Come dire ai bambini che Babbo Natale non esiste

Come comunicare ai bambini che Babbo Natale non esiste senza deluderli. Quali parole usare per evitare di sentirci in colpa per la “brutta notizia” Nella pratica clinica spesso mi ritrovo con una domanda posta dai genitori: “come faccio a dire a mio/a figlio/a che Babbo Natale non esiste?Tutti noi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esiste da qualcun altro, magari da un amico più grande. Tuttavia se non bisogna svelare la verità bisogna comunque essere preparati per affrontare le domande dei bambini e le loro reazioni dopo che la verità è stata svelata. Primi Passi Uno dei primi passi è osservare il bambino e capire cosa ne pensa. Se mostra di avere ancora dei dubbi si può sempre salvare la possibilità di crederci ancora, magari chiedendogli “tu cosa ne pensi?”. Cosa fare se il bambino è arrabbiato con noi perchè gli abbiamo mentito? E’ l’occasione per insegnargli la distinzione tra una bugia buona e una cattiva, che Babbo Natale fa parte della prima categoria. Importante è che il bambino non si senta preso in giro, ma comprenda che lo abbiamo “illuso” per insegnargli a sognare.Sarebbe utile raccontargli di quando noi stessi abbiamo scoperto che Babbo Natale non esisteva cosi’ da sentirsi empaticamente accolto. Come dire che Babbo Natale non esiste? Per dire ai bambini che Babbo Natale non esiste l’importante è non mostrarsi malinconici e non usare troppe parole cariche di tristezza. Se stiamo comunicando questa notizia abbiamo valutato che il bambino è in grado di accogliere la disillusione. Quando dire che Babbo Natale non esiste Il momento giusto per rivelare la verità, senza troppi drammi, è quando il bambino fa delle domande più insistenti, quando ci rendiamo conto che ormai non ci crede e vuole solo una conferma dai suoi genitori.Spesso i bambini se ne rendono conto da soli, cominciando a collegare le informazioni che hanno ricevuto, per i dubbi insinuati dai racconti dei bambini più grandi, o perché la storia che hanno sentito presenta tante incoerenze. Talvolta hanno colto qualche movimento o visto qualcosa, ma vogliono la “prova del 9” dal genitore. Fatevi guidare dal “sentire” il momento giusto. QUALI SONO LE REAZIONI DEI BAMBINI? i bambini, dopo la scoperta della non esistenza di Babbo Natale, reagiscono in maniera differente: accettano la notizia e il fatto che i regali arrivino dai genitori, negano che questo possa essere vero poiché temono che i regali non arrivino più, perché ormai sono considerati grandi, oppure al contrario fanno finta di credere ancora nonostante l’evidenza. Questa differenza dipende dall’età del bambino e anche da come è avvenuta la rivelazione, se in modo brusco o graduale. Questa, come tante altre, può sembrare una domanda banale, ma è uno spazio che implica un tempo di riflessione. Stiamo insegnando al bambino che Babbo Natale non esiste, ma che deve continuare a sognare…prestiamo cura ed attenzione alle parole che utilizziamo.
Gli effetti della separazione conflittuale sui figli

di Federica Cirino Pomicino La maggior parte delle coppie che decidono di separarsi quando hanno dei figli, non riescono ad affrontare questo momento senza, in qualche modo, coinvolgerli. È quasi sempre un momento molto conflittuale poiché difficilmente avviene in serenità e con la decisione di entrambi i coniugi. Insieme agli avvocati, dovrebbe assistere a questo momento anche uno psicologo, un mediatore che possa cercare di contenere la rabbia e la conflittualità esistente. Qualcuno che cerchi di contenere e incanalare nella giusta direzione le emozioni che si provano. La rabbia ed il dolore del fallimento si mischiano e si confondono, in un momento in cui non si riesce ad essere sempre lucidi. Ci si trova a dover elaborare un lutto su più fronti. Il lutto, come dice Freud, è uno shock emotivo, un trauma. E quando avviene una separazione oltre al lutto della perdita della persona amata, vi è anche il lutto della perdita della famiglia e del progetto di vita condiviso. I figli si trovano a dover fronteggiare la perdita della stabilità data dall’unione della famiglia e spesso sono costretti a prendere posizione contro uno dei due genitori, a favore dell’altro. È più scontato che i figli s’identifichino con il genitore del proprio sesso o prendano le parti del più debole. Spesso il rischio è che i bambini tendano a costruirsi un falso sé (Winnicott), cioè si creano un adattamento compiacente alle richieste dei genitori. Per paura di acuire il conflitto esistente tra i genitori, si ritrovano ad assecondare le loro richieste e le loro modalità relazionali. A volte, possono subentrare angosce profonde di morte verso il genitore fragile che spinge i figli a mettere in atto comportamenti disadattivi, come problemi alimenti o d’insonnia. Possono emergere anche comportamenti aggressivi verso i pari, oltre che verso l’adulto. Questo accade quando il bambino non riesce a parlare di quello che sta vivendo, tenendo compresso dentro di se la rabbia e la confusione che prova. Quando non riesce a trovare un terreno fertile intorno a lui che possa spiegare o contenere le emozioni che circolano in famiglia e dentro di lui. Vi sono famiglie che dopo la separazione riescono, in qualche modo, a ritrovare un equilibrio, ricordandosi che se anche la coppia coniugale non esiste più, quella genitoriale deve continuare a vivere. Purtroppo mantenere la funzione genitoriale insieme all’altro non è affatto semplice quando non c’è più l’amore coniugale e spesso tante coppie restano conflittuali per tutta la vita. Tendono ad utilizzare i figli per ferire l’altro, mettendoli contro l’altro genitore, sminuendo o creando un’immagine negativa genitoriale. Tutti abbiamo bisogno di introiettare dentro di noi l’immagine di due “buoni genitori” (Melanie Klein) per essere noi un domani un genitore non irrisolto. Tutto questo, ovviamente crea un forte disagio nei figli ai quali resta dentro un’esperienza di vita così negativa che li può condizionare nella creazione delle relazioni future che vivranno.
Coppia: come si crea il legame?

Nella coppia il legame tra i partner si crea grazie all’interazione tra vari sistemi motivazionali: attaccamento, sessualità e accudimento. Negli anni, é stata data sempre più attenzione al concetto di sistema motivazionale, inteso come un sistema volto a promuovere la realizzazione e la regolazione dei bisogni di base. Lichtenberg (1987) ha sottolineato che la motivazione del comportamento umano può essere sia interna che esterna. Successivamente, tuttavia, si è visto come essa non dipenda solo da fattori interni o esterni quanto dalle reciproche influenze tra ambiente interno ed esterno. Nella coppia, dunque, la misura in cui un partner influenza l’altro, può variare in qualsiasi momento, attivando una regolazione reciproca e un’autoregolazione individuale delle motivazioni. Quali sono i sistemi motivazionali coinvolti nella dinamica di coppia? Secondo molti studiosi, i sistemi motivazionali coinvolti sono tre: Il sistema di attaccamento il cui scopo è garantirsi la protezione nelle situazioni di pericolo, mantenendosi vicino alla figura di attaccamento; Il sistema di accudimento il cui scopo è offrire protezione attraverso comportamenti che promuovono prossimità e benessere in situazioni di pericolo. Ad esempio, quando si cerca di rassicurare il partner o lo si aiuta se lo si vede in difficoltà; Il sistema sessuale il cui scopo è garantire la trasmissione del patrimonio genetico attraverso una relazione fisica. Come si influenzano i sistemi in una relazione? Sperimentare, dunque, diversi sentimenti nel corso del tempo, all’interno di una relazione di coppia, dipende dall’intreccio di questi tre sistemi. In alcuni momenti, di fatto, i tre sistemi interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, in altri uno di essi può predominare sugli altri. La cosa importante da sottolineare é che ogni coppia ha una propria organizzazione funzionale rispetto a questi sistemi motivazionali. Nel momento in cui, quindi, dovesse esserci uno sbilanciamento a favore di uno solo, non è da intendersi come patologico. Può essere che una coppia abbia trovato il proprio equilibrio attraverso un’organizzazione sbilanciata o che, in alcuni momenti della storia di coppia, si verifichi uno sbilanciamento che è funzionale in quel determinato periodo. Essere consapevoli di questi meccanismi, potrebbe servire ad offrire diverse chiavi di lettura al proprio funzionamento di coppia, ma anche ai bisogni individuali che possono esserci alla base. “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade e non saprai quale prendere, non imboccarne una a caso ma siediti e aspetta. (…) E ascolta il tuo cuore. Quando poi ti parla, alzati e vá dove lui ti porta.”- S. Tamaro Castellano R., Velotti P., Zavattini G. C. (2014). Cosa ci fa restare insieme? Edizioni Il Mulino.
Intelligenza emotiva: come svilupparla nei bambini?

Tornate indietro nel tempo, a quando eravate piccoli. Chi vi aiutava di più quando eravate tristi, arrabbiati, frustrati, delusi? Chi vi consolava? Aver avuto un adulto competente, ben regolato emotivamente e presente quando eravamo bambini è la migliore premessa per regolare le emozioni, una volta diventati adulti. E quando è il nostro turno di aiutare i piccoli, a sviluppare competenze positivamente adattive, alcune riflessioni possono aiutare ad essere efficaci e a fornire strumenti utili per il loro futuro in costruzione. Immaginiamo una situazione frustrante per un bambino: una gara andata male, una partita persa, un lego costruito con pazienza e distrutto dal fratellino o dalla sorellina piccola. Non sono eventi drammatici, ma per la bimba o il bimbo che li vivono possono essere molto intensi, in quanto a sensazioni di frustrazione, tristezza, rabbia. Qual è la strategia migliore che un adulto può adottare? La risposta sembra banale, ma contiene un fondamentale principio, utile nei casi più leggeri, come gli eventi descritti sopra, così come nelle situazioni davvero drammatiche che possono accadere nella vita dei bambini: essere presenti, essere accanto, ascoltare, consolare; ed evitare di suggerire comportamenti immediatamente riparatori (“Cosa vuoi che sia! Lo ricostruisci e sarà di nuovo perfetto”). La cosa migliore da fare è la più semplice, e allo stesso tempo la più difficile, e a volte insormontabile, per chi non ha avuto un esempio nella propria infanzia: avvicinarsi fisicamente, chiedere alla bimba di descrivere cosa è successo, ascoltare il suo pianto e la sua rabbia, abbracciarla e non provare subito a saltare alla soluzione. Molti bambini, oggi adulti, hanno sperimentato tutt’altro: le reazioni alle frustrazioni, ai loro pianti, alle difficoltà espresse, spesso hanno ricevuto delle risposte diverse, che vanno da “piantala di piangere, non è niente” a insulti di vario grado, a “vattene in camera tua”, a “quando ti è passata ti parlo di nuovo”; oppure a risposte di segno opposto, da “te ne compro un altro” a vari gradi di iperconsolazione, che – pur con segno opposto – non rassicurano i bambini, come ci insegna la teoria dell’attaccamento. Al contrario: ascoltare, regolare le emozioni con una presenza tranquilla e tranquillizzante, e non offrire soluzioni sbrigative, è un messaggio molto potente: fa capire ai bambini che le emozioni, anche le più intense e sgradevoli, svolgono la propria funzione di sfogo e allertano un adulto che può aiutare. Fa passare un insegnamento fondamentale per il loro futuro: non spaventarsi di fronte alle emozioni negative, riconoscerne il significato, accettarle e utilizzarle, per capire meglio e affrontare le cose. E anche per chiedere aiuto, quando serve.
Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale

Facebook lancia Meta: attenzione alla salute mentale degli utenti.Nasce un nuovo mondo, una terza dimensione in cui il mondo online e offline si compenetrano dando vita ad una nuova realtà. Il termine “Meta” indica il Metaverso: un insieme di spazi virtuali generati dai computer e popolati da “avatar“ o ologrammi, in cui convergono diverse tecnologie che consentono di fare qualsiasi cosa. Nel Metaverso le persone potranno incontrarsi e interagire pur non essendo fisicamente nello stesso posto, potranno teletrasportarsi in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento per svolgere le attività quotidiane o vivere esperienze eccezionali. Un mondo parallelo e virtuale in cui si vive e si agisce per mezzo della propria identità digitale. Quali saranno gli effetti sulla nostra salute mentale? Stiamo assistendo alla genesi di una rivoluzione virtuale che stravolgerà la società al pari, se non più, di quella digitale.Lo stesso Zuckerberg ha definito Meta come “il nuovo Internet”, in versione aumentata. Il rischio più grande che corriamo è quello di distaccarci completamente dalla realtà. Vivere in un universo virtuale proiettando la nostra immagine ideale rischia di farci perdere di vista chi siamo realmente.Siamo preparati a questo upgrade? Proprio come accade nei social network con le fake news, saremo in grado di distinguere cosa è reale da cosa non lo è?Sono in tanti a nutrire delle preoccupazioni, addirittura la deputata statunitense Alexandria Ocasio-Cortez ha espresso su Twitter il proprio disappunto, definendo Meta “un cancro per la democrazia”. Corriamo il pericolo di affrontare una svolta epocale con candida incoscienza, senza sviluppare le strategie di coping necessarie per far fronte a questa trasformazione. Meta non è un semplice gioco, ma una nuova dimensione relazionale, un’altra faccia della nostra realtà che è bene identificare con consapevolezza per non farci trovare, ancora una volta, vulnerabili e impreparati. Per cogliere questa inestimabile opportunità di progresso occorre, come sempre, una buona dose di attenzione e una corretta educazione digitale.
Odontofobia: storie familiari della paura del dentista.

L’OSM ha riconosciuto l’odontofobia o paura del dentista come disturbo fobico specifico. Si presenta come una paura irrazionale per tutto ciò che riguarda lo studio dentistico, dagli strumenti agli interventi, compreso il semplice controllo di routine. Migliorare il proprio sorriso è un passo importante per la propria autostima e per la socializzazione. L’ odontofobia sembra essere molto diffusa a livello mondiale, con un incidenza del 15% della popolazione. I sintomi evidenti sono tipici delle fobie: forte ansia, tachicardia, tremore e sudorazione eccessiva. A queste reazioni fisiologiche si aggiungono comportamenti disfunzionali. L’odontofobia arriva a far rimandare gli appuntamenti, procrastinare un controllo con conseguente compromissione della salute dentale. La paura del dentista spesso si manifesta sin dalla tenera età e nasce in seno alla famiglia. Spesso i genitori raccontano la loro esperienza anche davanti al bambino, soffermandosi sull’aspetto negativo e sul dolore provato. In questo modo, si trasmette la paura della visita dal dentista, l’ansia provata, al punto che i bambini la incamereranno come modello comportamentale da adottare. Proprio in virtù dell’idea del dolore e della paura, in alcune situazioni, gli stessi genitori minacciano i propri figli di portarli dal dentista. La visita odontoiatrica, quindi, nell’immaginario di un bambino, sarà vista come punizione, contribuendo ad aumentarne l’alone negativo. Anche da adulti si porteranno dietro un’informazione distorta del medico: prima di prenotare un appuntamento per risolvere un problema, faranno ricorso a tanti farmaci per alleviare temporaneamente il sintomo. Resta sempre opportuno sottolineare l’importanza del ruolo del dottore come promotore del benessere psico-fisico. Si può approcciare alle difficoltà parlando di eventuali preoccupazioni in modo da trovare insieme al professionista la strategia più efficace ed idonea.
Disabilità e interventi psicologici durante l’emergenza Covid

di Antonella Amitrano Secondo l’OMS la disabilità è il risultato dell’interazione tra salute e ambiente sfavorevole. Nell’ambiente sono compresi aspetti naturali, architettonici, tecnologici, interpersonali e politici, esso può agire da facilitatore o da barriera nel caso in cui faciliti o meno il funzionamento dell’individuo. In questo senso nessuna persona può funzionare in maniera autonoma al di fuori dell’ambiente di riferimento. Dunque la disabilità può essere definita come: “minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione della persona all’interno nella società su base di uguaglianza con gli altri” (Convenzione delle Nazioni Unite, 2006). Per garantire la crescita ottimale e l’integrazione sociale della persona con disabilità sono fondamentali diversi tipi di interventi a sostegno della persona e della sua famiglia. Innanzitutto sono essenziali interventi precoci di sostegno psicologico alla persona con disabilità e ai suoi familiari, interventi psicoterapeutici che arrivano ad un livello più profondo della struttura della personalità consentendo l’elaborazione del lutto legato ai vissuti di impotenza, senso di colpa, sensazione di inferiorità, per giungere all’accettazione della “diversità” come risorsa, oltre che incrementare il senso di empowerment sia individuale che genitoriale e valorizzare le capacità di adattamento dell’intero nucleo familiare. Altri interventi utili sono quelli psicoeducativi che sono programmi di attività che includono due fasi: una in cui lo psicologo fornisce informazioni alla persona con disabilità, ai suoi familiari rispetto alla problematica ed un’altra fase di sviluppo delle abilità e cambiamento di atteggiamenti e comportamenti disfunsionali con appositi training. Ulteriori interventi sono di tipo riabilitativo, assistenziale e di risocializzazione è importante quindi che ci sia un lavoro di rete con le diverse istituzioni coinvolte e la famiglia delle persone con disabilità attraverso percorsi condivisi, tenendo conto dei bisogni individuali e contestuali. Nel periodo storico attuale dell’emergenza Covid-19 diversi studi dimostrano che la pandemia può avere un importante impatto sociopsicologico sulla popolazione, soprattutto per le persone in quarantena che hanno un limitato accesso alle interazioni interpersonali e non hanno potuto accedere alle normali fonti di sostegno psicologico (Riccio, Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V., 2020; Brooks et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015) gli effetti psicologici negativi annoverati comprendono: sintomi da stress post-traumatico, confusione ed irascibilità. Tra i fattori di stress ci sono: estensione della durata della quarantena, le paure legate all’infezione, la frustrazione, la monotonia, gli approvvigionamenti e i viveri inadeguati, le informazioni inesatte, le perdite finanziarie e la stigmatizzazione (Brooks, et al., 2020; Zhang et al., 2020; Collado Hernandez e Torre Rugarcia, 2015). Questi aspetti tendono ad intensificarsi all’interno di quei nuclei familiari che vivono la loro quotidianità accanto ad un loro familiare con disabilità, Infatti il modo in cui una famiglia reagisce agli eventi stressanti dipende dall’interazione di fattori diversi: le dinamiche familiari, la capacita di effettuare una valutazione corretta del problema, le strategie disponibili per affrontarlo, le risorse materiali e i supporti sociali forniti dall’esterno (Riccio G., Giacomozzi B., Paternolli C.,Mania A., Dell’Eva V, 2020; Barnes, 2009). Spesso infatti le persone con disabilità devono interfacciarsi costantemente con i centri di riabilitazione e gli altri servizi (come scuola, enti territoriali) necessari al proprio benessere. Tuttavia a causa dell’emergenza Covid e le misure di restrizione sanitaria c’è stata una temporanea sospensione di tali servizi, che ha determinato un senso di disorientamento nelle persone con disabilità e loro familiari, venendo a mancare quei punti saldi che scandiscono la loro routine quotidiana. A questo proposito per affrontare e gestire il senso di disorientamento e l’aumentato stress all’interno delle famiglie sono stati forniti dei suggerimenti utili che sono: scandire le giornate con attività simili a quelle del periodo precedente al lockdown, mantenere le relazioni con la rete di amici, familiari o altri punti di riferimento della persona con disabilità e ritagliare uno spazio durante la giornata in cui dedicarsi del tempo attraverso attività piacevoli o anche sportive che hanno un effetto benefico sull’autostima, alleggerendo le tensioni e il malessere generale. Bibliografia Barnes, D. (2009), Trasmettere valori. Tre generazioni a confronto. Milano: Unicopli. Brooks Webster R.K., Smith L.E., Woodland L., Wessel S., Greenberg N.e Rubin G.J. (2020), The psychological impact of quarantine and how to reduce it:rapid review of the evidence, The Lancet, Vol. 395, pp.912-920, ISSUE 10227, in https://doi.org/10.1016/S0140-6736(20)30460-8. Collado Hernandez B. e Torre Rugarcia Y. (2015). Actitudes hacia la prevención de riesgos laborales en profesionales sanitarios en situaciones de alerta epidemiológica, Medicina y Seguridad del Trabajo, Vol.61, n. 239, pp. 233-253, ISSN 1989-7790, in http://dx.doi.org/10.4321/S0465-546X2015000200009. Riccio G. e Giacomozzi B., Paternolli C., Mania A., Dell’Eva V. (2020). Lo psicologo dell’Emergenza a supporto delle famiglie, di bambini e ragazzi con disabilità: un vademecum per orientarsi all’interno delle fatiche quotidiane nella pandemia Covid-19, Rivista di Psicologia dell’Emergenza e dell’Assistenza Umanitaria, 22, 96-101. Zhang J., Wu W., Zhao X. e Zhang W. (2020), Recommended psychological crisis intervention response to the 2019 novel coronavirus pneumonia outbreak in China: a model of West China Hospital, Precision Clinical Medicine, in Doi: 10.1093/ pcmedi/pbaa006.
Donne psicologhe madri

Ultimo libro di Elena Grimaldo “Donne psicologhe madri”
Sogno o realtà? La funzione dell’attività onirica

Il sogno incute fascino e timore. Attrae e spaventa. E’ il tentativo di portare alla luce ciò che evitiamo di noi stessi e della nostra vita. I sogni affascinano l’essere umano da sempre. In antichità venivano letti come messaggi di dei, demoni o spiriti. Premonizioni del futuro su cui si affannavano indovini e profeti. Nel corso dei secoli sono stati concepiti in molti modi diversi, catturando l’attenzione di filosofi e scienziati, artisti e letterati. Per arrivare ad essere riconosciuti, dalla psicoanalisi in poi, come fenomeni psichici, nella loro funzione rivelatrice degli aspetti più nascosti della personalità. Ciò nonostante vi sono ancor oggi numerose resistenze nel concepire la realtà del sogno che spaventa, poichè apre le porte su di un mondo che sfugge alla mente razionale e mina il bisogno umano di sicurezza. Le neuroscienze riducono il sogno a scariche di impulsi nervosi, lasciando irrisolta l’esperienza onirica, con la sua complessità e i suoi significati. Mentre sopravvive, tra i più, una certa tendenza comune a considerare il contenuto del sogno come un qualcosa di distaccato, esterno da sé stessi, e a ricercare interpretazioni universali. Gli elementi del sogno sono parti di sé Ogni sogno appartiene in modo imprescindibile al suo sognatore e consiste in un’esperienza unica. Incarnata nella persona. Nella sua storia, nella sua esistenza e nella sua vita in quel dato momento. Secondo la psicoterapia della Gestalt il sogno è “la via regia all’integrazione” (F. Perls). In esso gli aspetti della personalità non riconosciuti e dissociati si presentano per essere visti e assimilati. Si tratta dunque di un tentativo di riappropriazione delle parti di sé disconosciute e proiettate nei vari elementi di cui è composto il sogno, grazie ad un allentamento dei meccanismi di difesa che, durante lo stato di veglia, impediscono il contatto. Nel sogno è racchiuso un messaggio esistenziale I sogni dicono esattamente come si sta vivendo. Cosa manca nella propria vita, cosa si sta evitando e di cosa si ha bisogno per stare bene. Sono l’espressione più autentica della nostra esistenza. Più spontanea e libera da divieti. Sebbene la creatività onirica possa assumere qualunque forma ed esprimersi in infiniti modi, esistono dei copioni fissi. Un sogno che si presenta in modo ricorrente funge da “avvertimento”. Accende una spia su di un determinato conflitto, affinché venga affrontato e risolto. Infatti, sparisce quando la persona ne coglie il messaggio esistenziale e si assume la responsabilità della sua vita, mettendo in atto il cambiamento necessario per la propria crescita. Il lavoro sul sogno “Se una tigre entrasse in questa stanza proverei paura, ma se ho paura nel sogno vedo una tigre”. (J. L. Borges) Per portare alla luce il significato di un sogno occorre abbandonare le regole della logica ed entrare nella realtà dei suoi paradossi, nelle sue figure, nella coloritura emotiva dei personaggi e delle scene. Nelle maglie della trama in cui è intessuto. Dare voce e forma agli elementi presenti, a quelli mancanti, ai vuoti. La Gestalt propone un lavoro che va oltre l’interpretazione classica, per guidare la persona ad entrare direttamente in contatto con il suo sogno. In modo che possa riconoscerlo come una propria esperienza. A livello emotivo e corporeo, oltre che cognitivo. Non come mera fantasia, non come qualcosa di estraneo. Ma in quanto rappresentazione di sé e della propria vita. Così, mentre la nevrosi si nutre di forme di evitamento, la terapia invita a fare esperienza di contatto. A raccontare il sogno al presente, ad esempio, per sperimentare il qui e ora come unico tempo realmente esistente. Lasciando andare gli attaccamenti al passato e le anticipazioni sul futuro. A identificarsi con gli elementi del sogno, per reintegrare le parti rifiutate, superare conflitti emotivi, impasse e blocchi esistenziali. E cambiare il finale della propria storia.
NÉ CARNE NÉ PESCE MA PREADOLESCENTE

di Giada Mazzanti Prendiamo a confronto lo stesso bambino ma a distanza di un anno: dalla quarta alla quinta primaria, anche se è lo stesso bambino a distanza di solo un anno notiamo già diverse differenze non solo di crescita fisica ma anche di sviluppo del pensiero, cambiamento di interessi e una nuova curiosità per il mondo, non solo ma piano piano, insorgono le prime discussioni e richieste di autonomia. Questo perché nel momento in cui si raggiungono i nove/dieci anni (ultimamente sempre prima anche verso gli 8 anni) fino ai dodici anni non si è più bambini ma nemmeno adolescenti si è in quella fase, definita da genitori e nonni, in cui non si è “né carne né pesce”. Intuitivamente si percepiscono le differenze tra un bambino, un adolescente e un ragazzino a metà via tra le due fasi ma vediamo com’è costruita la fase evolutiva denominata come preadolescenza. La preadolescenza è una via di mezzo tra due fasi, è dunque possibile trovare sia ragazzini con fisici sviluppati tipici degli adolescenti ma che hanno ancora atteggiamenti sul versante infantile e anche il contrario quindi bambini con una fisicità non sviluppata ma una mentalità e comportamento adolescenziale; è un momento molto variegato e la diversa maturazione dipende anche da aspetti ambientali, non solo biologici. Un preadolescente passa dall’essere bambino all’affacciarsi a una età adulta in cui in mondo non è più magico, i genitori non hanno più le abilità straordinarie e la conoscenza di ogni cosa; si affaccia alla realtà, si disillude: cade il proprio senso di onnipotenza e i genitori sono persone normali che commettono errori. La disillusione continua anche nella sperimentazione del piacere del rischio in cui non si ha la certezza di quello che si fa ma si mette in gioco la propria autonomia. La messa in gioco dei nuovi desideri e impulsi permette la costruzione dei fattori che andranno a costruire l’identità dell’ex-bambino. I genitori che stanno leggendo sanno quale sia il migliore strumento usato dai preadolescenti: l’aggressività ma intesa come forza del confronto anche fisico e opposizione. Inizia ad emergere il lato oppositivo che spesso spaventa ma va accolto e regolamentato; sempre più importante è anche il senso di appartenenza e il confronto con i pari sia dello stesso sesso ma anche con il sesso opposto: se ne prende le distanze per potersi confrontare con un sempre più emergente Sé sessuato. In questo modo, il bambino non più bambino ma preadolescente, nella continua tensione tra infanzia e adolescenza sperimenta la disillusione della realtà e le sempre più frequenti lamentele, la diffidenza e ambivalenza sono funzionali al raggiungimento della consapevolezza dei limiti di sé e della realtà. Anche le abilità cognitive, intese come sviluppo di interessi e di conoscenze non solo scolastiche, si sviluppano e il preadolescente scopre nuovi svaghi e nuove curiosità, nasce un appetito mentale volto alla ricerca di nuove esperienze stimolanti. Per riassumere si può dire che la preadolescenza sia caratterizzata sia dall’investimento nel pensiero e nell’azione ma anche da una forza pulsionale di conoscenza, intesa come ricerca (Freud, 1905). Abbiamo detto prima che la preadolescenza è un continuo gioco tra spinte adolescenziali e regressive; il cambiamento ormai è inevitabile e continuo, ciò provoca sì piacere e grandi aspettative ma il proprio corpo, che era stabile, ora cambia assieme alla totalità del ragazzino venendo così a mancare l’unità e la costanza. È un grande tumulto che provoca del turbamento nella concezione di se stessi, quindi la sfida del preadolescente è quella di riuscire a gestire e tollerare tutto ciò. Per esempio, se il ragazzino di undici anni vuole andare al parco sotto casa con due amici, come fanno gli adolescenti ma poi chiede un abbraccio dalla mamma come i bambini più piccoli non c’è da spaventarsi perché la preadolescenza è la fase delle ambivalenze tra comportamenti tipicamente adolescenziali e comportamenti più sul versante regressivo. La fluttuazione tra i due poli è utile per mantenere una continuità di se stessi e tollerare le continue e nuove pulsionalità. Il tema della preadolescenza è molto delicato e multisfacettato e lo si può ritrovare anche nella letteratura, si guardi anche solo l’opera di Carroll “Alice nel paese delle meraviglie”. L’argomento principe è il corpo e come esso cambi e si modifichi in base al contesto, non solo ma vengono trattate anche le meraviglie del viaggio fantastico e anche le angosce che esso racchiude. Nel libro non avviene una vera e propria crescita ma le alterazioni che il corpo subisce trasmettono la stessa discontinuità della percezione del sé che sperimenta il preadolescente. Fonti Agosta R., Crocetti G. 2007. Preadolescenza. Il bambino caduto dalle fiabe. Edizioni Pendragon. Bologna. Freud S. (1905). Tre saggi sulla teoria sessuale, in OSF IV, Boringhieri, Torino. 1970 Gaddini E. Il cambiamento catastrofico in W. R. Bion e il “breakdown” di D. Winnicott, in “Rivista di psicoanalisi”, 3-4 1981.