma anche come qualcosa da comprendere. L’ alimentazione selettiva, ha il valore di messaggio. È quindi importante che i genitori possano osservare lo stato emotivo del bambino e capire da quanto tempo è presente il comportamento che li preoccupa. Poichè l’alimentazione e il momento del pasto sono sempre inseriti in una cornice relazionale, è importante evitare usi impropri del cibo da parte degli adulti. Vengono quindi sconsigliati interventi intimidatori da parte dei genitori (“Se non mangi tutto chiamo il dottore”), ricattatori (“Se non finisci la pasta dopo non potrai giocare”) oppure mescolare il piano educativo con quello affettivo (“La mamma piange se tu non mangi”, “Sei un bambino cattivo perché non mangi e fai arrabbiare mamma e papà” ). Per uscire dall’empasse è utile, ad esempio, includere una terza persona al fine di introdurre modalità e dinamiche relazionali diverse. Questo accorgimento permette anche di valorizzare il pasto come momento conviviale, in cui ci si siede tutti insieme e si rispettano le regole della tavola.

Età evolutiva: conoscere i problemi esternalizzanti

Nei problemi esternalizzanti il disagio del bambino si manifesta all’esterno, causando disturbo nell’ambiente. Ma quali sono i più frequenti? Nel precedente articolo ci siamo soffermati sui problemi internalizzanti in età evolutiva. Ora, proviamo a delineare le caratteristiche più importanti di quelli che vengono definiti problemi esternalizzanti. E solitamente si fa riferimento a problemi di comportamento che sono visibili nell’ambiente esterno. Per questo motivo sono spesso riconosciuti più facilmente, anche se non sempre si può parlare di disturbo. Secondo Gresham (1985), un disturbo del comportamento si ha quando “le caratteristiche comportamentali sono atipiche in quanto la loro frequenza, intensità o durata si discosta dalla norma (…) possono manifestarsi attraverso uno o più repertori (cognitivo, verbale, fisico, motorio) ed essere presenti in una varietà di situazioni.” Quante volte un adulto può trovarsi in difficoltà davanti a un bambino che mostra un comportamento dirompente? È importante sottolineare dunque la differenza tra problema esternalizzante e temperamento. Il temperamento è determinato da fattori genetici, ma nel corso della crescita, può essere plasmato da fattori ambientali (contesto famiglia, scuola, amici). Quindi, se da una parte il contesto influenza il comportamento del bambino, è anche il bambino che a sua volta influisce sulla la risposta dei genitori ai suoi comportamenti. Quali sono le categorie diagnostiche più frequenti in età evolutiva? Nel DSM-5 (2013), le principali problematiche esternalizzate in età evolutiva sono: ADHD (disturbo da deficit d’attenzione e iperattività); disturbo oppositivo-provocatorio; disturbo della condotta. Tali categorie hanno in comune il fatto che il bambino può mostrarsi aggressivo con lo scopo di ottenere ciò che vuole; o pretendere che i propri bisogni siano più importanti di quelli degli altri; o essere oppositivo e trasgredire le regole. Cos’è possibile fare in questi casi? Le strategie comportamentali che sono risultate più efficaci sono: – quelle basate sull’uso di rinforzatori e token economy; –parent training o consulenza genitoriale; -costo della risposta, ovvero la combinazione di rinforzatori positivi e penalità. “I bambini imparano più da come ti comporti che da cosa gli insegni” (W. E. B. Du Bois)

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte II

Nel precedente articolo abbiamo trattato il tema del Cyberbullismo, osservato le differenze dal bullismo tradizionale e gli effetti che genera sugli attori coinvolti: dal cyberbullo alla vittima, fino agli spettatori. Negli ultimi anni l’evoluzione della rete ha creato terreno fertile per la diffusione del Cyberbullismo, in diverse forme e modalità. Di seguito una panoramica delle tipologie più diffuse: Flaming: scambio di messaggi o commenti online su pagine, gruppi e forum, con un linguaggio volgare e violento, volto ad innescare una vera e propria battaglia verbale. Molestia/Harassment: invio ossessivo e reiterato di messaggi offensivi per ferire il destinatario. Denigrazione/Put-downs: invio di contenuti denigratori a terze persone o nella diffusione su piattaforme pubbliche allo scopo danneggiare gratuitamente la reputazione di un singolo. Sostituzione di persona/Masquerade: furto di identità di una persona per spedire messaggi o per pubblicare contenuti volgari e sconvenienti a suo nome. Rivelazione/Exposure: rendere pubbliche informazioni intime e private della vita di una persona per metterla deliberatamente in imbarazzo. Inganno/Trickery: ottenere la fiducia di qualcuno per poi renderne pubbliche le confidenze, i racconti privati e imbarazzanti. Esclusione: tagliare fuori da un gruppo online, una chat, un game interattivo o altri ambienti digitali privati, una persona al fine di isolarla. Cyberstalking: molestie e minacce ripetute attraverso i mezzi digitali, volte ad incutere terrore. Cyberbashing/happy slapping: l’aggressione fisica di uno o più bulli su un individuo viene filmata e pubblicata per proseguire la persecuzione online, rendendo il contenuto virale. Trattandosi di aggressioni psicologiche e non fisiche, non sempre i genitori riescono a cogliere il disagio dei propri figli, tuttavia esistono dei campanelli d’allarme a cui prestare particolare attenzione: Si può ravvisare un aumento di irritabilità e nervosismo da parte del bambino o il rifiuto ad andare a scuola; il bambino cambia stato d’animo quando utilizza i social e appare ansioso, spaventato o rabbioso; si rifiuta di condividere informazioni relative al proprio account e alle attività che svolge online; presenta sintomi psicofisici indicatori di stress come perdita o aumento di peso, mal di testa, mal di stomaco e inappetenza, irrequietezza e insonnia; il bambino si isola da amici e parenti e abbandona hobbies e attività che trovava piacevoli; infine appare depresso e disperato e manifesta pensieri suicidari. Un fenomeno così profondamente radicato nella cultura delle nuove generazioni necessita di mirati interventi di prevenzione e contrasto al fenomeno che devono partire sin dalla tenera età e coinvolgere attivamente tutto il sistema che orbita attorno ai giovani: famiglia, scuola e amici. Emerge quindi l’esigenza di una maggiore consapevolezza e controllo dei mezzi di comunicazione digitale affinché i ragazzi e le rispettive famiglie possano vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.

PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI

Quali sono i pericoli dell’eccessivo controllo sulla vita dei figli? Si descriveranno gli effetti possibili sulla crescita psicologica ed emotiva dei bambini in presenza di genitori controllanti. PERICOLI DEL CONTROLLO SULLA VITA DEI FIGLI Porre domande ai figli, al fine di controllare ogni loro azione, è sempre più frequente nei genitori. Spesso ciò accade perchè i genitori non tollerano che i figli possano sbagliare e cadono nell’errore di poter decidere per loro anche suggerendo comportamenti e azioni che dovrebbero tenere in determinate circostanze. “cosa ti ha detto la maestra? E tu cosa hai risposto?” “dopo che hai mangiato ti sei lavato le mani?” ”la tua amica ti ha sgridato e tu come hai risposto?”. Porre queste ed altre domande quotidianamente ad un bambino, fa si che egli metabolizzi l’idea di dover appuntare tutte le cose che gli accadono ad un genitore. Questo senso di controllo viene interiorizzato come se il genitore avesse una funzione giudicante. Il bambino solitamente si rifugia in uno stato ansiogeno, come da prestazione che il più delle volte lo rende insicuro. quale potrebbe essere l’effetto di un’educazione troppo rigida e soprattutto imposta? Un genitore rigido e con l’ossessione dell’ordine, guidato dalla sua ansia, con le sue richieste, produrrà lo stesso effetto nel suo bambino. Anche l’iperprotezione produce la paura di fare e di essere. Il bambino crescerà insicuro e con difficoltà nell’effettuare delle scelte se non appoggiandosi e confrontandosi necessariamente con qualcuno. In questo modo, tutto ciò che farà sarà condizionato dal ‘giudizio’ del genitore. Egli  non maturerà spontaneamente propendendo e scegliendo cose che a lui piacciono realmente, ma seguirà le ‘indicazioni’ e le preferenze dell’adulto. La sua personalità sarà un surrogato di quella genitoriale. In questi casi può accadere che i bambini non si sentono liberi di muoversi, di sudare, di cadere, di sbagliare eseguendo soltanto delle istruzioni come se fossero dei soldatini. cosa fare? Si possono utilizzare le raccomandazioni quando davvero ricorre la necessità. Si può instaurare un dialogo propositivo con i bambini, dando informazioni sulle singole richieste. Ciò anche al fine di evitare inutili trasgressioni. Trasmettere l’idea di controllo, produce timore, ma anche voglia di trasgredire. Ecco che “non mangiare merendine” può sfociare in un comportamento di trasgressione quale mangiarle di nascosto. L’identificazione e l’empatia sembrano essere gli elementi costitutivi di tale processo che determina, attraverso un rapporto di conoscenza e comprensione reciproca, una crescita affettiva, emozionale e psicologica per entrambi. La negazione assume un valore educativo notevole se, assieme ad essa, viene associata ad una corretta informazione. Vissuta ed elaborata dal bambino sul piano emotivo ha il fine di proteggerlo. È importante per lui crescere con delle regole comportamentali e sociali che da adulto utilizzerà in maniera appropriata. Rafforzera’ la propria autostima e la sua capacità di esprimersi autonomamente accettando liberamente la possibilità di sbagliare.

Età evolutiva: conoscere i problemi internalizzanti

I problemi internalizzanti sono una tipologia specifica di difficoltà emotive e comportamentali. Quali sono i più frequenti in età evolutiva? I problemi internalizzanti, proprio perché vengono sviluppati e mantenuti all’interno dell’individuo, sono spesso non riconosciuti o mal interpretati. Tra questi, quelli che preoccupano maggiormente, sono afferenti alla sfera dell’ansia e della depressione. Proviamo a definirli meglio. L’ansia è una condizione che ciascuno di noi può sperimentare in diverse occasioni. E, in molti casi, può essere utile a mantenere l’attenzione su un compito. Oppure, in altri, può fungere da motore motivazionale. Ma cosa succede se l’ansia supera la soglia di intensità? Può divenire disfunzionale interferendo con la salute o con le prestazioni nei compiti abituali. I sintomi più comunemente descritti nei problemi d’ansia in età evolutiva sono: -pensieri negativi e irrealistici, -interpretazioni errate di sintomi ed eventi, -attacchi di panico, -ossessioni e/o comportamenti compulsivi, -attivazione fisiologica, -ipersensibilità ai segnali fisici, -paura e ansia relativi a specifici eventi o situazioni, -preoccupazioni eccessive o generalizzate. Proprio per questo motivo, a volte possono essere presenti sintomi d’ansia, senza che si sviluppi necessariamente un disturbo d’ansia. Oltre all’ansia, anche la depressione può essere facilmente mascherata e di difficile interpretazione. Infatti, possono essere presenti sintomi come: -umore depresso o tristezza eccessiva, -irritabilità, -perdita d’interesse nelle attività, -lamentele somatiche (mal di pancia, mal di testa..) -alterazioni del sonno. A tale proposito, spesso, vengono maggiormente notate dagli adulti delle problematiche secondarie e conseguenti ai problemi internalizzanti. Ad esempio: bassa autostima; problemi scolastici; scarse relazioni sociali. E notare questi segnali può essere il primo importante passo per aiutare i nostri bambini a fronteggiare la condizione che stanno vivendo. Tuttavia, in alcune fasce di età, possono presentarsi paure o ansie del tutto normali! In questi casi, può essere sicuramente di aiuto avere una relazione empatica con il bambino e aiutarlo a denominare le proprie emozioni. Ma allora, quando può rivelarsi utile un intervento specialistico? In un’ottica di collaborazione, è fondamentale che tutti gli adulti (genitori, parenti, insegnanti, etc.) prestino attenzione ad ogni minimo segnale di malessere o cambiamento. Ma, anche e soprattutto in modo preventivo, è importante che richiedano di confrontarsi con una figura professionale che li aiuti a comprendere meglio la presenza e l’entità della problematica e a gestire le difficoltà vissute dal bambino.

Cyberbullismo: quando il nemico è dall’altra parte dello schermo – Parte I

Il Cyberbullismo è un fenomeno dilagante che ogni giorno diventa più diffuso e pericoloso.Il termine “cyber” afferisce a tutto ciò che ha a che fare con la tecnologia o che ne deriva, mentre per “bullismo” si intende il perpetrarsi di comportamenti malevoli ai danni di una vittima che non ha la possibilità di difendersi. Nel 2006 Peter K. Smith e collaboratori definirono il cyberbullismo come: “un atto aggressivo e intenzionale, condotto da un individuo o gruppo di individui, usando varie forme di contatto elettronico, ripetuto nel corso del tempo contro una vittima che ha difficoltà a difendersi”. (Smith et al., 2008). Questa modalità differisce dal bullismo tradizionale per alcuni aspetti distintivi: innanzitutto la possibilità da parte del cyberbullo di agire in forma anonima, il che contribuisce ad una sorta di “deresponsabilizzazione” degli atti compiuti; la condivisione e diffusione tempestiva, esponenziale e virale di contenuti lesivi nei confronti della vittima; il numero illimitato di spettatori e la possibilità di perpetrare l’attività dannosa all’infinito, mettendo online filmati o contenuti che riguardano il soggetto bullizzato. Gli effetti del Cyberbullismo assumono il carattere di una vera e propria persecuzione e sono devastanti per tutti gli attori coinvolti nel processo.Il cyberbullo, che spesso è stato a sua volta vittima di violenza o bullismo, presenta generalmente difficoltà nelle relazioni sociali. La sua condotta di estrema prepotenza può essere associata al disturbo antisociale di personalità, mentre l’eccessiva aggressività può essere una spia del consumo di sostanze stupefacenti. La vittima vive in un perenne stato di ansia, presenta difficoltà cognitive a livello di attenzione e concentrazione e può soffrire di attacchi di panico, stati fobici e depressivi e avere idee o atti suicidari. Gli spettatori sono testimoni involontari, vedono minacciato il proprio benessere emotivo, percepiscono l’ambiente come minaccioso e violento, si sentono spaventati e impotenti e vivono la paura di subite attacchi analoghi. Nel prossimo articolo approfondiremo le diverse forme di cyberbullismo, come fare a riconoscerne i segnali e come intervenire per prevenire e contrastare questo fenomeno.