Il Laboratorio di lettura del lunedì

di Fulvia Ceccarelli e il gruppo di lettura Da tempo coltivavo un sogno: dar vita ad un Laboratorio di lettura. Laboratorio, perché immaginavo qualcosa di non rigidamente strutturato, da aggiustare in itinere sulla base di ciò che l’esperienza avrebbe suggerito. Così, qualche anno fa, ho predisposto e fatto circolare una locandina dal titolo La lettura come strumento terapeutico, che ha raccolto un discreto numero di adesioni. L’idea è nata parlandone con un amico che ha condotto gruppi di lettura. Da quel momento ho iniziato a reperire informazioni, senza però trovare una modalità che mi convincesse fino in fondo. Che sentissi viva e coinvolgente, come accade quando inciampiamo per caso in qualcosa che ci fa vibrare dentro. Un libro, ad esempio, quando tocca certe corde. A lungo mi sono chiesta se fosse il caso di scegliere una tematica generale in base alla quale orientare le proposte. Oppure concordare la lettura di un libro che tutti avremmo letto nel mese intercorrente tra un incontro e il successivo, per commentarlo insieme. Tuttavia, considerato che un mese vola in fretta e può non essere sufficiente, a meno di scartare testi voluminosi, resta comunque il fatto che ciò che piace ad alcuni non piace necessariamente ad altri. E una delle poche regole della casa è che un libro può essere letto solo se ci ingaggia. E lo scopo del Laboratorio è incuriosire. Condivido appieno il suggerimento del buon Pennac, che sostiene che se tra libro e lettore non scatta una “corrispondenza di amorosi sensi”, meglio piantare il libro a metà. Oltre al fatto che già nel quotidiano siamo obbligati a leggere obtorto collo libretti di istruzione, clausole capestro e via dicendo. Mentre ero alle prese con i miei dubbi, mi sono imbattuta in un interessante programma radiofonico in cui degli attori leggono brani tratti da racconti e romanzi. Che mi ha fatto riscoprire il piacere di ascoltare storie lette ad alta voce da altri. Come accadeva con le fiabe. Quando, sbrigliando la fantasia, fantasticavamo di luoghi e personaggi evocati dal racconto. Da un lato, impazienti di sapere come sarebbe andato a finire. Dall’altro, dispiaciuti di abbandonare dei compagni di avventura. Così, mi è venuto in mente di coinvolgere un’amica attrice, proponendole di diventare la lettrice ufficiale del nascente gruppo. E lei, seria, mi ha domandato: “Perché cerchi un attore che si cali nella parte e non ti fidi del fatto che, se un certo personaggio e una certa trama ti hanno particolarmente colpita, troverai il modo di trasmetterlo a chi ti ascolta. Attraverso le pause, l’intonazione della voce, le sottolineature che saprai fare solo tu in quel preciso modo. Perché hanno conquistato te e non un altro”. Prendendo il coraggio a due mani, ho deciso che, di volta in volta, qualcuno del gruppo avrebbe letto agli altri poche pagine di un racconto che gli stava particolarmente a cuore. Presentandole a modo suo e fidandosi del buono che ne sarebbe scaturito. Al primo incontro eravamo una dozzina di persone. Più donne che uomini. Dopo aver brevemente illustrato le idee che mi frullavano in testa, sono entrata nel vivo, leggendo ad alta voce e in modo passabilmente gradevole, un brano tratto da Segreta penelope di Alicia Gimenez Bartlett. Rispetto al quale, peraltro, nutrivo qualche dubbio. Perché il tema trattato era impegnativo. Infatti il personaggio di Ramona, psicoterapeuta di lungo corso, sostiene la tesi che le donne siano più esposte degli uomini ad ammalarsi di patologie psichiche. Terminata la lettura, dopo attimi di silenzio, ho chiesto ai presenti di ascoltarsi dentro e provare a sentire quali emozioni avessero suscitato in loro le parole del racconto. Timidamente, una dopo l’altra, sono emerse delle riflessioni e anche qualche critica. Cosa spiazzante e apprezzabile al tempo stesso, perché il Laboratorio per non implodere, non può che essere uno spazio fisico e mentale, all’insegna della libertà di pensiero e di parola. Mica facile! Questa è stata la nostra modalità di procedere. Con cui abbiamo affrontato temi molto umani, al di là delle epoche storiche e delle latitudini. Ad esempio, leggendo Controvento. Storie e viaggi che cambiano la vita di Federico Pace, abbiamo riflettuto su cosa significhi scegliere e su come ogni scelta implichi l’abbandono di qualcosa in favore di qualcosaltro, generando cambiamento. Con Nemesi di Philip Roth, abbiamo sfiorato il tema della morte, chiedendoci se esista una buona ricetta per convivere con la sua ombra lunga o se sia meglio vivere fingendo di essere immortali. Questo tema, intenso e delicato, è stato reso pensabile grazie alle diverse anime presenti nel gruppo. E ci ha affratellato. Alla fine dell’incontro ci abbracciamo e le persone si attardano a parlare tra loro più del solito. Con Riparare i viventi di Maylis de Kerangal, affrontiamo il tema della donazione degli organi di una persona cara, morta di morte improvvisa, spesso molto giovane. Immedesimandoci nei parenti più prossimi, ci siamo chiesti cosa si provi sapendo che continuerà a vivere sì, ma sparpagliata in tante persone diverse. Leggendo L’uomo che vede passare i treni di Simenon, riflettiamo su quale sconquasso produca la fine di una storia d’amore. Mettendo a confronto il punto di vista maschile e femminile. Con L’arte di viaggiare di Alain de Botton, parliamo del “sublime”. Che per alcuni è la sensazione di sentirsi parte di un tutto, che seduce e nel contempo umilia, perché ci mette di fronte alla nostra finitezza di uomini. Come accade quando ammiriamo un paesaggio, un’opera d’arte, un fiore. Con In fuga, tratto da Sherzi del destino di Alice Munro, trattiamo dell’incontro con l’Eros. Di cosa significhi per noi il rifiuto dell’altro e di come talvolta ci si riconosca a pelle, tra estranei. Di quanto il destino esista a prescindere o di quanto invece ne siamo artefici. Con Ricordi e racconti di Umberto Saba, affrontiamo il tema del rapporto con chi, affettivamente vicino a noi, come una madre ad esempio, ha una sensibilità diversa dalla nostra. E ci ama diversamente da come vorremmo. Forse crescere significa imparare ad accettarlo. Con Il Regno di Emmanuel Carrere, trattiamo il nostro rapporto con
L’arte di Essere Fragili

Come accogliere le fragilità evitando che un etichettamento possa incidere negativamente sull’ autostima di un bambino. Spesso gli adulti assegnano scomode etichette, soprattutto ai minori, senza comprenderne le possibili ripercussioni. Bambini sensibili, bambini che non sanno urlare, bambini che implodono e tengono dentro diventano ragazzi che sentono più forte degli altri, che spesso vengono additati come più deboli. In realtà sottovalutiamo che ci vuole una grande forza nel tenere dentro, ad essere contenitore ci vuole forza. La fragilità aiuta a scoprire davvero chi siamo. Il fragile sono Io, certo, ma siamo anche Noi, e quindi se ci riconosciamo è più facile anche stare insieme. La fragilità andrebbe intesa piuttosto come virtù. Tutto è fragile, ma la nostra forza, come scriveva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson, «matura dalla debolezza». Dalla virtù, tutta da riscoprire, della fragilità. Chiarito che condividiamo tutti debolezze e paure e che dobbiamo avere più rispetto per le nostre e per le altrui debolezze, possiamo fare un passo avanti, quello decisivo, alla ricerca della fragilità. Già, visto che ne riconosciamo il valore, allora si tratta di non sprecarla e semmai di valorizzarla. Il primo passo è la rivalutazione dei nostri aspetti vulnerabili, senza più nasconderli a noi stessi o tentando goffamente di rimuoverli, ma semmai mostrandoli con calore e con empatia. Quella timidezza che diventa rossore, quello stare zitti per la preoccupazione di dire cose inopportune, possono fare spazio ad altro. Possono fornirci di un carattere, di una personalità. E la nostra fragilità, una volta mostrata con apertura verso gli altri, ci mostra più teneri, più spontanei e perfino più divertenti. Inoltre, in questo modo, riconoscendo prima a noi stessi e poi ai bambini il diritto di sbagliare, riusciremo a sottrarci al continuo giudizio degli altri, e anche al nostro auto-giudizio. Il secondo passo è verso l’esterno. Rivelare agli altri, a partire dalle persone che più amiamo, la nostre insicurezze, le nostre paure e le emozioni che legano in unico fascio di fragilità. Se trasferiamo queste informazioni ai bambini, potremmo coltivare la loro autostima ed aiutarli a divenire adulti autentici.
Decluttering: riordinare gli spazi produce benessere

Il decluttering è una tecnica che permette di eliminare il superfluo con l’obiettivo di puntare all’essenziale eliminando oggetti inutili. La pandemia ci ha costretti a restare tra le mura domestiche. Dopo una prima fase di disorientamento, abbiamo iniziato a riscoprire diversi modi per tenerci impegnati. Dall’arte culinaria all’allenamento home made, ognuno di noi ha sperimentato nuovi interessi o rispolverato vecchie passioni. Riorganizzare gli spazi quotidiani per renderli più confortevoli e sgomberare gli armadi da abiti mai indossati, sono solo alcune delle azioni che il decluttering contempla. Si tratta di un vero e proprio stile di vita, una disciplina che ci permette di vivere meglio. Riordinare casa, gettando tutto ciò che non riteniamo più utile, è un processo quasi catartico. Avere spazi liberi e ben organizzati, agevola le nostre giornate e riduce lo stress derivato sia dal caos sia dal costante pensiero del dover riordinare. Inoltre, molti arnesi che abitano le nostre case, sono spesso portatori di ricordi ed emozioni sia positive che negative. Impegnarsi in un processo di selezione accurata, rievocando l’esperienza connesse a quegli oggetti, permette di liberarsi anche da pensieri spiacevoli e dalla sensazione di malessere che questi comportano. Marie Kondo, guru di questo metodo che prende il suo nome Konmari, è autrice del libro “Il magico potere del riordino” da cui ha preso spunto il popolarissimo reality Netflix “Facciamo ordine con Marie Kondo”. La Kondo ha dichiarato di essersi ispirata alla religione Shintoista, che considera la pulizia una pratica spirituale connessa all’energia delle cose e al modo corretto di vivere. Questa pratica può generare una sensazione di riequilibrio sia fisico che mentale, incidendo positivamente sul nostro benessere psicologico e rendendoci più aperti al cambiamento. Provare per credere!
I cartoni animati: valori ed emozioni da esplorare

I cartoni animati permettono al bambino di entrare in contatto con le proprie emozioni: cosa può fare l’adulto? Provate a rispondere con me a queste semplici domande: -durante la mia infanzia c’è stato un cartone animato a cui ero particolarmente legato? -perchè? -cosa ricordo di quel cartone animato? Penso che nella maggior parte dei casi la risposta alla prima domanda sia “si, c’è un cartone a cui sono legato”; sul perché c’è un legame, probabilmente è qualcosa che riguarda il tema del cartone animato (attinente agli interessi della persona); alla terza domanda (cosa ricordo di quel cartone animato?) allora si potrebbe iniziare a parlare di emozioni che si attivano con i ricordi. In molti film d’animazione si nascondono tematiche importanti sulla vita, su se stessi e sul mondo che ci circonda. Pensiamo ad esempio a “Soul”, l’ultimo cartone animato della Disney Pixar uscito nel 2020. Lì si affrontano temi come: la ricerca di uno scopo nella vita, gli obiettivi che vengono prefissati, la collaborazione, la consapevolezza di sé, la gioia (nel cartone animato viene chiamata “scintilla”) che si nasconde nelle piccole cose. E così, guardare un cartone animato con il proprio bambino, non è soltanto un’occasione piacevole per trascorrere del tempo con lui, ma diventa anche un momento di condivisione e di riflessione importante sia per lo sviluppo del bambino che per la relazione tra adulti e piccini. Uno studio portato avanti dall’Università UPV/EHU dei Paesi Baschi (Spagna) ha analizzato l’osservazione dei cartoni animati da parte dei bambini in relazione allo sviluppo di abilità narrative e alla formazione di valori importanti. Per questo è essenziale che la visione di questi cartoni animati avvenga in compagnia di una persona adulta che possa ascoltare e discutere i turbamenti o i dubbi che possono crearsi nel bambino, mentre gli si dà l’occasione di entrare in contatto con il suo mondo interiore per scrutarlo. Ed ecco allora che, ritornando alla terza domanda posta all’inizio dell’articolo, si finisce a parlare di emozioni. “Cosa ricordo di quel cartone animato?” Quando io ripenso ai cartoni che hanno accompagnato la mia infanzia, mi viene in mente la paura, che ho conosciuto guardando “Biancaneve”, il coraggio e la grinta di “Pocahontas”, la tristezza espressa con il pianto quando Mufasa muore ne “Il re leone”. Gli studi condotti sui processi di memoria hanno permesso di individuare le aree e le strutture responsabili dei processi mnestici e di osservare la stretta relazione tra memoria ed emozione. E a proposito di emozioni, non può non essere nominato Inside Out! Inside Out (2015) racconta in modo semplice, ma profondo la vasta gamma di emozioni che continuamente accompagnano le nostre esperienze. Si riflette sull’importanza che tutte le emozioni hanno e su quanto, per questo, sia importante riconoscerle ed accoglierle, anche quelle definite “negative”. I bambini hanno bisogno di trovare risposte alle domande che inevitabilmente si pongono nel corso della crescita. Anche la visione di un cartone animato, come abbiamo visto, può contribuire a far conoscere il proprio mondo interiore. Quel mondo che poi, diventando adulti, diventa sempre più difficile scrutare ed esprimere!
Autostima: come farla crescere nei bambini?

Manca sempre, oppure è troppa o non è adeguata: ma come aiutiamo i bambini a sviluppare l’autostima? Se l’argomento vi annoia, avete ragione: è abusato, se ne parla troppo e in modo spesso improprio. Ma questo è un piccolo decalogo pratico per aumentare l’autostima nei bambini, aiutandoli a sentirsi competenti. È come una vaccinazione, per gli eventi avversi del presente e del futuro: ed è alla portata di tutti farla crescere in figli e nipoti. L’autostima sarà la loro arma segreta, una vera e propria armatura di difesa e prevenzione contro le dipendenze e i comportamenti tossici in adolescenza; e attenuerà le cadute e le delusioni che la vita riserva a tutte le età. Servirà persino a potenziare il loro livello di risposta agli agenti patogeni, perché il sistema immunitario è sostenuto, tra gli altri fattori, anche da un buon livello di benessere psicologico. Cosa fare, quindi, per aumentare la famigerata autostima? 1) Iniziate da voi Date l’esempio con il vostro modo di formulare le frasi. Trasformate l’affermazione: “non sono capace di …” in “non sono ancora capace di …” e riformulate anche quello che dicono di sé i bambini rispetto a un compito difficile. Questo gli trasmetterà l’idea che la competenza non è congenita, ma è un processo, spesso duro, ma affrontabile, di apprendimento. 2) Date compiti ai bambini Scegliete delle attività che siano appropriate per la loro età e che gli diano la possibilità di impegnarsi, di sbagliare e riprovare, di sfidare se stessi, stando attenti ad offrire opportunità di riuscita, perché possano sperimentare un assaggio di successo. Insegnategli a cucinare un piatto dall’inizio alla fine e giudicate insieme i risultati. 3) Comunicate ottimismo Secondo Martin Seligman, autore de “Il bambino ottimista”, i bambini pessimisti vedono gli ostacoli come permanenti, pervasivi e come risultato di una propria colpa. I bambini ottimisti, invece, vedono gli insuccessi come temporanei, specifici e modificabili, perché percepiti come comportamenti che possono essere cambiati. “I bambini imparano il pessimismo, in parte, da genitori e insegnanti, quindi è molto importante dare un esempio di ottimismo”. Faticoso? Certo, specie nei momenti difficili. Ma aggiungere “ancora” o “per ora” alla frase “non ci riesco” è uno sforzo fattibile, che porta grandi risultati. 4) Generalizzate i successi e specificate gli insuccessi Se vostra figlia ha preso un brutto voto in storia, aiutatela a circoscrivere con una formulazione del tipo “oggi sono andata male in storia perché ho ripetuto poco”; se invece ha preso un bel voto, incoraggiatela a espandere la portata del successo. Invece di “oggi sono andata bene in storia perché ho studiato tanto”, trasformate in “sono brava a scuola perché mi impegno”, andando oltre l’episodio di un solo giorno e generalizzando la portata semantica del successo. 5) Siate specifici nell’apprezzamento Dire semplicemente “bravo” o “benissimo!” è un incoraggiamento limitato e generico. Meglio una formulazione che descriva il comportamento desiderato e in questo modo lo rinforzi per il futuro. Ad esempio: “ sono super orgogliosa di te perché hai tenuto duro anche quando eri stanco e sei riuscito a finire tutto”. 6) Non esagerate con le lodi Gli esperti sono concordi nel dire che le lodi devono essere abbondanti, ma che esagerarne la frequenza è controproducente. Si parla di un rapporto 4:1 come ottimale: quattro apprezzamenti e una correzione. Le ricerche indicano che questo rapporto non solo aumenta i comportamenti positivi, ma crea anche un clima di collaborazione e di positività, che aiuta il bambino ad accettare e a utilizzare al meglio una correzione costruttiva, quando inevitabilmente arriva. Inoltre, ripara il bambino dalla frustrazione di non trovare sempre un incondizionato apprezzamento all’esterno del contesto familiare e gli dà gli strumenti per avere una percezione equilibrata di sé come capace, ma non onnipotente o destinatario di continua ammirazione. Un ultimo suggerimento? Fidatevi della competenza dei vostri bambini: affiancateli, non anticipateli o sostituiteli. La fiducia è un ottimo motore per l’autostima. Non solo per i piccoli: anche per i “loro” grandi.
Social influencer: la risonanza sociale dei protagonisti del web

Internet ha generato una profonda evoluzione dei modelli comunicativi e sociali: in una prospettiva egocentrica, ogni utente dotato di un account ha la possibilità di costruire la sua vetrina virtuale, una finestra sul mondo digitale che permette di esporre la propria vita (reale o fittizia che sia) alla platea virtuale in ascolto. Nello scenario di tale sovraesposizione mediatica, le aziende sono state costrette a inventare nuove strategie per avvicinarsi al pubblico e per differenziarsi dalla pubblicità tradizionale riaffermando il bisogno di unicità e genuinità in chiave 4.0. Proprio in questo contesto nascono gli influencer: personaggi talmente popolari in rete da avere la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte degli utenti. A cosa si deve il loro successo? Nonostante la figura dell’influencer sia molto cambiata nel tempo, trasformandoli da ragazzi della porta accanto a vere e proprie web star, conserva un fattore decisivo: la credibilità e la fiducia agli occhi del consumatore. Il follower istintivamente si identifica con il personaggio, prova empatia e fiducia, si immedesima nella storia narrata e assimila il messaggio veicolato. Uno dei rischi di questo fenomeno è l’Highlight Reel Effect:i follower confrontano la loro vita con quella patinata esibita dagli influencer, questo genera insicurezza e insoddisfazione, fino alla depressione. Si tende sempre più al raggiungimento di un’immagine ideale, di un modello di perfezione estetica e di status sociale di un mondo dorato e inaccessibile.Esistono dei pericoli anche per la salute psicologica dell’influencer, perennemente sotto stress e sotto i riflettori per restare fedele all’immagine di perfezione costruita, schiavo dei like da cui dipendono la sua affermazione sociale e la sua carriera e continuamente esposto ad una gogna mediatica per ogni passo falso commesso. Come anticipato, gli influencer si stanno evolvendo: consapevoli del loro potere di persuasione lo esercitano per portare l’attenzione su temi di grande impatto sociale, come il body shaming, la discriminazione e la violenza di genere, il razzismo e surriscaldamento globale. La tecnologia con la sua viralità può essere un mezzo per diffondere messaggi positivi con una potenza straordinaria, la chiave è non farsi sopraffare dallo strumento, ma mettere mente e cuore nel messaggio.
Pensare la Scuola, ripensare lo spazio – tempo dell’apprendimento. Prima sessione: l’organizzazione.

Prima sessione convegno psicologinews “Pensare la scuola, ripensare lo spazio – tempo dell’apprendimento”. La seconda sessione lunedì 10.
La coppia: scelta, innamoramento, aspettative

La coppia coniugale è un sistema dinamico aperto, diverso dalla somma delle caratteristiche di ciascun membro: non è costituita, infatti, dalla semplice unione di due individui, ma è un incontro di due storie diverse. Per poter creare, quindi, una famiglia, è necessario che i due partner si mettano in gioco sia psicologicamente e sia emotivamente. Uno dei primi momenti di crisi che una coppia si trova ad affrontare è proprio la sua formazione. Ci sono tre parti che coesistono in una coppia: IO, TU, e NOI. C’è un lui, c’è una lei, ma ci sono anche i modelli personali di relazione e le aspettative di ciascuno. Il processo che guida la formazione della coppia è suddiviso in tre momenti differenti: La scelta del partner. È il primo momento in cui si fa appello alla storia personale: la scelta solitamente avviene per similarità o contrarietà al genitore di sesso opposto. Sul partner, infatti, si sposta l’oggetto d’amore infantile, investendolo di aspettative simili o contrarie al genitore. L’innamoramento. In questa fase entra in gioco l’idealizzazione di sé e dell’altro: ognuno si presenta all’altro, in modo inconsapevole, per essere apprezzabile e desiderabile, enfatizzando se stesso e l’altro. È la fase in cui ogni partner considera l’altro l’unico in grado di soddisfare esigenze e aspettative profonde. Il matrimonio. È il momento critico vero e proprio in cui il rituale condiviso costituisce una nuova presa di coscienza. La cerimonia, infatti, di per sé, non implica la costruzione di un saldo legame tra coniugi. Al contrario, è necessario un impegno verso la costruzione di una identità di coppia. Tale processo, però, è legato ad una maturazione della propria identità e lo svincolo dalla famiglia di origine. Saremo felici o saremo tristi, che importa? Saremo l’uno accanto all’altra. E questo deve essere, questo è l’essenziale.(Gabriele D’Annunzio)
Un mattino ordinario ai tempi della pandemia

di F.R. Di Mezza Prendo il caffè e insieme ossigeno. Nella piazza vuota, la Cattedrale è un disegno elegante davanti alla montagna. Le cupole maiolicate di tesserine gialle e verdi mi sembrano mimose dedicate a Dio, che non è detto che sia uomo! Chi era quel Papa che aveva osato dire che Dio è madre? Mi sembra che il suo pontificato non durò a lungo e una cronaca non affidabile insinuò il sospetto di una morte non accidentale. L. mi salva da questi pensieri eretici, fa un caffè eccezionale ed ha modi sbrigativi. Buongiorno, come va, qualche aggiornamento locale che, da un anno a questa parte, è immancabilmente sul covid. Arrivano l’Avvocato, un amico della Cartolibreria- e che Cartolibreria! con tanto di tipografia in un palazzo d’epoca- e un altro uomo, taciturno, dall’aspetto distinto. “dottoressa ma voi avete fatto il vaccino?” chiede L.? (il voi è una finezza della lingua italiana che si conserva nel sud: né il tu, che rende troppo vicini, né il Lei, che può creare complicate traiettorie nel discorso e alla fine non si capisce più “questo Lei” chi è. Forse è una questione culturale o, mi piace pensare, di orgoglio: il voi è rispettoso, ma attutisce il dislivello tra persone) -Sì, ho avuto la doppia dose, come il caffè! Sorrido già aspettando la domanda successiva -e come è andata? avete avuto effetti collaterali? -nessuno, forse un po’ di stanchezza, ma probabilmente non c’entrava con il vaccino -ah, e meno male va, perché tizio e caio hanno detto che sono stati proprio male, febbre, dolori articolari…però solo 24 ore -da manuale, insomma! Beh, vuol dire che m’è andata bene -chissà a noi quando toccherà. Per ora solo colori, chiusure e decreti che non ristorano È un passaggio perfetto per l’Avvocato! (indubbiamente L. è una barista che sa il fatto suo) Avvocato che raccoglie con prontezza e mannaggia che non posso trattenermi, perché è ora di andare allo studio, ma immagino il ritmo incalzante delle battute e vado via pensando che sono felice di abitare qui, anche se da poco, in un luogo diverso da quello in cui lavoro. Durante il viaggio in genere mi assicuro il silenzio, evitando la radio o peggio il cellulare. Mi attende una giornata piena di parole, poche le mie, la maggior parte spetta ai pazienti. Ma stamattina ascolto alla radio una notizia che decido di commentare, scrivendo poche righe sul mio mestiere e sul sapere ad esso connesso, prima di iniziare a lavorare nella clinica. La psicoanalisi viene definita dallo stesso Freud come un mestiere impossibile il cui esito insoddisfacente è dato per scontato in anticipo, cioè a livello psichico non possiamo aspettarci la guarigione come una sorta di risoluzione completa del malessere, che per altro è connaturato alla buona salute! per dirla con Oscar Wilde. Inoltre, non esiste un nesso automatico per cui, usando la tecnica canonica, otterremo un miglioramento garantito: è abbastanza intuitivo che se persino la riabilitazione di un arto fratturato richiede tempo e può lasciare residui patologici, immaginiamo la psiche, che affonda le proprie radici nel corpo biologico, di cui solo il cervello possiede circa 100 miliardi di neuroni! Dopo un anno di pandemia però, abbiamo un’ennesima dimostrazione che anche il “sapere psichico” ha qualcosa di impossibile: infatti, quando proviamo a comprendere ed usare efficacemente ciò che sappiamo del funzionamento mentale, facciamo i conti, inesorabilmente, con risultati altrettanto insoddisfacenti. Pare proprio che la psiche resista a conoscere ed utilizzare pienamente ciò che sa di sé: fraintende, oblia, rimuove, scinde, capovolge…insomma, di sé, non vuole sapere troppo. Quest’ultima considerazione è particolarmente evidente nell’atteggiamento e nelle misure che stiamo adottando rispetto alle implicazioni “psicopatologiche” del covid. All’inizio della pandemia se n’ è parlato timidamente, quasi che, invocare queste problematiche rispetto alla morte biologica delle persone, fosse un’offesa rispetto alle perdite subite e alle urgenze organiche da affrontare. Le malattie psichiche correlate al covid? Sono quantomeno un problema secondario. Eppure, le cosiddette “scienze dure” sanno bene che non esiste una scissione mente corpo, ma un tutt’uno, esiste una persona che si ammala interamente, nella sua globalità, non è che muoiono solo i suoi polmoni! A questo monismo epistemologico dovrebbero conseguire terapie che prediligono l’aspetto più organico o più psichico a seconda delle malattie, ma sempre nell’ottica (che dovrebbe essere chiara ma non lo è!) dell’essere umano come un continuum psicosomatico. Le molteplici risposte del sistema immunitario all’attacco del virus, risposte che hanno un impatto notevole sia nelle cure che nei vaccini, sono un esempio eclatante. Il sistema immunitario, infatti, è un crocevia inscindibile di fattori organici e psichici e le sue risposte al virus dipendono tanto da fattori biologici che affettivi, relazionali, semplicemente umani. Ma quanto queste ultime variabili sono prese in considerazione nelle ricerche sperimentali? E quanto nell’assistenza dei malati e di chi li cura, vale a dire medici, scienziati, operatori sanitari?. In un secondo momento della pandemia speravo in una impostazione più integrata dell’approccio al covid. E invece, nulla di nuovo. I risultati erano ancora ampiamente insoddisfacenti. Ho assistito, ammetto con una certa antipatia, ad una specie di ondata “psicofolkloristica”, tutti esternavano aspetti psicologici di quanto stava accadendo, nelle case nelle scuole dai balconi, nelle trasmissioni televisive: il malessere psichico era improvvisamente un sapere posseduto e distribuito da tutti, ai miei occhi un insopportabile vernissage ipomaniacale, più da mostra appunto, che di sostanza. Ciò risultava inevitabilmente molto nocivo per tutti quelli che di psicopatologia, da covid e non solo, sono veramente ammalati e durante la pandemia stanno soffrendo moltissimo. Alcuni ne sono anche morti. A gennaio 2021 si segnala che con la pandemia c’è stato un aumento del 20% dei suicidi giovanili (Panciera, N., Allarme suicidi, 22 gennaio 2021, la Repubblica.) Oggi i nostri studi privati sono pieni di persone che chiedono aiuto. Noi stessi, dopo un anno di lavoro molto pesante, siamo stanchi e rischiamo di ammalarci se non mettiamo in atto le adeguate protezioni psichiche, una sorta degli scafandri che usano negli ospedali i colleghi, per proteggersi dalla contaminazione fisica. Ecco, ancora: negli ospedali il
Il “languishing”. Apatici e senza gioia in pandemia

Secondo un recente articolo del New York Times, il “languishing” è l’emozione più diffusa in questo periodo di pandemia. Non depressione, ma assenza di gioia. Con il perdurare della pandemia molte persone vivono un senso di stagnazione e vuoto. “Ti senti come se ti stessi confondendo tra i giorni, come se guardassi la tua vita da un finestrino appannato”, scrive lo psicologo Adam Grant. Il termine, coniato dal sociologo Corey Keyes, fa riferimento ad una condizione in cui non vi è depressione ma neppure benessere. “Non hai sintomi di disturbi psichici ma non sei nemmeno il ritratto della salute. Non stai funzionando a pieno regime”. “Languishing” letteralmente significa “languire”. Uno stato di abbattimento causato dal confinamento domestico obbligato, dall’incertezza, dalla paura, dall’assenza di lavoro e di vita sociale. L’aspetto centrale di questa condizione è l’inconsapevolezza. Ci si trascina lentamente nell’apatia e nella solitudine, senza avvertire di stare male, fino ad arrivare a sentirsi senza uno scopo. Adam Grant parla di un antidoto. Lasciarsi andare ad un flusso (“flow”) che stimoli i sensi e riaccenda le emozioni. Può essere qualunque attività, in cui immergersi piacevolmente, che favorisca uno stato di abbandono completo. Quello stato dove il tempo, lo spazio e i pensieri si dissolvono. E, infine, conclude con un avvertimento: cercare il più possibile di dedicarsi un tempo non frammentato. Lasciarsi alle spalle l’abitudine di spezzettare il tempo, acquisita durante il lockdown, quando abbiamo dovuto fare in modo di tenere insieme smart working, famiglia, casa, figli, DAD. Il languishing si supera con la consapevolezza Per risvegliarsi dal torpore di una consapevolezza addormentata bisogna innanzitutto riconoscersi. Portare l’attenzione ai segnali corporei ed emotivi e prendersene cura. Alcune emozioni possono essere difficili da sostenere ma negarle comporta solo altro malessere. Dare un nome al nostro sentire e sapere che molte altre persone condividono le nostre stesse esperienze aiuta. Non passivizzarsi e chiedere aiuto Dopo più di un anno di pandemia, le risorse per fronteggiare lo stress servite in fase iniziale non bastano. Occorre ristrutturare abitudini, modi di essere e agire, passando per la perdita di ciò che era la vita prima. È faticoso. Emergono rabbia, smarrimento, paura, angoscia. E sebbene siamo equipaggiati per far fronte a tutte le situazioni, il miglior adattamento possibile non sempre coincide con uno stato di salute. Bisogna riconoscere i propri limiti e saper chiedere aiuto quando necessario. Aver cura degli affetti e delle relazioni Il distanziamento fisico e le restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria hanno introdotto forti limitazioni nella vita relazionale. Il senso di rifiuto verso questi cambiamenti può riversarsi sui propri bisogni e sfociare nella rinuncia, tradursi in un ritiro. È fondamentale rimanere aperti agli affetti e continuare ad alimentare la fonte di nutrimento della condivisione e dello scambio con l’altro. Vivere nel qui e ora Porsi nell’attesa passiva che tutto finisca determina uno stato di sospensione tra il prima e il dopo che impedisce di accettare e vivere il presente. Occorre stare nel qui e ora. Lasciar andare il passato e interrompere le anticipazioni sul futuro. Canalizzare le risorse nell’esperienza che stiamo vivendo, momento per momento. Coltivare il desiderio per uscire dal languishing Per combattere l’apatia (“assenza di passioni”) è utile costruire uno spazio di creatività e progettualità personale in cui esprimersi liberamente, provare piacere, nutrire il desiderio. Amare, noi stessi e gli altri, e amare quello che facciamo è energia vitale. Dà senso della nostra esistenza. Ci fa stare in salute, sostenere e affrontare le difficoltà della vita.