La paura di guardarsi dentro e l’incontro con se stessi

Questo periodo di pandemia ha ‘costretto’ un po’ tutti a un maggior contatto con se stessi e a confrontarsi con la paura di guardarsi dentro. Da un lato un mondo esterno pericoloso, con la presenza del virus e la minaccia di malattia e morte, dall’altro un mondo interno pieno di emozioni difficili da sostenere e con le sue insidie. Non abbiamo avuto scampo. La pandemia ci ha fatti fermare e soffrire. Arrabbiare, disperare. Ma anche, forse, scoprire qualcosa di più profondo in noi stessi? Un invito drammatico e doloroso ad andare oltre la superficie in cui spesso galleggiamo? Un necessario ritorno all’essenziale? Le misure restrittive imposte, l’isolamento e il venir meno delle attività abituali hanno creato un vuoto che i più hanno vissuto con angoscia e paura. Soliti come siamo nella nostra società ad evitare l’incontro con noi stessi mediante il rifugio negli impegni, nelle distrazioni, nei ruoli. A riempire ogni spazio possibile. Ci siamo ritrovati a fare i conti con la frustrazione, la noia, la perdita di riferimenti e di certezze, l’insicurezza. Non solo con quanto di traumatico ha portato la pandemia, ma con quanto ognuno di sé ha finora cercato di non contattare. Molti hanno scoperto per la prima volta le proprie fragilità. Altri hanno sentito antiche ferite riaprirsi. Altri ancora si sono trovati faccia a faccia con i propri conflitti irrisolti. Qualcuno ha sentito di non farcela, perchè il carico da portare era troppo elevato. La paura e la sfiducia hanno talvolta preso il sopravvento. Cosa vuol dire guardarsi dentro? Intraprendere un viaggio interiore verso parti di sè negate, rifiutate, inespresse. Incontrare i propri conflitti, le forze contrapposte che lottano dentro ciascuno di noi. Scoprire che per ogni aspetto della vita che ci fa soffrire c’è una nostra responsabilità, qualcosa che ci impediamo, che tratteniamo, che non lasciamo andare o che non vogliamo affrontare. Fa paura. Si tratta, in primis, di un viaggio di consapevolezza e responsabilità. La prima è la conoscenza profonda di se stessi. Non semplice comprensione, ma una consapevolezza piena che si realizza su tutti e tre i livelli – cognitivo, emotivo, corporeo. La seconda, spesso fraintesa con il dovere, è la risposta coerente ai propri bisogni, centrale per giungere al cambiamento. Poichè la consapevolezza da sola non basta. Bisogna scegliere e agire in accordo con ciò che si vuole. Essere disposti ad abbandonare vantaggi e a correre rischi. Fermarsi e portare l’attenzione all’interiorità non è tuttavia di per sé garanzia di maggior contatto. Non è detto che questa pandemia ci renderà migliori. Paul Watzlawick sosteneva che “guardarsi dentro rende ciechi”. Cercare di conoscere sensazioni, emozioni, pensieri e comportamenti propri, utilizzando la logica e i meccanismi della mente rischia di far rimanere imbrigliati ancor di più nei vicoli ciechi dei soliti vecchi problemi. Se ci si affida ai processi mentali, giudicando, categorizzando e cercando spiegazioni, si finisce con il seguire e rafforzare le convinzioni, gli ideali e tutti gli aspetti copionali limitanti che sono alla base della propria nevrosi. Il risultato è che invece di fare esperienza di contatto ci si allontana sempre più dalla propria autenticità e dal qui e ora della propria esistenza. La vera visione diventerà chiara solo quando guarderete nel vostro cuore. Chi guarda all’esterno, sogna. Chi guarda all’interno, si sveglia. (Carl Gustav Jung) Come possiamo dunque guardarci dentro per rendere più chiara la nostra visione? Per vedere chiaramente ogni cosa per quella che è e riconoscere noi stessi per ciò che siamo occorre sviluppare presenza. Entrare nel flow. Abbandonarci al flusso continuo della coscienza che, per sua natura, fluisce ininterrottamente. Mentre la mente tende a separare, dividere, frammentare, il contatto con l’esperienza momento per momento permette di percepire l’unità interiore e tenere tutte le parti insieme. Dà una direzione ai nostri sensi, alle nostre emozioni, al nostro corpo. Ci consente di mettere a fuoco cosa sentiamo e cosa vogliamo profondamente. Ci orienta e ci attiva verso scelte e comportamenti coerenti con la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri.

Adolescenti e Genitori: Istruzioni per l’uso

di Veronica Lombardi Un viaggio burrascoso, l’adolescenza! Quante volte abbiamo sbattuto la porta della nostra cameretta e pensato che il mondo ci cadesse addosso? Certo oggi magari, ripensandoci arrossiamo dall’imbarazzo, oppure ricordando taluni episodi con un fratello o un genitore ci ridiamo teneramente sopra. Eppure quei momenti, apparentemente disperati, delineano il periodo in cui molte certezze sono messe in discussione, è il periodo in cui si immagina il proprio futuro e ci si prepara anche ad affrontarlo, è sicuramente un periodo importante della vita di tutti noi, un periodo che può essere particolarmente difficile, in una parola, l’adolescenza. Entrare nel periodo adolescenziale, come detto, costituisce un momento di forti cambiamenti, è in questo periodo che risulta importante il raggiungimento di una nuova stabilità e continuità personale, necessaria per poter prendere decisioni consapevoli sulla propria vita futura. Tale stabilità corrisponde al sentimento di identità personale. Ma guardando più a fondo, possiamo dire che la dotazione biologica, l’organizzazione e l’esperienza personale e l’ambiente culturale contribuiscono a dare significato, forma e continuità all’esistenza unica di ciascuno di noi. La visione di Erikson è quella di concepire a vita dell’individuo come una successione di fasi, a ognuna delle quali è assegnata un a funzione evolutiva di natura psicologica. Nell’adolescenza uno degli aspetti fondamentali è l’acquisizione dell’identità sessuale e di ruolo, che è anche la ricapitolazione delle acquisizioni raggiunte nelle tappe precedenti dello sviluppo. L’acquisizione di tale identità comporta: Il raggiungimento della percezione matura del tempo; La certezza stabile nella percezione di se; L’assunzione e la sperimentazione dei ruoli; L’acquisizione di un’identità sessuale; La capacità di avere un confronto con l’autorità o l’assunzione di autorità; La definizione di un orientamento consapevole nei propri ideali personali e sociali. L’età adolescenziale conosce diversi momenti di esplorazione e crisi che possono risolversi oppure no a seconda dell’orientamento assunto nell’insieme delle forze in gioco, nella costruzione di una componente rilevante dell’identità del soggetto. È tuttavia importante che gli adolescenti affrontino anche problemi più gravi, magari pochi per volta, in successione. Quest’età cosi piena e frenetica, piena di pulsioni e falsi miti, di sentimenti radiosi ed esplosioni ormonali in cui, poco per volta il bambino lascia il posto all’adulto, dura quasi per l’intera seconda decade della vita e molti cambiamenti hanno luogo in questo periodo dando la possibilità al soggetto che li vive di recuperare la propria forza psicologica dopo ogni episodio di coinvolgimento emotivo più intenso e di affrontare la difficoltà successiva. Fondamentale è il rapporto dell’adolescente con la famiglia d’origine, la famiglia caratterizzata da una storia passata e da una prospettiva di vita futura, in cui centrale è il concetto di ciclo di vita familiare, ed il susseguirsi delle varie fasi. Il criterio più adeguato per dividere in fasi il ciclo di vita familiare è quello di identificare alcuni eventi critici che la famiglia incontra durante il suo percorso e l’ingresso nell’età adolescenziale dei figli rappresenta proprio uno di tali eventi critici. In particolare la famiglia si trova a dover affrontare due movimenti antagonisti che si presentano con un forte impatto: La tendenza all’unità, al mantenimento dei legami affettivi e al sentimento di appartenenza da un lato e dall’altro la spinta verso l’autonomia del singolo individuo e la differenziazione. Certo queste “crisi” sono da intendersi fisiologiche, in relazione ai cambiamenti dei rapporti in atto e non come contrapposizione, ostilità o conflitto permanente. Ciò che più spesso accade in questa fase è che i genitori non sono più l’unico punto di riferimento e inevitabilmente si sviluppino dei conflitti che riguardano ambiti di indipendenza quali per es. il modo di vestire, le amicizie, i tempo libero e le dolenti note….l’orario! (tutti abbiamo sentito frasi del tipo “questa casa non è un’ albergo!”). Nonostante tutto, numerose ricerche dimostrano un sostanziale accordo tra gli adolescenti e i genitori sui valori più importanti come ad es. la famiglia viene rivalutata per l’importante funzione affettiva che svolge. Sarebbe errato parlare di “conflitti” tra genitori e figli come solo una guerra tra generazioni   invece di  concentrarsi sui  punti principali del cambiamento nella relazione: Lo sviluppo dell’autonomia e il distacco emotivo; Rivalutazione del rapporto tra dipendenza ed autonomia Affermare la propria identità ed il rispetto della privacy; Va sottolineato il grande cambiamento della funzione genitoriale. È questo un periodo caratterizzato da ansie e ambivalenza per i genitori e le ragioni possono riscontrarsi nel senso di inutilità nel momento in cui i figli sembrano non aver più bisogno di loro rispetto alla lunga abitudine di dominio e di controllo quasi assoluto. Un ruolo fondamentale lo gioca la modalità comunicativa che assume una funzione costruttiva. La comunicazione ideale tra genitore e figlio adolescente richiede: La capacità di esprimere con chiarezza i punti di vista propri; La capacità di esprimere la differenza tra se e gli altri; La capacità di essere aperti ad idee ed ideali diversi, degli altri; La capacità di essere sensibili e rispettosi nelle relazioni con gli altri; La presenza di questi fattori nelle relazioni familiari contribuisce sia alla formazione dell’identità e dell’autostima dell’adolescente sia all’elaborazione di capacità interpersonali, come per esempio l’abilità di negoziazione con gli altri. Fondamentale nell’adolescenza è il confronto con il gruppo dei pari. I coetanei, rappresentano un riferimento importante per esplorare nuovi spazi e valutare in modo autonomo le proprie scelte a prescindere dal controllo degli adulti. La condivisione degli stessi problemi porta alla ricerca di soluzioni condivise, in condizioni di parità ed empatia. Dal gruppo dei coetanei provengono varie forme di aiuto come ad es. a livello emotivo, di comportamento, psicologico e cognitivo. Se il gruppo rappresenta un buon oggetto di identificazione, può offrire un valido aiuto nelle difficoltà. È di estrema importanza che l’adolescente trovi un equilibrio nel processo di identificazione con i diversi soggetti sociali senza dipendere eccessivamente da nessuno, in modo da non compromettere lo sviluppo della sua individualità. Ovviamente in questo gioco di equilibri ed equilibristi, un ruolo fondamentale lo gioca la realtà sociale più prossima al soggetto adolescente, cioè la scuola. L’esperienza scolastica può profondamente incidere sullo sviluppo dell’adolescente sia nel processo di costruzione

Lo sportello di ascolto psicologico a scuola

L'importanza dell'ascolto

Nelle scuole il sostegno psicologico è fondamentale per gestire il disagio scolastico, ossia uno stato di malessere, che impedisce agli alunni di raggiungere i traguardi didattici e il successo formativo. Per questi motivi in molte istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado è attivo uno sportello d’ascolto per gli studenti, che possono incontrare lo psicologo per un colloquio anche per i problemi di apprendimento.

Funzionamento cognitivo e gli effetti della pandemia

Nell’ultimo anno e mezzo, la pandemia ha imposto un nuovo tipo di quotidianità. Soprattutto nei periodi di lockdown, essa è stata caratterizzata da isolamento e solitudine, carenza di stimoli esterni, monotonia, anche noia, che hanno influito sulla salute psico-fisica e sul funzionamento cognitivo della collettività. Molte persone ad ora riscontrano ancora difficoltà nello svolgere attività quotidiane. Fanno fatica a concentrarsi e ad occupare le giornate, si sentono stanchi e lenti nei movimenti. Hanno difficoltà nel trovare nuovi stimoli che gli permetterebbero di modificare la routine quotidiana. Molti hanno riscontrato un affaticamento o annebbiamento mentale Questo “annebbiamento mentale” può essere associato alla compromissione del normale funzionamento dei processi cognitivi, causata dalle restrizioni e dagli interventi messi in atto per contenere l’emergenza pandemica. Le funzioni cognitive come attenzione, memoria, percezione e ragionamento hanno bisogno di continue stimolazioni esterne e devono essere costantemente esercitate per mantenersi funzionali e attive. Il lockdown, e la pandemia in generale, ha messo a dura prova questo esercizio. L’Università di Padova ha sviluppato uno studio che ha indagato gli effetti del lockdown sul funzionamento cognitivo di 1215 persone tra i 18 e gli 88 anni Lo studio di Fiorenzano, Zabberoni, Costa e Cona (2021) ha dimostrato come il lockdown dovuto al COVID-19 ha avuto un sostanziale impatto sui processi cognitivi della popolazione. Si è riscontrato un peggioramento del funzionamento cognitivo globale rispetto al periodo pre-lockdown. Problemi nel funzionamento cognitivo sono stati per lo più percepiti nelle attività quotidiane che coinvolgono l’attenzione, l’orientamento temporale e le funzioni esecutive. Le abilità linguistiche non hanno subito alcun cambiamento. La memoria, al contrario, è risultata rafforzata, con una riduzione nei problemi di dimenticanza rispetto al periodo pre-lockdown. I ricercatori hanno associato tale risultato ai massicci cambiamenti del contesto dovuti al lockdown e quindi, in un certo senso, alla monotonia e all’isolamento. Durante le restrizioni, la quotidianità era caratterizzata da un ritmo meno frenetico. Questo ha ridotto al minimo anche i potenziali fallimenti della memoria, portando, quindi, a un miglioramento soggettivo della memoria. Problemi cognitivi e problemi di salute mentale risultano essere strettamente connessi I fattori di rischio rilevanti per il peggioramento delle funzioni cognitive, e anche della salute mentale, sono essere donna, essere giovane (sotto i 45 anni), lavorare da casa o essere sottoccupati. Lo studio, infatti, ha anche riportato un legame fra ansia, depressione e problemi cognitivi. All’aumentare dei sintomi psicologici depressivi o ansiosi corrispondeva una maggiore compromissione delle prestazioni cognitive quotidiane. Ad oggi, ancora molte persone risentono degli effetti psicologici dell’isolamento e della reclusione dovuti alla pandemia, riscontrando difficoltà nel riprendere attività quotidiane. Conoscere le conseguenze cognitive e psicologiche associate alla pandemia è cruciale per fornire interventi psicologici efficaci e di supporto, in particolare alle popolazioni vulnerabili. Bibliografia Fiorenzato E., Zabberoni S., Costa A., Cona G. (2021). Cognitive and mental health changes and their vulnerability factors related to COVID-19 lockdown in Italy. PLoS ONE, 16(1): e0246204.

VIDEOGAMES E IDENTITÀ: QUALE RELAZIONE?

di Nicola Conti I videogames costituiscono una incredibile opportunità di immedesimarsi in personaggi di vario genere: supereroi, dei, mostri e così via. Ciò che appare stupefacente è la reale possibilità psicologica di sperimentarsi in vesti differenti. Non è una scoperta odierna il fatto che i videogiocatori si identifichino con i personaggi dei loro videogiochi preferiti. Ciò accade anche durante la visione di pellicole cinematografiche, serie TV e anche nella lettura di un buon libro. Le emozioni vissute da una persona durante l’utilizzo dei videogames, grazie alla trama, alle caratteristiche psicologiche dei personaggi e protagonisti e alla grafica, vengono incanalate e si amplificano come in una cassa di risonanza virtuale, producendo movimenti intrapsichici in grado di creare trasformazioni. In sostanza all’interno del mondo videoludico è messo fortemente in gioco il costrutto di identità. Secondo James Paul Gee (2007) vi sono tre tipologie di identità: un’identità nel mondo reale, un’identità virtuale ed un’identità proiettiva. L’identità reale interagisce e si relaziona con le altre, creando una complessità psicologica difficile da immaginare. L’identità nel mondo reale corrisponde al videogiocatore in quanto persona presente all’interno di una realtà analogica, quella di tutti i giorni. In riferimento a questa dimensione identitaria, sfociano una serie di tratti e dettagli che concorrono a complessificare e arricchire l’immagine del soggetto (il sesso, la nazionalità, l’altezza, segni particolari e così via). Questi elementi concorrono ad una definizione specifica e particolare della persona. Tali tratti e dettagli entrano fortemente in gioco all’interno della dimensione videoludica, per esempio nella creazione di un avatar. La seconda tipologia di identità viene definita virtuale e corrisponde all’identità che il soggetto adotta in base al personaggio utilizzato all’interno del videogame. Identità reale e virtuale viaggiano sullo stesso binario visto che condividono simultaneamente i successi o i fallimenti ottenuti attraverso i videogiochi. La terza e ultima tipologia identitaria coincide con l’identità proiettiva. In questo ultimo caso ciò che risulta fondamentale è indagare la relazione tra il sé reale e il personaggio virtuale. L’identità proiettiva possiede due dimensioni. La prima riguarda la possibilità di proiettare sul proprio avatar digitale desideri, emozioni e valori. La seconda dimensione invece ha a che fare con l’azione. In questo senso l’avatar diventa l’incarnazione stessa del proprio agire, in uno spazio e in un tempo ben definiti dalla cornice videoludica e dalla volontà e dai desideri del videogamer. L’avatar si tramuta nel mezzo in cui si canalizzano la propria volontà e le proprie ambizioni. In sostanza l’avatar digitale mi permette di agire in un contesto fittizio, dove sono in possesso di capacità che nella realtà non possiedo. Infatti nel videogame abbiamo la possibilità di essere chiunque e di comportarci come non avremmo mai possibilità nel mondo analogico (Turkle, 1999). Secondo questa chiave di lettura, l’identità e la personalità diventano elementi flessibili e non immutabili. Infatti, i videogiochi sono strumenti che favorisono la riflessione su di sé, sulla propria identità e sulle proprie competenze relazionali, sociali e psicologiche. Inoltre la scelta o la creazione dell’avatar è legata ai propri gusti, alla percezione di sé (Sé percepito) e da come vorremmo essere (Sé ideale). L’avatar all’interno del mondo videoludico influenza a sua volta la propria identità, in un dialogo attivo e costante tra: “chi sono”, “chi penso di essere” e “chi (o come) vorrei essere”. L’esperienza con i videogame costituisce una modalità che permette di sperimentare, in una dimensione alternativa, le proprie emozioni, i propri desideri, le aspirazioni, la possibilità di sbagliare e di comportarsi in modi in cui nella realtà fisica non ci sogneremmo nemmeno. Il tutto in un contesto protetto e intimamente significativo. Anche questo sono i videogames. BIBLIOGRAFIAGee, J. P. (2007). What Video Games Have to TeachUsabout Learning and Literacy. LLC: St. Martin’s Press.Turkle, S. (1999). Lookingtoward cyberspace: Beyond groundedsociology. ContemporarySociology, 28(6), 643-648.

Costruire il vero se’ attraverso il gioco

In questo articolo rifletteremo insieme sull’importanza di costruire il vero sé- autentico e riconoscere i segnali  del falso sé. Nella pratica clinica frequentemente incontro bambini che non si sentono “liberi” di esprimere il proprio pensiero, e nella relazione con l’altro appaiono inibiti. Piuttosto cercano di “accontentare l’altro”, di assecondarlo. Questi bambini sono accomunati da una tristezza velata negli occhi. cosa accade durante il gioco? Durante il gioco, il bambino deve poter coltivare l’illusione della creazione dell’oggetto esterno. Per far questo è necessario che la madre mostri fin da subito nei suoi confronti una capacità di contenimento empatico (holding). Ciò permetterà la piena espressione della sua essenza e consentirà l’illusione della sua creazione. Una volta poste queste premesse, per il bambino sarà più semplice rinunciare all’idea di aver creato da sè il mondo esterno. Si adatterà così alle reali esigenze da esso poste. Qualora una madre è stata “sufficientemente buona” e non ha anteposto i propri bisogni a quelli della sua creatura, ciò non dovrebbe verificarsi. In caso contrario  l’attuazione della vera indipendenza è fortemente compromessa. Il bambino infatti avvertirà le richieste tacite di chi si prende cura di lui e  si adegua. In tal caso egli sacrificherà le parti di sè più libere per soddisfare le aspettative di chi ama e di riceverne in cambio amore. quali ripercussioni nel tempo? Nel tempo, il bambino imparerà a mettere da parte i propri bisogni, a non riconoscerli, a con-fondersi coi bisogni più radicati dei suoi caregiver. Negherà l’esistenza di parti più profonde di sé, di quello che sente, di quello che desidera. Ciò avrà ripercussioni anche nella sfera emotiva e affettiva. Egli impedirà a se stesso di sperimentarsi in modo libero e autentico,  rinuncerà all’intera gamma della sua affettività. Metterà da parte il suo desiderio di giocare a nascondino se sa che il caregiver preferisce i soldatini. Da grande semmai preferirà una professione classica ad una scientifica sempre per assecondare bisogni, desideri, fantasie altrui. Il Sè che prende vita è il cosiddetto falso sé alla cui base c’è uno scarso contenimento genitoriale, specie di quello materno. Il bambino imparerà a rispondere alle richieste ambientali in modo “ costruito” a costo di perdere il sentimento di realtà. Egli non si percepisce né si sente “reale”. Qualora il sentimento di realtà tendi a prevalere può accadere che la persona tenti di liberarsi del proprio Falso Sè , soprattutto per rispondere a standard di desiderabilità  sociale. cosa può accadere? A questo punto maggiore sarà lo spazio occupato dal Falso Sè nell’intera personalità, altrettanta sarà l’incombente minaccia di annientamento a cui è esposto quello Vero. Qualora questa sensazione diventi preminente nella vita di una persona, si aprono le porte per una stanza di terapia. Ciò al fine di ricercare la propria autenticità. Fondamentale diventa riconoscere il bambino come altro da sé, accettarlo per quello che è. Diventa inoltre importante promuovere  la libertà di pensiero e strutturare giochi di ruolo al fine di sperimentare la diversità.

La dimensione amorosa tra intimità e spiritualità

Vivendo nell’epoca della incertezza, della precarietà alla vita come sta evidenziando la pandemia da covid-19, sembra che anche le relazioni più intime; tra fidanzati, tra coniugi, tra genitore e figli, tra amici non assicurino più quella stabilità, sicurezza e protezione insita nell’essenza della sana intimità. Ognuno ne ha fatto esperienza a partire da quelle relazioni primarie con le figure significative (genitori, e/o caregiver). Ognuno ha sperimentato e vissuto come un’impronta (“imprinting”) indelebile l’esperienza intima che assicura uno stato di benessere, sicurezza e protezione. L’uomo di oggi si sente troppo vulnerabile e sulla difensiva per lasciarsi andare all’intimità attivando al contempo quei giochi di relazione, quelle recite dell’intimità che portano al fallimento e nei casi gravi a violenza tra partner. Con una nuova consapevolezza di sé che consente di accettare le proprie fragilità, che consente di mettersi a nudo davanti all’altro senz’altro aiuta a ri-scoprire una intimità più autentica e vera. Quella intimità capace di confermare e confermarsi come amore per poter realizzare quanto suggerito dall’antropologia cristiana: «Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questo» (Mc 12,29-31).

Pubblicità: dalla persuasione al cambiamento sociale

La pubblicità, da sempre specchio della società, ha subito un’importante metamorfosi culturale diventando un potente mezzo di comunicazione. La prima pubblicità affonda le proprie radici nell’antica Roma, sospesa tra i banchetti dei macellum, ma è con l’invenzione della stampa a caratteri mobili che nasce la réclame. A partire dagli anni ’20 la pubblicità inizia a seguire regole scientifiche e rigorose. In questi anni nasce il primo trattato di tecnica pubblicitaria con cinque regole fondamentali: ogni prodotto deve essere visto, letto, creduto, ricordato e acquistato. In Italia, alla fine degli anni ‘50, si percorre una strada originale: la pubblicità viene ammessa solo all’interno di uno spazio dedicato: il “Carosello”. Con il boom economico degli anni ’60, cambiano le esigenze dei venditori: il prodotto non deve essere solo conosciuto, ma deve essere preferito dal cliente rispetto agli altri. Il linguaggio pubblicitario si affina attraverso ricerche psicografiche. Si iniziano a mettere in atto strategie persuasive che tengano conto dei bisogni e desideri dei clienti.Significativa è stata la lunga serie di spot che Gavino Sanna realizzò per la pasta Barilla dal 1985 al 1991. Gli italiani, infatti, riescono ad identificarsi profondamente con quelle storie semplici e rassicuranti che giocano sui buoni sentimenti e danno spazio a valori come la famiglia. Negli stessi anni si assiste ad una nuova “rivoluzione sessuale”: il corpo diventa oggetto del mondo pubblicitario, come sul piano sociale, con il culto crescente della forma fisica. Alla fine degli anni ’90 le famiglie italiane si trovano a vivere una crisi economica che favorisce una maggior attenzione ai consumi e al risparmio. Il marchio, protagonista assoluto degli anni ’80, perde potere. Il marketing presta attenzione alla psicologia dei clienti, abbandonando la produzione di massa e risaltando la peculiarità dell’individuo, inteso come il complesso sistema di possibilità/bisogni che rappresenta. Con l’avvento del social web, nascono gli spot “su misura”, alimentati dai click dell’utente, che danno voce al desiderio o all’esigenza del momento. Le dinamiche del marketing risultano profondamente trasformate. Ogni luogo diventa un potenziale spazio pubblicitario. Bombardamento di input che mira a far crollare le difese psicologiche di un interlocutore sempre più sofisticato. Si potrebbe pensare ad un indebolimento della pubblicità che in realtà utilizza modalità di persuasioni più sottili. La pubblicità diventa autoreferenziale, canale per trasmettere messaggi profondi, su tematiche sociali rilevanti. Lo spot si allontana dal prodotto in sé, che diventa mezzo per comunicare e non solo oggetto da vendere. Ad oggi, si può sostenere la nascita di una nuova categoria di spot, che invitano non solo ad acquistare ma anche a riflettere.

Un aiuto per i genitori: l’efficacia del Parent Training

Essere genitori è davvero il mestiere più difficile. Perchè può essere utile un intervento di Parent Training? Il parent training è un modello di intervento che nasce nell’ambito della clinica applicata ai disturbi del comportamento infantile. I genitori, essendo gli agenti di primaria importanza nello sviluppo dei figli, vengono dunque coinvolti nell’intervento, per promuovere la messa in atto di comportamenti positivi. Molte volte ci si può scontrare con problemi comuni che, nel lungo termine, possono compromettere non solo il benessere familiare, quanto lo sviluppo psicologico dei figli. Ecco perché, attraverso il parent training, i genitori possono apprendere nuovi stili di interazione o modificare atteggiamenti che influiscono negativamente sui comportamenti dei bambini. I contributi più recenti hanno poi esteso l’applicazione di questo modello comportamentale alle situazioni educative quotidiane come: il sonno e l’alimentazione, il coinvolgimento dei genitori nel gioco, i capricci. E quindi gli obiettivi più comuni del parent training possono essere secondo Soresi (2007): Migliorare la relazione e la comunicazione tra genitori e figli, Aumentare la capacità di analisi dei problemi educativi che possono insorgere, Aumentare la conoscenza dello sviluppo psicologico dei figli e dei principi che lo regolano, Diffondere metodi educativi efficaci, Rendere la vita familiare e i problemi di tipo educativo che possono sorgere più facilmente gestibili. L’intervento può essere effettuato sia in forma individuale (a cui partecipa la coppia genitoriale o il singolo genitore) oppure attraverso gruppi. In quest’ultimo caso, il gruppo offre ai genitori un contesto ricco e stimolante per condividere le esperienze, normalizzare preoccupazioni o affrontare situazioni più critiche. I genitori, in questo modo, apprenderanno alcune tecniche di modificazione comportamentale per estinguere le condotte problematiche e per favorire comportamenti positivi e funzionali, supportando e incoraggiando il bambino quando agisce in modo efficace (Menghini et al., 2019). E’ vero…essere un genitore è davvero molto impegnativo, e non esiste un manuale di insegnamento! Tuttavia, in un momento di bisogno, può essere utile confrontarsi con figure professionali specifiche che possono rappresentare un valido aiuto. Nel Parent Training si lavora come una squadra! La figura professionale competente, infatti, lavora in modo paritario con il genitore, considerato il principale esperto delle caratteristiche del proprio figlio. Inoltre, il coinvolgimento attivo dei genitori nel programma terapeutico è fondamentale per la stabilizzazione e mantenimento dei progressi raggiunti. «Non hai avuto modo di scegliere i genitori che ti sei trovato, ma hai modo di poter scegliere quale genitore potrai essere». Marian Wright Edelman, attivista per i diritti dell’infanzia Benedetto, L. (2017). Il parent training, Carocci Editore. Menghini D., Tomassetti S., (2019) Il Parent Training oltre la diagnosi.  Edizioni Erickson Soresi, S. (2007). Psicologia delle disabilità, Il Mulino.