Mind-reading: il mio psicologo mi legge nella mente?

<<Il mio psicologo mi legge nella mente!>> Quanti di voi hanno mai sentito questa frase?  Per me è ormai divenuta un’affermazione costante, una volta svelata la mia professione (e menomale sia così!) Ma cos’è che crea la percezione, inevitabilmente anche minacciosa, di uno psicologo un po’ empatico, un po’ “mentalista”? Nessuna sfera magica, ahimè. Parliamo invece della capacità di mind-reading del terapeuta. Il Mind-reading può essere definito come la capacità di attribuire un senso alle azioni degli altri, sulla base delle credenze, dei desideri e delle emozioni che imputiamo loro. È un’abilità cognitiva di “connessione con l’altro”, tradizionalmente studiata all’interno della Teoria della Mente (Wellman, 1990). È un’abilità rudimentale di comunicazione e comprensione pre-linguistica. La nostra principale forma di comunicazione quotidiana è, infatti, di tipo verbale. Scritto o parlato che sia, siamo abituati a pensare che il linguaggio sia lo strumento più semplice e chiaro per farci capire dall’altro. In realtà, spesso, la comunicazione linguistica è la più complessa, insidiosa e lontana forma di comprensione reciproca. Il mind-reading è una tipologia molto semplice e rudimentale di dialogo. È un’abilità presente anche in moltissimi animali non umani, che permette di dare senso alle azioni degli altri, difendendosi, in questo modo, dai predatori e procurandosi cibo attraverso l’interazione. Consiste in una piena presenza nella relazione, che permette di ampliare la propria attenzione agli aspetti non verbali della comunicazione e alla discrepanza tra questi e ciò che si sta dicendo. Significa, cioè, ampliare la propria capacità di ascoltare, di vedere l’altro, di percepire cosa noi stessi stiamo provando in quel momento, mentre l’altro ci sta parlando. Nella pratica, quindi, lo psicologo non legge nella mente: sta ponendo l’intera sua persona al servizio della relazione terapeutica.

Mind wandering: le infinite sfaccettature di una mente vagabonda

mind wandering

Il termine “Mind Wandering” indica la tendenza a vagare con la mente, distraendoci dalla realtà circostante.Risponde alla romantica definizione di “sogno a occhi aperti” o “viaggio mentale” e si manifesta soprattutto in stato di sonnolenza o quando non siamo totalmente assorbiti da ciò che stiamo facendo. Il Mind Wandering è stato indagato da svariate ricerche scientifiche e diversi approcci psicoterapici, da cui sono scaturiti risultati importanti. Innanzitutto è emersa la condizione di universalità e diffusione di questo fenomeno.In particolare lo studio realizzato da alcuni psicologi di Harvard, dal titolo “A wandering mind is an unhappy mind”, afferma che la mente delle persone vaga per il 46,9% del tempo. Durante il Mind wandering la mente non è a riposo, bensì nel pieno della sua attività, infatti innesca due processi cognitivi centrali: “perceptual decoupling” e “meta-awareness”. Il perceptual decoupling, letteralmente disaccoppiamento percettivo, consiste nella capacità di estraniarsi dagli stimoli esterni, dal qui e ora, rivolgendo l’attenzione altrove. Mentre possiamo definire come “meta-awareness” il processo di meta cognizione che ci rende consapevoli del flusso di pensieri in corso. Quali sono gli effetti del Mind Wandering? Il Mind Wandering richiede molta energia e un grande impegno cognitivo perchè sottrae l’attenzione al compito che si sta svolgendo, attivando una sorta di “pilota automatico”. Questo repentino passaggio di attenzione, oltre ad avere inevitabili ricadute sulla concentrazione, può generare un senso di confusione, stress e ansia. Alcuni studi hanno dimostrato che il Mind-wandering ha delle ripercussioni negative anche sulla memoria di lavoro e a cascata sulle performance intellettive. Il lato positivo del Mind Wandering Studi recenti si sono concentrati sugli effetti positivi, funzionali e adattativi del Mind Wandering. Infatti dalle ricerche emerge la correlazione con una maggiore fluidità dell’attenzione; la capacità di pianificazione futura, poichè spesso il vagare della mente si concentra su eventi futuri. Inoltre il Mind wandering stimola l’incremento di creatività e un rendimento maggiore nei compiti di problem solving.

Mi trasmetti ansia: storie di ansia che si trasmette da genitore a figlio

Il genitore spesso si sente responsabile di trasmettere ansia ai figli. Come riconoscere questo meccanismo?come intervenire?lo scopriremo attraverso la lettura dell’articolo. Per un bambino o un adolescente vedere il proprio genitore in ansia, può essere deleterio. I figli hanno la propensione naturale a guardare ai genitori per prendere esempio e spunto nelle situazioni che si trovano ad affrontare. Se un genitore manifesta continuamente ansia e paura nelle situazioni comuni di vita, il bambino avrà una visione del mondo instabile e incerta. Si è osservato che i figli di genitori ansiosi hanno maggiori probabilità di sviluppare disagi d’ansia. È doloroso, per un genitore, pensare di essere il veicolo di trasmissione dello stress al proprio figlio, ma non bisogna lasciarsi sopraffare dal senso di colpa. Cosa fare? Affidarsi a un professionista può aiutare genitori e figli a lavorare per gestire e tollerare lo stress. Il genitore acquisisce le tecniche terapeutiche per imparare a gestire lo stress e le trasmette al figlio per aiutarlo ad affrontare le situazioni di incertezza. I genitori devono cercare di mantenersi neutrali e calmi, bisogna tenere sotto controllo le espressioni facciali, devono essere consci delle parole usate perché i bambini assorbono e leggono le situazioni, i comportamenti e le persone. Se una situazione d’ansia è sfuggita al controllo del genitore, bisogna spiegare ai figli perché si è reagito in quel modo. Parlare di ansia dà ai bambini e ai ragazzi la possibilità di provarla. Se un genitore sente di dover proteggere il figlio dalla propria tristezza,dalla propria rabbia o dall’ansia, sembrerà che non sia concesso provare questi sentimenti, esprimerli e gestirli. Proteggendoli si dà loro l’indicazione che non c’è modo di gestire le emozioni negative. Meglio prevenire che curare l‘ansia Fare prevenzione con i bambini, affinché l’ansia dei genitori non li contagi, è importante. Diversi fattori concorrono a innescare i disturbi d’ansia. Ad esempio il temperamento innato ed i fattori ambientali. Maggiori sono le esperienze negative che un bambino vive, maggiore è la probabilità che abbia a che fare con problemi di ansia da adulto. I genitori sono il modello di riferimento per i figli e il loro modo di fare e di reagire alle situazioni può aumentare i livelli di ansia nei figli. Diventa quindi importante insegnare alle famiglie a individuare i segnali di paure immotivate e di ansia eccessiva e cosa fare per spegnerli. Un modo per ridurre l’ansia è il confronto con la realtà: imparare a riconoscere quella paura sana che ci mette in allerta in caso di pericolo e, al contrario, quei timori esagerati che rischiano di prendere il sopravvento condizionando i nostri comportamenti. Se per esempio un bambino ha paura dei gatti e diventa ansioso quando ne vede uno per strada, può provare a contenere tale paura, che lo trattiene dal continuare a camminare, imparando a esaminare e valutare la situazione per quella che effettivamente è. Ma come mai avviene questo? Spesso un genitore può sentire che sta capitando qualcosa nella vita di suo figlio che gli riporta alla mente qualcosa di difficile da sopportare perché per lui non è sufficientemente elaborato. Sente di ritrovarsi davanti ad una faccenda che non è risolta. Pertanto per evitare di trasmettere ansia ai propri figli è importante fare pace con la propria storia e con le proprie paure.

Mangiare in pubblico fa paura con la deipnofobia

Mangiare

L’estate è ormai al termine e le serate all’aperto in cui ritrovarsi per chiacchierare e mangiare insieme si diradano. Momenti di spensieratezza e convivialità come questi però possono essere percepiti in modo negativo per coloro che soffrono di deipnofobia. La paura infatti di mangiare in pubblico o comunque davanti ad altre persone, dí partecipare a conversazioni durante un pasto può provocare ansia e stress. Nella deipnofobia, quindi, il fobico sviluppa comportamenti tipici dell’ansia sociale e che influenzano il benessere mentale. Spesso questi atteggiamenti sono assunti da persone grasse o estremamente magre, per la paura di un giudizio negativo circa il loro comportamento nei confronti del cibo. Mangiare in presenza di altre persone quindi è percepita come un’esperienza talmente intima da compromettere non solo il pasto in sé, ma anche le relazioni sociali. In presenza di altri, infatti, i fobici sentono crescere il disagio, provando ansia, tremore, difficoltà respiratorie e dí deglutizione, compromettendo poi l’equilibrio di tutti i commensali. La deipnofobia si distingue dall’anginofobia, in quanto quest’ultima è legata prevalentemente alla paura di ingoiare ed eventuale soffocamento. Mangiare in compagnia non è più piacevole. Si trasforma in un evento stressante e ansiogeno, snaturando l’aspetto conviviale dello stare insieme agli altri durante un pasto. La conseguenza più immediata è il ritiro sociale e tutte le forme per eludere gli inviti ricevuti. Vittime indirette diventano anche i familiari che comunque, devono accodarsi alle decisioni del fobico di non mangiare insieme a parenti ed amici. Il supporto empatico offerto spesso è visto come una forzatura a cambiare questo atteggiamento invalidante, alimentando però la percezione di non essere capiti. Risulta quindi difficile, ma non impossibile, venir fuori da questa situazione, sia da parte del fobico stesso e sia dalla rete familiare che subisce inerme. Lentamente, si può capire e far comprendere che questo comportamento non necessariamente debba essere considerato l’unica alternativa possibile.

Lo sviluppo delle autonomie nel bambino

Lo sviluppo di autonomie nel bambino è un processo molto importante. Tra le prime autonomie ritroviamo l’acquisizione della capacità di allacciare le scarpe e leggere l’orologio. Per i bambini è molto importante acquisire autonomie, quali quelle di allacciare le scarpe o imparare a leggere l’ora. Attraverso la seconda, il bambino impara a gestire i momenti della giornata (mangiare,dormire, giocare etc). Imparare A Leggere L’ora: da dove si parte Prima d’imparare a leggere l’orologio, bisogna assicurarsi che il bambino conosca la numerazione fino a 60 e che conosca i multipli di 5. Per questo l’età migliore per imparare questa cosa nuova coincide con l’ingresso in prima elementare. A casa mamma e papà possono dunque rafforzare tali abilità stimolando il piccolo a fare di conto con semplici giochi che aiutino a renderlo sicuro e spigliato in materia di numeri, ma anche con filastrocche o canzoncine. Quando il bimbo si sentirà pronto, si potrà iniziare a lavorare sull’orologio. Il metodo più semplice e diffuso per insegnare ai più piccoli a leggere l’ora è quello di costruire insieme un orologio ed esercitarsi con le lancette. Iniziamo… Per prima cosa il bambino deve imparare che la giornata è divisa in 24 ore, con 12 ore al mattino e 12 ore al pomeriggio/sera. Probabilmente il piccolo avrà già sentito riferimenti temporali come “mezzogiorno”, “ora”, “secondo”o “minuto”. Importante anche essere chiari sul fatto che le lancette compiono il giro dell’orologio due volte nel corso della giornata, perché sul quadrante sono segnate solo 12 ore. Dopodiché si passa direttamente alla lettura di questo strano oggetto. E con le scarpe come si fa? Anche allacciare le scarpe rappresenta una vera sfida per il bambino. Esistono molte tecniche, ma non tutte sono efficaci.L’apprendimento, come ben sappiamo, richiede molta pazienza. Tuttavia, esistono dei trucchetti che possono semplificarlo. All’inizio conviene esercitarsi su un modello di cartone. Il bambino potrà concentrarsi meglio, se non avrà la scarpa addosso.Ed in più, già solo il fatto di preparare il modello gli piacerà tantissimo, e di conseguenza lo invoglierà ad allenarsi. Uno dei metodi più utilizzati è mediante l’utilizzo di filastrocche. Perchè è importante stimolare le autonomie? L’acquisizione di queste, ed altre autonomie renderà il bambino sempre più “altro” dal genitore. Pertanto lo si aiuterà a non instaurare relazioni di dipendenza, e ad acquisire sempre più sicurezza in se stessi. Inoltre, il genitore, vedendo il figlio in grado di acquisire queste competenze, si sentirà fiero e sollevato e tutto ciò avrà ricadute positive su entrambi.

Lo sviluppo dell’identità di genere nel bambino

Il bambino inizia a costruire già nella prima infanzia una “idea” di sé, una propria identità personale e sociale, che include anche l’identità di genere. Attraverso il confronto con i pari e con gli adulti il bambino inizia gradualmente a identificarsi sulla base delle proprie caratteristiche personali condivise con gli altri. Inizia a sentirsi parte di un “gruppo sociale”, che lo porta a riconoscersi in persone simili a sé e distinguersi da persone diverse da sé. Cos’è l’identità di genere L’identità di genere è il senso di appartenenza che un individuo prova nei confronti di un genere sessuale. Si tratta di un concetto ben distinto da quello dell’orientamento sessuale. Quest’ultimo è inteso come genere verso cui un individuo prova attrazione sessuale, e può essere diversa da quella espressa dal sesso biologico.  Il sesso biologico, ovvero quello assegnato alla nascita, infatti, dipende dalla connotazione fisica di un individuo. Il genere si riferisce alla sfera psicologica, emotiva e sociale dell’individuo. Quando l’identità di genere combacia con quella del sesso determinato alla nascita, l’individuo viene definito “cisgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere maschile). Quando l’identità di genere è diversa da quella assegnata alla nascita, l’individuo viene definito “transgender” (ad esempio, una persona con attributi maschili che si identifica nel genere femminile, in nessun genere oppure in entrambi). La varianza di genere La varianza (o “non conformità”) di genere consiste nella discrepanza tra il genere assegnato alla nascita e il genere in cui si riconosce un individuo. In età evolutiva, la varianza di genere non è rara e può manifestarsi già a partire dai 2-4 anni di età.  Il bambino può, ad esempio, esprimere il rifiuto verso abbigliamento e accessori tipicamente associati al proprio sesso biologico e manifestare una preferenza verso quelli che considera come appartenenti al genere opposto. Può prediligere comportamenti, attività e giochi culturalmente legati all’altro genere e rifiutare di praticare quelli comunemente considerati appropriati per il proprio. Disturbi dell’identità di genere nei bambini I fattori che maggiormente vengono presi in considerazione per verificare se si tratti di un disturbo dell’identità di genere (DIG) o altro sono principalmente i seguenti:  Disturbo reattivo. Il bambino manifesta un DIG come reazione ad eventi traumatici quali un abuso sessuale.  Comorbilità psichiatrica. Prima di diagnosticare un DIG è necessario capire se il piccolo non sia affetto da un altro disturbo (per esempio disturbo di personalità).  Patologia familiare. Verificare che in famiglia non ci sia un disturbo clinico per il quale il DIG risulta essere secondario alla patologia già presente nel nucleo d’origine.  Tipologia di comportamento DIG. È necessario valutare contenuto e qualità del comportamento poiché potrebbe essere presente un solo sintomo ossia l’avversione per le caratteristiche del proprio sesso piuttosto che una forte identificazione con il sesso opposto. Conclusioni Grande importanza è rappresentata dall’ascolto e dall’osservazione che il genitore deve mostrare verso il bambino. Ciò consente al genitore stesso di attivare una rete di ascolto e aiuto verso tutta la famiglia e maturare atteggiamenti sani di guida e sostegno verso il benessere di tutti.

Lo sleep divorce: la scelta di alcune coppie

Sleep divorce

Lo sleep divorce è una pratica a cui alcune coppie ricorrono al momento di andare a dormire. Il termine indica letteralmente il divorzio durante il sonno, perché consiste nella scelta di dormire in stanze separate. La qualità e la quantità di sonno di ciascuno di noi, è risaputo, influisce sensibilmente sull’umore e sulle prestazioni giornaliere. Spesso uno dei due partner ha abitudini non condivise dall’altro, come guardare la tv a letto, leggere un libro. Altri ancora preferiscono illuminare leggermente la stanza. In altri casi, alcune persone hanno un sonno disturbato da diversi motivi, quali russamento, insonnia, movimenti e stress. La frequenza alta dei continui risvegli notturni, può determinare malumore relazionale. Di conseguenza, alcune coppie scelgono di comune accordo lo sleep divorce. Quindi, pur condividendo la quotidianità e soprattutto l’intimità fisica, la pratica del dormire e soprattutto del riposare, diventa un momento di solitudine. In queste coppie, la decisione di dormire in stanze separate, aiuta ciascun partner innanzitutto ad avere un sonno ristoratore. D’altro canto, si evitano sensi di colpa per il disturbo arrecato o il nervosismo espresso in modo accusatorio. Scegliere consapevolmente e soprattutto di comune accordo di dormire in camere separate può quindi portare benefici alla coppia. Allo stesso tempo, però, ciò che viene sacrificato nello sleep divorce è la riduzione del contatto fisico spontaneo. L’intimità diventa quindi programmata e un impegno da mantenere, in cui la connessione emotiva e fisica, non si stabilizza, inconsapevolmente, durante la notte. Altra caratteristica importante è che, a lungo andare, possa crescere un senso di isolamento, che può compromettere la stabilità della relazione. In conclusione, se da un lato lo sleep divorce migliora la qualità del sonno, dall’altro fa ridurre il rilascio di ossitocina, l’ormone del benessere. Diventa quindi importante che questa scelta sia innanzitutto condivisa e non subita. Oltretutto, bisogna sempre comunicare al partner eventuali dubbi o difficoltà, in modo che la decisione sia vista come transitoria e non definitiva.

Lo Psicologo Professione Sanitaria

Sergio Salvatore parla della professione dello psicologo in ambito sanitario. Come si sa, da qualche tempo la professione psicologica è entrata nel novero delle professioni sanitarie. Questo da un punto di vista tecnico significa che il ministero con cui l’ordine degli psicologi si interfaccia non è più il Ministero di Grazia e Giustizia, ma il Ministero della Salute. Ovviamente non si tratta solo di un aspetto tecnico ma ha delle implicazioni profonde e offre delle opportunità di sviluppo notevole alla nostra professione. Soprattutto sul piano formativo, perché chiaramente gli standard formativi e necessari per le professioni sanitarie hanno un loro statuto molto preciso che può rappresentare un riferimento importante per potenziare e qualificare ulteriormente i percorsi formativi triennali e magistrali.  Infatti recentemente, proprio in ragione di questo passaggio la laurea psicologica rientra tra le lauree per le quali è prevista la trasformazione in laurea abilitante.