Psico-Design: dimmi come arredi e ti dirò chi sei.

“Casa” è il luogo che dovrebbe rappresentare sicurezza e tranquillità. Come può contribuire lo psicologo attraverso lo psico-design? Spesso, nell’immaginario collettivo, il ruolo dello psicologo è rilegato allo studio in cui incontra i propri pazienti. In realtà, la professione psicologica si intreccia e interconnette spesso con molteplici discipline che a volte appaiono distanti tra loro. Un buon incontro, ad esempio, è avvenuto tra il mondo della psicologia e quello dell’arte con la nascita dello psico-design Un professionista che si occupa di questo, non aiuta semplicemente ad arredare, ma facilita il modo di abitare quello spazio generando effetti positivi sul benessere psico-fisico del cliente. La casa non rappresenta solo la somma del numero di stanze da cui è composta, ma è strettamente connessa alle persone che la abitano e alle relazioni che intercorrono tra loro e con il mondo esterno. Non sono solo gli individui a dare energia ai luoghi domestici. Estrema importanza è data anche agli oggetti scelti per l’arredamento, alla modalità di posizionarli nello spazio e al ruolo che rivestono nelle relazioni tra i conviventi. Ulteriore fonte di energia è fornita dai colori che possiedono peculiari caratteristiche. Ad esempio nell’alfabeto psicologico il rosso rappresenta vitalità e calore; l’arancione la piena consapevolezza di sé; il giallo la libertà e l’autonomia; il verde l’equilibrio e la stabilità… Oltre a queste peculiari e curiose dritte generali, in realtà la personalizzazione del proprio spazio parte sempre dalla propria storia. Dai legami che si hanno con gli oggetti e dalla loro storia. Dalle emozione che suscitano quei determinati colori. All’interno di una casa possono vivere una o più persone, in ogni caso c’è sempre bisogno di ricavare uno spazio proprio, riservato, che ci permetta di proteggere la nostra privacy dagli altri coinquilini abituali o da eventuali ospiti. Solitamente è lo spazio in cui ci si dedica alle proprie passioni: una stanza per dipingere, un angolo lettura, la camera della musica, un piccolo ambiente che permetta di stare all’aperto o a contatto con la natura. Questo elemento all’interno delle nostre case è definito spazio-bolla e rappresenta un po’ l’ombelico da cui prende vita il resto. Lo Psico-design non riguarda solo le abitazioni private. Un’importante e necessario contributo di questa disciplina si ritrova anche nei luoghi pubblici o all’interno dei contesti lavorativi. Costruire un luogo partendo dalle esigenze di chi lo abiterà, è uno dei punti cardine di questo approccio. Ogni individuo, soprattutto sul luogo di lavoro, dovrebbe sentirsi comodo e al sicuro. Ogni contesto aziendale dovrebbe rispettare le specificità della comunità che lo vive, creando spazi inclusivi che rispondano alle svariate esigenze lavorative e personali. Anche i luoghi pubblici e il modo in cui sono organizzati, spesso sono lo specchio dei valori culturali di chi li abita e a loro volta indirizzano e condizionano le relazioni all’interno della collettività. Quindi, non solo i singoli individui ma tutti i contesti di vita delle persone dovrebbero nutrirsi di questo contributo fornito dalla psicologia dell’abitare.

Essere felici dopo eventi stressanti: si può?

Essere felici: ogni genitore lo vorrebbe per i suoi figli! Ma cosa si può fare quando si presentano eventi negativi nel corso della vita? Il Covid- 19, una pandemia è soltanto l’ultimo ed estremo esempio di fattore stressante che può, ad un certo punto, presentarsi nel corso della vita. Ci sono poi le malattie, le separazioni, i lutti, i litigi e tutta la gamma di emozioni “negative” che, diciamoci la verità, non ci piacciono proprio! È cosi! Tutti vorremmo sempre essere felici e vorremmo soprattutto che i nostri bambini lo fossero! Ma questo, secondo voi, può essere reale? Purtroppo no. Come faremmo a sapere che una cosa ci dà gioia se non abbiamo mai provato sofferenza? “Quando siete felici, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi gioia” – Khalil Gibran Possiamo aiutare i nostri bambini a fare spazio anche ai momenti negativi, trasmettendogli valori e semplici abitudini nella vita quotidiana. In che modo? lasciamo che provi qualsiasi emozione e mostriamoci empatici. Imparerà che non tutte le cose vanno come vorremmo, ma la nostra presenza sarà importante! aiutiamolo a dirigere l’attenzione alle cose che si hanno. Spesso siamo portati a guardare ciò che non abbiamo e questo contribuisce all’infelicità! Un’abitudine da creare con i bambini potrebbe essere quella di farci raccontare una, due o tre cose belle della giornata. aiutiamolo a trovare delle attività che lo gratifichino e che il bambino ami fare! In questi momenti è molto importante notare la gratificazione del bambino e comunicarglielo. In questo modo è probabile che replicherà in futuro quella stessa attività piacevole. valorizziamo sempre i progressi del bambino e le intenzioni, più che il risultato finale! “La felicità non è qualcosa di già pronto. Proviene dalle nostre azioni” – Dalai Lama Non è in nostro potere fare in modo che i bambini evitino sofferenze nel corso della loro vita, ma sicuramente possiamo insegnargli ad utilizzare gli strumenti più adeguati per fronteggiarle in un modo utile!

Il Perdono: come agisce su di noi?

Riduce i livelli di stress e fa molto di più: ecco tutti I benefici del perdono. Da una ricerca della BBC e da un’analisi di vari studi internazionali sull’atto di perdonare, emergono risultati interessanti: il perdono fa bene, riduce in modo significativo i livelli di stress, contribuisce a prevenire il declino cognitivo in età avanzata e persino ad aumentare il livello di felicità di chi lo pratica. Insomma, al di là della popolare interpretazione del perdono, ci sono evidenze scientifiche della potenza di questo atto sul nostro benessere quotidiano. Che diciamo “io ti perdono” a qualcuno, o che semplicemente lo pensiamo e agiamo di conseguenza, i benefici sono notevoli: sia per chi perdona sia per chi riceve il perdono. E se anche la persona che ci ha offesi non mostra alcun rimorso o dispiacere, il solo fatto di perdonarla apre nuove possibilità di vivere meglio. Il perdono è un valore in moltissime culture, filosofie e religioni, con modalità, rituali e formule linguistiche differenti nei diversi idiomi del mondo, che danno al perdono connotazioni precise e sofisticate, arricchendolo di significati allargati, legati anche alla posizione della persona nel contesto socio-culturale cui appartiene. Anche la struttura psicologica dell’individuo contribuisce alle peculiari modalità ed effetti del perdono. Ma quali sono i motivi per cui perdoniamo? Nelle culture occidentali, più individualistiche, in cui le persone tendono a mettere per primi i propri bisogni e vantaggi rispetto a quelli del gruppo, perdonare è frequentemente un modo per alleggerirsi di un peso, per liberare la coscienza da un sentimento negativo di risentimento verso colui che ci ha offeso e per fare la cosa giusta rispetto alle proprie aspettative interne.   Nelle culture asiatiche e africane, più collettiviste, perdonare serve a riportare armonia nel gruppo e, anche quando la persona offesa non è completamente convinta di essere pronta a perdonare, il rituale del perdono è sostenuto e rinforzato dal gruppo. In qualche modo, la semplice decisione di perdonare aiuta emotivamente a sostenere con sé stessi le ragioni del perdono e a renderlo reale. In pratica, nel momento in cui dichiariamo la nostra intenzione di perdonare, la condividiamo con altri e iniziamo a comportarci di conseguenza, siamo naturalmente portati a rispettare l’impegno, per evitare lo stress e la fatica di mantenere una posizione interna contrastante con quanto affermato pubblicamente. Per ottenere tutte le opportunità che il perdono porta con sé si può quindi agire prima di essere convinti: anche se non siamo completamente pronti, metteremo così in moto una serie di meccanismi mentali, tra cui la dissonanza cognitiva, che aiutano a conciliare più velocemente la nostra decisione con le nostre emozioni. In sintesi: per sano egoismo, alleniamoci a perdonare più frequentemente. È una pratica che elimina scorie e ruminazioni e migliorerà anche il clima generale di questo tempo di ripresa, in cui nel mondo si moltiplicano le iniziative di analisi e condivisione delle esperienze emotive a tutti i livelli. Ho appena seguito un evento internazionale sulla felicità, organizzato da The Atlantic, e avuto occasione di discutere delle pratiche quotidiane di felicità da coltivare. La propensione a lasciar andare, a minimizzare, a ridimensionare è una delle più citate dai partecipanti e andrebbe esercitata ogni giorno: come pratica igienica per la mente, da eseguire spesso, un po’ come lavarsi i denti. Al di là della retorica e del buonismo, è un’azione che fa bene alla nostra salute, prove scientifiche alla mano: se avete qualcuno cui perdonare qualcosa, oggi è un buon momento per attivarsi.

Gli effetti del “digital divide” sul rapporto genitore – figlio

I social network nascono come uno strumento per comunicare e relazionarsi, in poco tempo sono diventati essi stessi un fenomeno in grado di trasformare la società e i principi che regolano i processi relazionali. Adolescenti e preadolescenti, i cosiddetti nativi digitali, si sono trovati ad affrontarli in modo autodidatta, improvvisamente esposti a contenuti e relazioni illimitate e senza filtri. La causa dell’assenza di educazione e controllo da parte dell’adulto è insita nel digital divide intergenerazionale. Oggi quasi tutti i genitori sono presenti sui social: commentano i figli, controllano il loro profilo, i contenuti che postano, i commenti che ricevono. Ma ciò che è venuto a mancare è stato proprio il ruolo di guida, supervisione ed educazione all’utilizzo dello strumento. Com’è cambiato il rapporto genitore-figlio nella società digitale? Durante l’adolescenza il gruppo dei pari diventa il principale punto di riferimento, spesso i giovani si distaccano dai genitori che fino a quel momento erano il modello identificativo prescelto. Avere uno strumento che gli consente di stare connessi H24 con i propri coetanei rappresenta una straordinaria risorsa ma al tempo stesso un grande rischio per l’isolamento dei ragazzi che può sfociare in dipendenza. I social network vengono visti come lo spazio per eccellenza per la relazione ed il confronto; una via di fuga dove sentirsi parte di un gruppo e un modo per esprimersi per le persone che hanno difficoltà a relazionarsi nella vita reale. Ma anche una vetrina virtuale dove dare sfogo ad un comportamento egocentrico alla continua ricerca di attenzioni e gratificazioni, dove la realizzazione di sé stessi è delegata alla Rete, fonte di consensi e approvazione. Esistono circostanze che diventano causa di conflitto: quando per ottenere i consensi sul web ci si costruisce un personaggio e non si è liberi di essere se stessi; quando ci si accorge che le relazioni create sono tutte fittizie e incrementano la solitudine; infine quando la propria immagine non ottiene consensi, al contrario attira l’attenzione dei cyberbulli. Tale situazione può sfociare in fenomeni sociali complessi e in diverse psicopatologie e non sempre i genitori posseggono le giuste competenze digitali per accorgersi di pericoli e disagi. La soluzione è un intervento di prevenzione che coinvolga l’intero sistema relazionale ed educativo dei ragazzi: famiglie, insegnanti e gruppo dei pari. Solo così si potrà acquisire consapevolezza dello strumento e capire che deve essere un’estensione della propria individualità e proiezione di ideali e valori.

Giornata della Colleganza 2021 – Prima sessione

Direttori di istituti di psicoterapia, referenti associazioni di psicologia, professionisti psicologi, si confrontano in quattro sessioni sul tema del momento: “Come ci ha cambiato la pandemia”. In questa prima sessione abbiamo: Rossella Aurilio – Direttrice ITer; Raffaele Sperandeo – Direttore SiPGI; Ester Livia Di Caprio – Direttrice ECOPSYS; Antonio Ferrara – Direttore IGAT; Raffaele Felaco – Direttore Psicologinews.it.

Il bebè è arrivato e siamo diventati genitori.

bebè

L’arrivo di un bebè è spesso il risultato di una scelta consapevole di entrambi i partner. Esso, però, è un evento critico del ciclo vitale della famiglia, perché introduce un nuovo legame, quello genitoriale, che è incancellabile e profondamente diverso da quello coniugale. Dal punto di vista psicologico, la nascita di un figlio assume un grande valore: è, infatti, la realizzazione di un progetto personale e di coppia e porta con sé un’ambivalenza di fondo. Innanzitutto, il desiderio di avere un bambino, può avere radici inconsce. Spesso un bebè può rappresentare un modo per colmare un vuoto personale: si desidera un figlio come forma alternativa di gratificazione al rapporto con il partner. Questa scelta, ancora, può essere anche una spinta dettata da stereotipi sociali, secondo i quali la famiglia è completa se ci sono figli. Non va dimenticato, però, che il bebè è portatore di diritti propri che spesso devono confrontarsi con le aspettative dei suoi genitori, a volte troppo elevate o poco rispondenti alla realtà. In questo modo, il neonato rischia di perdere le proprie caratteristiche di inviduo a sè per diventare oggetto di gratificazione e soddisfazione dei desideri dei genitori. Il bebè può diventare la dimostrazione delle proprie capacità sia come persona che come genitore. Questo atteggiamento può determinare un senso di frustrazione e di incapacità di fronte alle difficoltà. E’ importante quindi una ridefinizione dei ruoli di entrambi i partner, affinché si crei un clima innanzitutto di accoglienza che diventi funzionale alla crescita e al benessere del bebè. I neo genitori rimoduleranno anche i rapporti con la famiglia di origine stabilendo con essa confini chiari. Nel momento in cui nasce un bambino, nasce anche la madre. Lei non è mai esistita prima. Esisteva la donna, ma la madre mai. Una madre è qualcosa di assolutamente nuovo.(Osho)

Il Bullismo e Le Sue Forme

di Umberto Maria Cianciolo Il bullismo è di certo un fenomeno sempre più diffuso nella società contemporanea, che configura un panorama sociale ed educativo sempre più critico e che condiziona uno dei contesti fondamentali per lo sviluppo dell’individuo quale la scuola.  Nell’analizzare il fenomeno del bullismo non possiamo che rendere conto della sua complessità rappresentata dalle diverse forme con le quali esso può manifestarsi nella quotidianità. Possiamo distinguere, principalmente, tra manifestazioni dirette e indirette. Le prime sono più chiare, visibili ed esplicite, di forma fisica (violenza e aggressione fisica: calci, pugni, schiaffi, utilizzo di un oggetto contundente; rubare o danneggiare oggetti altrui) e verbale (insulti, minacce, offese). Le seconde, al contrario, sono manifestazioni più celate, taciute ed implicite e per questo sono, spesso, più difficilmente percepibili ed evidenziabili: l’emarginazione progressiva di un membro da un gruppo e il suo conseguente isolamento, o la circolazione di pettegolezzi riguardanti altri individui, ne sono un esempio. Tra le manifestazioni del fenomeno, ne riconosciamo una definita con il termine, coniato dall’educatore canadese Belsey (2002), “cyberbullismo”, tradotto con “bullismo elettronico”, “bullismo virtuale”, “bullismo online”. Con queste espressioni ci riferiamo ad una variante del bullismo, caratteristica della società contemporanea, che prevede che le azioni aggressive, prevaricanti o moleste siano compiute, in modo continuo e sistematico, attraverso l’uso di strumenti tecnologici, come i servizi di messaggistica istantanea (Whatsapp, Telegram ecc.), i social network (Facebook, Twitter ecc.) o i servizi Internet (Posta elettronica, siti web ecc.). Questi strumenti hanno di certo modificato le esperienze di socializzazione e di scambio relazionale, rendendosi irrinunciabili ma nascondendo, allo stesso tempo, un lato oscuro rappresentato da un loro utilizzo improprio e deformato facilitato dalla distanza, fisica e psicologica, data dallo schermo virtuale o, anche, dalla poca educazione al loro utilizzo (ad esempio, insegnare a come gestire la propria privacy in rete). Gli episodi di cyberbullismo, quindi, potrebbero rientrare nella suddetta categoria più generale di “manifestazioni indirette”, dove con “indiretto” non ci si riferisce solo alla tipologia di azioni messe in atto nei confronti della “vittima” ma anche al fatto che, come spesso capita, il fautore della prepotenza, e i suoi possibili complici, rimangano nell’anonimato, senza che vi sia, quasi mai, un contatto o un incontro fisico. Proprio l’incapacità di riconoscere l’artefice di queste azioni, ovvero la presunta invisibilità di questi (presunta in quanto ogni strumento tecnologico lascia una qualche “impronta” rintracciabile, ad esempio, dalla Polizia Postale), unito al fatto che un pubblico globale connesso alla rete assista all’episodio e alla “forza mediatica di messaggi scritti, di foto o di filmati rispetto a situazioni di interazione sociale faccia a faccia, rendono particolarmente gravose le conseguenze di tali episodi per la vittima” (Campbell, 2005; Gini, 2005; Oliverio Ferraris, 2008) che vede negato il riconoscimento delle proprie emozioni e della propria integrità. Un’altra caratteristica che connota questa tipologia, e che costituisce un aspetto di distinzione dal bullismo, è l’eliminazione di ogni limite spazio-temporale: gli atti di cyberbullismo, difatti, possono verificarsi ed essere subìti a qualsiasi ora, ogni volta che si utilizzi lo strumento elettronico in questione, e possono raggiungere ed essere diffusi in ogni parte del mondo e non essere più limitati a luoghi e a momenti specifici. In un rapporto Istat, “Il bullismo in Italia: comportamenti offensivi e violenti tra i giovanissimi” edito nel 2015, con dati in riferimento all’anno 2014, si evidenzia come, per meglio collocare in un contesto sociale il fenomeno del cyberbullismo, sia necessario sottolineare quanto i nuovi mezzi di comunicazione elettronici siano diffusi ed economicamente accessibili a molti ragazzi e adolescenti. “Quella attuale è, infatti, la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’esperienza connaturata alla quotidianità: nel 2014, l’83% dei ragazzi tra 11 e 17 anni di età utilizza Internet con un telefono cellulare e il 57% naviga nel web” (http://www.istat.it/it/files/2015/12/Bullismo.pdf). I dati riferiti all’utilizzo degli strumenti tecnologici sono ancora più significativi: nel 92,6% dei casi gli adolescenti, tra i 14 e i 17 anni, ne fanno uso giornalmente o, almeno, qualche volta a settimana; nel 50,5% il PC, nel 69% Internet (dati Istat pubblicati nel 2015). Si può concludere, dunque, che la facile accessibilità a questi strumenti, e il loro frequente utilizzo da parte degli adolescenti, esponga quest’ultimi più facilmente ai rischi della rete e di questa nuova tipologia di comunicazione. Il “bullismo online” consta, a sua volta, di differenti categorie/tipologie: – Flaming: “battaglie verbali” con uso di espressioni e messaggi ostili e volgari; è l’offesa pura e semplice fatta sui social pubblici (scritta nei commenti di Facebook, in un Forum, in un gruppo di discussione online); il cyberbullo cerca di evitare qualsiasi risposta ricoprendo di insulti;  – Harassment (“molestia”): messaggi scortesi, offensivi, insultanti, disturbanti, che vengono inviati ripetutamente nel tempo, attraverso E-mail, SMS, messaggistica istantanea (Whatsapp, Telegram, ecc.) telefonate sgradite o talvolta mute. In questo caso, dunque, a differenza del flaming, i messaggi vengono inviati in privato; – Cyberstalking (“persecuzione online”): minacce insistenti e intimidatorie che puntano a spaventare la vittima, che sarà allarmata anche per la propria incolumità fisica; – Denigration: pubblicare e diffondere pettegolezzi, foto ritoccate e/o video imbarazzanti su uno o più individui al solo scopo di rovinare la reputazione di questi (spesso avviene anche da parte degli allievi nei confronti degli insegnanti);  – Impersonation: trattasi del furto dell’identità, ovvero il cyberbullo potrebbe crearsi in rete una falsa identità reperendo dati personali appartenenti ad un altro individuo, per poi pubblicare o inviare messaggi privati al fine di rovinargli la reputazione;  – Outing and trickery: con il primo termine ci si riferisce ad episodi di cyberbullismo in cui vengono pubblicate in rete informazioni personali da parte di un altro individuo; col secondo, invece, ci si riferisce ad un’azione più subdola messa in atto dal cyberbullo, in cui questi diffonde informazioni personali e  private, a volte anche imbarazzanti e intime, dopo essersi conquistato la fiducia  della propria “vittima”; – Exclusion: escludere qualcuno dai gruppi online con lo scopo di isolarlo dal resto della compagnia o dalle reti sociali elettroniche. Diverse sono le possibili azioni di

Presentazione del Libro “Amore, niente è perfetto e sono felice” di Richard Unterrichter

L’Amore vero, l’unico, esiste? Sì, ed il protagonista non ha nessun dubbio riguardo al suo: lo conosce, lo sente, lo dimostra e lo trasmette. E’ un uomo innamorato che usa l’aggettivo “bella” solo per la sua Donna che non chiama “Amore mio”, ma “Amore” e sa ben spiegare il perché mentre la sua quotidianità diventa un’avventura che sia una visita dal pediatra con la figlia “sgambizzata” dai Gummis che li inseguono, o la cena dagli amici che diventa un viaggio nelle sue insicurezze bislacche. Nella narrazione, a velocità alterne, ci sono abbagli e colpi di scena mentre i personaggi sono una cornice dinamica alla celebrazione di Amore che genera bisogni nuovi e nutre tutti gli altri. E’ l’Amore che ride, che scherza e che sogna. Declina una vita felice perché include e mai divora, apre a nuovi desideri ed offre nuove libertà e fa sognare. Il protagonista è un uomo che non si risparmia neppure nell’amore paterno che interpreta e vive in un modo del tutto moderno ed innovativo. Ma attenzione però, il colpo di scena più grosso arriva quando non ce l’aspettiamo perché queste pagine sono una dichiarazione d’amore sul filo del rasoio tra l’essere e il non poter essere.

L’ansia. Il vortice che blocca il fluire della vita

L’ansia è un’esperienza naturale, fa parte della vita. Tuttavia, può sfociare in forme patologiche anche gravi e di sofferenza estrema. La parola ‘ansia’, dal latino angere, vuol dire ‘stringere’. Nel dizionario di Battaglia, l’ansia corrisponde a uno “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. Che cos’è l’ansia? Secondo la psicoterapia della Gestalt, l’ansia è una eccitazione. Un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la realizzazione di se stessi. Ogni persona ha una tensione naturale verso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri e tutte le risorse per affrontare la vita. Tuttavia, se dentro di sé, o nell’ambiente, viene a mancare il sostegno necessario per entrare in contatto con l’esperienza, l’eccitazione si blocca. Il sintomo dell’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno. Rappresenta l’esito di un conflitto, tra l’eccitazione forte e l’autocontrollo eccessivo. Quando l’eccitazione è bloccata, la crescita creativa è bloccata. Di conseguenza si crea un accumulo di tensione psichica che genera malessere. E così, l’ansia perde la sua funzione naturale e si trasforma in un disagio. Ansia e emozioni: l’evitamento del contatto Esiste, dunque, un’ansia naturale, che fa parte della vita, e un’ansia patologica, che nasce da una perdita di contatto e di sé. Nell’articolo “l’inganno del tempo“, abbiamo visto come l’emozione sia sempre presente, in ogni momento dell’esistenza. In condizioni naturali, infatti, l’energia scorre in modo continuo, nel fluire della vita. Tuttavia, l’uomo occidentale tende a escludere dalla consapevolezza la continuità della sua esperienza. Poiché, sin da bambino, impara a considerare le emozioni come turbamenti da evitare. A privilegiare le esigenze del mondo esterno, a scapito del suo sentire e in cambio di riconoscimento. L’evitamento del contatto con l’esperienza proibita lascia insoddisfatti i propri bisogni autentici. Blocca la tendenza naturale all’autorealizzazione. Impedisce di ancorare la propria esistenza al tempo, come continuità della coscienza, fino a procurare, all’estremo, una dolorosa lacerazione interiore. Una perdita di significati che svuota la vita di senso. Le forme dell’ansia L’ansia può assumere varie forme. Può essere un’ansia generalizzata e manifestarsi nel vivere quotidiano in modo più o meno costante, come difficoltà di attenzione e stato di agitazione. E, tra gli altri possibili sintomi, con tachicardia, senso di oppressione al petto, nausea. Oppure, può essere un’ansia che si esprime mediante pensieri ossessivi e azioni ossessive che si impongono senza tregua. L’ansia si rivela in modo acuto, invece, con una esplosione dei sintomi, nelle fobie e negli attacchi di panico. In questi ultimi, vi è una scompensazione emozionale improvvisa e imprevedibile. Si tratta di un’angoscia devastante, che assume il volto del terrore, sconvolgendo una vita, fino a quel momento, in apparenza normale. Le cose dentro e fuori di sé diventano di colpo estranee. In pochi minuti si viene trascinati nella percezione di una incombente fine del mondo. Nello stato d’animo di una morte imminente. Il vortice di passato, presente e futuro Nell’ansia si crea un vortice di passato, presente e futuro, in cui predominano sentimenti di colpa, paura, solitudine e morte. Il passato, che non può essere storicizzato, oscura il presente con i ricordi. Mentre il futuro si spegne come orizzonte del possibile, per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi densa di inquietudini. Fritz Perls definisce l’ansia come “la lacuna tra l’ora e il poi”. Chi non vive nel qui e ora, ma attraverso l’aspettativa del futuro, vive in una realtà falsamente presente. A differenza di chi si rifugia nel passato, non è fissato su ciò che è perduto, bensì su ciò che potrà accadere. Ma il suo modo di anticipare non è libero e aperto a ogni possibilità: segue una forma fissa. Una certa rigidità dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia fa vivere la vita come una insondabile ripetizione. L’ansia è energia vitale che chiede di essere liberata L’ansia è il sintomo basilare di ogni disagio. Talvolta presente in figura, talvolta sullo sfondo. E’ una richiesta di attenzione, che l’organismo invia, verso una parte di sé non riconosciuta che chiede di essere vista e accolta. E’ una situazione del passato rimasta incompiuta. Un bisogno insoddisfatto che reclama gratificazione. E’ l’energia vitale che non può fluire, intrappolata nei ‘devi‘ e nei ‘non essere‘ del mondo esterno, messi dentro sin da piccoli come pezzi propri. Nelle paure, che non trovano adeguato sostegno. Liberare l’energia bloccata implica un confronto doloroso con vissuti e aspetti che spaventano. Richiede uno spazio di cura e fiducia. Un lavoro di terapia che accompagni e sostenga questo contatto. In modo che ci si riappopri di se stessi e la vita possa essere vissuta nel qui e ora della realtà presente. Con consapevolezza e responsabilità. “La vita non è una domanda che deve trovare una risposta,ma un’esperienza che deve essere vissuta”.(Søren Kierkegaard) Bibliografia Borgna E. (2011). Le figure dell’ansia. Feltrinelli. Milano Iorio V. (2021). Il vortice dell’ansia. Articolo pubblicato in “Psicologi news scientific”. Anno I, n. 1-2 Perls F. Hefferline R. F. Goodman P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana. Astrolabio. Roma.

Il corpo del docente 1. – L’apprendimento

Quando si parla di apprendimento, spesso e volentieri, si rimane ad un piano cognitivo che rimanda esclusivamente alla verbalizzazione. Come se i bambini apprendessero le loro nozioni di base esclusivamente attraverso la parola e non anche tramite esperienze corporee. A tal proposito è stata condotta una interessante ricerca fatta in Inghilterra, in cui i bambini di una scuola elementare, sono stati divisi in due gruppi. I ricercatori hanno fatto delle valutazioni sull’apprendimento di entrambi i gruppi sia all’ inizio che alla fine di un percorso durato qualche mese. I docenti del primo gruppo avevano l’indicazione di fare lezione muovendo le braccia in maniera mimica seguendo la prosodia delle parole. L’indicazione data ai docenti del secondo gruppo era, invece, quella di fare lezione muovendosi il meno possibile. Cosa è stato osservato nella rivalutazione dei due gruppi di bambini? I bambini del primo gruppo, i cui docenti avevano unito la mimica alle informazioni che davano verbalmente, mostravano un risultato di apprendimento visibilmente maggiore. Tutto questo, per chi ha un minimo di conoscenza sul funzionamento delle tappe del nostro sviluppo cerebrale e cognitivo, non rappresenta alcun tipo di novità. Il fatto fondamentale è che scontiamo l’idea della parola come qualcosa al di sopra del corpo. Basti pensare al mito della ninfa Eco. Come se la parola potesse rappresentare una sorta di essenza dell’anima, un qualcosa di separato, che prescinde dall’ esperienza corporea. D’altronde, l’ incipit del Vangelo secondo Giovanni recita: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”   Nel passo sopracitato, il Dio si identifica con il verbo. Senza scendere nel dettaglio sul come mai si sia tanto stratificata quest’ idea, di sicuro questa supremazia della parola e la mancanza di corpo, si identifica con una piramide gerarchica, rispetto all’importanza del corpo come relazione. I bambini spontaneamente, sono meno legati alla Bibbia di quello che si può credere ed hanno bisogno di corpi che li accudiscano nell’apprendimento. Questa distanza dal corpo come luogo di relazione e di apprendimento e l’uso sempre maggiore della virtualizzazione delle immagini, mettono a rischio l’apprendimento dei bambini. Se riuscissimo ad appropriarci della relazione tra corpo ed apprendimento, forse potremmo prevenire molti dei nostri disturbi dell’apprendimento. Il nostro gruppo di lavoro della scuola di Arte Terapia Lacerva, da molti anni lavora su questi aspetti e, siccome rappresentano un elemento fondamentale anche per il benessere delle nuove generazioni, avrei intenzione di approfondire questo tema nei prossimi articoli.