L’ansia. Il vortice che blocca il fluire della vita

L’ansia è un’esperienza naturale, fa parte della vita. Tuttavia, può sfociare in forme patologiche anche gravi e di sofferenza estrema. La parola ‘ansia’, dal latino angere, vuol dire ‘stringere’. Nel dizionario di Battaglia, l’ansia corrisponde a uno “stato tormentoso dell’anima, provocato dall’incertezza circa il conseguimento di un bene sperato o la minaccia di un male temuto”. Che cos’è l’ansia? Secondo la psicoterapia della Gestalt, l’ansia è una eccitazione. Un’energia vitale e creativa fondamentale per la sopravvivenza e la realizzazione di se stessi. Ogni persona ha una tensione naturale verso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri e tutte le risorse per affrontare la vita. Tuttavia, se dentro di sé, o nell’ambiente, viene a mancare il sostegno necessario per entrare in contatto con l’esperienza, l’eccitazione si blocca. Il sintomo dell’ansia nasce da una costrizione involontaria del petto che priva l’organismo della quantità adeguata di ossigeno. Rappresenta l’esito di un conflitto, tra l’eccitazione forte e l’autocontrollo eccessivo. Quando l’eccitazione è bloccata, la crescita creativa è bloccata. Di conseguenza si crea un accumulo di tensione psichica che genera malessere. E così, l’ansia perde la sua funzione naturale e si trasforma in un disagio. Ansia e emozioni: l’evitamento del contatto Esiste, dunque, un’ansia naturale, che fa parte della vita, e un’ansia patologica, che nasce da una perdita di contatto e di sé. Nell’articolo “l’inganno del tempo“, abbiamo visto come l’emozione sia sempre presente, in ogni momento dell’esistenza. In condizioni naturali, infatti, l’energia scorre in modo continuo, nel fluire della vita. Tuttavia, l’uomo occidentale tende a escludere dalla consapevolezza la continuità della sua esperienza. Poiché, sin da bambino, impara a considerare le emozioni come turbamenti da evitare. A privilegiare le esigenze del mondo esterno, a scapito del suo sentire e in cambio di riconoscimento. L’evitamento del contatto con l’esperienza proibita lascia insoddisfatti i propri bisogni autentici. Blocca la tendenza naturale all’autorealizzazione. Impedisce di ancorare la propria esistenza al tempo, come continuità della coscienza, fino a procurare, all’estremo, una dolorosa lacerazione interiore. Una perdita di significati che svuota la vita di senso. Le forme dell’ansia L’ansia può assumere varie forme. Può essere un’ansia generalizzata e manifestarsi nel vivere quotidiano in modo più o meno costante, come difficoltà di attenzione e stato di agitazione. E, tra gli altri possibili sintomi, con tachicardia, senso di oppressione al petto, nausea. Oppure, può essere un’ansia che si esprime mediante pensieri ossessivi e azioni ossessive che si impongono senza tregua. L’ansia si rivela in modo acuto, invece, con una esplosione dei sintomi, nelle fobie e negli attacchi di panico. In questi ultimi, vi è una scompensazione emozionale improvvisa e imprevedibile. Si tratta di un’angoscia devastante, che assume il volto del terrore, sconvolgendo una vita, fino a quel momento, in apparenza normale. Le cose dentro e fuori di sé diventano di colpo estranee. In pochi minuti si viene trascinati nella percezione di una incombente fine del mondo. Nello stato d’animo di una morte imminente. Il vortice di passato, presente e futuro Nell’ansia si crea un vortice di passato, presente e futuro, in cui predominano sentimenti di colpa, paura, solitudine e morte. Il passato, che non può essere storicizzato, oscura il presente con i ricordi. Mentre il futuro si spegne come orizzonte del possibile, per attualizzarsi mediante un’anticipazione di eventi densa di inquietudini. Fritz Perls definisce l’ansia come “la lacuna tra l’ora e il poi”. Chi non vive nel qui e ora, ma attraverso l’aspettativa del futuro, vive in una realtà falsamente presente. A differenza di chi si rifugia nel passato, non è fissato su ciò che è perduto, bensì su ciò che potrà accadere. Ma il suo modo di anticipare non è libero e aperto a ogni possibilità: segue una forma fissa. Una certa rigidità dettata dagli ideali e dal copione di vita. L’ansia fa vivere la vita come una insondabile ripetizione. L’ansia è energia vitale che chiede di essere liberata L’ansia è il sintomo basilare di ogni disagio. Talvolta presente in figura, talvolta sullo sfondo. E’ una richiesta di attenzione, che l’organismo invia, verso una parte di sé non riconosciuta che chiede di essere vista e accolta. E’ una situazione del passato rimasta incompiuta. Un bisogno insoddisfatto che reclama gratificazione. E’ l’energia vitale che non può fluire, intrappolata nei ‘devi‘ e nei ‘non essere‘ del mondo esterno, messi dentro sin da piccoli come pezzi propri. Nelle paure, che non trovano adeguato sostegno. Liberare l’energia bloccata implica un confronto doloroso con vissuti e aspetti che spaventano. Richiede uno spazio di cura e fiducia. Un lavoro di terapia che accompagni e sostenga questo contatto. In modo che ci si riappopri di se stessi e la vita possa essere vissuta nel qui e ora della realtà presente. Con consapevolezza e responsabilità. “La vita non è una domanda che deve trovare una risposta,ma un’esperienza che deve essere vissuta”.(Søren Kierkegaard) Bibliografia Borgna E. (2011). Le figure dell’ansia. Feltrinelli. Milano Iorio V. (2021). Il vortice dell’ansia. Articolo pubblicato in “Psicologi news scientific”. Anno I, n. 1-2 Perls F. Hefferline R. F. Goodman P. (1997). Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Vitalità e accrescimento della personalità umana. Astrolabio. Roma.

Il corpo del docente 1. – L’apprendimento

Quando si parla di apprendimento, spesso e volentieri, si rimane ad un piano cognitivo che rimanda esclusivamente alla verbalizzazione. Come se i bambini apprendessero le loro nozioni di base esclusivamente attraverso la parola e non anche tramite esperienze corporee. A tal proposito è stata condotta una interessante ricerca fatta in Inghilterra, in cui i bambini di una scuola elementare, sono stati divisi in due gruppi. I ricercatori hanno fatto delle valutazioni sull’apprendimento di entrambi i gruppi sia all’ inizio che alla fine di un percorso durato qualche mese. I docenti del primo gruppo avevano l’indicazione di fare lezione muovendo le braccia in maniera mimica seguendo la prosodia delle parole. L’indicazione data ai docenti del secondo gruppo era, invece, quella di fare lezione muovendosi il meno possibile. Cosa è stato osservato nella rivalutazione dei due gruppi di bambini? I bambini del primo gruppo, i cui docenti avevano unito la mimica alle informazioni che davano verbalmente, mostravano un risultato di apprendimento visibilmente maggiore. Tutto questo, per chi ha un minimo di conoscenza sul funzionamento delle tappe del nostro sviluppo cerebrale e cognitivo, non rappresenta alcun tipo di novità. Il fatto fondamentale è che scontiamo l’idea della parola come qualcosa al di sopra del corpo. Basti pensare al mito della ninfa Eco. Come se la parola potesse rappresentare una sorta di essenza dell’anima, un qualcosa di separato, che prescinde dall’ esperienza corporea. D’altronde, l’ incipit del Vangelo secondo Giovanni recita: “ In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.”   Nel passo sopracitato, il Dio si identifica con il verbo. Senza scendere nel dettaglio sul come mai si sia tanto stratificata quest’ idea, di sicuro questa supremazia della parola e la mancanza di corpo, si identifica con una piramide gerarchica, rispetto all’importanza del corpo come relazione. I bambini spontaneamente, sono meno legati alla Bibbia di quello che si può credere ed hanno bisogno di corpi che li accudiscano nell’apprendimento. Questa distanza dal corpo come luogo di relazione e di apprendimento e l’uso sempre maggiore della virtualizzazione delle immagini, mettono a rischio l’apprendimento dei bambini. Se riuscissimo ad appropriarci della relazione tra corpo ed apprendimento, forse potremmo prevenire molti dei nostri disturbi dell’apprendimento. Il nostro gruppo di lavoro della scuola di Arte Terapia Lacerva, da molti anni lavora su questi aspetti e, siccome rappresentano un elemento fondamentale anche per il benessere delle nuove generazioni, avrei intenzione di approfondire questo tema nei prossimi articoli.

Decision making a scuola e compiti di sviluppo

In nessun ordine di cose l’adolescenza è il tempo della vita semplice.(Janet Erskine Stuart) Le ricerche psicologiche hanno portato alla luce molte cose sull’adolescenza, fra cui il costo che i compiti di sviluppo hanno sul piano psicologico dei ragazzi e delle ragazze. Per inserirsi nei diversi contesti sociali l’adolescente deve affrontare diversi compiti evolutivi, ossia compiti che si presentano in un determinato periodo della vita di un individuo e la cui buona risoluzione conduce alla felicità e al successo nell’affrontare i problemi successivi (Havighurst 1952). Per non parlare delle domande di senso che l’adolescente si pone. Chi sono? Che cosa voglio fare della mia vita? Come posso realizzare ciò che voglio? Cosa posso dire? Nel complesso ogni azione comporta il superamento di un compito di sviluppo il cui scopo è la conoscenza e il controllo dell’individuo sulla realtà. Alcuni comportamenti sono uguali per tutti gli adolescenti. Le condotte principali non cambiano. Ciò che può differire, sono, invece, i dettagli. Infatti, ciascun adolescente è diverso dall’altro ed è chiaro che diverso sarà anche il suo approccio alla vita. Cosa può fare la scuola? Ogni volta che l’adolescente deve affrontare un un compito di sviluppo vive momenti di angoscia e tensione interna che si ripercuotono anche sul piano degli apprendimenti. Gli adolescenti possono manifestare situazioni di malessere e di insuccesso formativo. Dinanzi ai vari compiti di sviluppo l’adolescente risponde in vario modo: -affonta o nega il problema -risolve subito o procrastina la situazione di disagio – ricerca un “capro espiatorio” -individua una persona in grado di sostituirsi nella risoluzione del problema. A volte gli adolescenti non riescono a fronteggiare in maniera efficace i vari compiti di sviluppo e potrebbero sperimentare il senso del “fallimento psicologico” , che si ripercuote in alcuni casi anche sul piano degli apprendimenti. La scuola deve far comprendere agli adolescenti che la vita è fatta di prove e che ci sono risposte corrette e risposte non perfette. Non parliamo di risposte sbagliate. Successivamente si punterà su strategie di decision making mediante i seguenti step offrendo all’allievo la possibilità di: identificare il problema(relativo ai compiti di sviluppo) che intende risolvere fare un elenco di varie opzioni di scelta individuare i punti di forza e di debolezza mettere in campo la scelta effettuata rivedere la decisione presa.

Presentazione del Libro “Nessuno è escluso Come pensare di essere in paradiso stando all’inferno”

Presentazione del Libro “NESSUNO E’ ESCLUSO. Come pensare di essere in paradiso stando all’inferno. LFA Publisher, 2020”, che tratta la storia di Roberta Maria, quattro anni, con una patologia genetica rarissima. Nel testo il papà tratta il complesso percorso sanitario e sociale che accomuna la piccola alle altre persone con disabilità ed evidenzia, in particolare, il ruolo dei diversi professionisti che incontrano e che, indirizzando le loro vite, ne diventano automaticamente inconsapevoli registi.Autore: Fortunato Nicoletti, Vice Presidente dell’ODV Nessuno è escluso, papà di Roberta Maria.

Giovani adulti in pandemia tra solitudine e resilienza

Durante la pandemia nei giovani adulti sono aumentati sentimenti di solitudine e isolamento, ma sono state messe in atto anche strategie di fronteggiamento delle difficoltà. La pandemia COVID-19 ha creato grandi sconvolgimenti nella vita delle persone in tutto il mondo. Abbiamo visto nell’articolo precedente (qui) come la pandemia abbia avuto effetti sull’adattamento psicosociale dei giovani adulti a causa dell’incertezza che pervade le loro vite e il loro futuro. I giovani adulti rappresentano una popolazione con un elevato rischio di problemi di salute mentale, soprattutto depressione e ansia.  Una delle priorità è comprendere i meccanismi che spiegano l’aumento delle problematiche di salute mentale nei giovani adulti. Studi suggeriscono come, durante la pandemia, siano aumentati sentimenti di solitudine, con i giovani adulti che hanno riportato i livelli più alti[1]. La solitudine è strettamente collegata con problemi di salute mentale e fattori di rischio psicosociale, come sintomi depressivi, ansia sociale, dipendenze e comportamenti disfunzionali[2]. Tale situazione influenza inevitabilmente lo svolgimento del periodo di transizione che è l’Emerging Adulthood. Marchini e colleghi (2020) hanno infatti riscontrato un aumento della necessità, da parte dei giovani adulti, di avere un aiuto professionale per la loro salute mentale[2]. Tuttavia, quest’ultimo dato potrebbe anche essere considerato come una grande consapevolezza di sé e una buona capacità di resilienza da parte dei giovani adulti. Per resilienza psicologica si intende l’adattamento positivo alle avversità e la capacità di reagire alle sfide e di adattarsi al cambiamento. La resilienza è anche un processo adattivo che collega le singole risorse con eventi che si verificano nel mondo esterno. Gli individui resilienti possono “riprendersi” dalle avversità e ripristinare l’omeostasi poiché riducono efficacemente lo stress. Le persone resilienti imparano anche dalle loro esperienze di coping, sia quando il loro coping è efficace e ottiene risultati favorevoli, sia quando non riesce a produrre i risultati desiderati. Il coping è un processo attivo e intenzionale che l’individuo mette in atto per rispondere ad un evento stressante. Se è funzionale alla situazione, può mitigare e ridurre la portata stressogena dell’evento, ma se è disfunzionale ad essa, può anche amplificarla. La resilienza consente alle persone di perseverare, creando un cambiamento nell’ambiente per mitigare la minaccia e ottenere il risultato desiderato[3]. Ognuno di noi ha dovuto trovare le proprie risorse personali per affrontare le nuove sfide derivanti dalla pandemia e la resilienza è un’abilità fondamentale per fronteggiarle. Anche se soli e smarriti, i giovani adulti risultano essere resilienti e capaci di mettere in atto strategie di coping per fronteggiare le difficoltà.  Shigeto e colleghi (2021) hanno esaminato le tipologie di coping messe in atto dai giovani adulti per fronteggiare gli stressor (fattori di stress) correlati alla pandemia. Avendo come punto di partenza la Teoria transazionale dello stress di Lazarus e Folkman (1984), i risultati dello studio suggeriscono come i giovani adulti abbiano utilizzato sei tipologie di coping qualitativamente distinte. Esse si differenziano in base al livello di percezioni degli intervistati della loro resilienza, l’uso di strategie di coping focalizzate sul problema o sulle emozioni e della flessibilità delle proprie strategie quando affrontano un fattore di stress (in questo caso, una pandemia globale). Essere resilienti e avere una buona flessibilità nella messa in atto delle strategie di coping permette ai giovani adulti di fronteggiare meglio l’imprevedibilità degli esiti della pandemia[3]. Il fattore che sembra avere un maggiore ruolo protettivo per la sofferenza psicologica nei giovani adulti è il supporto percepito[2]. Marchini e colleghi confermano, nella loro ricerca, l’importanza di differenti tipi di contatto sociale, sia online che offline, con amici e familiari, durante i momenti più duri della pandemia. Il supporto tra pari è risultato essere il maggiore fattore protettivo per la sofferenza psicologica durante i periodi di lockdown[2]. Il bisogno fondamentale di appartenenza, inteso come desiderio di attaccamenti interpersonali, sembra essere un fattore protettivo contro la solitudine e la potenziale depressione negli adolescenti e nei giovani adulti.  In conclusione, le ricerche suggeriscono l’importanza di sviluppare nei giovani adulti resilienza e flessibilità, oltre a specifiche capacità di coping che possano aiutare a compensare gli effetti psicologici dei cambiamenti derivanti dalla pandemia o da altre crisi future. Inoltre, è necessario comprendere i sentimenti di solitudine dei giovani e mettere in atto interventi che permettano di creare connessioni e mitigarne gli effetti sulla salute mentale. I giovani dovrebbero poter fare affidamento sugli altri per alleviare il peso della crisi pandemica sulla loro salute mentale. Pertanto, la comprensione delle conseguenze della pandemia sulla salute mentale individuale e dei fattori protettivi e di rischio correlati può aiutare a fornire aiuto e assistenza mirati alla popolazione più giovane. Fonti [1] Lee C.M., Cadigan J.M. & Rhew I.C. (2020). Increases in loneliness among young adults during the COVID-19 Pandemic and association with increases in mental health problems. Journal of Adolescent Health, 67: 714-717. https://doi.org/10.1016/j.jadohealth.2020.08.009 [2] Marchini S., Zaurino E., Bouziotis J., Brodino N., Delvenne V. & Delhaye M. (2020). Study of resilience and loneliness in youth (18-25 years old) during the COVID-19 pandemic lockdown measures. J Community Psychol, 49: 468-480. DOI: 10.1002/jcop.22473 [3] Shigeto A., Laxman D.J., Landy J.F. & Scheier L.M. (2021). Typologies of coping in young adults in the context of the COVID-19 pandemic. The Journal of General Psychology, DOI: 10.1080/00221309.2021.1874864. Lazarus, R. S., & Folkman, S. (1984). Stress, appraisal, and coping. New York, NY: Springer.

Le Dipendenze Tecnologiche

di Aldo Monaco Oggi, più o meno tutti, abbiamo un rapporto diretto con i mezzi tecnologici. C’è chi chiede ad Alexa come preparare la panna da cucina, chi deve connettersi con Skype per vedere la fidanzata a migliaia di chilometri, chi cerca informazioni per una ricerca universitaria, chi si rilassa giocando ad un gioco di ruolo e chi ama fare acquisti su Amazon. Ad accomunare tutte queste esperienze digitali è il rapporto che noi intratteniamo col mezzo/programma informatico, il quale, come accade in ogni tipo di relazione, non è mai neutro e indifferente: può farci entusiasmare, può farci sperimentare sensazioni di gratificazione e benessere, può farci perdere il controllo, può farci sentire insofferenti e rabbiosi (penso a fenomeni come il tecnostress e al computer rage); fenomeni che ben fanno comprendere come queste esperienze tecno-mediate siano capaci di farci emozionare. Tale rapporto, come hanno dimostrato diversi esperti e studi psicologici, generandoci delle esperienze emotive, si inserisce nella grande area che purtroppo può portare alle dipendenze. Tuttavia, sebbene la maggior parte di noi sia concorde nel considerare che una sostanza chimica sia capace di instaurare un meccanismo di gratificazione, e probabilmente di dipendenza, in tanti invece avrebbero delle riserve sulle capacità di questo nuovo genere di esperienze emotive di ricreare lo stesso tipo di effetto legato alla dipendenza. Il fascino di questo genere di esperienze tecno-mediate presenta diverse similitudini con le classiche situazioni tossicomaniche. Come quest’ultime infatti, anche il “cyberdipendente” attraversa una fase iniziale di “luna di miele” la cui scoperta di questi nuovi mondi sensoriali – straordinari e appaganti – finalmente sembra dare delle risposte immediate a tutti i bisogni, a tutto quello che la realtà tende a rendere complesso. Queste “dipendenze senza droga” fan così ben percepire che si può essere dipendenti nei confronti di sensazioni ed esperienze provocate da qualcosa che viene agito e non solo ingerito. Come tutte le forme di dipendenza, il profilo di questo genere di individui si caratterizza per: • una vulnerabilità narcisistica: profonda fragilità e insicurezza nei confronti dei sentimenti di fallimento e umiliazione, i quali portano la persona ad aggrapparsi ad una qualunque “soluzione autoriparativa”; • la dipendenza psicologica: un senso di sé estremamente legato alla reazione/approvazione degli altri; • l’intolleranza agli affetti: l’impossibilità e l’incapacità di sopportare sensazioni dolorose le quali, vista la loro natura penosa, devono essere “rimpiazziate” con qualcosa che le neghi e le allontani a scopo difensivo come succede con gli alcolici, il cibo, il gioco d’azzardo e come succede sempre più spesso per mezzo di questo nuovo tipo di dipendenze (shopping online compulsivo, cybersesso, trading online compulsivo, giochi online ecc); • compulsività generalizzata: comportamenti che l’individuo mette in atto – in modo coatto e sempre più disperato – perdendo il controllo di sé, pur sapendo essere dannosi per sé, i famigliari, gli amici, il proprio ambito lavorativo, sanitario, legale e finanziario; • l’impulsività: una persona incapace cioè di ritardare le gratificazioni, orientata al presente, all’appagamento immediato, non pianificato; Ciò che denota primariamente la vita psichica di questi individui è la possibilità di distruggere e dissipare, il più velocemente possibile, ogni tipo di sentimento legato alla rabbia, all’ansia, alla colpa, alla tristezza con “soluzioni esterne” capaci di “riparare”, seppur momentaneamente, lo stato d’animo e la coesione di sé. Queste nuove dipendenze sono possibili perché, differentemente dalle tecnologie tradizionali che consentivano la conoscenza e il possesso del mondo reale, esse sono capaci non soltanto di manipolare direttamente il modo e la realtà fisica ma anche di modificare il nostro stato mentale, la nostra sensorialità e percettività, i confini identitari, il nostro stato cosciente: si pensi ai visori della realtà aumentata i quali, simulando i processi di funzionamento della mente, divengono la fonte privilegiata di emozioni/sensazioni appaganti seppur scaturite da dimensioni del tutto simulatorie e mendaci e non da parti del sé, del proprio corpo o della propria mente. I comportamenti di abuso da internet si articolano rispetto alla poliedricità e la multifunzionalità della rete. Possiamo così elencare le più comuni tipologie di fenomeni di dipendenza online: • Gioco d’azzardo online: si comincia per caso e, senza rendersene conto, il bisogno di giocare d’azzardo aumenta esponenzialmente. Esso inoltre coinvolge sempre più gli adolescenti che, usando le carte di credito dei genitori, arrivano anche a mentire, a fare piccoli furti ecc; • Dipendenza da cybersesso: Essa si caratterizza per la ricerca di materiale pornografico (immagini, giochi, film) ma anche per la frequentazione, tramite webcam, di sex-room virtuali il cui fascino iper-realistico rende appagante l’esperienza del sesso virtuale. Tale appagamento, per alcuni, è tanto soddisfacente (seppur accompagnato, a lungo andare, da un sentimento di colpa, vergogna e inadeguatezza) da diventare gradualmente la principale fonte di gratificazione sessuale tanto da ridurre, mano a mano, l’interesse per il partner reale; • Dipendenza da cyber relazioni: questa forma di dipendenza può manifestarsi come conseguenza di un rifiuto di conoscersi realmente per mantenere un’immagine virtuale di sé, o meglio, idealizzata di sé. Questo genere di relazioni sono particolarmente investite di aspetti fantasmatici: l’altro è immaginato in modo tale da rispondere ai proprio bisogni soggettivi e affettivi più che a quelli oggettivi e reali della persona con cui si entra in contatto; • Dipendenza da giochi di ruolo online: questa forma di dipendenza riguarda in particolare modo gli adolescenti ma anche tutte quelle persone che compiono un ritiro dal mondo reale per abitarne uno del tutto virtuale (privo della complessità e della contraddittorietà tipica delle relazioni reali) con cui immedesimarsi in un personaggio fino identificarsi quasi completamente. La persona tenderà così a dedicare gran parte del proprio tempo al gioco e al proprio personaggio mettendo conseguentemente in crisi i rapporti interpersonali, gli impegni scolastici/lavorativi e dunque la vita reale. • Trading online compulsivo: Tra i vari abusi patologici di internet quest’ultimo viene considerato uno dei più pericolosi e più diffusi. Oggi infatti le app di business sono tante e tutte di facile intuito, velocità e semplicità d’uso tanto da permettere sia al piccolo investitore che ai grandi operatori finanziari di intervenire sui principali mercati economici. Esse danno

Ecco chi è il bambino iperattivo

Riconoscere e discriminare una diagnosi di iperattività da un comportamento vivace. Come comportarsi con un bambino iperattivo e a chi rivolgersi Nella pratica clinica uno degli abusi terminologici che più spesso incontro è quello del bambino iperattivo. Ma come distinguere un possibile ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) da un bambino vivace? BAMBINO IPERATTIVO VS BAMBINO VIVACE Sicuramente un ADHD è un bambino con difficoltà ad ascoltare le richieste, ad eseguire gli ordini. Il suo modo disordinato di voler fare più cose contemporaneamente può far perdere la pazienza a chi gli sta vicino. Bisogna tener presente che tali comportamenti spesso derivano da un disagio e sgridarli può essere controproducente, ovvero può aumentare la loro insicurezza e può isolarli ancora di più dagli altri. Di fronte a questi comportamenti è utile mostrarsi fermi e assertivi nelle richieste e chiedere loro una cosa per volta. Inoltre  utilizzare poche regole, semplici e ben delineate in modo che i bimbi sappiano esattamente cosa fare e riescano a concentrarsi sull’obiettivo da raggiungere. Il genitore di un ADHD spesso si chiede qual è l’approccio migliore al bambino, se è più utile alzare i toni, o assecondarlo. QUALE SCELTA MIGLIORE PER UN GENITORE? Qualunque sia la scelta questi genitori hanno in comune il fatto di sentirsi incompetenti e insicuri (“dottoressa non so se sto facendo bene”). Pertanto, rivolgersi ad uno psicologo per azioni di supporto educativo può essere utile a sentirsi accolti ed ascoltati in questi stati d’animo di smarrimento. Come fare quindi a discriminare un ADHD da un bambino vivace? DIFFERENZE SIGNIFICATIVE Premesso che la vivacità è una caratteristica positiva nei bambini in quanto li rende attivi e curiosi nei confronti delle esperienze circostanti, sarebbe utile prestare attenzione ai seguenti segnali: difficoltà a stare seduti e fermi quando si deve continue distrazioni per qualsiasi stimolo esterno dare delle risposte talvolta sconnesse rispetto alle domande che gli vengono poste difficoltà nel mantenere l’attenzione durante lo studio o il gioco In tal caso rivolgersi a professionisti specializzati, come un neuropsichiatra infantile potrà essere utile al fine di lasciarsi indirizzare sul percorso più idoneo da seguire e tutelare il benessere psicofisico del bambino e dei suoi genitori.

Intervista a Donata Francescato

Il rapporto tra psicologia ed ecologia. Quale contributo gli psicologi possono dare per la salvaguardia dell’ambiente naturale?

Bullismo: di cosa si tratta e come intervenire

Il fenomeno del bullismo richiama sempre più spesso l’attenzione degli esperti e non solo. Come riconoscerlo e cosa fare per contrastarlo? Con questo termine, dall’inglese bullyng, si fa riferimento alla dinamica relazionale che comprende una serie di comportamenti aggressivi messi in atto tra pari all’interno di un contesto gruppale. Questa dinamica può essere definita “bullismo” se vengono soddisfatte tre condizioni necessarie: una posizione asimmetrica tra bullo e vittima; l’intenzionalità da parte del bullo di creare il danno; sistematicità delle prevaricazioni che si ripetono nel tempo. Esistono vari tipi di bullismo, ognuno peculiare in base alla forma che assume. Possiamo ritrovarci davanti a molestie fisiche, evidenti e più semplici da riconoscere. Oppure incontrare forme più sottili e implicite, ma altrettanto violente e dannose. In questo caso si tratta di violenza psicologica. In altri casi, il canale preferenziale utilizzato è quello digitale e quindi si parla di cyberbullismo. Un’ ulteriore realtà è quella del bullismo omofobico, in cui a legittimare il bullo è la rappresentazione di genere culturalmente condivisa. Il bullismo, però, in tutte le sue espressioni si configura come scarsa o assente comprensione delle differenze: Gli attacchi possono riguardare caratteristiche fisiche, etniche, predisposizioni caratteriali, l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere della vittima. È un fenomeno che spesso può essere sottovalutato e definito “ragazzata”, “bravata” e via dicendo. Le conseguenze che comporta, invece, non solo nell’essere vittima ma anche nell’essere bullo, sono tante e spesso consistenti. Gli adolescenti che risultano essere aggressivi con i loro coetanei, continuano ad esserlo anche successivamente, e possono giungere a episodi di violenza molto gravi e/o criminalità. Allo stesso tempo le vittime possono presentare disturbi di ansia, depressione, bassa autostima fino ad arrivare nei casi più estremi, ma non rari, all’autolesionismo e al suicidio. Queste dinamiche spesso vengono agite in un delicato momento di vita, l’adolescenza, e in contesti ben definiti: scolastico, sportivo … Gli adulti, qualsiasi ruolo rivestano, devono acquisire una serie di strumenti per riconoscere, in primis, il fenomeno e successivamente di intervenire. In questi casi risulta fondamentale lavorare su due aspetti ricorrenti: la condivisione dei valori e la gestione e il riconoscimento delle emozioni. Spesso i bulli prediligono il successo, l’indipendenza, la libertà a discapito della collaborazione. Inoltre hanno competenza ridotta nella gestione della rabbia e nell’empatia. A loro volta le vittime non riescono a tollerare la propria reazione alla violenza, alimentando il senso di impotenza che spesso sfocia in un’eccessiva colpevolizzazione o in negazione della sofferenza. In risposta a tutto ciò, risulta necessario e urgente informare, sensibilizzare e formare sul tema al fine di rendere sempre più inclusivi i contesti di vita dei giovani d’oggi.

MINDFULNESS: benefici durante il Covid-19

La mindfulness: qual è il significato e perché molte persone hanno iniziato a praticarla durante la pandemia da Covid-19? La mindfulness è una capacità innata che si utilizza, si sviluppa e si approfondisce grazie alla pratica e che prevede dunque una sorta di coltivazione, nel senso che occorre piantare e annaffiare i semi, e prendersene cura quando mettono radici e crescono nel terreno dei nostri cuori, per poi fiorire e fruttificare in modi interessanti, utili e creativi. Tutto comincia dall’attenzione e dalla presenza mentale. Ogni mattina, quando a scuola si fa l’appello, i bambini rispondono: “presente”. Tuttavia, a volte, è solo il corpo a essere in classe. (Jon Kabat-Zin) Si sente spesso parlare di mindfulness. Ma cosa vuol dire? Mindfulness significa prestare attenzione con flessibilità, apertura e curiosità. Con questa definizione si fa riferimento ad un processo di consapevolezza, che consiste nel prestare attenzione all’esperienza del momento presente, piuttosto che rimanere “agganciati” ai pensieri che normalmente affollano la mente. In che modo? Con apertura e curiosità, anche quando si vivono momenti particolarmente difficili. Infatti scappare o cercare di lottare con pensieri o emozioni dolorose conduce ad un aumento della sofferenza a lungo termine. Vivere con pienezza tutti i momenti ci consente, invece, di entrare in pieno contatto con noi stessi e rispondere consapevolmente alle difficoltà della vita, aumentando la resilienza psicologica. Con la pandemia da Covid-19, è stato osservato che molte persone si sono avvicinate a questa pratica: perchè? Petit BamBou, la principale app non religiosa di mindfulness in Europa e YouGov, una delle principali società di ricerche di mercato al mondo, hanno studiato il rapporto degli italiani con la pratica meditativa durante e dopo il periodo di quarantena. E’ emerso che, durante il lockdown di marzo 2020, molte persone si sono avvicinate alla mindfulness per la prima volta: più della metà di chi pratica (56%) ha iniziato durante la quarantena. Proviamo a pensare: quante volte abbiamo creduto che la vita ci stesse scorrendo tra le mani in questo periodo? Molte persone, tuttavia, hanno sperimentato l’utilità di godere del momento presente: la mindfulness ha insegnato a “stare con l’attesa, e con la tristezza, e con la rabbia, e con la paura”, senza farsi trasportare dalle emozioni o dall’incertezza del futuro. Essa è, infatti, un particolare atteggiamento verso l’esperienza. Chi la utilizza ha imparato un nuovo modo di di rapportarsi alla vita, che permette di alleviare le nostre sofferenze e di rendere la nostra vita più ricca e significativa. Fortunatamente esiste un modo sia formale che informale per praticarla. La pratica formale necessita di uno spazio tranquillo, ma la pratica informale può essere svolta in qualsiasi momento della giornata: mentre si conversa con un amico, mentre si assapora un gelato, mentre si fa una passeggiata. E quello che le persone hanno iniziato a chiedersi è: cosa possiamo fare ora? Due sono le alternative: Farci controllare dalle emozioni o scegliere di mettere in atto piccole azioni quotidiane, importanti per noi. La mindfulness ci consente di ancorarci al presente e non sentirci in balia degli eventi. “Non puoi fermare le onde, ma puoi imparare a surfare”- Jon Kabat-Zinn