Che cosa sogni?

di Antonella Buonerba È l’incipit del percorso terapeutico quando il paziente è seduto davanti a me, dopo che mi ha raccontato i motivi della sua richiesta di aiuto. Perché è importante utilizzare l’interpretazione dei sogni nella pratica clinica? I sogni vengono definiti da Freud come la strada maestra dell’inconscio. Rappresentano, pertanto, quella parte di noi stessi che ci risulta estranea, incomprensibile e a volte inaccettabile.Essi rappresentano il ponte con la sfera di noi che non conosciamo, ma che è presente nella nostra vita psichica, tanto da condizionarne i pensieri e i comportamenti radicandosi a volte nelle espressioni del corpo attraverso le varie forme di somatizzazione. Conoscere il mondo dell’inconscio significa intraprendere un viaggio a ritroso nella nostra infanzia e adolescenza, lì dove affondano le radici delle nostre emozioni più profonde, mai risolte, ma che spingono verso la manifestazione e il riconoscimento di se stesse con la stessa forza e determinazione con cui, una volta, sono state negate e rimosse.Esse si legano a particolari traumi psichici che, a causa dell’immaturità dell’Io, non hanno potuto essere elaborati, sedimentandosi nell’inconscio e trovando espressione continua ed evidente nel linguaggio del sogno. Si tratta di un lavoro che, obbedendo alle leggi della censura, trasforma il contenuto inconscio in qualcosa di più accettabile e di congruo alla nostra vita reale, senza peraltro mai riuscirci definitivamente, seguendo logiche che non conoscono né spazio e né tempo in un racconto il cui significato è noto solo al terapeuta. “Ho cominciato a sognare”, mi dicono i pazienti. L’attivazione del sogno è frutto di dinamiche di transfert e controtransfert che si innescano sulla base di una fiducia reciproca che scatta già dalle prime battute e che va a corroborate tutta la terapia, accompagnandola fino al buon esito della stessa.I pazienti, a volte, sono impazienti e mi chiedono il significato di dei sogni. Ma proprio perché si tratta di una comunicazione tra inconscio e inconscio non è opportuno rilevarglielo perché ciò comprometterebbe il lavoro analitico, scatenando le difese dell’Io. Solo alla fine dell’analisi, che assume una durata soggettiva, a seconda del grado di reticenza del paziente, vengono scoperte le carte, si arriva ad una condivisione delle nuove sensazioni derivanti dai sogni prodotti da un inconscio finalmente libero, pulito, che ha solo bisogno di ulteriore tempo per assestarsi, come un’atleta che si infortuna, o dopo una lunga degenza. A lavoro ultimato, l’inconscio darà all’io la spinta propulsiva non solo per risolvere il sintomo, ma anche per donare al paziente nuove consapevolezze che lo spingeranno ad agire in maniera serena e creativa.
Che cosa è l’ansia? Chi ne soffre? Cosa si può fare?

di Aldo Monaco Quando Giulio Cesare scrisse <di regola, ciò che non si vede disturba la mente degli uomini assai più profondamente di ciò che essi vedono> probabilmente sapeva bene cosa diceva. Le sue imprese – la riorganizzazione dell’esercito e di Roma, le nuove realizzazioni architettoniche, il nuovo corso amministrativo ecc – sono l’esempio più lampante di quanto egli fosse capace di muoversi nel futuro e della sua visione prospettica. Al contempo però queste parole suonano profetiche anche rispetto alla sua prossima ed imminente morte, quando quella visone positiva del futuro, lasciò lo spazio a pensieri e sensazioni molto più cupe: da più parti egli vide bruciare fuochi celesti, uccelli solitari giungere nel foro, strani rumori notturni. Calpurnia, sua moglie, donna del tutto priva di superstizioni religiose, fu sconvolta da sogni in cui la casa le crollava addosso, e lei stessa teneva tra le braccia il marito ucciso. Lo stesso Cesare sognò di librarsi nell’etere, volando sopra le nubi e stringendo la mano a Giove. Non so se Giulio Cesare soffrisse d’ansia. Quello che però posso immaginare è che avrebbe potuto soffrirne: la sua visione del futuro deve averlo, di tanto in tanto, caricato d’angoscia; ogni tanto avrà pensato all’avvenire, come gli è successo negli ultimi mesi della vita, con un senso di minaccia tale da disturbarlo e a portarlo a cogliere segnali pericolosi ovunque andasse, qualunque cosa vedesse e sentisse. Ma cosa è l’ansia? L’ansia è un segnale circa la presenza di un pericolo proveniente dall’inconscio – desideri istintuali e impulsi rimossi – che poi la coscienza, tramite i meccanismi di difesa, cerca di tenere a bada o far esprimere per mezzo di una sintomatologia più tollerabile. L’ansia è un’esperienza che caratterizza diversi stadi della vita e che per tali ragioni può essere meno grave o più grave. Ad un livello più evolutivo si può provare (a) un’ansia superegoica che si manifesta con dei sentimenti di colpa o tormenti della coscienza derivati dal fatto di non condurre una vita all’altezza di uno standard interno di comportamento morale. Andando più indietro nella gerarchia evolutiva verso un’ansia più precoce si può vivere (b) un’ansia e una paura che hanno che fare col perdere l’amore o l’approvazione di un altro significativo (come il genitore). Ad un livello ancora più sotterraneo e doloroso vi è (c) l’ansia da separazione che comporta la paura di perdere non solo l’amore e l’approvazione del genitore ma anche il genitore stesso. Infine le due forme d’ansia più precoci e quindi più patologiche sono (d) l‘angoscia persecutoria – che comporta la paura da parte del soggetto di essere invaso dall’esterno e annichilito dall’interno – e (e) l’angoscia di disintegrazione che può derivare sia (1) dalla paura di perdere il senso di sé e dei propri confini e sia (2) dalla preoccupazione di sentirsi frammentati in seguito ad un mancato rispecchiamento da parte di chi doveva attutire le paure del bambino. L’ansia e il tempo Si potrebbe quasi dire che nei disturbi d’ansia non siamo più noi che andiamo verso il futuro. È il futuro, ignoto e spaventoso, che corre insistentemente verso noi. L’avvenire si manifesta con un’incombenza passivizzante la cui attesa, lenta ed estenuante, diventa ansia, inquietudine indeterminata che non consente pianificazioni rassicuranti e che, nello smarrimento che comporta, comunica uno stato d’allarme che, come prima cosa, attiva il corpo, il quale inizia a scalciare, ad avvisare e comunicare un rischio imminente: una paralisi, un infarto, un ictus, respiro affannato ecc. Il tempo vissuto, come dice il dr. Enrico Ferrari <non è il tempo del kairos, il tempo “opportuno”, che chiama alla decisione; è piuttosto il tempo di chronos che inghiotte il nuovo perché ne ha paura>. l tempo che si vive allora è un tempo presente bloccato e frenato dai pensieri, dalla ricerca ossessiva della sicurezza. Da quest’ultima poi si impara ad anticipare e prefigurare cosa potrebbe essere il futuro. Si impara a rendere noto l’ignoto e a trasformare l’ansia indeterminata in qualcosa di definito, dotato di confini. Per tali ragioni – cioè evitare che l’ignoto prenda il sopravvento – queste persone hanno bisogno della calma, della sosta, della progettualità intesa come a-conflittualita e della quiete.L’ansia allora è la mancanza di fiducia anzitutto nel tempo e nelle cose ma anche, e in particolar modo, in sé stessi. E’ la mancanza di possibilità, un restringimento degli orizzonti, della libertà. Ma come si sviluppa un disturbo d’ansia? Le ipotesi potrebbero essere innumerevoli. Quella che però accumuna più persone è quella che han sostenuto Kagan e collaboratori (1988 ) i quali hanno affermato che questa categoria di persone può aver avuto a che fare con coppie genitoriali caotiche, più che conflittuali. Coppie dall’esplosività improvvisa tale da non permettere al bambino di sentirsi al sicuro, con le altrui e proprie paure. Questi bambini svilupperanno così un senso di inadeguatezza che se non viene affrontato porterà il bambino a dipendere dai genitori in modo ostile e spaventato, in modo rabbioso dacché percepisce costantemente una sensazione di pericolo. Bibliografia J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biological bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171 American Psychiatric Association, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-5), tr. it. Raffaello Cortina, Milano 2014 E. Ferrari, Psicopatologia e Zeitgeist, in Comprendere 19, 2009 G. O. Gabbard, Psichiatria Psicodinamica quinta edizione basata sul DSM-5, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2016 Galimberti U. (2007) Psicologia, Garzanti, Milano J. Kagan., J.S. Reznick, N. Snidman., Biologicaal bases of childhood shyness. In Science, 240, p. 167-171
Che cos’è il Parent Training?

“Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” DEFINIZIONE “Il parent training è una tecnica di intervento che ha lo scopo di insegnare ai genitori quelle abilità necessarie per contrastare situazioni familiari problematiche” (Vio, Marzocchi, Offredi, 1999). Il parent training prevede la formazione di competenze educative nei genitori, ovvero quelle competenze specifiche che permettono di ridurre i comportamenti problema del bambino in casa. Ciò porta a un miglioramento nell’autopercezione di competenza da parte dei genitori e una riduzione dei livelli di stress in famiglia. Le problematiche del comportamento con esordio nell’infanzia, infatti, se trattate in tempi precoci e in modi adeguati, evitano di inasprirsi in età adolescenziale. Il parent training, quindi, permette ai genitori di applicare essi stessi delle tecniche psicologiche in quelle situazioni in cui il bambino manifesta i comportamenti problema. OBIETTIVO L’obiettivo è quello di fornire ai genitori gli strumenti necessari per riconoscere i bisogni e i segnali affettivi del bambino e rispondere in maniera adeguata. Il Parent Training viene indicato sia per situazioni in cui non è stato diagnosticato un disturbo del bambino, ma i genitori hanno bisogno di supporto nella gestione di comportamenti problematici, sia per i disturbi del neurosviluppo. Come funziona? Mentre un tempo i terapeuti che conducevano i programmi di Parent Training trasmettevano verticalmente il loro sapere ai genitori, oggi assolvono invece un ruolo di coach della funzione genitoriale. Nello specifico, sono gli esperti di problemi evolutivi, che più di trasmettere competenze ai genitori devono “attivarle” in loro. Nelle fasi iniziali le sessioni puntano ad allenare i genitori a individuare lo scopo di un determinato comportamento problematico. Si descrive quest’ultimo in modo obiettivo, si esaminano gli elementi che lo precedono e si rileva cosa avviene dopo che è stato messo in atto.Nelle sessioni di Parent Training gli esperti si confrontano apertamente con i genitori, analizzando i fattori scatenanti, quindi suggerendo strategie da mettere in pratica ad esempio anche attraverso esercizi di role-play . Conclusioni Diventa importante per i genitori conoscere gli strumenti possibili per affrontare una diagnosi. Piuttosto che chiudersi o scoraggiarsi è bene rivolgersi ad un professionista che può offrire un aiuto concreto.
Che cos’è la Mindfulness?

Un contributo della Dottoressa Loredana Cimmino, in cui spiega che cos’è la Mindfulness e come è possibile applicarla nella vita quotidiana.
Catfishig: la minaccia psicologica reale di una finta identità virtuale

Negli ultimi tempi il termine “Catfishing” è rimbalzato tra telegiornali e programmi televisivi per la triste vicenda di Daniele, il 24enne di Forlì che ha deciso di farla finita dopo aver scoperto che la sua fidanzata, frequentata virtualmente per un anno, era in realtà un’altra persona. Questo fenomeno, ancora poco conosciuto in Italia, è molto frequente negli USA, tanto da aver dato vita al docu-reality “Catfish: false identità” che racconta storie di catfishing. Cos’è il catfishing? Secondo l’Accademia della Crusca, il termine Catfish indica una persona che costruisce in rete un proprio profilo fingendo di essere un’altra persona per burlare o truffare qualcuno o al fine di instaurare in rete rapporti amicali (a volte anche sentimentali) con una falsa identità. Cosa spinge le persone a fare catfishing? Generalmente ci sono diversi aspetti che spingono il catfish a costruirsi una finta identità virtuale. Potrebbe trattarsi di un individuo particolarmente insicuro che convive con la paura di non essere accettato; di una persona profondamente insoddisfatta della sua vita, che prova a sublimare i propri desideri costruendosi un’identità alternativa e fasulla.Che sia per noia o per uno scopo preciso, i catfish riescono a costruire un vero e proprio alter ego digitale che gli consente di instaurare relazioni con vittime inconsapevoli. Gli effetti del catfishing sulla vittima Le vittime di catfishing sono spesso insicure e fragili e trovano conforto e speranza nelle attenzioni dei loro persecutori. Queste condizioni di partenza creano terreno fertile per un gioco di potere che mira a creare un rapporto di dipendenza affettiva. Una volta scoperto il tranello, le vittime cadono in una spirale di delusione, tristezza e vergogna, accompagnata da frustrazione e rabbia verso se stessi. Come contrastare il fenomeno? Purtroppo ad oggi non viene fatto un lavoro di prevenzione mirata sul catfishing. Per fronteggiare questa minaccia occorre fare un lavoro strategico e strutturato di informazione e formazione sin dalle scuole agendo su due livelli. Da un lato descrivendo il fenomeno e i pericoli che ne derivano, fornendo gli strumenti necessari a riconoscerlo; dall’altro lavorando sulla consapevolezza e sull’autostima dei ragazzi, affinché ci siano sempre meno catfish.
Caterina Nuzzo

Caterina Nuzzo ha esposto delle informazioni, per quanto riguarda l’aiuto e il sostegno che può fornire uno psicologo. Spiega infatti, che uno psicologo non elimina magicamente il dolore, ma il suo compito è quello di aiutare a trovare un senso a determinate sofferenze. A causa del Covid 19 stiamo vivendo un periodo di crisi economica e sociale, è naturale quindi avere paura dinanzi a situazioni così sconosciute, queste paure e queste ansie vanno accolte e riconosciute. Lo psicologo attraverso un processo di consapevolezza cognitiva, integrata con la sicurezza affettiva relazionale può aiutarci nel processo di presa di consapevolezza di ciò che ci fa stare bene.
Catello Parmentola

Catello Parmentola psicologo di Salerno, ha fornito delle considerazioni sul il suo ultimo volume sul codice deontologico. Il codice deontologico, rappresenta l’insieme di regole che riguardano la professione di psicologo. In questo video il Dott. Parmentola, ci indica l’importanza soprattutto del proprio essere e delle proprie esperienze che possono influenzare le scelte deontologiche, dal punto di vista lavorativo. In questo suo volume, ha voluto quindi dare meno importanza alla regola e più valore al soggetto che pensa in maniera deontologica.
Cara Rose, sei certa che Jack sia esistito davvero?

di Fabio Battisti “Non ho niente di lui, vive solo nei miei ricordi” Una Rose ultracentenaria è l’unica in grado in grado di ricordare una delle più belle storie d’amore d’inizio e fine del XX secolo. Lo sfondo cinematografico del Titanic sembra quasi una scusa per narrarla, soprattutto per giustificare la sua breve durata attraverso una tragedia nella sciagura. Ma siamo sicuri che il naufragio abbia avuto esclusivamente questa funzione? Le funzioni psichiche del cinema sono conosciute quanto sottovalutate e molteplici. L’idea della grande storia d’amore che termina suo malgrado ricorda tanto le mitiche vicende di “Via col vento” e “Casablanca”, nelle quali la relazione, cristallizzata nel tempo, permetteva al grande pubblico di immedesimarsi per via delle frustrazioni sentimentali del passato oppure per le insoddisfazioni correlate con la vita matrimoniale. In “Titanic” tuttavia la decisione non appartiene ad uno o entrambi i protagonisti, quanto a un fato cinico che tronca l’esistenza di uno dei due amanti. Quest’ultimo sembra tuttavia completare il “rituale iniziatico” che caratterizza il racconto stesso di Rose: le conferma che diventerà una donna libera, emancipata, sicura di sè, a prescindere dalle situazioni economiche e sociali nelle quali si ritroverà a vivere scambiando la sua identità con una ragazza defunta, totalmente speculare a quella di una ragazza ricca intrappolata in un destino di schiava e sull’orlo del suicidio. L’idea struggente dell’amore perduto appare un dazio obbligato, da pagare per essere salvata e traghettata verso una nuova vita, anagrafica e mentale. Il fatto è che Jack sembra fin troppo funzionale e curato, calato ad arte in quello che si rivelerà il processo evolutivo di Rose. Visto che di mezzo c’è una sciagura con in mezzo migliaia di vittime e questa ragazza a distanza di oltre 80 anni ricorda tutto…potrei concedermi una deformazione professionale? Uno shock del genere non avrà comportato un trauma, in grado di dare forma e contenuti al bisogno di essere salvata sia dalla morte fisica che da quella interiore? Come ricorda nel finale, “Jack mi ha salvato, in tutti i modi in cui una persona può essere salvata”: un Principe Azzurro, già di suo poco credibile, al confronto passerebbe per un dilettante. D’altra parte oltre a Jack vengono a mancare i suoi amici, mentre chi lo ha conosciuto non si potrà più riconfrontare con Rose per eventuali smentite. Esiste quindi la possibilità che non viva soltanto nei suoi ricordi, ma nella sua immaginazione. Inverosimile? Eppure stiamo parlando di un periodo storico nel quale Freud curava le “paralisi isteriche” e altre problematiche riguardanti quelle donne rispecchianti le condizioni sociali e psichiche di Rose, incastrate tra agiatezze economiche e vincoli culturali dell’epoca. Solo che non c’era tempo e spazio per la Psicoanalisi e tanto meno per gestire eventuali conseguenze post-traumatiche: l’esigenza di Rose di liberarsi dalla prigione dorata si sarebbe correlata al trauma stesso, includendovi la possibilità di un’ampia zona d’ombra dove nascondere un amore in ogni caso impossibile. C’è una forte possibilità che “My heart will go on” di Celine Dion si riferisca a una figura immaginaria? Scusatemi, non si tratta di un “esperimento sociale” per polarizzare l’odio di una generazione verso il mio mestiere. Non dimentichiamo che in ogni caso l’intera storia d’amore è di per sè un evento di fantasia, come tante trasposizioni cinematografiche. Quello che potrebbe sorprendere in realtà sono le nostre capacità adattive, anche nei momenti più gravi, nei contesti più insopportabili e perfino nelle…patologie, seppur controproducenti in queste situazioni sono comunque un tentativo di tutela da qualcosa di insopportabile e devastante. In fondo, qualora Jack fosse stato veramente il frutto dell’immaginazione di Rose, chi avrebbe ritenuto giusto biasimarla?
Capricci: cosa sono e cosa può fare un adulto?

I capricci sono comportamenti indesiderati che nascondono un bisogno. Come può agire un genitore di fronte a un capriccio? “È’ impossibile fare la spesa con mio figlio, se vuole qualcosa inizia a piangere finché non vince lui” “Eravamo in fila in posta e mio figlio continuava a urlare e non sapevo proprio cosa fare” Questi sono solo alcuni dei commenti che spesso si sentono dire tra genitori. In entrambi i casi c’è un bimbo che piange e urla e si dispera. Perchè? Solitamente con capricci si indicano comportamenti non desiderabili che vengono messi in atto in un determinato contesto (spesso in contesti sociali). Nascono da una forte frustrazione che il bambino prova e, non sapendo gestire questo stato d’animo, attraverso il pianto, comunica all’adulto di aver bisogno di aiuto. Esatto, cari genitori! Anche i capricci servono a comunicare! Pensiamo alla temibile “fase dei due anni”. A quest’età il bambino inizia a percepirsi come essere separato dal caregiver e, attraverso i “no, mio, io” inizia ad autoaffermarsi. Il pianto, fin da quando un bambino nasce, è espressione di qualcosa. E spesso, un genitore, comprensibilmente stanco delle urla o imbarazzato se si trova in un contesto sociale, non riesce ad interpretare il messaggio del bambino, arrabbiandosi a sua volta e innescando un circolo vizioso che va ad autoalimentarsi. Cosa può fare un genitore in questi casi? Imparare a fermarsi e a non reagire di istinto. Può essere utile anche per il bambino comprendere che ci si può arrabbiare, riconoscere quello che si sta provando ed etichettarlo per parlarne successivamente. Per i più piccoli è importante che il genitore “si calmi per calmare” e che faccia notare la sua presenza sintonizzandosi con il bisogno del bambino. Il bambino non possiede ancora strategie per fronteggiare la sua frustrazione e dire “dopo compriamo il gelato” non è utile perché il bimbo non comprende la temporalità come un adulto. Ogni suo bisogno riguarda il qui e ora. Empatizzare consente all’adulto di mettersi nei panni del bambino riconoscendo cosa potrebbe comunicare in quel momento. Dire “lo so che forse sei molto arrabbiato in questo momento perché non ti ho dato quello che hai chiesto, vedrai che tra un po’ la rabbia va via e io sono qui per parlare con te” potrebbe aiutarlo ad acquisire strumenti utili per fronteggiare le intense emozioni vissute. Ignorare i comportamenti non desiderabili rinforzando quelli desiderati porterà gradualmente ad estinguere i primi e a mantenere i secondi. Questo è molto importante perché il bambino deve trovare delle strategie funzionali a soddisfare i suoi bisogni attraverso comportamenti adeguati. Utilizzare la punizione è controproducente. Può avere l’effetto immediato di interrompere un comportamento sbagliato ma le ricerche mostrano come sia dannosa a lungo termine. Il bambino potrebbe interiorizzare un modello educativo negativo così come la relazione genitore-figlio potrebbe essere compromessa perché si potrebbe perdere fiducia nella figura di accudimento. Fornire poche e semplici regole in modo chiaro. È importante che in primis l’adulto sia coerente nel rispetto delle regole date perché se cede, in modo intermittente, potrà essere rinforzato il comportamento inadeguato del bambino.
Capodanno e buoni propositi: un film già visto?

Siamo alla fine di un anno difficile, come il precedente: la pandemia è un protagonista indiscusso delle nostre vite e ha avuto un enorme impatto su tutti noi; sia su chi l’ha vissuta in prima persona, con la perdita di amici o parenti, sia su chi l’ha vissuta, fortunatamente, senza queste tragedie personali. Perché il Covid ha modificato il nostro senso di concepire il presente e il futuro e perché ci lascia in costante incertezza; e l’incertezza e la confusione sono due delle esperienze più intollerabili per la mente umana. Nello scorso articolo, abbiamo parlato dell’importanza dei rituali, che hanno anche la funzione di permetterci di riappropriarci – attraverso azioni concrete – di una sensazione di controllo e di possibilità di incidere sulla realtà. E veniamo al Capodanno e ai propositi che si fanno per il nuovo anno: come se fosse un gigantesco lunedì, lo immaginiamo come un momento da cui iniziare a cambiare, per diventare migliori, più produttivi, più felici, più diversi da noi stessi dell’anno scorso. E allora, visto che tutto è cambiato negli ultimi due anni, perché è cambiata la nostra percezione dell’esistenza, proviamo a cambiare il solito film e a utilizzare degli accorgimenti per fare propositi utili e, perché no, davvero realizzabili nell’anno nuovo, senza rimandarli al Grande Lunedì del 2023. L’argomento è complesso, lungo e articolato: qui desidero solo accennare ad alcune accortezze perché i propositi non restino tali. Prima regola: stabilire quali sono i punti precisi da cui parte un comportamento abitudinario, una routine. Come suggerisce Duhigg, nel libro “ Il potere dell’abitudine”, ci sono cinque elementi che la sostengono: 1. Un orario preciso nella giornata 2. Un luogo preciso 3. La presenza di qualcuno di preciso 4. Un’emozione particolare 5. Un precedente comportamento che è stato ritualizzato. Tutte le ricerche più recenti sui comportamenti abitudinari provano che è molto difficile estinguere totalmente un comportamento che non desideriamo faccia più parte della nostra vita. Molto più utile, e foriero di risultati, lavorare per modificarlo. In questo modo, possiamo incidere sul complesso sistema di azione- ricompensa che il nostro cervello utilizza per procedere e, soprattutto, risparmiare forza di volontà, una delle nostre risorse più importanti e che si estingue più facilmente. Quindi, sia che desideriamo introdurre un nuovo comportamento abitudinario virtuoso, sia che vogliamo cambiarne uno che riteniamo nocivo per noi, occorre: 1. Identificare qual è l’elemento che lo fa partire 2. Stabilire qual è la ricompensa che cerchiamo 3. Trovare una nuova routine. È facile individuare i “grilletti”, i “segnali” che fanno partire una routine: rientrano più o meno sempre nei cinque elementi elencati prima. Più difficile è capire qual è la ricompensa che cerchiamo. Ipersemplificando, ad esempio: prendiamo un caffè a metà mattina perché sentiamo bisogno di una sostanza stimolante; o perché ci annoiamo e andare a prendere il caffè ci distrae un attimo dal lavoro; o perché lo beviamo con qualcuno che ci fa sorridere e possiamo passare qualche minuto con questa persona? Solo quando identifichiamo esattamente qual è la ricompensa che sostiene un comportamento, possiamo davvero cambiarlo. È molto importante mantenere stabile il grilletto e la ricompensa e cambiare solo il comportamento. Se, nell’esempio precedente, prendiamo il caffè per stare con una persona, possiamo mantenere tutto stabile – pausa a metà mattina e chiacchiere – bevendo una spremuta o un bicchiere d’acqua al posto del caffè. Non è proprio così semplice? È vero, altrimenti non esisterebbe la nostra complessità individuale, ricca di storia personale e familiare. Ma tentare di scomporre le abitudini, individuare gli elementi semplici e modificare un comportamento, o costruirne uno nuovo, significa fare piccoli progressi e premiarli, senza affrontare temi esistenziali di cambiamento radicale, destinati al fallimento o ad essere rinviati al prossimo Capodanno. Quindi, concediamoci di sperare in un anno proficuo, di leggero e continuo miglioramento, di compassione e di autocompassione, di analisi e di applicazione. Il proposito più importante? Continuare ad essere curiosi o diventarlo di più, ogni giorno; con la consapevolezza che gli avvenimenti avversi, come la pandemia, possono portare a pensare in modo nuovo. Mille auguri a tutti: quest’anno ce li meritiamo ancora di più.