UN NUOVO NATALE: imparare a gioire dopo una perdita

Il Natale è un periodo particolarmente difficile per le persone in lutto, perché le vacanze sono di solito un momento in cui si guarda al futuro, ma ora il futuro appare difficile, inimmaginabile e l’incertezza crea sempre paura. Siamo dunque preoccupati per quello che dovremo affrontare.  Molte persone o famiglie in lutto, specialmente il primo Natale dopo la perdita, scelgono di non festeggiare nulla. Provano ad andare avanti con le loro vite, fanno come se fosse un giorno normale. Altre famiglie preferiscono fare qualcosa di diverso, come organizzare un viaggio in un posto diverso. Si tende a fare qualcosa che non ricordi queste date, che non ricordi quello che è successo, si tende a stare dove non si conosce nessuno… al sicuro dai rituali di Natale. Consigli su come affrontare il Natale Ciò che è chiaro è che dopo la perdita di una persona cara, nulla è più lo stesso. Tuttavia, prima o poi sarai costretto a costruire un nuovo Natale, ad affrontare la celebrazione che si ripeterà anno dopo anno e a creare nuovi modi di vivere queste vacanze. L’assenza di una persona cara diventa più evidente quando nessuno ne parla. Anziché evitare di parlare di chi non c’è più, impegnatevi a condividere ricordi e storie che riguardano quella persona durante le riunioni con amici e parenti, consiglia la psicoterapeuta Mayra Mendez, coordinatrice di un programma per le disabilità intellettive e dello sviluppo, nonché dei servizi per la salute mentale, presso il Providence Saint John’s Child and Family Development Center di Santa Monica, California. Mendez consiglia di concentrarsi sugli aneddoti divertenti e ricordarsi che va bene ridere e godersi questi ricordi insieme agli altri. È un modo perfettamente normale e sano per fare i conti con la tristezza. È importante parlare di ciò che si prova, condividere storie e ricordi sulla persona amata, e ricordare la vita di chi non c’è più in una cornice positiva, che celebri e onori l’esistenza di quella persona”, ha spiegato Mendez. Riduci i fattori di stress legati al periodo. Le feste sono piene di obblighi stressanti, come gli eventi sociali, lo scambio di regali e cucinare. Concediti il permesso di ridurre gli impegni per avere più spazio per guarire. Annullarsi completamente e non prendere parte ai festeggiamenti non è un’opzione salutare, ma di sicuro puoi prenderti delle pause e un po’ di spazio dagli eventi e dagli obblighi che causano uno stress non necessario. Tuttavia, Mendez sottolinea che è importante restare in contatto con la tua “rete di supporto” e comunicare i tuoi piani se scegli di rinunciare ad attività o incontri. Prova a chiedere aiuto. Mendez invita a cercare una cura o un sostegno che possa aiutarti se il dolore ti sembra insopportabile. Unisciti a gruppi di supporto, partecipa a conferenze o eventi della comunità religiosa e cerca l’aiuto professionale di un analista. Entrare in connessione con altre persone che condividono la tua stessa esperienza può aiutarti ed evitare l’isolamento, che potrebbe aumentare il rischio di depressione, aggiunge Mendez. Accettare ed affrontare la tua perdita è un passo importante nell’elaborazione del lutto. E anche se le vacanze sono un periodo frenetico, il tuo benessere mentale ed emotivo è troppo importante per essere trascurato. Fai attenzione ai comportamenti potenzialmente dannosi. Mendez dice che il periodo delle feste può intensificare le sensazioni di dolore e perdita, perciò fa’ attenzione alle tue emozioni. Spossatezza, perdita dell’appetito e sensazioni di apatia e impotenza possono indicare che il dolore provato potrebbe esporti al rischio di depressione. Gli esperti avvertono che questo può condurre a comportamenti poco sani, come consumo eccessivo di alcol, allontanamento dalle situazioni sociali o autolesionismo. Le prime festività senza una persona amata sono difficili. Anche se niente rimpiazzerà mai ciò che hai perso, prenderti cura di te stesso, dedicare del tempo al ricordo di quella persona e goderti le tradizioni delle feste può alleviare un po’ di sofferenza aiutandoti ad andare avanti nell’elaborazione del lutto. spiega Mendez  “Ci vuole tempo per adattarsi all’esperienza profonda e improvvisa della morte di una persona cara… Il dolore è il processo di adattamento generato da questa mancanza irreversibile”. E ricorda: Anche se i festeggiamenti, forse, non saranno più gli stessi, possono essere comunque gioiosi mentre ricordi una persona amata.

IL DENARO È SEMPRE MOTIVAZIONE ESTRINSECA?

Come tutti sappiamo, il denaro è una motivazione estrinseca per eccellenza!  Prima di continuare è utile ricordare la differenza tra motivazione intrinseca ed estrinseca: siamo mossi da motivazione intrinseca tutte le volte che ci impegniamo in un’attività senza il bisogno di ricompense esterne, ma solo perché abbiamo piacere nel farla; invece, quando un’attività non ci porta di per sé alcuna gratifica, spesso per agire abbiamo bisogno di una motivazione estrinseca.  Ora dovrebbe essere più chiaro perché il denaro è sicuramente una delle motivazioni estrinseche. Se si lavorasse solamente per guadagnare, allora potremmo affermare che il denaro è sicuramente motivante. MA SIAMO CERTI CHE IN TUTTI I CONTESTI LAVORATIVI IL DENARO E’ UNA MOTIVAZIONE ESTRINSECA? Nei lavori ad alta motivazione intrinseca se si ancora il pagamento alla performance, gli incentivi estrinseci demotivano molto poiché fanno calare il piacere intrinseco della motivazione. Questo avviene poiché: c’è uno spostamento dell’attenzione dal piacere al dovere viene introdotta la dimensione del controllo (“se produci, ti pago”) si incrinano le relazioni rendendole più impersonali tra capi e utenti e più competitive tra colleghi si rischia che l’incentivo monetario sostituisca altri incentivi più importanti (come il supporto sociale, il sentirsi autonomi, il ricevere dei feedback…) Queste scoperte sconvolgono totalmente gli assunti degli economisti, in quanto in un’ottica prettamente economica e puramente comportamentista più si pagano le persone più le performance dovrebbero migliorare. In realtà, questi studi dimostrano che non è affatto vero che il rinforzo monetario agisce direttamente sulla prestazione, ma piuttosto sullo sforzo e sull’impegno che le persone ci mettono.  Inoltre, da alcune ricerche emerge anche l’esistenza di una bassa correlazione tra quanto si è pagati e quanto si è soddisfatti del proprio lavoro. Questo dipende dal fatto che possono esserci altri aspetti del lavoro considerati come più importanti (come i contenuti, l’autonomia, la job security, il worklife balance), dalla teoria dell’adattamento edonico, dal confronto sociale e dall’equità organizzativa percepita.  TEORIA DELL’ADATTAMENTO EDONICO Partendo dalla teoria dell’adattamento edonico, un cambiamento nel reddito può impattare sulla nostra soddisfazione solamente in modo temporaneo in quanto ci adattiamo presto alla nuova situazione. Il modello economico presuppone che a pari condizioni, si dovrebbero avere gli stessi livelli di soddisfazione. Facciamo un esempio: se lo stipendio non cala, la propria soddisfazione dovrebbe rimanere costante, ma in realtà non accade così. La nostra soddisfazione aumenta in concomitanza dell’aumento dello stipendio, ma dopo un certo periodo di tempo i livelli di questa diminuiscono. Questo accade perché il nostro sistema percettivo funziona per variazioni e ci adattiamo facilmente alla nuova circostanza. EFFETTO DEI PARI E DELLA POSIZIONE RELATIVA In aggiunta, la nostra soddisfazione non deve mai essere considerata in termini assoluti, ma relativi: ci riteniamo soddisfatti della nostra paga in base a quanto guadagnano i nostri colleghi. Questo è dovuto al cosiddetto effetto dei pari e della posizione relativa: se percepiamo di non essere tra i primi in classifica, è più probabile che proviamo un senso di insoddisfazione. EQUITA’ ORGANIZZATIVA PERCEPITA Infine, al di là del valore assoluto del nostro stipendio, è più importante capire quanto le persone percepiscono che la loro paga sia equa rispetto a quella dei colleghi e quanto sia equa rispetto al contributo che ognuno personalmente porta. Per concludere, considerare il denaro solamente come una motivazione estrinseca è molto rischioso in quanto in certe situazioni può assumere un potere negativo. Per questi motivi, l’incentivo monetario deve essere trattato con molta cura! BIBLIOGRAFIA: Ariely, D., & Kreisler, J. (2017). Dollar and sense. How we misthink money and how to spend smarter. USA Kahneman, D., Knetsch, J.L, & Thaler, R.H. (1990). Experimental tests of the endowment effect and the coarse theorem. Journal of Political Economy, 98(1990), 1325-1348 Singler, E. (2018). The four challenges of behavioral science in the workplace: cognitive biases in action. (a cura di), Nudge management: applying behavioral science to boost well-being, engagement and performance at work(pp.47-87). Francia: Pearson

Da fanciulla a donna: comunicare l’arrivo delle mestruazioni

Da dove si parte?quali parole utilizzare?come non traumatizzare il proprio figlio?questi e tanti dubbi affollano la mente di un genitore che deve comunicare l’avvicinarsi del ciclo mestruale. che emozione si prova? Alcuni anni fa parlare di mestruazioni procurava imbarazzo. Spesso di fronte la prima mestruazione si arrivava impreparati. Nascevano sentimenti di sorpresa e di paura. La fanciulla che sta vivendo questo momento si ritrova a provare emozioni contrastanti: gioia di diventare grande, ma allo stesso tempo tristezza nel dover gestire questa “fatica”. Questa confusione emotiva non guidata dall’adulto può far emergere in lei malesseri fisici, ansia, pessimismo. Oggi si è capito che è necessario parlarne con chiarezza ed apertura: è importante spiegare i cambiamenti che subirà il corpo, il significato di quella trasformazione, il valore del passaggio da bambina a donna. Quando iniziare a parlarne La maggior parte delle ragazze ha il primo periodo (detto menarca) tra i 12 e 13 anni, ma alcune ragazze possono iniziare molto precocemente, anche a 8 anni, ed altre più lentamente, anche a 16 anni. Se si aspetta a parlarne quando il ciclo arriva è sicuramente troppo tardi. Cosa dire? E’ necessario rispondere molto chiaramente alle domande che tua figlia ti farà. Considerato che intorno ai 10 anni si attesta il principale cambiamento del corpo, deve essere spiegato che questo è dovuto alla maturazione di alcuni ormoni. Questi ormoni sono i responsabili del cambiamento che avviene in alcuni organi. Il seno inizia a crescere, in genere tra i 9 e 13 anni Il pube e le ascelle si ricoprono di peli Il grasso corporeo comincia a distribuirsi nei punti che formano le forme femminili Il viso può riempirsi di bollicine e di acne. Alcuni segni premonitori del primo ciclo o menarca, sono: Notevole sviluppo della crescita in altezza Stato di malessere generalizzato Dolori addominali Cosa fare? Parlane a tua figlia con molta naturalezza e semplicità, non c’è nulla di cui ci si debba vergognare, in fondo si parla dell’essere donna. Aiuta invece tua figlia ad accogliere l’ingresso nel mondo delle donne come un momento di serenità. Prima mestruazione come preparare una bambina? In alcune famiglie dove ancora sopravvive il tabù delle mestruazioni questo importante evento viene addirittura nascosto, represso, rifiutato. La bambina che sta crescendo non viene accompagnata in questo suo cammino di crescita e si ritrova sola a dover affrontare questo cambiamento fisico ed emotivo. Un cammino questo difficile in quanto viviamo in un mondo che non ci lascia il tempo di fermarci, di farci trasportare dal nostro corpo, di ascoltarlo e di metterci in contatto con i suoi ritmi. Ogni donna deve così riuscire a riconquistarsi il valore più autentico delle proprie mestruazioni, considerarle una benedizione perchè strettamente collegate alla vita e in collegamento con i ritmi della natura. Solo se si è giunte a questa conquista è possibile riuscire a trasmettere alle proprie figlie il vero significato del ciclo mestruale in modo naturale, semplice e trasparente anche attraverso libri idonei. Quando giunge il momento tanto atteso della prima mestruazione e vostra figlia ve lo comunica abbracciatela, datele il benvenuto in questo meraviglioso mondo femminile, fatele trascorrere la giornata con voi, comunicate la cosa al papà, chiedete a vostra figlia se vuole festeggiare questo momento, accettate qualsiasi sua risposta e accompagnatela con cura e presenza nel suo cammino di vita.

Il colloquio clinico di stampo psicodinamico

Il colloquio costituisce lo strumento più importante a disposizione dello psicologo clinico. Poiché “l’oggetto d’indagine” è un individuo, nulla può sostituire la conoscenza diretta dell’altro che si verifica attraverso il dialogo. L’approccio psicodinamico al colloquio clinico si basa sull’importanza della relazione tra terapeuta e paziente. Quando questi ultimi s’incontrano per la prima volta sono due sconosciuti che entrano in contatto, ciascuno con una serie di aspettative riguardanti l’altro. La cornice concettuale del colloquio dinamico è che coinvolge due persone. Ciascuno porta un passato personale nel presente e proietta aspetti interni di rappresentazioni del Sé e dell’oggetto nell’altro (Langs). Uno dei compiti principali del terapeuta psicodinamico è quello di differenziare i sentimenti e le reazioni verso il paziente che nascono dal controtransfert in senso stretto da quelli che nascono da vissuti propri. Questo dipende dalla familiarità che ciascuno ha con il proprio mondo interno per cui avere un’esperienza di trattamento personale (psicoanalisi o psicoterapia) è estremamente preziosa per individuare e comprendere il controtransfert. Il transfert è attivo in ogni relazione significativa, elementi di transfert sono presenti fin dal primo incontro tra terapeuta e paziente. Il transfert può svilupparsi addirittura prima dell’incontro poiché entrambi possono farsi una costruzione dell’altro attraverso delle informazioni che possiedono. Il transfert è per definizione una ripetizione, cioè i sentimenti associati ad una figura vengono vissuti nei confronti del terapeuta nel colloquio. Ovviamente gli schemi transferali in un colloquio clinico psicodinamico forniscono indicazioni su relazioni significative della vita del paziente. Per terapia psicodinamica s’intende un metodo di cura fondato sul presupposto teorico che i problemi psicologici siano la manifestazione di conflitti interni alla psiche e che la chiave del loro superamento stia nel portare il paziente a prendere conoscenza di tali conflitti. Il primo obiettivo di un colloquio psicodinamico deve essere sempre quello di stabilire un rapporto ed una comprensione condivisa. Ciascun individuo è l’autore della propria storia. Ognuno vive contemporaneamente in un mondo esterno ed in un mondo interno: nel primo si è più coscienti, nel secondo si è all’oscuro. Il mondo interno inconscio determina i sentimenti e le azioni che si hanno nel mondo esterno. Tra il mondo interno e quello esterno c’è una costante interazione. Se essi sono in armonia non si verificano problemi, ma se i progetti e i desideri consci differiscono da quelli inconsci ci troviamo di fronte al conflitto e alla confusione. Il colloquio clinico che si svolge tra due persone avviene in un luogo e questo luogo ha una grande importanza nello svolgimento del colloquio stesso. Tale relazione s’inscrive all’interno di un setting con il quale mantiene un rapporto dinamico. Il compito del terapeuta è quello di cercare di essere empatico e far sentire il paziente accettato e considerato come una persona unica con problemi propri. I terapeuti che cercheranno di immergersi empaticamente nelle esperienze dei pazienti favoriranno un legame con loro basato sul tentativo di comprendere il punto di vista del paziente. Piuttosto che fare commenti rassicurativi (tipici di amici e familiari), il terapeuta dovrebbe riconoscere e condividere con il paziente la sua sofferenza. Accanto a questo dovrebbe cercare di interpretare il materiale che porta il paziente stando attento alle difese che sono in atto. Il terapeuta non è “un genitore che giudica”, ma un genitore comprensivo che cerca di guidarlo per le strade della sua mente. Un approccio psicodinamico fornisce una comprensione diagnostica estremamente attenta alle debolezze e alle forze dell’io dei pazienti, alle loro relazioni oggettuali intrapsichiche quali si manifestano nei rapporti familiari e sociali, alla loro capacità di lavoro psicologico e alle origini infantili dei loro attuali problemi. Una valutazione psicodinamica può portare il clinico a valutare interventi interpretativi e fa affiorare materiale inconscio.

Regolare le emozioni dei bambini

Regolare le emozioni dei bambini è un compito che l’adulto deve svolgere. Quali sono le strategie da attuare? La regolazione emotiva indica la capacità di modulare l’intensità e la durata delle emozioni, valutando l’ambiente e adattandosi in modo flessibile a seconda del contesto in cui ci si trova. Nei bambini, tra 0 e 3 anni, quando si sperimenta un’emozione, ad essa, usualmente, corrisponde un’azione, senza che ci sia la mediazione del pensiero (come avviene per gli adulti). Per questo motivo, il bambino non è in grado di gestire le sue emozioni e quindi le azioni e, in questo, è necessario l’intervento dell’adulto. In cosa può consistere? E’ importante che i bambini vengano contenuti da un adulto capace di sorreggere le loro emozioni, regolarle e mostrare quali possono essere i comportamenti più funzionali. In questo modo, col passare del tempo, impareranno da soli a gestire i propri stati emotivi. All’età di circa 7, 8 anni i bambini sviluppano la metacognizione, grazie alla quale possono riflettere sui propri stati mentali ed auto-osservarsi. Così, imparano a gestire da soli le proprie emozioni, anche quelle più intense. Il bambino, dunque, necessita di un adulto che sia emotivamente disponibile e sufficientemente in sintonia con lui, in modo da fornirgli aiuto quando, in preda alle proprie emozioni, può mettere in atto reazioni intense. Tuttavia, il passaggio all’autoregolazione emotiva è un processo soggettivo. Le differenze dipendono sostanzialmente sia da fattori di natura biologica e temperamentale sia possono essere legati agli stili di attaccamento e ai contesti educativi. Non dimentichiamo, dunque, che quelli che definiamo “capricci“, a volte sono espressione di un bambino che sta comunicando, con i mezzi che ha a disposizione, ciò che vive in quel momento. Più il bambino è piccolo, più comunica attraverso i propri comportamenti. E’ utile dunque che l’adulto in questi momenti si chieda: come si sente? che bisogni ha? Siamo noi adulti che, avendo una maturità diversa, abbiamo la capacità di fermarci a riflettere per gestire in modo adeguato le diverse situazioni, in un modo che sia utile per la crescita dei nostri bimbi. Ma vediamo insieme qualche strategia che l’adulto potrebbe utilizzare: fornire al bambino un contatto fisico rassicurante (holding). Il contenimento può essere utile sia in casi di rabbia che di agitazione o tristezza. In questo modo il bambino comprende che l’adulto è più forte delle loro emozioni e questo li può rassicurare. Nominare il più possibile ciò che sta succedendo e offrirgli alternative di comportamento lo aiuta a comprendere e poi a padroneggiare quello che vive. Ricordiamoci che tutte le emozioni sono legittime, ma non tutti i comportamenti! Anche l’adulto può esprimere i propri sentimenti al bambino, valutando bene il momento. Se ciò che l’adulto sta provando è disorganizzante, sarebbe meglio allontanarsi e riavvicinarsi quando si è calmi, spiegando ciò che è successo. “L’adulto deve fare bene l’adulto se si vuole che il bambino impari a fare bene il bambino” G. Nicolodi

Come vi fa sentire il Natale? I rituali e la loro funzione

Il periodo di Natale è un momento complesso dell’anno. Al di là del significato religioso, il Natale e i rituali che lo accompagnano – cene, pranzi, scambi di regali – porta con sé diverse e spesso contrapposte emozioni. Alcune persone lo vivono come una festività gioiosa e importante per rafforzare e celebrare i legami familiari, altre lo soffrono per lo stesso motivo: quando si hanno legami ambivalenti o negativi con le persone che compongono la famiglia, o se non si ha un nucleo familiare con cui festeggiare, o si è subita una perdita o un lutto, il Natale può diventare fonte di grande sofferenza e acuire le esperienze di solitudine degli individui. Il Natale, con la sua portata di emozioni comunque forti, positive o negative, è un perfetto esempio di uno dei comportamenti umani più frequenti in tutte le culture e a tutte le latitudini: l’utilizzo del rituale. I rituali accompagnano la nostra esistenza dalla nascita alla morte e hanno un potentissimo effetto sia sociale sia psicologico: contribuiscono a strutturare la nostra vita. I rituali di gruppo accompagnano e definiscono gli eventi sociali significativi : nascite, compleanni, matrimoni, funerali, lauree, etc. Molte persone hanno rituali personali che aiutano a organizzare le loro giornate: iniziare la giornata con gli stessi gesti, fare alcune azioni prima di una prova importante; esistono mille possibilità di ritualizzare un momento e ognuno di noi conosce i propri gesti ripetuti in occasioni personali di vario rilievo. La ripetizione è la chiave e l’essenza del rituale e la ricerca – psicologica, antropologica e sociale – conferma che i rituali offrono  numerosi vantaggi psicologici, dandoci un senso di controllo e contribuendo a ridurre l’ansia relativa a un particolare evento. Tornando al Natale, periodo in cui i dolci saranno protagonisti, parliamo di un’altra funzione del rituale: quella di amplificare il piacere. I ricercatori dell’Università del Minnesota e di Harvard hanno dimostrato che l’attuazione di un rituale aumenta il piacere di mangiare cioccolato. L’esperimento era semplice e ha coinvolto due gruppi di persone. Ad un gruppo veniva data una barretta di cioccolato e si invitavano le persone a mangiarlo. Ad un secondo gruppo, prima di far consumare la barretta di cioccolato,  i ricercatori chiedevano di eseguire un rituale: spezzare a metà la barretta di cioccolato senza rimuovere la confezione esterna, quindi scartare solo metà della barretta e mangiarla, e infine scartare la seconda metà e mangiarla. È stato in seguito somministrato un questionario a tutti i partecipanti. Rispetto alle persone del primo gruppo, i partecipanti del secondo gruppo, che avevano eseguito il rituale, hanno attribuito punteggi significativamente più alti, testimoniando di avere apprezzato di più il cioccolato, di averlo mangiato più lentamente per poterlo assaporare e di averlo valutato come più saporito. I rituali sembrano quindi anche aumentare il piacere e il nostro coinvolgimento nelle esperienze. Se il Natale non è la vostra passione, potete pensare di creare un piccolo rituale personale per sopportarlo più facilmente; o, perlomeno, per amplificare il piacere di qualcosa che vi piace. E aiutarvi, così, a superarlo meglio.

Natale e social detox: la FOMO non va in vacanza

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Natale e social detox: cosa fare quando la FOMO non va in vacanza?Viviamo in una società iperconnessa, i nostri ritmi sono sempre più frenetici e i nostri tempi scanditi dall’incessante trillo di notifiche. Tra smart working, email e social networks siamo sempre incollati ad uno schermo. Le vacanze di Natale sono un’occasione perfetta per depurarci dall’utilizzo smodato della tecnologia, eppure non sempre è così. Questo perché i dispositivi digitali sono ormai parte integrante della nostra vita e costituiscono uno strumento indispensabile per raccontare la quotidianità e coltivare le relazioni. Talvolta l’attaccamento allo smartphone assume contorni sempre più preoccupanti, spie di una vera e propria sindrome: la FOMO. L’acronimo si traduce letteralmente in “fear of missing out“, ovvero la paura di essere tagliati fuori e si riferisce alla preoccupazione compulsiva riguardo alla perdita di un’opportunità di interazione sociale. La FOMO costituisce una vera e propria forma di dipendenza in cui l’individuo vive il terrore di essere “disconnesso” e al tempo stesso manifesta il desiderio, talvolta ossessivo, di monitorare costantemente ciò che viene pubblicato dai suoi amici sui social networks. Questa tendenza si conferma anche in vacanza, dove sempre più utenti scelgono di utilizzare gli strumenti digitali come forma di intrattenimento. L’esigenza di restare perennemente connessi e postare contenuti in real time talvolta arriva all’esasperazione e genera un sovraccarico emotivo fonte di ansia e stress che si riflette negativamente sulla salute mentale. La soluzione è il social detox: ovvero un periodo di disintossicazione dai social media e dai digital device quando diventano una presenza troppo invadente e ingombrante, per riscoprire l’interazione genuina nella vita reale. Come attuare il social detox? Stabilire dei tempi per la fruizione digitaleImporsi un tempo massimo da dedicare ai social networks e rispettarlo, ci aiuta a prendere il controllo della nostra vita e a limitare le occasioni di distrazione, rafforzando così l’autocontrollo e la capacità di concentrazione. Privilegiare attività che implicano il contatto direttoRiappropriarsi del piacere di vivere le relazioni vis a vis, apprezzare la compagnia delle persone con cui si condividono interessi e passioni e costruire nuove opportunità di interazione nella vita reale. Affrontare il disagioSpesso la dipendenza da smartphone o da altri strumenti digitali cela un malessere latente, è bene prendere coscienza del proprio disagio ed avere il coraggio di chiedere aiuto per prendersi cura del proprio benessere psicofisico. Quando ci si accorge di non possedere gli strumenti per fronteggiare il problema in maniera autonoma è importante chiedere aiuto ad un professionista che possa guidarci verso la risoluzione.