Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.
Adolescenti, questi sconosciuti? Istruzioni per l’uso/2

Figli preadolescenti e adolescenti. Idee per i genitori, per evitare gli errori più comuni. Le priorità dei genitori non sono le stesse priorità degli adolescenti. Può sembrare del tutto ovvio, ma proviamo a ripensarci. Per preadolescenti e adolescenti, la stanza in disordine cronico, i vestiti buttati per terra, le cose dimenticate, non sono affatto importanti: sono materie di cui si occupano i genitori. Le loro priorità sono il compito di matematica, pubblicare una storia su Instagram, costruirsi un’identità, innamorarsi di qualcuno, accettare la propria immagine che cambia; insomma, una stanza ordinata o rispettare gli orari alla lettera non rientra nella loro sfera di attenzione. Stanno lottando per crescere, sono in mezzo a una vera tempesta, in cui gli interlocutori privilegiati non sono più i genitori: per l’adolescente il gruppo dei pari, amici e nemici della stessa età, è il terreno di azione, scontro, realizzazione o delusione. È il suo mondo di riferimento, dove deve sperimentarsi per trovare un posto e riconoscere sé stesso. È compito dei genitori insegnare ai figli la responsabilità. È fondamentale mantenersi fermi su alcuni punti importanti, senza deroghe, ma occorre ammorbidirsi su aspetti meno fondamentali. Assillare, dirigere, gridare e imporre rischia infatti di essere una strategia fallimentare e frustrante. Invece, partire da loro aiuta. Ricordare quali sono le loro priorità, e dar loro spazio, permette di ottenere rispetto e collaborazione in cambio: è una formidabile via di accesso a una convivenza rispettosa e fruttuosa per tutta la famiglia. Gli adolescenti hanno bisogno di sperimentare la propria indipendenza dai genitori. Per questo è importante prendere distanza dai successi e dai fallimenti dei ragazzi. Un brutto voto a scuola di una figlia o di un figlio è sentito spesso come una faccenda personale. Questo non aiuta i ragazzi a sentirsi titolari dei propri successi e fallimenti. In qualche modo, con l’intenzione opposta di responsabilizzarli, gli si toglie responsabilità e motivazione. Lasciarli fallire, facendogli capire che si può fare meglio con l’impegno, ma che un fallimento non è la fine del mondo né un tradimento della fiducia dei genitori (altro argomento che noi adulti utilizziamo in modo troppo disinvolto) è un messaggio fondamentale. “Mi dispiace molto che ti sia andato male il compito di chimica. Se vuoi ripassare con me, dimmelo”. Altro mito da sfatare: l’idea che gli adolescenti non vogliano avere a che fare con i genitori. Durante il passaggio dall’infanzia all’età adulta hanno ancora bisogno di una guida sicura, di un navigatore al loro fianco. Una cosa che funziona è essere disponibili a dare indicazioni, quando lo richiedono, e non dare troppi suggerimenti, quando non richiesti. Questo aiuta gli adolescenti a sperimentare maggiore autonomia e, paradossalmente ma molto utilmente, ad aumentare le richieste di consiglio ai genitori quando ne hanno bisogno. La presenza di adulti che si fidano di loro, li consigliano e stanno a distanza senza sentirsi esclusi è fondamentale per la loro tranquillità. RIassumendo: mai ritirarsi completamente dalla relazione, anche quando il loro atteggiamento può essere offensivo. Lasciate loro uno spiraglio e cogliete le aperture, magari alla sera quando vanno a dormire o nei momenti in cui sono in difficoltà. Offrite una possibilità di accesso a voi, anche se avete avuto una discussione forte. Ogni riconnessione con voi diventa un pezzo fondamentale per la loro storia di adulti in divenire. Chiudiamo con un esercizio. Prendetevi cinque minuti per rispondere a queste domande. Non più di cinque. Eccole: “Cosa mi feriva di più degli atteggiamenti dei genitori? Cosa mi feriva di più nella mia piccola sfera sociale in costruzione? Quale amica o amico mi ha abbandonato? Chi e con quali parole mi ha dato un consiglio o un aiuto quando mi sentivo male?”. Se vi sembra di pensare a secoli fa, è del tutto naturale. Ogni crescita è una discontinuità, anche se manteniamo elementi del nostro sé passato. Eravamo adolescenti, ora siamo adulti: siamo un’altra persona. E lo saranno presto anche i vostri adolescenti. Più gli date un appoggio, più li rendete titolari delle proprie scelte, più li affiancate quando sono in difficoltà, più gli sarà facile crescere. E tornare da giovani adulti, più rilassati e rilassanti, nella vostra vita di genitori.
Tecnofobia: il rifiuto psicologico della digital transformation

Nei precedenti articoli abbiamo analizzato la relazione che intercorre tra psicologia e tecnologia in tutte le sue forme. Esiste però un’altra faccia della medaglia: ci sono persone che nutrono una profonda avversione per le nuove tecnologie che si traduce in un vero e proprio rifiuto psicologico al loro utilizzo. Questo fenomeno prende il nome di Tecnofobia.Larry Rosen definisce la tecnofobia come: “uno stato d’ansia attuale o relativo a futuri usi del computer o tecnologie ad esse correlate, attitudini globali negative nei confronti del mezzo e delle operazioni che permette e dell’impatto sociale delle stesse, dialogo interno critico e negativo durante l’utilizzo o al solo pensiero di usarlo.” (Larry & Maguire, 1990). Tale definizione aggiunge due importanti caratteristiche interconnesse alla costante e persistente fobia per le nuove tecnologie: da un lato l’esistenza di convinzioni e pregiudizi che vanno a connotare in maniera negativa gli strumenti innovativi; dall’altro la presenza di un forte senso di ansia che accompagna il pensiero e l’utilizzo stesso delle tecnologie. Il DSM-5 include la Tecnofobia nei disturbi d’ansia e la menziona tra le fobie specifiche. Recenti studi stimano il 5% degli utenti siano affetti da questa condizione. Oltre ad incidere notevolmente sul benessere individuale, questo disturbo ha un impatto rilevante sull’inclusione sociale dell’individuo, nonché sullo stress lavoro correlato e sul grado di soddisfazione lavorativa percepita. Nell’epoca della società 4.0, è infatti impensabile concepire una resistenza alla digital transformation: una tale diffidenza nei confronti della tecnologia non fa altro che incrementare parte del digital divide intergenerazionale che da anni si sta cercando di ridurre. Ancora una volta, per evitare l’insorgenza di problematiche strutturate e persistenti come la tecnofobia, è fondamentale investire nella prevenzione, organizzando ad esempio seminari, workshop ed eventi interattivi volti ad accompagnare le persone lungo il percorso di transizione digitale in maniera consapevole e graduale per vivere serenamente il rapporto con la tecnologia.
La scolarizzazione di un figlio: il ruolo della famiglia

L’ ingresso a scuola di un figlio è certamente uno degli eventi più significativi e critici con cui una famiglia con bambini piccoli deve confrontarsi. La scolarizzazione infatti è considerata il primo momento di passaggio tra la famiglia e la società. Grazie alla scuola, il bambino ha la possibilità di sperimentare e soddisfare, da un lato, il bisogno di indipendenza e, dall’altro, quello di protezione. Con la scolarizzazione, il bambino frequenta altri adulti, gli insegnanti, che diventano insieme ai genitori delle nuove figure di riferimento esterne alla famiglia. Questo nuovo legame affettivo, finalizzato all’istruzione e all’educazione, potrà influire il rendimento scolastico dell’ alunno. Oltre all’ insegnante, il bambino si confronta anche con il gruppo dei pari, mettendo in pratica e migliorando le sue competenze sociali. Grazie ai suoi amici, si svilupperanno nuove competenze comunicative e relazionali, sperimentando il bisogno di accettazione, coinvolgimento, e la capacità di negoziazione. La facilitazione dell’ inserimento nel gruppo di classe non è dettata esclusivamente dall’ insegnante, ma coinvolge anche la famiglia: il clima di collaborazione tra tutti gli educatori coinvolti favorisce il benessere del bambino. Al contrario, un irrigidimento del pattern genitore-insegnante può determinare delle modalità disfunzionali che metteranno l’alunno in una posizione di disagio, sviluppando il fenomeno della triangolazione alunno-famiglia-scuola che può assumere diverse forme. ALUNNO-GENITORE VS INSEGNANTE: porta il bambino a sentirsi solo a scuola, svalutato e incapace di raggiungere risultati adeguati. ALUNNO-INSEGNANTE VS GENITORE: tra la famiglia e la scuola non c’è collaborazione e il bambino non ottenendo risultati, non riceve sostegno né dai genitori né dagli insegnanti. La scuola, inoltre, costituisce un importante orologio temporale, perchè cadenzando le età, definisce competenze e in un certo senso ritualizza la crescita.
Dove Nasce la Violenza?

di Alessandra Moranzoni Il bambino “respira” fin dalla nascita e ancor prima, il “clima relazionale” nel quale è immerso.Se il riconoscimento dell’altro in quanto altro da sé, diverso da sé, portatore di un suo valore, fa parte dell’esperienza relazionale del bambino, allora svilupperà degli “anticorpi” nei riguardi della violenza, dell’odio, del rifiuto difensivo verso ciò che è estraneo, diverso, altro da sé. Questo tipo di “clima relazionale” è fatto della curiosità nell’andare a scoprire e riconoscere nell’altro le sue caratteristiche, i suoi bisogni, i suoi desideri.E’ fatto della tolleranza verso ciò che dell’altro si discosta da noi e dai nostri desideri.Il tal senso, dobbiamo considerare che l’incontro con l’altro si accompagna sempre ad aspettative e idealizzazioni rispetto a come dovrebbe- potrebbe essere; si accompagna alle fantasie, alle immagini nella mente dei genitori prima della nascita del figlio, così come alle aspettative e ai desideri degli insegnanti sull’alunno.Durante il corso di ogni storia relazionale, che sia di coppia, filiale, amicale o altro, c’è una continua dialettica tra le aspettative, le proiezioni sull’altro e l’accoglienza della realtà- diversità dell’altro.Chiunque è parte di un’interazione, è chiamato a fare i conti con quanto l’altro si discosta dall’immagine- progetto desiderata. L’idealizzazione che accompagna sempre l’incontro amoroso, che sia con un figlio o partner o altro, è importante sia mantenuta nel tempo, ma si trasformi adattandosi ai cambiamenti e alle vicende della vita. Per il benessere emotivo è indispensabile che l’inevitabile investimento narcisistico insito nella relazione, faccia solo da sfondo e non sia la figura dominante “dell’affresco” relazionale. Anche l’accoglienza delle fragilità e dei limiti è una sfida alla quale siamo chiamati costantemente nella relazione. Così come la tolleranza e l’apertura ad accogliere l’altro, pur nel dolore e nella fatica che comporta, specie nelle situazioni di malattia e disabilità, che richiedono ancora di più un profondo lavoro intrapsichico di lutto ed elaborazione trasformativa. Sono partita un po’ da lontano, ma è lì, nelle esperienze relazionali precoci, l’origine di ogni possibile futuro sviluppo relazionale, pur nelle infinite possibilità di variazione che gli incontri nel corso della vita possono favorire, sollecitare e germogliare se accolti.Le prime relazioni rappresentano il terreno “sufficientemente buono” per usare le parole di D. W. Winnicott, sufficientemente nutriente, annaffiato, illuminato, dove il seme della persona possa germogliare e crescere sviluppando un altrettanto “sufficientemente buona” relazione con gli altri che via via incontrerà sulla sua strada. Perché ciò possa avvenire è altrettanto indispensabile fare l’esperienza di poter riconoscere, tollerare e trasformare la frustrazione, l’odio e la rabbia di cui ognuno è portatore, perché anch’esse fanno parte dell’incontro con l’altro in quanto diverso, straniero da sé.E ancora una volta, se il bambino avrà respirato nello scambio relazionale con le figure importanti della sua vita, che siano esse genitori, insegnanti o altre persone incontrate nel tragitto, tale possibilità, questo modo di funzionare, potrà diventare parte della sua esperienza, e produrre “anticorpi” verso la violenza. Fare violenza sull’altro infatti, presuppone il disconoscimento dell’altro come portatore di un suo valore, di un’alterità. Spesso le violenze nascono da una con-fusione tra sé e l’altro che non lascia scampo.
Fase 2. Non è un paese per vecchi. No, l’Italia decisamente non è un paese per vecchi. Eppure…

di Fulvia Ceccarelli Durante questa pandemia, di idiozie ne abbiamo dovute sentire tante. La prima, in ordine temporale, è ascrivibile a Boris Johnson. Al primo Boris Johnson, per l’esattezza. Che invitava i cittadini a prepararsi alla perdita dei propri cari, come tributo necessario al raggiungimento fisiologico dell’immunità di gregge nella popolazione. La seconda, è di pertinenza di qualche genius loci nostrano, che suggeriva il ripopolamento, dopo la pandemia, per fasce d’età. Facendo imbizzarrire non pochi ultrasessantenni. Che vengono considerati giovani ed efficienti, quando sono costretti a lavorare fino al compimento del sessantasettesimo anno di età. E paradossalmente decrepiti, tanto da dover essere protetti come una specie in via di estinzione, quando devono uscire per strada; indipendentemente dalle loro condizioni generali di salute. Delle due l’una. Mi sento di poter affermare che la comunicazione di quanto ci è accaduto in questi ultimi due mesi, da parte delle fonti ufficiali, è stata generalmente lacunosa, frammentaria, costellata di contraddizioni e probabilmente di omissioni. A partire dai dati stessi, per lo più non confrontabili tra loro. E qui mi taccio. Veniamo all’Italia. Che, oltre ad avere gli abitanti mediamente più longevi di Europa, ha un numero sempre più elevato di centenari. La maggior parte dei quali vive al Nord. Il che contraddice la vulgata che al Sud si vive più a lungo perché il clima è più mite e i ritmi di vita meno stressanti. Di fatto, sembrano altri i fattori responsabili della longevità, oltre al DNA. E precisamente: la ricerca e il mantenimento di relazioni familiari e sociali profonde, che sconfiggono lo spauracchio della solitudine. Una maggior consapevolezza del proprio stato di salute e quindi la prevenzione, che dipende dall’efficienza delle strutture sanitarie e ospedaliere che la rendono attuabile. Un’attività fisica adeguata e infine una certa disponibilità economica, che permette cure più tempestive. Sappiamo tutti che non dovrebbe essere così, perché il nostro Sistema Sanitario Nazionale ha lo scopo di garantire a tutti i cittadini l’accesso a un’erogazione equa di prestazioni sanitarie. Lo afferma a chiare lettere l’articolo 32 della Costituzione, che recita: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.” Se ne deduce che il nostro SSN cura anche i cittadini che non esibiscono la carta di credito, come accade in molte parti del mondo. Tuttavia la recente pandemia ha messo impietosamente a nudo le crepe di un sistema mortificato, fiaccato da troppi anni di politiche miopi, dissennate e predatorie. Dove la priorità non è stata il benessere collettivo ma le logiche di partito. Ciò è accaduto soprattutto nella ricca Lombardia, le cui strutture ospedaliere sono da sempre il fiore all’occhiello della sanità italiana. Quella privata – mi corre l’obbligo di sottolineare. Lombardia che ha pagato il più alto tributo in fatto di vittime. Molte delle quali, circa tremila, nelle Residenze per Anziani. Perché se l’onda d’urto del Covid19 è stata devastante, è pur vero che medici e infermieri hanno dovuto affrontarla impreparati e a mani nude. Mancava di tutto: posti in terapia intensiva, ventilatori meccanici, medicazioni, ossigeno, mascherine e tute protettive. Credo inoltre che un sistema sanitario degno di questo nome non dovrebbe mettere i suoi operatori nella terribile condizione di scegliere quali vite salvare. E non finisce qui. Molte RSA, oltre a non essere state chiuse tempestivamente, hanno anche ospitato un certo numero di pazienti covid convalescenti e forse ancora contagiosi. Che sono stati dimessi dagli ospedali in affanno. Ed è stata un’ecatombe. Tanto che ci sono delle indagini in corso per omicidio colposo plurimo, di cui si occuperà la Magistratura. Personalmente sono convinta che la vita umana abbia un valore intrinseco, che prescinde dall’età anagrafica. Stiamo parlando di persone con una vita e una storia e non di aridi conteggi statistici. Lo affermo senza retorica, quella che certa stampa ha provveduto ad elargirci a piene mani. Laddove un silenzio composto sarebbe stato più rispettoso, sia per le vittime che per i familiari. Di anziani si parla poco, quasi fossero un esercito di invisibili. E quando lo si fa, si usano toni enfatici. Credo per farci perdonare la generale disattenzione. In questa cornice vorrei inquadrare un episodio cui ho assistito qualche giorno fa. Edicola. Gente in coda a distanza di sicurezza, con mascherina. Tra le persone in attesa di acquistare il quotidiano, una vecchina curva sul suo bastone. Dignitosa. Felice di prendersi una boccata d’aria dopo giorni di clausura forzata. La stavo ammirando, quando un commento proveniente dalla retrovie mi ha ferito le orecchie. Perché stonato, inopportuno e offensivo. Ma cosa ci fa quella lì in giro, che neanche si regge in piedi? Avrà pure qualcuno che si preoccupi di comprarle il giornale? Continuano a ripetere che i vecchi devono stare a casa: non ci vuole un genio a capirlo! Un’opera d’arte, insomma. Perché è difficile condensare in due parole un coacervo di luoghi comuni, banalità e mancanza di rispetto. Eppure questo signore ci è riuscito. Le sue considerazioni mi indignano, perché credo che questi grandi vecchi lottino quotidianamente per difendere una vita che sia degna di questo nome. Per mantenere un aspetto fisico decoroso e gradevole alla vista. Perché hanno coraggio da vendere nell’accettare un corpo in declino, che l’età non ingentilisce. Convivendo con la consapevolezza che la vita è agli sgoccioli e che proprio per questo merita di essere vissuta fino in fondo. Non finisce mai di stupirmi la saggezza di quegli sguardi e la fierezza di quelle mani nodose. Balzati fuori dal tempo, rappresentano la nostra memoria storica. La Storia incarnata di questo Paese. Penso ai loro racconti, densi di ricordi. Di un mondo che non esiste più. Destinato a finire con loro. Storie di vita vissuta, narrate con lucidità di pensiero e parole sapienti. Così diversi da quelli dei manuali di storia, in cui la ricostruzione degli eventi è tanto accurata quanto asettica. Un po’ come le fiabe della buona notte che ci venivano raccontate da un nonno, di cui ancora oggi serbiamo un ricordo vivido. Ciò premesso, dura fatica smontare la concezione di
Tra altruismo e manipolazione: esserci per l’altro

L’essere generosi e disponibili non è sempre una forma di altruismo. Può diventare una manipolazione, un modo per attirare l’altro a sè. L’altruismo è l’atteggiamento proprio di chi ha a cuore il benessere dell’altro. Sul piano comportamentale si manifesta con l’essere generosi e disponibili fino ad anteporre il bene altrui al proprio. Quando questo modo di porsi in relazione è realmente autentico? L’altruismo si poggia su una motivazione disinteressata, libera sia da obblighi e ricompense che dal principio del do ut des (do a te perchè tu dia a me). Bisogna dunque distinguere ciò che si osserva come comportamento altruistico da ciò che internamente lo muove. Diverse teorie in campo psicologico e filosofico, assumendo una posizione drastica, sostengono che l’altruismo non esista. Poichè, alla base di qualsiasi gesto altruistico, vi sarebbe sempre un certo egoismo. Una visione più integrata contempla invece entrambi i poli, l’egoismo e l’altruismo. L’amore, infatti, è tutte e due le cose insieme: egoistico, perchè ci dà piacere, altruistico perchè desideriamo la felicità di chi amiamo. Altruismo ed egoismo si incontrano e si integrano quando vi è la capacità di stabilire i confini tra sè e l’altro. Riconoscersi nella propria individualità, con le proprie emozioni e i propri bisogni. E riconoscere l’altro nella sua esistenza, con il suo sentire e i suoi bisogni specifici. Se vi è differenziazione dall’altro vi è la capacità di ascoltarsi e rispondere ai propri bisogni e al tempo di entrare in contatto con il mondo dell’altro, senza svalutazioni. Quando invece l’altruismo diventa un modo per manipolare, per attirare l’altro a sè? Spesso ci si mostra generosi perchè si vuole apparire buoni e in tal modo garantire a se stessi la vicinanza dell’altro. Alcuni caratteri si ‘specializzano’ in questo tipo di manipolazione, costruendo la propria identità su una immagine di persona buona e speciale. Di conseguenza, ciò che sembrerebbe valorizzare l’altro, in realtà è teso a valorizzare se stessi e ad ottenere un certo tornaconto personale, che è quello di essere amati e apprezzati; di sentirsi indispensabili. Al contrario, l’altro viene svalutato, poichè non viene visto con i suoi bisogni e le sue risorse reali. Ciò che gli si offre potrebbe quindi non corrispondere a ciò di cui ha veramente bisogno e sminuire le sue capacità autonome. In alcuni casi è il proprio bisogno ad essere svalutato. La spinta ad esserci per l’altro può arrivare a soffocare parti proprie, creando uno stato di sofferenza che nuoce sia a se stessi che all’altro. Può diventare anche un modo per evadere la responsabilità, rispetto ad un “no”, ad esempio. Come tipicamente succede nelle persone che hanno la tendenza a compiacere per sentirsi approvati. L’altruismo è dunque un esserci per l’altro autentico, possibile se non vi sono svalutazioni in atto. E se si è adeguatamente in contatto sia con se stessi che con l’altro.
Operatori attraverso lo specchio: l’esperienza della supervisione come occasione di cambiamento per operatori e pazienti

di Giampaolo Carotenuto e Rosaria Ponticiello “Può accadere che al vissuto di disorientamento e di abbandono dei piccoli, alla rabbia e all’ angoscia di frantumazione rispetto alla perdita della continuità del legame, agli esercizi di prova del legame, faccia eco negli operatori un bisogno di riparazione di aspetti feriti di un sè bambino”lasciato in silenzio , oppure l’attivazione di modalità genitoriali “buone” competitive rispetto a quelle delle famiglie di origine, o ancora l’adesione rigida a regole di funzionamento che definiscono argini di contenimento rispetto all’angoscia e impotenza esperita delle storie dei propri piccoli.” Rosaria Ponticiello Premessa In questo lavoro descriveremo come l’esperienza gruppale di supervisione dell’ equipe di una comunità educativa per minori, diventa luogo privilegiato nel quale lavorare per riconnettere la trama interrotta di percorsi di vita dei piccoli ospiti, ma allo stesso tempo una preziosa opportunità per gli operatori di rivedere aspetti di sé attraverso lo specchio della relazione con il minore, amplificata dal lavoro di gruppo. Partendo dal resoconto della supervisione clinica indiretta di una operatrice dell’equipe, si delineerà il percorso di acquisizione progressiva di diversi gradi di consapevolezza delle dinamiche intrapsichiche e interpersonali che si attivano a contatto con l’utenza. L’obiettivo ultimo, resta quello di promuovere un modus operandi da interiorizzare, per lavorare al meglio coi minori accolti nelle comunità. Ogni bambino che entra è una storia a sé I bambini accolti in comunità si trovano spesso collocati in maniera coatta e, senza che gli sia spiegato nulla, si trovano a dover cambiare radicalmente la propria vita. Il tempo di permanenza favorisce lo sviluppo della relazione di fiducia tra il bambino e gli operatori, mentre la stabilità d’equipe operante favorisce la familiarizzazione che riduce il senso di precarietà e di estraneità. Il bambino, che chiameremo Giulio, accede in struttura insieme al fratello, di due anni più piccolo, all’età di 11 anni. Vissuto in un contesto senza regole e accudimento, in una casa abusiva molto fatiscente, il bambino aveva l’autogestione totale della propria giornata, potendo decidere se e cosa fare senza che nessuno adulto decidesse al suo posto. Il padre per lavoro era sempre fuori casa, la madre con disturbo paranoideo di personalità con aspetti depressivi, si occupava poco fattivamente dei figli. Oltre loro c’è un fratello di 17 anni che dà l’allarme contattando il telefono azzurro. Giulio, perciò, entra in un contesto nuovo, fatto di regole da rispettare e nuove figure di accudimento. Giulio e suor Margherita allo specchio Il lavoro di supervisione, si focalizza sulla difficoltà di interazione tra un’educatrice e il nostro bambino. L’operatrice di riferimento di Giulio, Suor Margherita racconta la sua storia, ovvero entra in convento sin da piccola. La chiesa diventa il mondo che l’accoglie: orfana in fasce per un incidente che vede coinvolti i genitori e affidata a una zia, quest’ultima la inserisce in convento, l’unico luogo che le offre un tetto, dei legami di accudimento, dopo un duplice abbandono. Con l’ingresso in comunità, Giulio porta con sé il suo messaggio relazionale: “faccio ciò che voglio! non riconosco nessuno, perché comando io!”. Questa definizione relazionale si scontra con quello della comunità, espresso dalla suora: “qui ci siamo noi, le regole vanno seguite e rispettate!”. Il bambino con il suo fare aggressivo, anche violento verbalmente, mette l’equipe a dura prova e nel tentativo di contenerne l’angoscia, traduce il suo comportamento come prova del legame di fiducia, restituendo allo stesso una comprensione di ciò che gli accade. Cerca cioè di lavorare per favorire la mentalizzazione delle emozioni per prevenire l’acting. Allo stesso tempo questa modalità lavorativa, mette gli operatori nella condizione di dovere lavorare sulla consapevolezza della propria emotività, ovvero sulla capacità di gestire la provocazione e le paure legate alla propria storia personale. La supervisione clinica La supervisione dell’equipe accoglie la difficoltà vissuta da Suor Margherita nella relazione con Giulio. Da quanto emerso nel corso dell’incontro, tra i due si stabilisce una relazione simmetrica caratterizzata da oppositività, provocazione e rifiuto del rispetto delle regole imposte da Suon Margherita, che dal canto suo sente la frustrazione di non riuscire a “consolare” un bambino che le ricorda a tratti la sua di storia vita. La rabbia dell’educatrice si innesta sull’idea che al bambino “non manca niente” e il suo comportamento oppositivo non è motivato, seguendo così la logica e il copione delle cure e delle modalità di contenimento da lei ricevute da ragazzina dalla stessa congregazione. Quando il supervisore le fa notare che probabilmente anche Giulio protesta e pretende un accudimento da parte dei suoi genitori, e che verosimilmente per quanti sforzi gli educatori possano fare, la casa famiglia non potrà mai sostituire. Suor Margherita scoppia in un pianto liberatorio e si ricorda della sua protesta silenziosa e dispettosa messa in atto durante la sua infanzia. Le lacrime di suor Margherita, accolte dal supervisore e dall’intera equipe, sono quelle che “sciolgono” il nodo irrisolto dell’educatrice, il dolore negato di una storia difficile che la vede orfana affidata ad estranei che se ne prendono cura. Questa storia la porta a identificarsi particolarmente col dolore di Giulio, che risponde ai suoi tentativi di contenimento con sgarbo e dispetti, atteggiamenti oppositivi significativi di una rabbia che non può essere verbalizzata. Accade quindi che l’operatore porti con sé il proprio modello familiare e che lo stesso vissuto possa influenzare il lavoro coi bambini, creando intrecci biografici originali che diventano gravidi di risvolti anche riparativi reciproci. Il tentativo di Suor Margherita di curare la ferita di Giulio, è un estremo tentativo di trovare un rimedio al suo dolore, ma Giulio, con i suoi comportamenti da “ingrato”, si oppone alla speranza personale che la suora veicola col suo fare, ovvero che quel dolore è risolvibile. Giulio è come se sottolineasse che niente e nessuno può davvero alleviare il dolore di una perdita così grande, e che la vera elaborazione passa per l’accettazione di una ferita che deve essere vista nella sua “durezza” per poter essere riparata. Conclusioni La supervisione di gruppo funge, non solo da strumento meta, di deutero apprendimento, ma anche da sostegno mostrando accoglienza al vissuto
Gottfried Helnwein, Sandor Ferenczi e il trauma

di Aldo Monaco Se voleste comprendere cosa sia il concetto di trauma basterebbe guardare una delle tantissime tele iperrealiste dell’artista austriaco Gottfried Helnwein. Sebbene i temi che tratta sono molto più vasti, legati ad esempio alla politica e al capitalismo, ciò che li accumuna, è l’oppressione che rivolge verso i più deboli. In tal senso, il suo intento, in molti dei suoi lavori, sembra quello di servirsi di immagini violente ma anche ambigue – come la tela che ho avuto modo di vedere a Vienna, in cui il corpo di una bambina è circondato da uomini “mostruosi” – così da scatenare un conflitto nello spettatore, un malessere, una sensazione in cui possa apparire la violenza – fisica o psicologica – esercita sui bambini, sulla purezza che questi portano con sé.L’infanzia è il centro portante della sua opera: bambine mutilate, bendate in viso, munite di armi da fuoco, sanguinanti, sofferenti, a cui si contrappongono le figure e i visi imperturbabili di uomini incravattati, sfigurati da ustioni, ufficiali delle “SS” in divisa, personaggi dai fumetti dal ghigno perturbante. In questa tela (Epifania III) ad esempio appare esserci l’essenza cardine dello sviluppo del trauma: l’ambiguità. Se infatti il viso della bambina non fa apparire nulla di sconcertante, nulla di pericoloso, è negli sguardi impassibili degli uomini attorno a lei che possiamo notare che li vi è stato un trauma, qualcosa di ambiguo, qualcosa che non ha a che fare con la cura del bambino, ma con l’occupazione impropria dell’altro. Ferenczi, uno psicoanalista ungherese, a tal proposito parla della cosiddetta “confusione delle lingue” che accompagna ogni evento traumatico vissuto come tale da un bambino. Essa è presente tutte le volte che un adulto e un bambino comunicano tra loro seppure con “lingue” diverse: il bambino tramite il linguaggio della tenerezza e l’adulto mediante il linguaggio della passione. Ferenczi scrive: <il bambino ha la fantasia di fare per gioco la parte della madre con l’adulto. Questo gioco può assumere forme erotiche, pur rimanendo al livello delle manifestazioni di tenerezza. Ma le cose vanno diversamente quando l’adulto […] scambia gli scherzi del bambino per desideri di una persona sessualmente sviluppata, oppure si lascia andare ad atti sessuali senza valutarne le conseguenze> In un primo momento, il fraintendimento tra tenerezza e passione produce un’intrusione nel tessuto somato-psichico del bambino: elementi inquinanti, non corrispondenti ai suoi bisogni, in cui ha l’impressione di essere andato al di là dello spazio e del tempo, fuori da sé, fuori dalla sua storia. Tuttavia è solo in un secondo momento che l’aggressione sessuale si manifesta come qualcosa di sbagliato nella mente del bambino, quando cioè il bambino si riavvicina all’adulto cercando un riconoscimento di quanto avvenuto prima salvo però non ottenerlo, salvo però vedere che l’adulto si comporta come se non sapesse nulla, come se non fosse accaduto nulla: proprio come succede in questa scena, proprio come gli occhi di questi uomini sembrano dire. Quello che invece mi pare possa rappresentare l’altro quadro (Pink Mouse II), sempre di Helnwein, sono gli sviluppi di questo fraintendimento, di questa confusione delle lingue. Il trauma adesso, in questo topolino dalla espressione enigmatica, emerge chiaro. Sembra essere la conseguenza di un particolare tipo di difese patologiche e di sintomi che il bambino adotta. Helnwein sembra quasi dire che nulla potrà essere uguale a prima, che niente potrà ridare fiducia nel bambino; e tutto il suo immaginario, compresi i simboli dell’infanzia – vedi topolino – non potranno non essere scrutati che con diffidenza, perplessità, un senso di persecutorietà che da li in avanti dominerà tutte le sue relazioni future. BibliografiaBergogno F, Ferenczi Oggi, Bollati Boringhieri, Torino, 2004
L’immaginazione eroica e la resilienza degli studenti

Ecco allora agire con domande he hanno lo scopo di mettere lo studente nelle condizioni di riflettere. Ma su cosa deve riflettere? Certamente sulle sue capacità e su quelle dell’eroe di superare le difficoltà della vita.