Benessere ed alimentazione in estate

Un contributo di Luca Basile in cui approfondisce lo stretto rapporto tra psiche, mente e corpo, in relazione al benessere, all’alimentazione e alla nutrizione nel periodo estivo, attraverso una visione olistica.

Barbara Casella, Giuliana Puglia

Barbara Casella Psicologa Psicoterapeuta, ha esposto un argomento molto delicato di cui se ne parla molto poco ovvero il lutto perinatale. Questo concetto da riferimento alla morte del bambino ancora prima di nascere o subito dopo la nascita.  È una situazione molto delicata in cui genitori vivono una complessità di emozioni, ma soprattutto il senso di colpa nei riguardi del bambino.  Temono di non aver fatto nulla per proteggerlo di non essersi resi conto in tempo di cosa stava accadendo.  L’atteggiamento più frequente da parte di chi circonda i genitori in lutto e quello di minimizzare l’evento di esortare la coppia ad andare avanti e dimenticare. Oppure la si invita a intraprendere una nuova gravidanza per andare a compensare la perdita. Purtroppo sappiamo bene che non è così, per elaborare il lutto bisogna avere una grande consapevolezza dell’evento quindi bisogna rispettare i tempi e anche la sofferenza. Non è raro che la coppia genitoriale sia attraversata anche da una crisi coniugale probabilmente anche per il diverso modo di affrontare il lutto. Ogni persona ha un modo di fronteggiare la perdita diverso, per questo motivo è importante favorire il processo di elaborazione attraverso un sostegno ai genitori. E’ opportuno facilitare il processo di elaborazione fin dai primi momenti.  Dal momento in cui i genitori ricevono la notizia, spesso si ritrovano di fronte a personale ospedaliero non formato sul lutto perinatale quindi non preparato sulle procedure, e distaccati a livello emotivo rendendo ancora più tortuoso l’evento. In Italia dal 2006 l’associazione Ciao Lapo offre sostegno alle famiglie in lutto, formando il personale ospedaliero e attuando un peculiare lavoro di sensibilizzazione.  Numerose sono le iniziative con lo scopo proprio di creare di promuovere un’educazione al lutto. Giuliana Puglia è una delle referenti dell’associazione Ciao Lapo un’associazione che nasce dalla dott.ssa Ravaldi  Psicologa Psicoterapeuta e dal marito il dott. Vannacci che si sono trovati a dover affrontare la perdita del loro secondo figlio a fine gravidanza. Decidono quindi di mettere insieme dei professionisti per poter sostenere le famiglie in lutto, formare il personale sanitario e anche per promuovere ricerca a livello internazionale. Ciao Lapo quindi formando il personale sanitario mette anche a disposizione per gli ospedali delle memory box. Si tratta di scatole della memoria dove al loro interno troviamo dei libretti che  spiegano le procedure di quello che può essere utile in un primo momento. Inoltre un libretto dei piccoli principi e delle piccole principesse dove  si possono conservare i primi ricordi di questi bambini che successivamente non potranno conservarsi e quindi aiutano proprio le famiglie ad affrontare il primo momento così doloroso.  L’associazione Ciao Lapo inoltre garantisce dei gruppi di sostegno alle famiglie, per aiutarle ad elaborare la perdita e fare spazio nelle loro vite a questo bambino, in modo che non diventi un bambino di cui non si può parlare.

Bambini annoiati

I bambini come vivono la noia? ed i genitori come si pongono di fronte ad un bambino annoiato?la lettura di questo articolo consentirà di rispondere a queste domande la noia nei bambini La noia viene erroneamente considerata un’emozione “negativa”, una sensazione non gradevole dalla quale tenersi il più possibile lontani. La noia dei bambini viene altresì vissuta dai genitori come un problema da risolvere il prima possibile. La noia ci costringe a un tempo lento, mentre noi siamo abituati a vivere di corsa. Tutti i bambini si annoiano prima o poi in qualche momento della loro crescita. Una condizione che diventa spesso intollerabile, non tanto per i piccoli quanto per i loro genitori. L’errore più comune commesso dall’adulto che si accorge che il proprio figlio è annoiato è quello di risolvere il problema proponendo degli stimoli. Ciò accade poiché l’adulto fa fatica ad accettare lo stato di immobilità, di arresto, causato dalla noia. Ma sarebbe più utile, per il bambino, che il genitore riuscisse a “stare” nella noia. A volte diventa faticoso sintonizzarsi con i bisogni dei bambini, poiché le loro problematiche ci confrontano con le nostre difficoltà. Per i bambini la noia è occasione di crescita, è un attivatore della fantasia. Importanza della noia nei bambini Sperimentare la noia permette al bambino di imparare a conoscere se stesso, a sentire le proprie emozioni. I bambini spesso usano il termine “annoiato” per esprimere altre emozioni come la rabbia o la tristezza. Anche se la tentazione è quella di fornire immediatamente uno stimolo al bambino annoiato, il consiglio è quello di osservarlo e lasciare che trovi da solo una soluzione alla noia. Soltanto in seconda battuta, sostenerlo nella ricerca della soluzione. La noia è un fondamentale aspetto della nostra esistenza perché aiuta chi la vive a chiedersi cosa vorrebbe fare e potrebbe fare per superarla anche in fase di età adulta. E’ un esercizio d’introspezione importante per far emergere aspetti di un talento nascosto, le proprie preferenze o specifiche attitudini.Non deve essere vissuta come una perdita di tempo, ma come una opportunità di sperimentare, di pensare, di creare qualcosa di nuovo. cosa può fare l’adulto? Qualora il genitore si accorga che il proprio figlio non riesca a gestire la noia, proponendo in alternativa episodi di frustrazione, potrebbe essere utile rivolgersi ad uno psicologo al fine di imparare a gestire al meglio le proprie emozioni.

Avere a che fare con la perdita durante il Covid-19

Il Covid-19 ha obbligato il genere umano a rapportarsi con la perdita: un aspetto che fa parte della vita, spesso mal tollerato. Tutti, nel corso di questi ultimi due anni, abbiamo ascoltato telegiornali o programmi televisivi o conferenze che ci hanno riportato un numero sempre maggiore di decessi, mentre alcuni di noi, oltre ad ascoltare determinate notizie alla televisione, purtroppo hanno perduto persone care e vivono ancora più da vicino gli effetti disastrosi di questa pandemia. Ognuno di noi ha la sua storia e a ognuno di noi il Covid-19 ha fatto perdere qualcosa o qualcuno. Pertanto vorrei che ciascuno provasse a indirizzare le parole di questo testo alla propria esperienza. Perché la perdita ha accomunato tutti: chi ha perso la possibilità di avere vicino gli amici o i familiari che vivono lontano; chi ha perso l’occasione di salutarsi o la possibilità di festeggiare; chi ha perso il lavoro e tutti abbiamo perso la nostra quotidianità e il ritmo che scandiva le nostre giornate. Le fasi del lutto: Elisabeth Kubler Ross ha descritto cinque fasi che conducono all’elaborazione di una perdita e che non devono necessariamente presentarsi in questa sequenza:   Negazione: “non posso crederci, sembra un film, è surreale“. La realtà e il dolore è talmente intollerabile che abbiamo bisogno di difenderci, rifiutando che sia vero. Contrattazione: nonostante i momenti di sconforto, vi sono anche momenti in cui si immagina il dopo e si sognano le cose che si vorrebbero fare. Rabbia: ci si sente soli e si ha bisogno di direzionare la rabbia esternamente (verso il sistema, verso gli altri) oppure internamente. Depressione: sembra non esserci proprio via d’uscita, questa è la fase in cui si guarda con maggiore consapevolezza alle perdite subite. Accettazione: si riesce a creare un nuovo equilibrio che ci definisca e che sia in continuità con la nostra storia personale Perché è così difficile che l’elaborazione avvenga durante la diffusione di questo virus? Più la perdita avviene improvvisamente, senza avere la possibilità di prepararsi all’idea che “da domani” bisognerà abituarsi a vivere la quotidianità in un modo diverso, più diventa difficile riuscire a reintegrarla nella propria storia; inoltre l’elaborazione inizia anche grazie a dei rituali, dei gesti che aiutano a  prendere consapevolezza di ciò che è avvenuto, a tirare fuori le proprie risorse e a proseguire nel corso della propria vita, nonostante il dolore subito. Chi ha creato una nuova routine probabilmente avrà notato un graduale adattamento alla nuova realtà, avvenuto proprio grazie all’utilizzo di strategie di coping. In psicologia, con il termine coping, si fa proprio riferimento a tutte quelle strategie mentali e comportamentali che consentono all’individuo di fronteggiare lo stress e le difficoltà che si presentano. Quando si sceglie di agire, nonostante la sofferenza provata, si sta ampliando la flessibilità psicologica donando vitalità alla propria vita. Mantenendo, invece, una visione di sé e del mondo rigida, ci si focalizzerà soltanto su ciò che non può essere fatto, perdendo la possibilità di compiere azioni che riempiano i momenti e che conducano a realizzare obiettivi che aggiungano valore alla propria vita. E’ proprio durante una crisi che ci si sente più fragili poiché viene messo in discussione il proprio equilibrio. L’etimologia del termine “crisi” deriva dal latino crisis e dal greco κρίσις (scelta, decisione). E la crisi rappresenta, pertanto, anche il momento più fertile, quello in cui abbiamo l’opportunità di recuperare la dimensione della creatività, della vitalità e riorganizzare la propria vita in un modo diverso. “L’ordine è necessario per non perdersi, il disordine per ritrovarsi” Radomska Ma come fare? Essere bloccati, “sentire che la propria vita sia ferma” può diventare occasione di ripartenza. Pensiamo a un corridore che, prima di iniziare la sua corsa o vincere una maratona, è fermo nella sua postazione di partenza fino allo scoppio di un colpo di rivoltella che sancisce il “via!”

Autostima: come farla crescere nei bambini?

Manca sempre, oppure è troppa o non è adeguata: ma come aiutiamo i bambini a sviluppare l’autostima? Se l’argomento vi annoia, avete ragione: è abusato, se ne parla troppo e in modo spesso improprio. Ma questo è un piccolo decalogo pratico per aumentare l’autostima nei bambini, aiutandoli a sentirsi competenti. È come una vaccinazione, per gli eventi avversi del presente e del futuro: ed è alla portata di tutti farla crescere in figli e nipoti. L’autostima sarà la loro arma segreta, una vera e propria armatura di difesa e prevenzione contro le dipendenze e i comportamenti tossici in adolescenza; e attenuerà le cadute e le delusioni che la vita riserva a tutte le età. Servirà persino a potenziare il loro livello di risposta agli agenti patogeni, perché il sistema immunitario è sostenuto, tra gli altri fattori, anche da un buon livello di benessere psicologico. Cosa fare, quindi, per aumentare la famigerata autostima? 1) Iniziate da voi Date l’esempio con il vostro modo di formulare le frasi. Trasformate l’affermazione: “non sono capace di …” in “non sono ancora capace di …” e riformulate anche quello che dicono di sé i bambini rispetto a un compito difficile. Questo gli trasmetterà l’idea che la competenza non è congenita, ma è un processo, spesso duro, ma affrontabile, di apprendimento. 2) Date compiti ai bambini Scegliete delle attività che siano appropriate per la loro età e che gli diano la possibilità di impegnarsi, di sbagliare e riprovare, di sfidare se stessi, stando attenti ad offrire opportunità di riuscita, perché possano sperimentare un assaggio di successo. Insegnategli a cucinare un piatto dall’inizio alla fine e giudicate insieme i risultati. 3) Comunicate ottimismo Secondo Martin Seligman, autore de “Il bambino ottimista”, i bambini pessimisti vedono gli ostacoli come permanenti, pervasivi e come risultato di una propria colpa. I bambini ottimisti, invece, vedono gli insuccessi come temporanei, specifici e modificabili, perché percepiti come comportamenti che possono essere cambiati. “I bambini imparano il pessimismo, in parte, da genitori e insegnanti, quindi è molto importante dare un esempio di ottimismo”. Faticoso? Certo, specie nei momenti difficili. Ma aggiungere “ancora” o “per ora” alla frase “non ci riesco” è uno sforzo fattibile, che porta grandi risultati. 4) Generalizzate i successi e specificate gli insuccessi Se vostra figlia ha preso un brutto voto in storia, aiutatela a circoscrivere con una formulazione del tipo “oggi sono andata male in storia perché ho ripetuto poco”; se invece ha preso un bel voto, incoraggiatela a espandere la portata del successo. Invece di “oggi sono andata bene in storia perché ho studiato tanto”, trasformate in “sono brava a scuola perché mi impegno”, andando oltre l’episodio di un solo giorno e generalizzando la portata semantica del successo. 5) Siate specifici nell’apprezzamento Dire semplicemente “bravo” o “benissimo!” è un incoraggiamento limitato e generico. Meglio una formulazione che descriva il comportamento desiderato e in questo modo lo rinforzi per il futuro. Ad esempio: “ sono super orgogliosa di te perché hai tenuto duro anche quando eri stanco e sei riuscito a finire tutto”.   6) Non esagerate con le lodi Gli esperti sono concordi nel dire che le lodi devono essere abbondanti, ma che esagerarne la frequenza è controproducente. Si parla di un rapporto 4:1 come ottimale: quattro apprezzamenti e una correzione. Le ricerche indicano che questo rapporto non solo aumenta i comportamenti positivi, ma crea anche un clima di collaborazione e di positività, che aiuta il bambino ad accettare e a utilizzare al meglio una correzione costruttiva, quando inevitabilmente arriva. Inoltre, ripara il bambino dalla frustrazione di non trovare sempre un incondizionato apprezzamento all’esterno del contesto familiare e gli dà gli strumenti per avere una percezione equilibrata di sé come capace, ma non onnipotente o destinatario di continua ammirazione. Un ultimo suggerimento? Fidatevi della competenza dei vostri bambini: affiancateli, non anticipateli o sostituiteli. La fiducia è un ottimo motore per l’autostima. Non solo per i piccoli: anche per i “loro” grandi.

Autismo e Musica: il filo invisibile della cura

Le persone autistiche vivono, come tutti, emozioni anche molto forti, ma spesso faticano a provare empatia e a comunicare attraverso il linguaggio. Anche la musica è un linguaggio, un linguaggio speciale, che veicola pochi significati precisi ma potenti emozioni, e per sua natura aggrega le persone. Uno degli aspetti più problematici dell’autismo riguarda il riconoscimento delle emozioni. Alle persone con autismo risulta, infatti, difficile comprendere stati evidenti a tutti quali la gioia, la tristezza, l’allegria, la preoccupazione. Musicoterapia e autismo sono legati “a doppio filo”, perché la terapia attraverso la musica può essere di grande aiuto per tali bambini e soprattutto offre la possibilità di progressi imminenti. Cos’è la musicoterapia La musicoterapia è un trattamento che prevede l’utilizzo consapevole di interventi musicali per raggiungere obiettivi terapeutici. Viene effettuato da un professionista che ha completato una specifica formazione specialistica. Grazie alla musica, il terapeuta cerca di affrontare e soddisfare i bisogni fisici ed emotivi dei pazienti. Le problematiche che possono essere trattate dalla musicoterapia sono varie e tra queste rientrano il ritardo del linguaggio e l’autismo. La musicoterapia è diventata uno strumento usato nella terapia per i disturbi dello spettro dell’autismo perché aiuta a stimolare entrambi gli emisferi del cervello. e’ fortemente organizzativa e fornisce una stimolazione multisensoriale. Il compito dello specialista è quello di veicolare le informazioni attraverso tecniche specifiche, per fare in modo che i bambini le possano recepire con maggiore prontezza. Autismo e musica: come agisce la musicoterapia Le persone con disturbo dello spettro autistico hanno spesso una particolare sensibilità verso la melodia e può essere quindi usata anche come rinforzo per premiare i comportamenti positivi. La musica, infatti, stimola il rilascio di dopamina: un neurotrasmettitore che invia uno stimolo piacevole al cervello. La musicoterapia per bambini autistici permette quindi di mantenere alto il coinvolgimento dei piccoli pazienti e, di conseguenza, la capacità di recepire gli insegnamenti. Il terapeuta ha le competenze per individuare il tipo di musica che tocca le corde del singolo bambino, creando connessioni speciali e aumentando la fiducia nel paziente. Le sedute di terapia possono svolgersi sia in gruppo, sia con un solo bimbo alla volta. Le tecniche utilizzate nel piano di musicoterapia per bambini con diagnosi di autismo sono varie e alcuni esempi includono anche improvvisazioni. L’impatto di tali tecniche è molto forte e può condurre a risultati inaspettati. Coloro che intraprendono questo percorso, migliorano la comunicazione, sviluppano la capacità di concentrazione e imparano a rapportarsi in modo migliore agli altri. Inoltre, è opportuno sottolineare che nei bambini con autismo possono manifestarsi stati di ansia con un’intensità maggiore rispetto ai loro coetanei, a causa del modo in cui percepiscono gli stimoli esterni. La musicoterapia è di aiuto anche nella gestione di alcune di queste situazioni, perché consente di alleviare la tensione o ridurre stati di arousal. Con il supporto della musica, i pazienti possono imparare nuove parole o capire come agire in determinate situazioni, sulla base del messaggio che il brano sta esprimendo. Gli obiettivi terapeutici primari vengono solitamente raggiunti dopo un ciclo di terapia (minimo di 6/12 mesi), ma questa previsione varia in base al profilo clinico del bambino. Al raggiungimento del primo traguardo, lo specialista può decidere di stabilire ulteriori obiettivi, via via più complessi. In questo modo, le abilità del bambino/ragazzo migliorano sempre più. Tutte le nozioni apprese durante le sedute di musicoterapia, aiutano i pazienti con autismo ad acquisire maggiore consapevolezza. Un altro importante effetto della musicoterapia per i bambini autistici è infatti quello di accrescere la fiducia in sé stessi. Il miglioramento della qualità dell’ascolto è uno dei principali obiettivi non solo dell’educazione musicale, ma della stessa educazione alla comunicazione reciproca. Nel progettare attività che aiutino il bambino con difficoltà di relazione è importante partire dagli aspetti semplici e individuali per andare verso la strutturazione di attività che guardino al miglioramento delle capacità di ascolto dell’insieme. Perchè la usicoterapia per l’autismo? Gli individui con disturbo dello spettro autistico spesso mostrano maggiore interesse, capacità di elaborazione, risposte e talento con la musica, la quale fornisce un mezzo non minaccioso, sicuro e piacevole. Permette l’esplorazione e l’apprendimento di nuove abilità quali comunicazione sociale, emotività, sonsorialità. Va sottolineato che gli individui con disturbo dello spettro autistico sono in grado di eseguire compiti attraverso la musicoterapia che potrebbero non essere in grado di fare attraverso altre terapie. Gli interventi di musicoterapia, inoltre, utilizzano storie sociali che “adattate” correttamente possono modificare il comportamento e raggiungere l’insegnamento di nuove abilità. Bibliografia Autismo e Musica: I Materiali Erickson, 2012. Brownell, 2003.

Autismo ad alto funzionamento: caratteristiche e difficoltà

Introduzione al fenomeno Per autismo ad alto funzionamento si intende un disturbo dello spettro autistico che non impedisce di parlare, leggere, scrivere e gestire le azioni quotidiane della vita come mangiare e vestirsi. Tendenzialmente le persone con autismo ad alto funzionamento presentano un quoziente intellettivo di almeno 70 e sono in grado di svolgere diverse attività in modo autonomo. Tale condizione solitamente prevede una diagnosi tardiva sebbene i primi sintomi del Disturbo dello Spettro Autistico insorgono dai primi 3 anni di vita. Le risorse cognitive del bambino con autismo ad alto funzionamento compensano, infatti, le altre difficoltà, rendendo i primi segnali di disagio poco visibili e difficilmente riconducibili alla diagnosi corretta.Infatti, spesso il linguaggio segue uno sviluppo nella norma, ma risulta a volte bizzarro. L’interesse nelle relazioni sociali può essere presente, ma emergono diverse difficoltà nelle interazioni: la scarsa empatia, ossia la fatica a connettersi con le emozioni e i vissuti dell’altro, e la scarsa mentalizzazione, ovvero la difficoltà a rappresentarsi nella mente i pensieri e gli scopi dell’altro. Difficoltà verbali e non verbali nell’autismo Spesso in tali soggetti è presente anche la fatica a riconoscere e rispettare i turni di interazione. La difficoltà a sincronizzare il proprio linguaggio verbale e non verbale a seconda della situazione e delle regole sociali: ad esempio, può esserci la difficoltà ad adattare il registro linguistico, il tono di voce, il contatto visivo, la prossemica (cioè la vicinanza fisica all’interlocutore) e la gestualità a seconda della persona con cui si sta parlando, che può essere uno sconosciuto, il familiare o il migliore amico.A questi aspetti si aggiunge una scarsa consapevolezza emotiva ed una conseguente difficoltà a riconoscere e gestire le proprie emozioni e quelle altrui. Questo può provocare frequenti incomprensioni e reazioni emotive eccessive in diversi contesti relazionali. Caratteristiche e sensibilità Il funzionamento percettivo, cognitivo e di apprendimento di una persona con autismo ad alto funzionamento sono peculiari: oltre alla presenza di risorse cognitive medio-alte, vi è una predilezione per il canale sensoriale visivo, un’attenzione maggiore ai dettagli, una possibile preferenza per i compiti ripetitivi.Possono esserci interessi rigidi e stereotipati, spesso affini al loro sistema di funzionamento (ad esempio interessi legati ai numeri, date, collezionismo, etc.). La loro particolare sensibilità al cambiamento può rendere particolarmente complessa l’organizzazione e la gestione della giornata, in età evolutiva e in età adulta.Tali caratteristiche, unite alla diagnosi spesso molto tardiva, rendono più difficile l’adattamento ad alcuni contesti di vita, sempre caratterizzati da situazioni sociali per loro complesse. Questo comporta un fattore di rischio maggiore di sviluppo di disturbi dell’umore ed altri disturbi psicologici, di dispersione scolastica e di disoccupazione. Sostegno psicologico per soggetti con autismo E’ utile e raccomandato un percorso di sostegno psicologico, individuale e di gruppo, che abbia come obiettivo lo sviluppo delle capacità di consapevolezza e gestione delle proprie emozioni. Ma anche per lo sviluppo delle abilità sociali e di strategie di problem-solving nella gestione della pianificazione e della routine quotidiana.Queste tipologie di intervento, unito ad altri interventi educativi e sociali, possono favorire un adattamento migliore al contesto di vita ed accompagnare l’individuo nelle varie tappe evolutive, nella direzione di una vita soddisfacente e vissuta in autonomia.

Autismo a scuola…prospettive per favorire l’inclusione

Quando siamo di fronte ad una diagnosi di disturbo dello spettro autistico ci troviamo contemporaneamente di fronte alla necessità di promuovere l’integrazione dell’allievo autistico nella scuola di tutti, e a dover individuare  gli importanti contributi che possono derivare dal progetto educativo e dai programmi di intervento specifico. Bisognerebbe prendere in considerazione alcune metodologie di lavoro estremamente utili ai fini della promozione di una reale integrazione scolastica. La possibilità di trascorrere parte del tempo in classe risulta facilitata se si riescono ad adattare gli obiettivi individualizzati e quelli curricolari. Questa operazione è assai complessa e, di fatto, applicabile solo ai primi livelli di scolarizzazione e su alcune competenze che fanno riferimento ai punti di forza dei bambini autistici dette “isole di abilità”. Il riferimento è alle prospettive di lavoro comune su obiettivi di tipo visuo-spaziale o visuo-motorio (copia, incastri, collage, ecc.), sulle abilità di calcolo, sulle competenze di memoria meccanica, ecc. Per il bambino autistico, comunque, il semplice stare in classe può rappresentare di per sé un importante obiettivo relazionale, anche se impiega gran parte del suo tempo in attività individuali e ripetitive. Oltre ciò, anche se le attività che la classe mette in atto non sono adatte al livello dell’allievo, può essere utile per alcuni periodi farlo “partecipare alla cultura del compito” favorendo in qualche modo l’inclusione (Moretti, 1982; Rollero, 1997, Tortello, 1999). Su questo aspetto, poi, la letteratura testimonia alcune situazioni sorprendenti. Il caso più eclatante è quello di Donna Williams (1996), la quale nella sua autobiografia riferisce che l’essere stata inserita in una scuola normale le aveva permesso di accumulare moltissime informazioni sulle persone e sulle situazioni. La risorsa compagni in autismo Ci sono obiettivi che da parte dell’insegnante di sostegno non possono essere condivisi con la classe, per cui il bambino con autismo si ritrova spesso una modalità di rilevanza la possibilità di un insegnamento uno a uno, da svolgersi anche all’esterno della classe quando il tipo di lavoro da effettuare non è conciliabile con l’organizzazione dell’ambiente comune (ad esempio per la presenza di troppi stimoli distraenti). Tali momenti di uscita dalla classe dovrebbero però essere temporalmente limitati  e programmati in maniera che possano ridursi con il progredire dell’azione educativa e dell’adattamento del bambino. Lo spazio per l’attività individuale dovrebbe essere organizzato secondo i principi dell’insegnamento strutturato tipici dell’approccio TEACCH. Una delle principali chiavi di successo del processo di integrazione scolastica risieda nello stimolare rapporti di amicizia e aiuto da parte dei compagni. Certamente, come sostengono Stainback e Stainback (1990), i rapporti di amicizia e di sostegno sono estremamente individuali, fluidi e dinamici, diversi a seconda dell’età e basati per lo più su una libera scelta derivante da preferenze del tutto personali. Tuttavia, questo non significa che essi non possano essere facilitati e sostenuti da azioni messe in atto da insegnanti e genitori e da un clima favorevole all’interno della classe. La caratteristiche comportamentali e cognitive del bambino autistico rendono molto complesso l’instaurarsi di rapporti interattivi di spessore significativo. Sono state messe in evidenza possibilità offerte alla didattica dall’analisi applicata al comportamento (ABA). Le strategie di valutazione ed intervento di derivazione cognitivo-comportamentale, i sistemi di insegnamento strutturato, la facilitazione di varie forme di comunicazione, l’educazione alla percezione degli stati mentali propri ed altrui, l’adattamento degli obiettivi individualizzati e di quelli di classe, l’utilizzo adeguato della risorsa compagni rientrano fra tali opportunità. Quali difficoltà si possono incontrare rispetto all’inclusione a scuola? A causa del deficit della comunicazione e dell’interazione sociale il bambino potrebbe avere problemi ad esprimere i propri bisogni, a sostenere una conversazione con i pari, a stabilire una relazione con i compagni di classe e con gli insegnanti. Anche la difficoltà nel condividere interessi, emozioni e giochi può rendere difficile l’inclusione del bambino nel gruppo classe. Spesso, il bambino autistico sembra assorbito dall’interesse per un oggetto o parte di esso. Per esempio, potrebbe utilizzare la penna per mettere in atto stereotipie motorie piuttosto che per scrivere e dare poca attenzione agli scambi sociali. Infatti, un’altra peculiarità dell’autismo riguarda comportamenti, interessi o attività ristretti e ripetitivi. Il bambino o il ragazzo può mettere in atto dei movimenti ripetitivi o basati su routine molto rigide e fare fatica ad adattare il comportamento all’ambiente in cui si trova. Inoltre, la rigidità comportamentale e di pensiero può essere causa di disagio di fronte a piccoli cambiamenti, a cui può reagire in modo inadeguato al contesto, anche a causa delle limitate abilità comunicative. Abbiamo visto che la scuola può essere fonte di stress e difficoltà per i bambini con autismo. Esistono però interventi mirati per aiutarli nella gestione dell’ambiente e delle peculiari attività scolastiche. Nell’articolo del 25 novembre vedremo quali sono e in che modo possono rivelarsi utili.

Attenzione: problematiche e interventi riabilitativi

Quali sono le problematiche più comuni che coinvolgono l’attenzione in età evolutiva e gli interventi riabilitativi consigliati. Il termine attenzione non ha una definizione univoca e condivisa, ma si può pensare a una funzione di base necessaria per eseguire tutte le comuni attività cognitive, emotive e comportamentali. Quali sono le problematiche più comuni in età evolutiva? In età evolutiva una delle patologie più frequenti che riguarda l’attenzione è il Disturbo da deficit attentivo (DDAI). In questo caso, il bambino, con un Q.I. nella norma, non riuscirà a mantenere l’attenzione a lungo, spesso può essere irrequieto, lavorare in modo disorganizzato soprattutto in compiti che richiedono un notevole sforzo. Esistono poi deficit di attenzione nel Disturbo dello Spettro Autistico o nel Ritardo Mentale. Cosa è importante fare in questi casi? Le metodologie di intervento in età evolutiva avvengono a tre livelli: individuale, su bambini; familiare; scolastico. Ad ogni livello è opportuno intervenire sia con metodologie cognitivo-comportamentali sia con metodologie che servano a rendere più funzionali le emozioni. La cosa più importante da fare è creare un contesto pulito, ben organizzato, con regole chiare e condivise da tutti i caregivers. Le regole, ad esempio, sono fondamentali per il processo di adattamento. E’ come se rappresentassero i binari entro cui canalizzare le energie, senza i binari il treno può deragliare. Vediamo insieme alcuni modi per rendere più efficace la proposta delle regole: esprimere le regole al positivo; parlare poco senza troppe ripetizioni; le regole devono essere concrete; vanno date nel momento giusto; le regole devono essere poche. Altre procedure cognitivo-comportamentali che possono essere utilizzate sono: i rinforzi, eventi che aumentano la probabilità di emissione di un comportamento; la token economy (vedi questo articolo); l’estinzione, che consiste nell’ignorare un comportamento che solitamente richiede attenzione; lo shaping o modellaggio, che consiste nel rinforzare ogni approssimazione sempre più simile al comportamento che si vuole raggiungere; l’imitazione affinchè il caregiver si ponga come modello costante e coerente del comportamento da seguire.