E’ possibile evitare di pensare a quello che non si vuole pensare?

Strategie per evitare di rimuginare e amplificare stati d’animo negativi. Quante volte è capitato a tutti noi di avere un pensiero rispetto al comportamento di un’altra persona e di iniziare a rimuginare, rimanendo intrappolati in qualcosa che sembra non avere soluzione. Perchè accade? I pensieri diventano oggetto di rimuginio quando perdono il contatto con i fatti. Per questo motivo, vengono valutati non per quello che sono, ma per le emozioni a cui danno vita. Le emozioni allora generano pensieri giudicanti e chi soffre a causa delle emozioni negative, crede di poterle diminuire utilizzando i pensieri che esse stesse producono. Facciamo un esempio: penso che Michele non abbia una buona opinione di me, mi sento triste, penso che ha ragione in fondo. Cerco di non provare tristezza e di non pensarci, amplificando in realtà il contenuto del mio pensiero. Cosa si potrebbe fare? Tradurre i pensieri in descrizione dei fatti potrebbe essere la cosa più utile da fare. Comprendere da quali fatti hanno avuto origine determinate emozioni consente di scegliere poi i comportamenti più efficaci per uscire dalla sofferenza, anzichè rimuginare. Il pensiero viene utilizzato come uno strumento potentissimo per affrontare i problemi, ma questo ci porta spesso ad allontanarci dalla realtà delle cose. Dimentichiamo che l’esperienza deriva sempre dal contatto, attraverso i sensi, con l’esterno. Quando siamo agganciati a pensieri che ci limitano la visione esterna, dovremmo imparare a distinguere tra giudizi/opinioni e fatti; imparare a riconoscere quali sono le reazioni automatiche che avvengono e a osservare e descrivere ciò che accade. In questo modo si può agire consapevolmente. Seguire una regola senza tener conto del contesto è una forma di pliance. Il tracking serve invece a spostare l’attenzione dal contenuto di una regola alla sua funzione. In questo modo si può tenere traccia dei propri comportamenti e degli effetti reali.

DUE corpi e DUE anime

di Ludovica Autelitano Io non sono un luogo comune. Io sono il luogo dell’anima dove risiedono sia rumori che suoni. Ho le dita delicate, fai attenzione. Con le mani ho accarezzato ma anche colpito, a torto, a ragione. Mia nonna mi diceva “hai occhi che sono due stelle” e io, quelle stelle, le ho fatte correre per il mondo in cerca delle tue. Io sono sapori sapore del latte materno di birra di torte fatte in casa e cioccolato amaro. In me abita tutto e il contrario di tutto. Ecco. E’ in questo luogo che io ti accolgo. Ti accolgo nella mia storia, ti scelgo mentre sulle mie spalle porto il generoso peso del mio albero genealogico e ti porto con me perché stare insieme non sia celebrare un corpo e un’anima, ma avere imparato dove inizia uno e finisce l’altro. Mi rendo conto che quanto detto supera le aspirazioni fusionali insite nella promessa amorosa e nelle fantasie di ciascuno ma potremmo, forse dovremmo, chiederci: “Cosa scelgo io di quest’uomo, di questa donna?”, “Chi sono io per lui? Chi è lei per me?”. Un padre? Una madre? Che padre? Che madre? Un amico o forse una Casa? Un salvagente? Un approdo? Ah, ecco…Un/una compagno/a! Ma cos’è? Che fa? Come si comporta? Come scrive Salvador Minuchin in “Famiglia e terapia della famiglia”, “Ogni coppia ha una sua storia specifica; per alcune non viene mai il momento in cui si sentono “sposati”. Così il processo, dal rito di passaggio in presenza di un giudice di pace o simili, al tempo in cui vi siete sentiti realmente sposati può andare avanti per un pezzo. Alcune persone divorziano senza essere state neppure sposate”. Come può avere ragione d’essere l’idea di Minuchin? Scoperchiando il vaso di Pandora è possibile riscontrare come la coppia nasca sul malinteso, su quello che non si è detto all’inizio, con lo sguardo, tra le pieghe dei primi sorrisi, nel cuore dell’implicito che crea il legame. E, cosa, esattamente, non ci si è detti? Che non si sarebbe rimasti uguali. Che sarebbero cambiati gli sguardi, le parole, gli obiettivi…i bisogni. Insomma, ci si sarebbe evoluti.Io e te non siamo quelli di un tempo, siamo un’altra Io e un altro Te e, dopo tutto questo tempo, ci andiamo ancora bene? “Senti – bisognerebbe domandarsi – quando ci siamo conosciuti a te piaceva il mare, chè per caso ti piace ancora? O adesso preferisci la montagna?”. Eppure queste domande non vengono fatte, tra le bollette e gli impegni, le coppie dimenticano di RI-guardare sé stesse e rilanciare il patto che le aveva unite all’inizio. Così passano i mesi e gli anni e un giorno, girandosi, ci si può scoprire diversi, troppo diversi ed è quello il momento della scelta: posso accettare che tu sia diventato altro da quello che avevo scelto? Posso accettare che il nostro patto di coppia debba trasformarsi come naturale evoluzione del legame? Posso accettare di essere io stesso/a cambiato/a? Dipende. Da cosa? Da cosa ci aveva uniti poiché, come scrive Angelo, “Quanto più le relazioni nella famiglia di origine sono prive di elementi conflittuali irrisolti, tanto più la scelta del partner è libera nel senso che i vincoli, le preclusioni, la necessità di legarsi a un particolare tipo di partner sono molto meno presenti”. Spesso, infatti, facciamo con il partner quello che prima facevamo con i genitori. Non litighiamo più con la mamma perché adesso litighiamo con il fidanzato, smettiamo di lottare con un padre autoritario e continuiamo la stessa lotta con il marito. Invece di perseguire interventi strategici volti a cambiare l’Altro, la psicoterapia di coppia è essenziale per favorire uno spazio dialogico che sappia evidenziare sia la circolarità delle dinamiche relazionali che la verticalità e cioè: “Dove abbiamo imparato la relazione”? Chi ci ha insegnato a progettarla in un modo piuttosto che in un altro? Esiste un momento nella vita di coppia in cui ciò che ci aveva attratto all’inizio viene messo in crisi dal disvelamento, da ciò che non è riuscito a seguire il flusso del cambiamento. La psicoterapia di coppia è questo: aprire la porta che conduce ai nostri bisogni e avere il coraggio di capire dove ci porta

Dubbi e incertezze in adolescenza

L’adolescenza e la prima giovinezza sono tempi di grandi trasformazioni: si fanno scoperte ed esperienze, ma sorgono anche, inevitabilmente, forti dubbi e incertezze. Infatti, molti ragazzi e ragazze passano periodi in cui si sentono ‘annebbiati’ e confusi a causa di dubbi e indecisioni. Quando questi stati d’animo prendono il controllo, purtroppo, diventa più difficile per loro agire con decisione e mantenere la calma. Inoltre quando un adolescente si sente in questo modo e non trova il giusto supporto o qualcuno che lo capisca, rischia di sentirsi in piena solitudine e in pieno smarrimento. Se questi brutti momenti sono particolarmente intensi o si protraggono nel tempo, possono,purtroppo, sfociare in ansia vera e propria o attacchi di panico. Come uscire dal labirinto delle indecisioni? L’intervento psicoeducativo più efficace non è quello che forza una scelta o l’incertezza, ma quello che accompagna il giovane a risignificare questa esperienza. Ecco alcuni suggerimenti: riconoscere e validare la fatica e il disagio che l’indecisione comporta, creando uno spazio di ascolto; aiutare a comprendere che il dubbio è una componente naturale della crescita; incoraggiare  la curiosità, l’esplorazione di diverse possibilità (anche solo a livello ipotetico); favorire la riflessione guidata: porre domande che aiutino il giovane a connettersi con i desideri e paure. Possiamo provare a chiedere: Cosa significa per te questa indecisione? Tante volte stiamo troppo a pensare a cosa diranno o penseranno gli altri della nostra scelta. Ricordiamoci questa frase importante: «Quasi la metà di tutte le nostre angosce e le nostre ansie derivano dalla nostra preoccupazione per l’opinione altrui.» Allora, proviamo a immaginare tante scelte diverse, anche quelle che sembrano strane. Chiediamoci: “E se facessi così?” “Come andrebbe a finire?” Pensare a queste cose liberamente, senza subito preoccuparci degli altri, ci aiuta a capire cosa vogliamo veramente. Questo “gioco di idee” ci aiuta a vedere meglio le possibilità e, piano piano, a capire qual è la mossa che sentiamo più giusta per noi. Ricordiamo che la vita è un grande gioco fatto di montaggi e smontaggi. In questo grande gioco, il giocatore è la persona. Non dobbiamo fare la mossa che si aspettano gli altri, ma quella che più ci soddisfa.

DSA: tanti modi di apprendere

Ancora oggi quando si sente parlare di DSA si pensa subito a due cose: a una grave disabilità intellettiva che non ti permette di comprendere e affrontare “come gli altri” la vita scolastica o si pensa che sia solo una scusa per avere delle agevolazioni scolastiche. Partiamo con il definire che cosa sia il DSA. È un disturbo specifico dell’apprendimento, ovvero è una manifestazione atipica di alcune specifiche procedure di apprendimento come lettura, scrittura o abilità matematiche. Fanno parte dei disturbi nel neurosviluppo e questa specifica atipicità di funzionamento è presumibilmente dovuta a disfunzioni del sistema nervoso centrale.  Ci sono comorbilità con molti disturbi ma non implica una disabilità cognitiva. È molto importante sottolineare che sia un modo di apprendere che necessita di un’ulteriore personalizzazione e non semplificazione. I DSA si riferiscono principalmente alle aree di lettura, scrittura e competenze matematiche. Tra i disturbi della scrittura e lettura si annoverano la dislessia, è un disturbo specifico nell’apprendimento della decodifica di lettura quindi della decifrazione dei simboli. Per dislessia si deve intendere solo uno specifico disturbo nella velocità e nella correttezza della scrittura. La disortografia, uno specifico disturbo nella correttezza della scrittura, interessa il processo di trascrizione tra fonologia e rappresentazione grafemica della parola, da distinguere dalla correttezza morfosintattica. Per disgrafia si intenda una specifica difficoltà nella realizzazione manuale dei grafemi e quindi nel grafismo. Le difficoltà nelle competenze matematiche come riconoscere i segni, difficoltà a ordinare in colonna i numeri, non riuscire a compiere a livello pratico operazioni o lo studio della cognizione numerica e dei processi di conteggio e calcolo, sono definiti discalculia.  Il disturbo specifico di apprendimento ha anche una matrice evolutiva, ovvero si manifestano nell’infanzia, tipicamente possono essere riconosciuti i primi segnali già dalla seconda/terza primaria ma si riscontrano anche in periodi più tardivi come in adolescenza. Non si deve non tenere presente che chi ha un DSA può avere ripercussioni su altri ambiti interconnessi al rendimento scolastico come la motivazione e anche l’autostima. Il problema principale è la frustrazione che consegue ai “fallimenti accademici”, infatti questi bambini e ragazzi si sforzano moltissimo nello studio e nel cercare di rimanere al passo ma non riescono a ottenere gli stessi risultati dei coetanei nonostante impieghino maggiori sforzi. Infatti, una delle cause dell’abbandono scolastico è attribuibile a un non riconoscimento di tale specificità di apprendere; se si attuassero progetti funzionali al sostegno e all’implementazione delle capacità il livello di frustrazione e di autostima legata all’autoefficacia scolastica sarebbero ridotte presupponendo una riduzione dell’abbandono scolastico. Ne consegue che la certificazione debba essere funzionale alla costruzione di un progetto formativo personalizzano (BES) che porti gli studenti alle stesse conoscenze ma con particolari accorgimenti in modo tale che gli sforzi vengano ripagati e venga stimolata la motivazione ad apprendere. È importante non considerare la certificazione né come escamotage per avere meno carico di studio né come modalità commiserativa in quanto una persona non abbia le abilità per stare al passo con gli altri; la diagnosi non deve essere un’etichetta ma deve fungere da strumento per indirizzare un lavoro volto a promuovere e supportare le capacità del bambino/ragazzino che rischia di avere difficoltà non solo sul piano scolastico ma anche a livello sociale, di autostima e motivazionale. Recenti studi (Baird et al, 2009) hanno mostrato che individui con DSA tendono a adottare modelli di autoregolazione cognitiva disfunzionali, fanno sì di aggravare la sintomatologia del disturbo. Ciò avviene in quanto sono demotivati, scoraggiati e hanno un atteggiamento sfiduciato, caratterizzato da uno stile attributivo esterno (locus of control esterno) e scarsa autoefficacia. Di conseguenza le strategie cognitive adottate per fronteggiare un ostacolo possono essere l’evitamento di nuove sfide, sperimentare emozioni negative ma anche demordere davanti ai compiti impegnativi e quindi può verificarsi una diminuzione della prestazione a seguito di fallimenti. In sintesi, questi ragazzi tendono ad avere un basso concetto di sé nella riuscita scolastica, questo causa sfiducia nelle proprie capacità, una concezione entitaria della propria intelligenza ovvero sono convinti di non potere migliorare e perseguono obiettivi di rendita ma non di apprendimento. Per riassumere ci si può collegare al concetto di “impotenza appresa” di (Peterson; 1992), egli afferma che la passività nell’affrontare situazioni inevitabili e la percezione di incontrollabilità degli eventi siano caratteristiche dell’impotenza appresa; infatti i bambini che attribuiscono ai fallimenti una loro mancanza di abilità tendono ad essere maggiormente pessimisti e ruminativi. Bibliografia: https://www.anastasis.it/dsa-significato/ Baird G.L., Scott W.D., Dearing E., Hamill S.K. (2009). Cognitive self regulation in youth with and without learning disabilities: academic self efficacy theories of intelligence learning vs performance goal preferences and effort attributions. Journal of social and Clinical psychology 28, 881-908. Cornoldi C. le difficoltà dell’apprendimento a scuola. Il mulino Peterson C. (1992). Learned Helpessness and school problems., in metdway F.J., Cafferty T.P. (eds.), school of psychology. A social psychological perspective, Lea, Hillsdale. Zanobini M., Usai M. C. (2019). Psicologia della disabilità e dei disturbi dello sviluppo. Elementi di riabilitazione e intervento. FrancoAngeli s.r.l. Milano.

Down social networks: tra svago e dipendenza – Image Credit https://socialninja.net/

down social networks

Ieri pomeriggio il down dei social networks Facebook, WhatsApp e Instagram, durato sei ore, è stato il tema più discusso della giornata.Un incredibile silenzio digitale ha avvolto la popolazione mondiale, lasciandola smarrita, impreparata e impotente. Gli utenti hanno avuto la percezione di essere tagliati fuori dal mondo con l’impossibilità di comunicare.Eppure fino a pochi anni fa il nostro mondo privo di social network era denso di relazioni autentiche. Il panico generalizzato di ieri ci deve far riflettere sull’uso che stiamo facendo della tecnologia e sulla soglia di dipendenza che abbiamo inconsciamente raggiunto negli anni. L’ansia da “disconnessione” risponde a un fenomeno specifico che prende il nome di “Nomofobia”.La Nomofobia si caratterizza per una sofferenza transitoria legata al fatto di non avere il telefono cellulare sempre a portata di mano e alla paura ossessiva di perderlo. L’elemento principale è la sensazione di panico che affligge l’utente ogni volta che crede di non essere rintracciabile. Si unisce a questo l’impellente e costante necessità di consultare in maniera compulsiva il telefono in ogni luogo e in ogni momento della giornata per controllare le informazioni condivise in tempo reale dagli altri utenti. Nelle persone affette da nomofobia s’instaura la convinzione di perdersi sempre qualcosa, si avverte continuamente il bisogno di aumentare il dosaggio della fruizione digitale e l’utilizzo smodato del cellulare le conduce ad una spirale di dipendenza, al pari di un tossicodipendente.Con il tempo si mettono in atto una serie di comportamenti disfunzionali sempre più radicati, come stare sempre più tempo al telefono, scrollare compulsivamente i social network e non spegnere il dispositivo neanche nelle ore notturne per avere sempre la possibilità di consultarlo. L’educazione digitale, emozionale e affettiva che dovrebbe accompagnare l’uso consapevole degli strumenti tecnologici riveste ancora una volta un ruolo cruciale per vivere in maniera funzionale ed equilibrata la nostra vita.

Dove Nasce la Violenza?

di Alessandra Moranzoni Il bambino “respira” fin dalla nascita e ancor prima, il “clima relazionale” nel quale è immerso.Se il riconoscimento dell’altro in quanto altro da sé, diverso da sé, portatore di un suo valore, fa parte dell’esperienza relazionale del bambino, allora svilupperà degli “anticorpi” nei riguardi della violenza, dell’odio, del rifiuto difensivo verso ciò che è estraneo, diverso, altro da sé. Questo tipo di “clima relazionale” è fatto della curiosità nell’andare a scoprire e riconoscere nell’altro le sue caratteristiche, i suoi bisogni, i suoi desideri.E’ fatto della tolleranza verso ciò che dell’altro si discosta da noi e dai nostri desideri.Il tal senso, dobbiamo considerare che l’incontro con l’altro si accompagna sempre ad aspettative e idealizzazioni rispetto a come dovrebbe- potrebbe essere; si accompagna alle fantasie, alle immagini nella mente dei genitori prima della nascita del figlio, così come alle aspettative e ai desideri degli insegnanti sull’alunno.Durante il corso di ogni storia relazionale, che sia di coppia, filiale, amicale o altro, c’è una continua dialettica tra le aspettative, le proiezioni sull’altro e l’accoglienza della realtà- diversità dell’altro.Chiunque è parte di un’interazione, è chiamato a fare i conti con quanto l’altro si discosta dall’immagine- progetto desiderata. L’idealizzazione che accompagna sempre l’incontro amoroso, che sia con un figlio o partner o altro, è importante sia mantenuta nel tempo, ma si trasformi adattandosi ai cambiamenti e alle vicende della vita. Per il benessere emotivo è indispensabile che l’inevitabile investimento narcisistico insito nella relazione, faccia solo da sfondo e non sia la figura dominante “dell’affresco” relazionale. Anche l’accoglienza delle fragilità e dei limiti è una sfida alla quale siamo chiamati costantemente nella relazione. Così come la tolleranza e l’apertura ad accogliere l’altro, pur nel dolore e nella fatica che comporta, specie nelle situazioni di malattia e disabilità, che richiedono ancora di più un profondo lavoro intrapsichico di lutto ed elaborazione trasformativa. Sono partita un po’ da lontano, ma è lì, nelle esperienze relazionali precoci, l’origine di ogni possibile futuro sviluppo relazionale, pur nelle infinite possibilità di variazione che gli incontri nel corso della vita possono favorire, sollecitare e germogliare se accolti.Le prime relazioni rappresentano il terreno “sufficientemente buono” per usare le parole di D. W. Winnicott, sufficientemente nutriente, annaffiato, illuminato, dove il seme della persona possa germogliare e crescere sviluppando un altrettanto “sufficientemente buona” relazione con gli altri che via via incontrerà sulla sua strada. Perché ciò possa avvenire è altrettanto indispensabile fare l’esperienza di poter riconoscere, tollerare e trasformare la frustrazione, l’odio e la rabbia di cui ognuno è portatore, perché anch’esse fanno parte dell’incontro con l’altro in quanto diverso, straniero da sé.E ancora una volta, se il bambino avrà respirato nello scambio relazionale con le figure importanti della sua vita, che siano esse genitori, insegnanti o altre persone incontrate nel tragitto, tale possibilità, questo modo di funzionare, potrà diventare parte della sua esperienza, e produrre “anticorpi” verso la violenza. Fare violenza sull’altro infatti, presuppone il disconoscimento dell’altro come portatore di un suo valore, di un’alterità. Spesso le violenze nascono da una con-fusione tra sé e l’altro che non lascia scampo.

Dormire sugli allori? Come il cervello si allena nel sonno

Quando facciamo bene qualcosa, quando miglioriamo una prestazione – che sia sportiva, lavorativa o ludica – proviamo sentimenti di orgoglio, piacere, eccitazione e queste emozioni aiutano a rafforzare i comportamenti in cui ci siamo appena impegnati. Allo stesso modo, il dolore del fallimento rende meno probabile ripetere recenti comportamenti fallimentari. Questo accade da svegli. Ma cosa succede quando dormiamo? In un recente studio, Virginie Sterpenich e colleghi, dell’Università di Ginevra, hanno fatto giocare due gruppi di persone a due  giochi a computer, progettati per essere molto coinvolgenti e per ingaggiare due aree cerebrali molto diverse. Un gioco prevedeva l’individuazione di un viso in un set di 18 visi diversi, e l’altro gioco implicava la navigazione attraverso un labirinto 3D. Tutti i soggetti coinvolti hanno svolto entrambe le attività, mentre Sterpenich e il suo team ne scansionavano il cervello durante l’azione, utilizzando sia un elettroencefalogramma, che misura l’attività elettrica nel tempo, sia la risonanza magnetica funzionale, che fornisce informazioni su quali aree del cervello sono attive, misurando la quantità di flusso sanguigno presente e le aree coinvolte. Al termine dei giochi, i partecipanti sono stati accompagnati a dormire in uno scanner cerebrale. I ricercatori hanno utilizzato un’intelligenza artificiale, addestrata sui dati di elettroencefalogramma e risonanza magnetica funzionale, per decodificare le scansioni cerebrali dei giocatori addormentati, compararle con quelle registrate da svegli durante il gioco e investigare se riproducevano un gioco oppure l’altro durante il sonno. Ma facciamo un passo indietro: quello che i soggetti dell’esperimento non sapevano è che i giochi erano truccati, in modo che ogni partecipante vincesse solo una delle partite. I giocatori erano quindi convinti che vittorie e sconfitte fossero il reale risultato delle loro prestazioni. L’ipotesi della ricerca era: se i nostri cervelli hanno maggiore probabilità di ripetere le cose per cui sono ricompensati, allora, quando dormiamo, i giocatori dovrebbero ripercorrere più spesso la partita che hanno vinto rispetto a quella che hanno perso.  Che cosa è emerso dalle scansioni, paragonate, del cervello dei giocatori mentre erano svegli e mentre dormivano? Si è scoperto che, in effetti, i partecipanti eseguivano, durante il sonno, una sorta di “replay neurale” del gioco in cui avevano vinto. La ricompensa, provata soggettivamente dopo aver vinto il gioco, rendeva più probabile il verificarsi di un replay neurale nel sonno; proprio di quel gioco e non dell’altro, in cui avevano sperimentato il fallimento. Questo suggerisce che le nostre menti provano emozione anche durante il sonno e che tendono a preferire le esperienze positive. In questo studio nessuno dei partecipanti, durante la scansione in laboratorio, è arrivato alla fase REM, il momento in cui si verificano la maggior parte dei sogni. La riproduzione neurale con rivisitazione del gioco vinto si è verificata durante il sonno a onde lente, quando i sogni tendono ad essere poco frequenti, opachi e non vengono ricordati. Lo studio di Ginevra aggiunge quindi un elemento all’ipotesi che le esperienze positive vengano provate, riprodotte e rivisitate durante il sonno non-REM e quelle negative durante il sonno REM. Con un’ipersemplificazione, potremmo dire che il sonno non-REM ci fa dormire sugli allori, mentre il sonno REM, con i suoi contenuti spesso spaventosi, serve a consolidare le memorie più utili per la nostra sopravvivenza, per prepararci alle sfide del giorno seguente. 

Don Gabriele Amorth, il Diavolo suo e quello di Russel Crowe

russel crow e padre amorth

L’occasione per questo nuovo articolo è stata l’uscita nelle sale del film “L’Esorcista del Papa”, una pellicola hollywoodiana che si spaccia come “ispirata ai libri di Don Gabriele Amorth”. Nel ruolo del famoso esorcista un Russel Crowe non più prestante come ne “Il Gladiatore” ma di sicuro con lo stesso piglio da arrogante cowboy adattissimo per il ruolo di combattente contro quei “cattivoni” degli Apache, oops, volevo dire contro i Diavoli. In un precedente articolo “Don Gabriele Amorth e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo”, vi avevo già parlato di questa particolare esperienza del nostro gruppo della Scuola di Arteterapia “Poliscreativa”. In particolare, vi avevo accennato di quanto questo percorso sia stato fondamentale per mettere meglio a fuoco il ruolo delle ritmicità tra i corpi, in quel contesto mediato dalla cadenza delle preghiere corali, negli spazi della cura quale un contesto esorcistico è a tutti gli effetti. Chi come noi lo ha conosciuto bene, il vero Amorth, e lo ha visto all’opera non può che provare un grande fastidio per questa ingiusta trasposizione cinematografica, per nulla coerente con la mitezza e le capacità di ascolto e accoglienza, diciamo, dell’originale presbitero. Ho potuto assistere a decine di ore di sue videointerviste “riservate” dell’archivio della nostra scuola e la differenza salta agli occhi. Non ce lo vedo proprio tirarsi su dopo un esorcismo con un cicchetto di whiskey sorseggiato da una fiaschetta da tasca in perfetto stile yankee come invece il buon Russel Crowe nel film. Ma la cosa che più ci ha fatto indignare è la falsificazione di come vengono praticati gli esorcismi nel film. In più di vent’anni nei quali abbiamo raccolto una documentazione unica al mondo assistendo a migliaia di rituali mai abbiamo avuto modo di assistere a quei ridicoli effetti speciali da b-movie di fantascienza. Soprattutto poi, per non traumatizzare la sua, diciamo “utenza”, quel simpatico esorcista che fu persino trai nostri docenti, non faceva mai durare i suoi esorcismi per più di una mezz’ora e la fase clou, il cosiddetto “Interrogatorio a Satana” mai più di cinque minuti. Parliamo di quel particolare momento nel quale cioè la presunta posseduta, perché più del novanta per cento erano donne, parlava avendo assunto l’identità del demone. L’esorcista di cui stiamo parlando, quello vero, aveva una modalità del tutto “estensiva” e mai “intensiva”, preferiva cioè rituali brevi ma ripetuti nel tempo, dalle nostre ricerche con una frequenza soprattutto quindicinale e per un periodo di almeno due o tre anni, una media di cinque anni, fino a dodici. A parte le “possessioni croniche” che invece richiedessero pertanto una pratica esorcistica a vita. Varie sarebbero le considerazioni da fare, in particolare rispetto le ricadute che filmacci come questi possano avere sui nostri giovani. “Il Perturbante” come lo avrebbe chiamato Freud o “L’Ombra” come invece direbbe Jung sempre più viene da loro incontrato in contesti virtuali. Ne consegue che l’industria delle merci mediatiche per “colpire” e quindi “vendere meglio” i loro prodotti, si spingano sempre più verso iperboli, verso eccessi che ovviamente, mentre di certo riescono a turbare, ne rendono sempre più difficile l’elaborazione necessaria per un rapporto sufficientemente armonico con il profondo. Torneremo su questo argomento per approfondire la questione nel prossimo articolo.

Don Gabriele Amorth l’esorcista e la questione della corporeità. Una ricerca sul campo

Per ventiquattro anni, dal 1992 al 2016, il nostro gruppo di ricerca ha avuto la possibilità di poter partecipare a migliaia di rituali esorcistici praticati da Don Gabriele Amorth, di sicuro il più importante esorcista del ventesimo secolo. Questa possibilità è stata data grazie al buon rapporto di collaborazione tra il mio maestro e fondatore del nostro gruppo di ricerca Poliscreativa, lo psichiatra Alessandro Tamino e appunto, l’esorcista Don Gabriele Amorth. Abbiamo avuto la possibilità anche noi allievi di partecipare ai rituali esorcistici e lui stesso ha tenuto dei seminari presso la nostra scuola. Una ricerca sul campo che ha dato, come si può immaginare, dei contributi importantissimi al modello Poliscreativa, instaurando un rapporto di particolare interazione tra questi due ambiti, l’ambito psichiatrico e l’ambito esorcistico su cui uscirà a breve un libro. È bene precisare che il nostro approccio è del tutto laico e di tipo antropologico, ci interessava infatti studiare il significato culturale di queste pratiche. Il discorso da fare sarebbe molto lungo, ma cercherò di riassumervi i punti più importanti che abbiamo notato e approfondito. Prima di tutto ci siamo resi conto studiando queste pratiche che in qualche modo, sono in continuità con pratiche precristiane. Certi aspetti rimandano sicuramente allo sciamanesimo. Il sentirsi in qualche modo in continuità con il lavoro delle sciamane e degli sciamani era una delle cose più difficili da far accettare all’ esorcista. Naturalmente questa sua difficoltà era dovuta al fatto che, per un religioso cattolico, il mondo si divide in prima di Cristo e dopo Cristo. L’ammettere che esista una continuità con certe pratiche “pagane” era per lui sicuramente scardinante. Un altro aspetto fondamentale di queste pratiche era la sincronizzazione corporea. Elemento per il nostro approccio fondamentale e punto di riferimento del nostro lavoro sul campo. I rituali , come abbiamo approfondito nello scorso articolo, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, duravano all’ incirca mezz’ora.  Questi rituali venivano ripetuti anche per anni a cadenza di ogni due settimane circa. Stiamo parlando quindi di qualcosa di molto estensivo e non intensivo. Vogliamo sottolineare che il nucleo della pratica esorcistica, al di là dell’aspetto religioso, è qualche cosa che ha a che fare con una regressione corporea controllata, in cui attraverso questa particolare  permeabilità corporea, data anche dallo stato modificato di coscienza, possono passare delle forme altamente strutturate. Stiamo parlando di un aspetto di regressione a fasi molto precoci dello sviluppo della persona, attuata grazie alla ritmicità delle preghiere che permetteva uno stato modificato di coscienza. La cosa fondamentale per noi è stata renderci conto di come una pratica “terapeutica” che abbia come scopo una migliore modulazione del mondo emotivo e dell’immaginario del soggetto, fondamentalmente è una costruzione arbitraria di una forma. Non esistono delle forme in sé per sé giuste o in sé per sé sbagliate, ma delle forme che funzionano, che riescono ad essere in qualche modo armoniche con la storia del soggetto. Concludendo possiamo dire che nelle pratiche esorcistiche c’è sicuramente un aspetto riguardante la fede, una fede che si basa su esperienze concrete, molto semplici e non sicuramente sulle nuvole, ma anche la corporeità svolge un ruolo importantissimo. Amorth stesso sottolineava che il diavolo non possiede le anime ma solo i corpi.